sabato 20 febbraio 2016


 Caro Ron ho trovato l'atto di battesimo di Diana DI PUMA  di Antonino e Angila:  è sicuramente figlia di quell'Antonino e Angiluzza di cui ti ho mandato già l'atto di matrimonio.  Come vedi si ripete lo stesso cognome DI PUMA. Francamente stento a credere che si tratti della famiglia PUMA PAGLIARELLO ma avremo modo di appurarlo. Anche da questo emerge l'opportunità (se non la necessità) di quel CED presso lo Stato Civile di Racalmuto ove si possa consultare l'intero archivio della Matrice come vedi sino al XVI secolo. Non è facile districarvisi. Sono trent'anni che ci fatico. Non vedo perché Sindaco ed assessore alla cultura non debbano sfruttare GRATIS questa mia disponibilità a socializzare quanto faticosamente appreso. Ciao
e qui scatta cara mia maestra la maleducazione sessuale cattolica. In esordio il cristianesimo chiunque fosse il galileo dalle presunte chiome d'oro era di tutt'altra licenza. Era indecente e solo per questo, colpa o merito di Pietro o di Paolo, potè attecchire nella Roma ormai imperiale e libertina. E senza l'impero romano oggi saremmo tutti musulmani.

Eros

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Eros che incorda l'arco - Copia romana in marmo dall'originale di Lisippo conservata nei Musei Capitolini di Roma.
In un frammento di una tragedia perduta di Euripide, da lui scritta prima del 422 a.C., Stheneboia (Σθενέβοια) si sostiene che esistano due Eros [1]. Così come nella sua Ifigenia in Aulide (406 a.C.) compaiono due ambiti del dio Eros e, per la prima volta, l'immagine del dio armato di arco e di frecce:
« Avventurato chi prova fa
della dea dell'amore con
temperanza e misura,
e con grande placidità
lungi dagli estri folli, perché
duplice è l'arco della beltà
che l'Amore (Eros) tende su di noi:
l'uno ci porta felicità,
l'altro la vita torbida fa. »
(Euripide Ifigenia in Aulide 542-50. Traduzione di Filippo Maria Pontani in Euripide Le tragedie. Milano, Mondadori, 2007)
Uno degli Amori provoca la sophia, mentre l'altro distrugge l'anima dell'uomo [2].
"Eros con delfino", opera romana del II secolo d.C. in marmo bianco a grana fine, utilizzata come ornamento di una fontana: dalla bocca del delfino fuorusciva l'acqua. Già appartenente alla Collezione Farnese è oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. La presenza di immagini di Eros accompagnato da un delfino è testimoniata da pitture vascolari risalenti fin dal V secolo a.C. e origina dalle iconografie proprie del "giovane sul delfino".
Amor e Psyche. Scultura romana su modello greco risalente al II secolo d.C. conservata all'Altes Museum di Berlino. La vicenda di Amor e Psyche è narrata nelle Metamorfosi [3] di Apuleio (II d.C.). Il dio Amor (Eros) si innamora della bellissima fanciulla Psyche e le fa visita ogni notte con il patto che ella non cerchi mai di vedere il suo volto. Psyche tradisce il patto e Amor si allontana da lei. Per riconquistare l'amato, Psyche si sottopone a durissime prove impostegli da Venere (Afrodite) finché lo stesso dio Giove (Zeus), mosso a compassione, non l'aiuta facendogli così conquistare l'immortalità e quindi accogliendola sull'Olimpo come sposa di Amor. Amor e Psyche rappresentano l'amore umano e quello divino, inteso come il percorso spirituale che l'anima umana (Psyche) deve intraprendere per tornare ad essere puramente "divina" dopo aver scontato i propri errori. Il tema è spesso raffigurato nei sarcofaghi come immagine della felicità nell'oltretomba.
Eros (Ἔρως) è, nella religione greca, il dio dell'amore fisico e del desiderio[4][5].
Nella cultura greca ἔρως (ὁ) (eros (ho), l'amore) è ciò che fa muovere verso qualcosa, un principio divino che spinge verso la bellezza[6][7]. In ambito greco, quindi, non vi era una precisa distinzione tra «la passione d'amore e il dio che la simboleggiava»[8].


La nozione di Eros in Omero e nei lirici[modifica | modifica wikitesto]

La prima apparizione della nozione di Eros è nelle opere attribuite ad Omero. In tale contesto Eros non viene personificato, quanto piuttosto come principio divino corrisponde all'irrefrenabile desiderio fisico come quello vissuto da Paride nei confronti di Elena:
(GRC) « ἀλλ' ἄγε δὴ φιλότητι τραπείομεν εὐνηθέντε
οὐ γάρ πώ ποτέ μ' ὧδέ γ' ἔρως φρένας ἀμφεκάλυψεν »
(IT) « Ma ora andiamo a letto e facciamo l'amore:
non mi ha mai preso il cuore un desiderio (ἔρως ) tanto possente »
(Iliade III, 441-442. Traduzione di Guido Paduano in Omero Iliade. Milano, Mondadori, 2007.)
o ancora lo stesso desiderio provato da Zeus nei confronti di Era:
(GRC) « Ἥρη δὲ κραιπνῶς προσεβήσετο Γάργαρον ἄκρον
Ἴδης ὑψηλῆς· ἴδε δὲ νεφεληγερέτα Ζεύς.
ὡς δ' ἴδεν, ὥς μιν ἔρως πυκινὰς φρένας ἀμφεκάλυψεν,
οἷον ὅτε πρῶτόν περ ἐμισγέσθην φιλότητι
εἰς εὐνὴν φοιτῶντε, φίλους λήθοντε τοκῆας. »
(IT) « Era raggiunse rapidamente la cima del Gargano,
sull'alto Ida, e la vide Zeus che raduna le nubi,
e quando la vide la passione (ἔρως) invase il suo animo saggio,
come quando per la prima volta s'unirono nell'amore
e andarono a letto, all'insaputa dei genitori »
(Iliade XIV, 293-295. Traduzione di Guido Paduano in Omero Iliade. Milano, Mondadori, 2007.)
o, infine, ciò che rende tremanti le membra dei proci di fronte a Penelope:
(GRC) « τῶν δ' αὐτοῦ λύτο γούνατ', ἔρῳ δ' ἄρα θυμὸν ἔθελχθεν,
πάντες δ' ἠρήσαντο παραὶ λεχέεσσι κλιθῆναι. »
(IT) « Ed ecco i ginocchi dei proci si sciolsero, furono sedotti da amore (ἔρω)
bramarono tutti di giacere al suo fianco nel letto »
(Odissea XVIII, 212-3. Traduzione di Aurelio Privitera in Omero Odissea. Milano, Mondadori, 2007)
Tale desiderio irrefrenabile si spiritualizza nei lirici greci del VII/VI a.C. ma presenta comunque delle caratteristiche crudeli e ingestibili. Manifestandosi improvvisamente, Eros agita in modo cupo le sue vittime:
« Ma per me Eros non dorme
in nessuna stagione:
come il vento di Tracia infiammato di lampi
infuria accanto a Cipride
e mi riarde di folli passioni,
cupo, invincibile,
con forza custodisce l'anima mia. »
(Ibico VI. Traduzione di Marina Cavalli, in Lirici greci. Milano, Mondadori, 2007, pag. 369)
(GRC) « Ἔρος δηὖτέ μ' ὀ λυσιμέλης δόνει,
γλυκύπικρον ἀμάχανον ὄρπετον »
(IT) « Eros che scioglie le membra mi scuote nuovamente:
dolceamara invincibile belva »
(Saffo 61. Traduzione di Marina Cavalli, in Lirici greci. Milano, Mondadori, 2007, pag. 273)
« Eros tremendo, le Follie ti furono nutrici:
per te cadde la rocca di Troia,
per te il grande Teseo, l'Egide, cadde, e Aiace Oileo,
il valoroso per la loro follia.[9] »
(Teognide II, 1231. Traduzione di Marina Cavalli, in Lirici greci. Milano, Mondadori, 2007, pag. 181)
« non è Afrodite, ma il folle e insolente Eros che come fanciullo gioca,
sfiorando il sommo dei fiori - ma che non me li tocchi - del cipero.
Eros di nuovo, a causa di Cipride, dolce mi invade, riscalda il cuore. »
(Alcmane 147-8. Traduzione di Marina Cavalli, in Lirici greci. Milano, Mondadori, 2007, pag. 617-619)
In Anacreonte questo vissuto viene presentato come colui che colpisce violentemente:
« Ancora Eros m'ha colpito:
con un gran maglio, come un fabbro,
e mi ha temprato tuffandomi
in una fiumana invernale. »
(Anacreonte 19. Traduzione di Marina Cavalli, in Lirici greci. Milano, Mondadori, 2007, pag. 335)

Il dio Eros e il suo culto[modifica | modifica wikitesto]

Statua in marmo di Eros addormentato risalente al II d.C. di provenienza sconosciuta, è conservata al Museo archeologico nazionale di Atene. Il giovane Eros alato è addormentato su una roccia, il braccio sinistro funge da cuscino mentre un giovane leone fa la guardia al dio.
Nell'opera teogonica di Esiodo sono due i passaggi che riguardano Eros qui attestato per la prima volta come quel dio primordiale in grado di domare con la passione sia gli dèi che gli uomini:
(GRC) « Ἦ τοι μὲν πρώτιστα Χάος γένετ᾽, αὐτὰρ ἔπειτα
Γαῖ᾽ εὐρύστερνος, πάντων ἕδος ἀσφαλὲς αἰεὶ
ἀθανάτων, οἳ ἔχουσι κάρη νιφόεντος Ὀλύμπου,
Τάρταρά τ᾽ ἠερόεντα μυχῷ χθονὸς εὐρυοδείης,
ἠδ᾽ Ἔρος, ὃς κάλλιστος ἐν ἀθανάτοισι θεοῖσι,
λυσιμελής, πάντων δὲ θεῶν πάντων τ᾽ ἀνθρώπων
δάμναται ἐν στήθεσσι νόον καὶ ἐπίφρονα βουλήν. »
(IT) « Orbene, innanzitutto venne all'esistenza lo Spazio beante[10], poi a sua volta
la Terra dal largo petto, sede per sempre sicura di tutti
gli immortali che abitano le cime del nevoso Olimpo,
e il Tartaro nebbioso nel fondo della Terra dalle larghe strade,
poi Eros che è il più bello tra gli dei immortali
e scioglie le membra[11], e di tutti gli dei, come di tutti gli uomini,
doma nel petto il pensiero e la saggia volontà. »
(Teogonia 120-122. Traduzione di Cesare Cassanmagnago, in Esiodo. Tutte le opere e i frammenti con la prima traduzione degli scolii. Milano, Bompiani, 2009, pag. 121)
A tal proposito Ilaria Ramelli e Carlo del Grande evidenziano come:
« La Teogonia Esiodea sembra riflettere la dottrina teogonica dei sacerdoti di Apollo delfico. In origine sarebbe stato il Χάος, il "vuoto primordiale" e poi αῖα, la Terra, ed Ἔρως o amore, come attrazione reciproca e principio di unione ed armonia »
(Ilaria Ramelli e Carlo del Grande. Teogonia in Enciclopedia filosofica vol. 11. Milano, Bompiani, 2006, pag. 1416)
In un secondo passaggio Esiodo evidenzia Eros come quel dio che, insieme ad Himeros, accompagna Afrodite appena nata[12]:
(GRC) « Τῇ δ᾽ Ἔρος ὡμάρτησε καὶ Ἵμερος ἕσπετο καλὸς
γεινομένῃ τὰ πρῶτα θεῶν τ᾽ ἐς φῦλον ἰούσῃ. »
(IT) « L'accompagnò Eros e il bel Desiderio[13] la seguì
non appena venuta alla luce e avviata a raggiungere la razza degli dei »
(Teogonia 201-202. Traduzione di Cesare Cassanmagnago, in Esiodo. Tutte le opere e i frammenti con la prima traduzione degli scolii. Milano, Bompiani, 2009, pag. 127)
Connesso all'opera di Esiodo vi è il richiamo nella Biblioteca di Apollodoro dove, riferendosi a Io:
« Esiodo e Acusilao affermano che era figlia di Pirene. Io era sacerdotessa di Era, e Zeus la violentò. Scoperto da Era, toccò la fanciulla, la trasformò in una bianca giovenca e giurò che non si era unito a lei. Perciò Esiodo dice che i giuramenti fatti per amore (ἔρωτος) non attirano l'ira degli dei. »
(Biblioteca II,6. Traduzione di Maria Grazia Ciani, in Apollodoro I Miti greci (a cura di Paolo Scarpi. Milano, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, 2008, pag. 87)
Il culto di Eros è attestato da Pausania in Beozia, segnatamente a Tespi:
« Il dio che i Tespiesi onorano fin dai tempi antichi e più di ogni altro dio è Eros e di Eros hanno una statua antichissima, costituita da una pietra grezza. Chi abbia istituito presso i Tepiesi l'usanza di anteporre Eros a tutti gli dei, io non so. »
(Pausania. Periegesi IX, 22, 1. Traduzione di Salvatore Rizzo, in Pausania Viaggio in Grecia - Beozia. Milano, Rizzoli, 2011, pag.225)
L'origine mitica di tale culto, culto forse di origini preistoriche[14], è così spiegata da Conone:
« A Tespi, in Beozia (la città non è molto lontana dall'Elicona), c'era un ragazzo di nome Narciso, molto bello, ma che disdegnava Eros e i suoi amanti. Tutti quelli che l'amavano finirono per rassegnarsi, a eccezione di Amenia che si ostinava a corteggiarlo. Ma Narciso non cedeva alle sue preghiere e perfino gli inviò una spada. Amenia allora si uccise davanti alla porta di Narciso, implorando la vendetta del dio. E Narciso, vedendo il proprio viso e la propria bellezza riflessi nell'acqua di una fonte, divenne, stranamente, amante di se stesso: il primo e l'unico. Alla fine spinto dalla disperazione e avendo compreso che soffriva giustamente per aver respinto l'amore di Amenia, si uccise. A seguito di ciò gli abitanti di Tespi decisero di onorare e di servire Eros, e di rendergli sacrifici sia in pubblico che in privato. E la gente del paese pensa che il fiore del narciso è nato dal loro suolo, laddove fu versato il sangue di Narciso »
(Conone Racconti XXIV, tramandato da Fozio, III, 134b.)
Pausania riporta anche di un altare ad Eros posto di fronte all'ingresso dell'Accademia:
« Davanti all'ingresso dell'Accademia[15] c'è un altare di Eros la cui epigrafe attesta che Carmo[16] fu il primo degli Ateniesi che abbia dedicato un altare ad Eros »
(Pausania. Periegesi I, 30, 1. Traduzione di Salvatore Rizzo, in Pausania Viaggio in Grecia - Attica e Magaride. Milano, Rizzoli, 2011, pag. 269)
Tuttavia, come nota Gerard Krüger[17]:
« a questa venerazione mancano realmente la piena dignità ed il valore di un servizio religioso: Eros non è un dio del culto statale. »
(Gerard Krüger. Ragione e passione: l'essenza del pensiero platonico. Milano, Vita e Pensiero, 1996, pag. 34)
Tanto che così ci si lamenta nell'Ippolito di Euripide[18]:
« Invano, invano, sull'Alfèo,
nei templi di Febo a Delfi, addensa
la Grecia ecatombi se d'Amore
tiranno dell'uomo, ch'è custode
dei letti figliolo
d'Afrodite, non c'è riguardo, e non si venera
il dio che tutto rovina
e dà calamita
all'uomo, se giunge. »
(Euripide. Ippolito 535 sgg. Traduzione di Maria Pontari, in Euripide, Le tragedie vol. 1, Milano, Mondadori, 2007, p.279)

Eros nelle teogonie orfiche[modifica | modifica wikitesto]

Eros possiede un ruolo fondante in alcune teogonie orfiche. Questo emerge già nella teogonia di tipo "parodistico", ma di derivazione orfica, presente in Aristofane (V-IV secolo a.C.) negli Uccelli (vv. 693-702)[19]:
  • in principio vi sono Chaos, Nyx (Notte), Erebo e Tartaro;
  • nel buio Erebo, Nyx genera un Uovo "pieno di vento";
  • da questo Uovo emerge Eros dalle ali d'oro;
  • unitosi durante la notte al Chaos, Eros genera la stirpe degli "uccelli";
  • quindi genera Urano (Cielo) e Oceano, Gea (Terra) e gli dèi.
Tale brano è ritenuto il testo più antico attribuibile all'orfismo, «esso riproduce sinteticamente la forma scritta più antica delle teogonie orfiche, evocata anche da Platone, da Aristotele e trasmessa da Eudemo»[20].
Un frammento, che richiama Eudemo da Rodi (IV secolo a.C.) riprende la Notte come origine di tutte le cose e Eros al terzo posto:
« La teologia esposta nell'opera del peripatetico Eudemo come se fosse di Orfeo ha taciuto tutto ciò che è intelligibile, in quanto totalmente indicibile e inconoscibile [...] ha posto come principio la Notte, dalla quale inizia pure Omero, anche se non ha reso continua la genalogia. Infatti non si deve accogliere l'affermazione di Eudemo che inizi da Oceano e Teti: infatti egli sembra essere consapevole che pure la Notte è una divinità grandissima, a tal punto che anche Zeus la venera: "Infatti egli temeva di compiere azioni sgradite alla Notte veloce". Ma Omero stesso deve cominciare dalla Notte; invece mi pare di capire che sia stato Esiodo per la prima volta, narrando del Caos ad aver chiamato il Caos la natura inconoscibile dell'intelligibile e compiutamente indifferenziata e a far derivare da lì la Terra come il principio primo, come il principio primo, se così si può dire, dell'intera generazione degli dei; a meno che il Caos non sia il secondo dei due principi, mentre la Terra, il Tartaro e Eros i tre oggetti dell'intuizione ed Eros è al terzo posto, in quanto contemplato secondo un ritorno. Questa espressione è impiegata pure da Orfeo nelle rapsodie: la Terra è al primo posto, in quanto per prima si è solidificata in una massa solida e stabile, il Tartaro a quello intermedio, perché già mosso verso una differenziazione. »
(Eudemo da Rodi. Frammento 150, in Orfici. Testimonianze e frammenti nell'edizione di Otto Kern, 28 [1]; traduzione di Elena Verzura. Milano, Bompiani, 2011, p.227)
Nel complesso queste teogonie presentano un inizio caratterizzato da una sfera perfetta nella Notte cosmica, quindi una totalità rappresentata da Phanes (Φάνης, Luce, "vengo alla Luce", anche Fane, Protogono Πρωτογόνος, Erichépaio Ἠρικεπαῖος) androgino e con le ali dorate, completo in sé stesso ma dai lineamenti irregolari, e, infine, da questa unità ancora perfetta un insieme di accadimenti conducono a dei processi di differenziazione. Quindi emerge Zeus in cui tutto viene riassorbito e rigenerato nuovamente per una seconda processione, dalla quale emerge Dioniso che, tuttavia, per una macchinazione di Era, sposa di Zeus, verrà divorato dai Titani. Zeus irato scaglia contro costoro il fulmine: dalla fuliggine provocata dalla combustione dei Titani sorgono gli uomini composti dalla materia di questa, mischiata con la parte dionisiaca frutto del loro banchetto.
E «Primo nel governare il mondo, Fane-Protogono-Erichépaio si chiama anche Eros»[21].

Eros filosofo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Eros (filosofia).
  • Il tema di Eros/Amore è citato in Parmenide (V sec. a.C.) [22] ma in Empedocle (V sec. a.C.) acquisisce un ampio impianto teologico quando il filosofo siceliota pone accanto alle quattro "radici" (ριζώματα), poste a fondamento del cosmo, e motore del loro divenire nei molteplici oggetti della realtà, due ulteriori principi: Φιλότης (Amore) e Νεῖκος (Odio, anche Discordia o Contesa); avente il primo la caratteristica di "legare", "congiungere", "avvincere" (σχεδύνην δὲ Φιλότητα «Amore che avvince» [23]), mentre il secondo possiede la qualità di "separare", "dividere" mediante la "contesa". Così Amore nel suo stato di completezza è lo Sfero (Σφαῖρος), immobile (μονίη) uguale a sé stesso e infinito (ἀλλ' ὅ γε πάντοθεν ἶσος 〈ἑοῖ〉 καὶ πάμπαν ἀπείρων [24]). Egli è Dio. Significativo è il fatto che Empedocle appelli Amore con il nome di Afrodite (Ἀφροδίτη)[25], o con il suo appellativo di Kýpris (Κύπρις)[26], indicando qui la «natura divina che tutto unisce e genera la vita»[27]. Tale accostamento tra Amore e Afrodite ispirò al poeta romano Lucrezio l'inno a Venere, collocato nel proemio del De rerum natura. In questa opera Venere non è la dea dell'amplesso, quanto piuttosto «l'onnipotente forza creatrice che pervade la natura e vi anima tutto l'essere», venendo poi, come nel caso di Empedocle, opposta a Marte, dio del conflitto.
  • Con Platone (V-IV sec. a.C.) si compie il fondamentale passo filosofico e teologico inerente a Eros. Nel Fedro[28] l'anima (ψυχή, psyché) umana decade dal mondo perfetto e intelligibile nel corpo fisico, durante il suo esilio prova un'irresistibile nostalgia per la condizione perduta. Nel Simposio[29] Eros è un demone figlio di Indigenza (Πενία Penia, la madre) e Espediente (Πόρος , Poros, il padre). Povero come la madre, Eros aspira alla ricchezza del padre: Eros è quindi anche una tendenza, una mania (μανία), uno stato emotivo provocato dalla bellezza terrestre che stimola il ricordo di quella perfetta e intelligibile, celeste, da cui l'anima è caduta [30]. Non è tuttavia la "bellezza" l'oggetto del desiderio dell'anima ma la sua fecondità[31]. A questo punto il filosofo ateniese individua due tipi di Eros: l'amore sensuale (πάνδημος ἔρως, pandemos eros) attratto dalla bellezza dei corpi provocante la fecondità fisica, e l'amore celeste (ουράνιος ἔρως , oruanios eros) attratto dall'amore spirituale e provocante al fecondità spirituale[32]: «E malvagio è quell'amante che è volgare e ama il corpo più dell'anima»[33]. Il vero amante si eleva quindi per sei gradi di attrazione che lo conducono dall'attrazione fisica alla realizzazione spirituale [34]: amore per un corpo bello; amore per la bellezza fisica in sé; amore per la bellezza delle attività, delle condotte; amore per la bellezza del sapere; amore per la Bellezza in sé: «È questo il momento della vita, o caro Socrate -disse la straniera di Mantinea-, che più di ogni altro è degno di essere vissuto da un uomo, ossia il momento in cui un uomo contempla il Bello in sé. E se mai ti sarà possibile vederlo, ti sembrerà ben superiore all'oro, alle vesti, e anche ai bei ragazzi e ai bei fanciulli [...] Che cosa, dunque, noi dovremmo pensare -disse- se ad uno capitasse di vedere il Bello in sé assoluto, puro, non affatto contaminato da carni umane e da colori e da altre piccolezze mortali, ma potesse contemplare come forma unica lo stesso Bello divino?».
  • Il filosofo ed esegeta di Platone, Plotino (III sec. d.C.), continuatore coerente dell'opera del filosofo ateniese, riprende, nelle Enneadi, le conclusioni dello stesso inserendo tuttavia tra le tre entità/persone da lui indicate con il termine di hypostasis (ὑπόστᾰσις): Hen (ἕν, l'Uno), il Nous (νοῦς, l'Intelletto) e la Psyche (ψυχὴ, Anima) una relazione di "processione" (πρόοδος). Dal che l'unica "realtà" consiste in queste tre hypostasis che procedono una dall'altra: dall'Uno (il Bene, il primo, inconoscibile e ineffabile mistero dell'unità, intuibile solo per mezzo dell'esperienza religiosa) procede l'Intelletto (altro dall'Uno, è la prima molteplicità che "pensa", il mondo eterno delle Idee, è il logos dell'Uno che contempla l'Uno e da questa contemplazione deriva la sua generazione delle Idee), dall'Intelletto procede l'Anima universale (Afrodite celeste) che intermedia fra l'essere costituito dalle tre hypostasis e il mondo sensibile. Se l'Uno rende conto dell'unità del reale, e l'Intelletto della sua intelligibilità, l'Anima universale rende conto della vita e del movimento contemplando l'Intelletto con la sua parte superiore, mentre rende conto delle forme sensibili con la sua parte inferiore (Afrodite terrestre). Al di fuori di queste tre ipostasi eterne tutto il resto, quindi il mondo sensibile, è privo di realtà, è pura apparenza, inganno e non-Essere. Dall'Anima universale (Afrodite celeste) procedono l'Anima del mondo (Afrodite terrena) e le anime individuali dei viventi. Ma se l'Anima del mondo essendo vincolata al corpo dell'universo con un legame non dissolubile risulta eterna nelle sue caratteristiche sensibili, le anime individuali sono in qualche modo destinate a "ribellarsi" alle leggi dell'universo, oppure ad armonizzarsi alle stesse. Nel primo caso sono destinate alla corruzione, trasmigrando di esistenza in esistenza, cambiando corpi fisici ma potendo, se lo vogliono, riconquistare la condizione dell'unità perduta. Nella teologia plotiniana ciò che è relativo ai sensi non solo riguarda quell'ambito, ma rimanda sempre alla realtà intellegibile da cui procede. Quindi ciò che è "bello" per i sensi rimanda sempre all'"Idea" del Bello assoluto di cui l'arte ne è una rivelazione. Quindi l'artista non produce da sé, ma rivela l'Essere di cui intuisce la portata. Chi contempla l'opera d'arte esce da sé per vivere l'esperienza dell'opera solo apparentemente, in realtà è l'opera stessa con la sua bellezza che lo mette in contatto con la sua vera natura, con l'anima che è in lui. Allo stesso modo nella vita affettiva il bello corporeo può avere la funzione di rivelare ciò che è vero in noi stessi. Ne consegue che se l'uomo ricerca i beni o le bellezze sensibili lo fa innanzitutto perché questi lo richiamano all'Uno, al Bene, alla sua vera natura di cui sono immagine. Così Eros è sia una divinità che aiuta l'uomo a ricongiungersi al Bene, sia un diverso essere, un demone, che lo spinge a mischiare l'anima con la materia. Essendo molteplici gli Eros delle anime, Plotino li intende come Eroti (Erotes).
  • Il filosofo tardo platonico Proclo (V sec. d.C.) è, tra l'altro, autore di un inno ad Afrodite che riassume poeticamente la teologia platonica sul tema:
(GRC) « ῾Υμνέομεν σειρήν πολυώνυμον ’Αφρογενείης
καί πηγήν μεγάλην βασιλήιον, ής άπο πάντες
αθάνατοι πτερόεντες ανεβλάστησαν ’’Ερωτες,
ών οι μέν νοεροίσιν οιστεύουσι βελέμνοις
ψυχάς, όφρα πόθων αναγώγια κέντρα λαβούσαι
μητέρος ισχανόωσιν ιδείν πυριφεγγέας αυλάς:
οι δέ πατρός βουλήσιν αλεξικάκοις τε προνοίαις
ιέμενοι γενεήσιν απείρονα κόσμον αέξειν
ψυχαίς ίμερον ώρσαν επιχθονίου βιότοιο.
άλλοι δέ γαμίων οάρων πολυειδέας οίμους
αιέν εποπτεύουσιν, όπως θνητής από φύτλης
αθάνατον τεύξωσι δυηπαθέων γένος ανδρών:
πάσιν δ’ έργα μέμηλεν ερωτοτόκου Κυθερείης.
αλλά, θεά, πάντη γάρ έχεις αριήκοον ούας,
είτε περισφίγγεις μέγαν ουρανόν, ένθα σέ φασι
ψυχήν αενάοιο πέλειν κόσμοιο θεείην,
είτε καί επτά κύκλων υπέρ άντυγας αιθέρι ναίεις
σειραίς υμετέραις δυνάμεις προχέουσ’ αδαμάστους,
κέκλυθι, καί πολύμοχθον εμήν βιότοιο πορείην
ιθύνοις σέο, πότνα, δικαιοτάτοισι βελέμνοις
ουχ οσίων παύουσα πόθων κρυόεσσαν ερωήν. »
(IT) « Cantiamo la stirpe onorata di Afrogenia
e l'origine grande, regale, da cui tutti
nacquero gli immortali alati Amori,
dei quali alcuni con dardi intellettivi saettano
le anime, affinché punte da stimoli sublimanti di desideri,
agognino vedere le sedi d'igneo splendore della madre[35];
altri, invece, in obbedienza ai voleri e ai previggenti, salutari consigli del padre[36],
desiderosi d'accrescere con nuove nascite il mondo infinito,
eccitano nelle anime il dolce desiderio della vita terrena.
Altri ancora sui vari sentieri degli amplessi nuziali
incessantemente vigilano, onde da stirpe mortale
immortale rendere il genere degli uomini oppressi dai mali
e a tutti stanno a cuore le opere di Citerea, madre d'amore.
Ma, o dea, poiché tu dovunque porgi orecchio attento,
o che circondi il vasto cielo, dove dicono che tu
sia l'anima divina del mondo eterno,
o che risiedi nell'etere al di sopra dell'orbite dei sette pianeti[37],
riversando su di noi, che da te discendiamo, indomite energie,
ascolta, e il doloroso cammino della mia vita
guida coi tuoi santissimi strali, o veneranda,
placando l'impeto gelido dei desideri non pii. »
(Proclo, Inno ad Afrodite. Traduzione di Davide Giordano, in Proclo, Inni, Firenze, Fussi, 1957, pp. 26-29)

Pittura[modifica | modifica wikitesto]

Arrows-folder-categorize.svgLe voci sui singoli soggetti sono elencate nella Categoria:Dipinti su Cupido

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ T. G. Rosenmeyer, Eros-erotes Phoenix 5 (1951): 12.
  2. ^ T. G. Rosenmeyer, Eros-erotes Phoenix 5 (1951): 12-13.
  3. ^ Metamorphoseon anche conosciuta come L'asino d'oro (Asinus aureus)
  4. ^
    « Eros was the ancient Greek god of sexual (either homosexual or heterosexual) love or desire. »
    (M. L.West (1987) Eleonora Cavallini (2005). Eros in Encyclopedia of Religion, vol. 4. New York, Macmillan, 2004, pag. 2832)
  5. ^ Il corrispondente dio romano è indicato come Amor o Cupido
  6. ^ Ivan Gobry. Eros in Le vocabulaire grec de la Philosophie 2002, trad. it. Vocabolario greco di filosofia. Milano, Bruno Mondadori, 2004, pag. 80. Anche
    « The word erōs is the ordinary noun denoting that emotion; it could be personified and treated as an external being because of its unfathomable and irresistible power over humans (and animals and gods). »
    (M. L.West (1987) Eleonora Cavallini (2005). Eros in Encyclopedia of Religion, vol. 4. New York, Macmillan, 2004, pag. 2832)
  7. ^ La corrispondente nozione latina è resa come desiderium, amor, cupiditas, libido
  8. ^ George M. A. Hanfmann. Oxford Classica Dictionary. Oxford University Press, 1970. In italiano Dizionario delle antichità classiche, Cinisello Balsamo, Paoline, 1995, pag. 849.
  9. ^ Troia cadde per la passione di Paride. Aiace perse la vita sulla via del ritorno punito da Poseidon per aver egli violato, vittima della passione, la sacerdotessa Cassandra all'interno dello stesso santuario dedicato ad Artemide. Per quanto attiene Teseo, forse si riferisce al voto di morte nei confronti del figlio espresso nella vicenda di Fedra e Ippolito.
  10. ^ Nota Cesare Cassanmagnago, allievo di Giovanni Reale, (Op.cit. pag. 927 n. 23) come sia del tutto inopportuno rendere Χάος (Chaos) con il termine italiano di "caos" indicando questo uno stato di confusione che nulla ha a che fare con la nozione greca. Lo scoliaste lo indica come kenòn, lo spazio vuoto tra cielo e terra dopo che una possibile unità originaria fu spezzata. D'altronde lo stesso Esiodo lo indica come eghèneto non il principio quindi, ma ciò che da questo per prima appare.
  11. ^ George M. A. Hanfmann, nell'Oxford Classica Dictionary (Oxford University Press, 1970, in italiano Dizionario delle antichità classiche Cinisello Balsamo, Paoline, 1995, pag. 849) nota il collegamento tra questo passo esiodeo e il precedente omerico.
  12. ^ Nota George M. A. Hanfmann, nell'Oxford Classica Dictionary (Oxford University Press, 1970, in italiano Dizionario delle antichità classiche Cinisello Balsamo, Paoline, 1995, pag. 849) come molti studiosi ritengano che in realtà Eros non si limiti ad accompagnare Afrodite, ma può accompagnare qualsivoglia altra divinità quando ciò concerne episodi di amore.
  13. ^ "Desiderio ardente" (Ἵμερος, Himeros). Nota lo scoliaste che mentre Eros nasce dalla vista, Himeros nasce dal sentimento di brama (epythimeìn) dopo aver visto.
  14. ^ Il mito di Narciso e l’interpretazione di Plotino in L’Immagine riflessa, Anno X, 2001, n. 1, pag. 12
  15. ^ Qui intesa come quella vasta area a Nord-Ovest del Dyplon circondata a partire dal VI secolo a.C. dal Muro di Ipparco.
  16. ^ Aten.,13, 609d, da Clitodemo attidografo così riporta«Carmo fu amante di Ippia e fu il primo a innalzare la statua di Eros all'Accademia. L'iscrizione dice: "Eros dai varii inganni, a te quest'altare eresse/Carmo presso gli ombrosi confini del ginnasio». Cfr. Salvatore Rizzo. Op.cit. pag. 432.
Ovvio in questo mondo di slatinizzati viepiù di slatinizzate prendere a prestito da Jeroimus idiozie quali quelle testè salmodiate acquieta le anime belle i poveri di spirito perché di loro è il regno dei cieli. Perché mai Pietro Giacomo e Giovanni e solo loro il biondo nazareno predilige per appartarsi non so dove, e perché mai il cornuto Mosè ha voglia di svegliare l'attempato Elia per risalir come qualche millennio primo nel solito monte sionista degli squinternati diec...i comandamenti per farsi una ciarlata con Gesù? Forse bisogna essere omofili per capire ed io sono dannatamente omofobo tanto da attirarmi le ire vindici dell bellissima opalescente Ornella prossima a vederla dell'intelletuossimo avanspetacolo della Bolero Teatro di quirinetta avvenenza. Non son "saggio" per rinunciare agli idola fori idola theatri. E se qulcuna ha voglia di idoltrarmi le dico: no grazie, mi basta esser Mephisto!
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Lillo Taverna
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Lillo Taverna ha condiviso il post di Giovanni Grasso.
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Giovanni Grasso con Maria Pia Calapà e altre 67 persone.
3 h
------ Amici, eccomi, col Vangelo di Luca -----
-------------- Domenica 21 Febbraio --------------
------------ II° Domenica di Quaresima ----------
-----------...- GIORNO DEL SIGNORE -----------
Viderunt gloriam eius
9,
28 Factum est autem post hæc verba fere dies
octo, et assumpsit Petrum et Ioannem
et Iacobum et ascendit in montem, ut oraret.
29 Et facta est, dum oraret, species vultus eius
altera, et vestitus eius albus,
refulgens.
30 Et ecce duo viri loquebantur cum illo,
et erant Moyses et Elias,
31 qui visi in gloria dicebant
exodum eius, quam completurus erat
in Ierusalem.
32 Petrus vero et qui cum illo gravati erant
somno; et evigilantes viderunt
gloriam eius et duos viros, qui stabant cum illo.
33 Et factum est, cum discederent ab illo,
ait Petrus ad Iesum:
«Præceptor, bonum est nos hic esse;
et faciamus tria tabernacula:
unum tibi et unum Moysi et unum Eliæ»,
nesciens quid diceret.
34 Hæc autem illo loquente, facta est nubes
et obumbravit eos;
et timuerunt intrantibus illis in nubem.
35 Et vox facta est de nube dicens:
«Hic est Filius meus electus; ipsum audite.»
36 Et dum fieret vox, inventus est Iesus solus.
Et ipsi tacuerunt et nemini dixerunt
in illis diebus quidquam ex his, quæ viderant.
Traduzione
Videro la sua gloria
28- Circa otto giorni dopo questi discorsi,
prese con se Pietro, Giovanni e
Giacomo e salì sul monte a pregare.
29- E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto
e la sua veste divenne candida e sfolgorante.
30- Ed ecco due uomini parlavano con lui:
erano Mosè ed Elia,
31- apparsi nella loro gloria, e parlavano della
sua dipartita che avrebbe portato a compimento
a Gerusalemme.
32- Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal
sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua
gloria e i due uomini che stavano con lui.
33- Mentre questi si separavano da lui,
Pietro disse Gesù:
«Maestro, è bello per noi stare qui.
Facciamo tre tende,
una per te, una per Mosè ed una per Elia»,
egli non sapeva quel che diceva.
34- Mentre parlava così, venne una nube
e li avvolse;
all’entrare in quella nube, ebbero paura.
35- E dalla nube uscì una voce, che diceva:
«Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo.»
36- Appena la voce cessò, Gesù restò solo.
Essi tacquero e in quei giorni non riferirono
a nessuno ciò che avevano visto.
Pensiero:
Luca precisa che Gesù «ascendit in montem, ut oraret.»; dato che Il monte nella memoria della biblica resta sempre il luogo preferito nell’incontro dell’uomo con Dio.
Mentre la trasfigurazione, nella visione che non finisce con la scomparsa di Mosè e di Elia, è un’anticipazione -se volete- una esplicazione dell’annuncio della risurrezione di cui Luca aveva già parlato al termine della profezia della passione; [9, 22], ci pone l’interrogstivo “chi è Gesù?”
Essa ne svela il mistero di Gesù. Lui: il Figlio del Padre, l’eletto nell’imperativo del Padre rivolto a tutti: «ipsum audite»! Ascoltatelo: Si! Obbedire a “Gesù solo” che, della fine del brano, rappresente l’apice del racconto. [9, 36]
L’idea di Pietro racchiusa in una stretta e limitata cerchia di persone: «Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elia.» è dalo stasso Evangelista svuotata dove precisa: «nesciens quid diceret.»
Alla Fine, quindi la trasfigurazine ci dice -in modo inconfondibile- che Egli è il Figlio del Padre, quel «Iesus solus».
Ora sappiamo chi è Gesù e perché lo dobbiamo ascoltare è un suo ordine perentorio, già detto nel brano precedente, dove evidenzia -senza mezzi termini- la nessità della Croce per lui e per noi; lo si può dedurre dalla scena finale: “solo Gesù davanti ai suoi discepoli.”
Quel “solus” che l’Evangelista esalta e, nello stesso tempo esulta, come a voler dire: Non c’è nessun altro Maestro o profeta all’infuori di Lui: L’Unico, L’Assoluto, il Figlio di Dio.
Luca evidenzia, nel momento della trasfigurazione di Gesù dove afferma: «dum oraret.» Ma che cos’è la preghiera? Nel Maestro è -anzitutto- ricerca della solitudine, uno star da solo per incontrare Qualcuno; uno spazio-tempo dedido all’incontro con sé e con Dio; e per noi è quel silenzio -nel segreto della propria camera- e noto solo a Dio, che vede nel segreto.
Diceva Madre Teresa di Cacutta, oggi Santa: “Frutto del silenzio è la preghiera. Frutto della preghiera è la fede. Frutto della fede è l’amore. Frutto dell’amore è il servizio. Frutto del servizio è la pace”
Noi non dobbiamo fare altro che dare spazio al [V. 9,35] Invero pregare non è vedere e neanche toccare ma ascoltare; è detto: “con gli occhi portiamo noi dentro il mondo. Con le orecchie portiamo il mondo dentro noi.”
giovanni grasso
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Lillo Taverna assumpsit Petrum et Ioannem
et Iacobum et ascendit in montem, ut oraret.
29 Et facta est, dum oraret, species vultus eius
altera, et vestitus eius albus,
refulgens.
30 Et ecce duo viri loquebantur cum illo,
et erant Moyses et Elias,
31 qui visi in gloria dicebant
exodum eius, quam completurus erat
in Ierusalem.
32 Petrus vero et qui cum illo gravati erant
somno; et evigilantes viderunt
gloriam eius et duos viros, qui stabant cum illo.
33 Et factum est, cum discederent ab illo,
ait Petrus ad Iesum:
«Præceptor, bonum est nos hic esse;
et faciamus tria tabernacula:
unum tibi et unum Moysi et unum Eliæ»,
nesciens quid diceret.
34 Hæc autem illo loquente, facta est nubes
et obumbravit eos;
Lillo Taverna Ovvio in questo mondo di slatinizzati viepiù di slatinizzate prendere a prestito da Jeroimus idiozie quali quelle testè salmodiate acquieta le anime belle i poveri di spirito perché di loro è il regno dei cieli. Perché mai Pietro Giacomo e Giovanni e solo loro il biondo nazareno predilige per appartarsi non so dove, e perché mai il cornuto Mosè ha voglia di svegliare l'attempato Elia per risalir come qualche millennio primo nel solito monte sionista degli squinternati dieci comandamenti per farsi una ciarlata con Gesù? Forse bisogna essere omofili per capire ed io sono dannatamente omofobo tanto da attirarmi le ire vindici dell bellissima opalescente Ornella prossima a vederla dell'intelletuossimo avanspetacolo della Bolero Teatro di quirinetta avvenenza. Non son "saggio" per rinunciare agli idola fori idola theatri. E se qulcuna ha voglia di idoltrarmi le dico: no grazie, mi basta esser Mepisto!.
rima baciata o meno, quaestio diabolica. Dante Alighieri apre il venticinquesimo canto della Divina Commedia (Inferno, versi 1-3[6]) così:
« Al fine de le sue parole il ladro / le mani alzò con amendue le fiche, gridando: "Togli, Dio, ch'a te le squadro!". »
Cito Dante Alighieri e mi salvo il collo, la giro al femminile del fico e non temo di quella pira l'orrendo fuoco essendo molto caustica quella via che porta a Sant’Erasmo come successe nell'invenzione tutta sciasciana a fra' Diego La Matina.
Caro Antonio , sto scoprendo che sia che sia cunnu che sia sticchiu, stu pirripipacchiu - iu lu scrivu. con due erre come lo si dice in quel del mio paese, tu lieve e vezzoso per essere alla pari del Barone caro a Carmelo - mi pari sulu cosa nostra di Racarmutu
specie ora che avendo perso voi la Fratellanza siamo noi fradigati ad avere il sacro romano impero di cosa nostra: piripacchiu o come dico io così come diceva ma zzi Vicienzu non lo trovo o non la trovo in nessun dizionario vernacolo e in nessuna wikipedia e simili.
Noi che il maschile lo diciamo per vanteria al femminile (minchia) e il femminile al maschile – sticchiu - ma offendiamo aggettivando "ddra sticchiuta di so ma" non potevamo che inventarci un onomatopeico pirripipacchiu tutto al maschile non per accordo con minchia, ma perché sempri cosa da masculu è, senza pudori e di norma senza voler provare ciò che la donna prova ( chiddri nantri li chiamammu 'arrusi).
A tia mi sapi ca ssi versi quarchi racarmutisi ti li'nsignà.
E non fare come i miei paesani che senza nulla sapere mi devono pure insegnare cosa è la Centrale dei Rischi cui ho prestato i miei servizi in via Venti Settembre qui a Roma costeggiando il Quirinale.