mercoledì 2 novembre 2016








Le commissioni tributarie locali, a dire del De Stefano






Ripigliamo il De Stefano: «il governo intervenne perché le commissioni per la tassazione fossero  costituite non solo di “facultosi”, ma anche di “mediocri” e “infimi” in numero uguale, e ordinò che ogni anno si convocasse il consiglio generale. Ma la equa ripartizione e il riassetto finanziario restarono sempre un mito. Nonostante i continui espedienti e le operazioni finanziarie di molti comuni […] la finanza locale fu sempre “exausta”, “pauperrima”, e lo stesso Filippo II se ne preoccupò; i bilanci furono sempre dissestati per le spese della stessa amministrazione, per i bisogni dell’annona, per gli interessi su debiti – “per cui sono continuamente vessati da commissari et delegati quali veramente consumano et rovinano”, tanto che alcuni comuni furono costretti a chiedere anche moratoria – per le fortificazioni e mura cittadine, per i diritti di posata e di alloggiamento delle truppe, dei capitan d’armi, dei loro provisionati.»



Non difetta l’informazione; ma l’acume critico non sempre soddisfa. Abbiamo riportato un esempio concreto, quello di Racalmuto. Piccolo centro si dirà per essere significativo. Là, comunque, le spese per l’annona sono molto contratte, per l’equità tributaria non pare vi siano dati per preoccuparsene, ma le spese militari risultano sovrabbondanti, gli squilibri sono perniciosi soprattutto per pompaggi di liquidità, forieri di ristrettezze e di malessere sociale. La genesi della mala politica tributaria va ricercata altrove; diciamolo pure, nella sudditanza da un re straniero, da un governo spagnolo, da una nequizia palermitana con il suo parlamento, con le arroganze dei tre bracci egemoni, con l’insensibilità verso la periferia, il comune agricolo, il paesino in cui questo distinguo tra ‘facultusi’, ‘mediocri’ ed ‘infimi’ non è rilevante, non è barriera sociale e non consente furbizie impositive. I rappresentanti dei quartieri appartengono quasi tutti ad un minuscolo ceto medio, a mastri più svegli di li jurnatari ma rispettosi e sostanzialmente assimilabili ai pochi ‘allittrati’, ai magnifici che fanno il notaio nel piccolo centro, o il capitano, o il nobil uomo addetto al governatore del castello, o il prete (l’arciprete, quasi sempre, viene da fuori, prescelto da un vescovo che raramente mette piede in paese). Non vi è molta acredine tra le classi sociali; queste non sempre si distinguono con steccati insormontabili. Qualche tendenza a fare matrimoni separati per il mantenimento del patrimonio familiare conquistato con tenacia e sacrificio (talora invero con la deprecabile usura) la si registra. Pullulano però le confraternite; là l’interclassismo è fisiologico: gestire i sottosuoli delle chiese di proprietà per la “buona morte”, per la sepoltura dignitosa – sperando che sia ‘immarcescibile’ - accomuna, smussa le differenze: con rotazioni persino semestrali si diventa governatori, sindaci, priori, membri del consiglio di amministrazione, diremmo oggi. E la scelta ricade indistintamente tra i più apprezzati confrati, e non sempre sono i ‘magnifici’ a spuntarla, pur numerosi e pur validi. Vi è anzi una rappresentanza interclassista che ancor oggi sorprende e favorevolmente. ‘Monaci e parrini, vidici la missa e stoccaci li rini’ si diceva, ma senza malanimo o anticlericalismo; il motto stava a significare che tolta la parte religiosa – per questo c’era il cappellano –  poi l’amministrazione e la gestione competevano ai laici. I rolli che si conservano in matrice a Racalmuto testimoniano ancora  una corretta e valente gestione.



I monitorij






Nella “relatio” in volgare del Traina che abbiamo tralasciato forse da troppo tempo ecco sbucare l’accenno ad un istituto tutto particolare del ‘600 episcopale agrigentino: i monitorrj. Dice il Traina che la sua arma contro giurati sopraffattori, a suo favore ed a favore dei privilegi degli ecclesiastici suoi amici ha usato (e noi pensiamo: abusato) l’arma dei monitorij. Un’arma che doveva essere religiosa e diviene invece una sopraffazione ecclesiastica contro la giusta richiesta di contributi alla locale finanza, non solo disastrata ma soprattutto necessaria di fondi appunto per l’annona, per dare il pane quotidiano di cui parla il pater noster al popolo affamato. Si tratta in parole povere di uno snaturamento della giurisdizione ecclesiastica. L’andazzo avrà ulteriori risvolti perniciosi fino a degenerare nella arcinota controversia liparitana, concretatasi ad Agrigento in una crisi politica e religiosa nei primi decenni del Settecento, quale nella sostanza è mirabilmente rappresentata nel Re di Girgenti di Camilleri.

Un quarto dei registri dei vescovi di quell’epoca è costituito, ad Agrigento, da codeste sanzioni, apparentemente di natura religiosa, in sostanza espressione di un potere usurpato, quello giudiziario in materia civile. Studi negli anni ‘Sessanta del Collura ne forniscono significati ed ingerenze antigiuridiche. In mancanza ancora di codici e di separazione tra i vari poteri vigeva una sorta di costituzione materiale, donde codesto potere giudiziario del vescovo nel campo dei diritti civili, ed anche purtroppo in quello delle pressioni giuspubblicistiche. I giurati non potevano tassare per le finalità della locale finanza, bloccati e braccati com’erano allorché  andavano a toccare pretesi privilegi della chiesa agrigentina. Si beccavano una scomunica, subivano intollerabili ‘monitoij’.



Per un orientamento ci avvaliamo di un vecchio testo di diritto ecclesiastico[3] e ne stralciamo un paragrafo:

XXIV de literis monitorialibus.

Praeterea quascumque monitoriales, poenalesque literas in forma significavit, consueta, contra occultos, et ignotos malefactores, satisfacere, conscios vero revelare differentes, servata tamen forma Concilii Tridentini, nec non constitutionis Pii Papae V, praedecessoris nostri, super haec editae, concedendi.



 Trattavasi dunque di lettere monitorie contro malfattori ignoti ed occulti, con l’obbligo di chi sapeva qualcosa di renderla nota, ovviamente nel rispetto della forma voluta dal Concilio Tridentino e con l’osservanza delle costituzioni di Pio V. Il Gallo, avvocato siciliano del XIX secolo segnalava

a pag. 131 un dispaccio borbonico che precisava contorni ed abusi dei monitori.


Non ostante che il Concilio di Trento con un suo provvido Stabilimento avesse dichiarato (98 ), che i monitorii i quali si spedivano dalle curie vescovili ad finem revelationis pro deperditis seu subtractis rebus, fossero contrari alla sacra dottrina della Chiesa, e che in questi casi i soli vescovi per se stessi e per motivi urgentissimi potessero spedirli, pure l'esperienza costante dal dì che fu pubblicato il concilio di Trento, ha dimostrato sì in questo regno, come in altri luoghi, che gli abusi de' monitorj per i motivi additati eransi resi insoffribili, in grave pregiudizio non meno della giustizia, che in aperto disprezzo delle censure ecclesiastiche, le quali non debbono mai fulminarsi che per gli soli motivi canonici, di pubblico scandalo, di peccatori ostinati e di altri simili eccessi, ma non mai per causa meramente temporale, e per cui le parti offese, per essere ristorati de' loro danni, o per recuperare le robe perdute, o per impedire gli effetti delle false testimonianze, hanno aperto la strada ne' tribunali ordinarj dove per lo appunto queste materie debbono trattare colla dovuta imparzialità ed esattezza. Cotesti monitorj provvidamente furono anni sono proibiti in questo regno (99 S.M. ora non trova ragionevole motivo per recedere da una cotanto salutare disposizione uniforme a' sacri canoni ed all'utilità delle censure, le quali, per essere proficue, non debbano vagare sopra di oggetti estranei, e contrarj al fine per cui sono state inculcate.



Leonardo Sciascia s’imbatté in un atto giudiziale del vescovo Traina. Non ne capì molto, a dire il vero. Del resto il documento gli era stato fornito dall’allora sacerdote Di Giovanna. Il Racalmutese a quel tempo s’industriava nel rendere storico il romanzo di William Galt Fra Diego La Matina ma aveva poca materia per le mani. «Per scrupolo, per non trascurare niente – annotava malinconicamente nella Morte dell’Inquisitore – vogliam aggiungere che può darsi vi sia un fondo di verità […] nella romanzesca invenzione del Natoli […] e vien fuori da un documento che si trova nell’Archivio della Curia Vescovile di Agrigento [Registro Visite, 1643-164]. Da tale documento si rileva che il 6 novembre del 1643 il vescovo di Girgenti ordinava, presumibilmente ad un magistrato della Curia vescovile, di recarsi nella terra di Racalmuto, per scomunicare (servatis servandis), arrestare, tradurre a Girgenti con ogni precauzione, don Federico La Matina. …».



Abbiamo rintracciato quella disposizione e vi abbiamo notato solo certi aspetti procedurali; ovviamente vi era stata prima una lettera monitoria; si erano scoperte talune inadempienze (che noi supponiamo riguardare il patrimonio di quel prete che nulla ebbe a che vedere con il monaco agostiniano ribelle e che fu poi un probo sacerdote molto più assiduo di quel confessare suor Maria Maddalena Camalleri, come s’intigna lo Sciascia); erano scattate le sanzioni di cui parla lo Scrittore.





I monitori secenteschi della Racalmuto di Sciascia






Ben più significativi sono i monitorij che donna Beatrice del Carretto ed altri racalmutesi riuscirono a farsi concedere, a dire il vero alcuni anni prima dell’avvento del Traina ad Agrigento. Stralciamo da un nostro precedente lavoro sulla storia della Racalmuto del Seicento.



Non erano passati molti mesi dalla esecuzione del giovane conte Girolamo III che dei ladri audaci si erano introdotti nel castello per compiere una vera e propria razzia. L’ordine pubblico a Racalmuto era veramente precario: furti, abigeato, rapine nelle campagne (fascine di lino, “vaxelli” di api, frumento, buoi “formentini”) sono ricorrenti. La vedova Facciponti tutrice dei figli ed eredi di Antonino Facciponti, disperata, non ha altro da fare che invocare le sanzioni spirituali (una scomunica a tutti gli effetti) per gli incalliti malviventi che la curia vescovile accorda di buon grado.  La curia invia il provvedimento al rev.do arciprete. Vi leggiamo dati sul feudo di Gibillini, su quello di Laicolia. Sappiamo di furti alla vedova di “molta quantità di filato, robbi di lana, robbi bianchi .. denari et altre robbe, stigli di casa et di massaria”. Se da un lato si ha il disappunto per siffatte malandrinerie, dall’altro  c’è la piacevole sorpresa di venire a sapere che sussisteva uno stato di discreto benessere in diffusi strati della popolazione  racalmutese del Seicento.



Ma la crisi dell’ordine pubblico, qui, investe addirittura l’avvenente giovane vedova del conte. Sempre gli archivi vescovili ci ragguagliano su un’altra scomunica, stavolta comminata ai ladri del castello. Il 3 settembre 1622  altra missiva al locale arciprete (e qui è ribadito che non è più don Vincenzo del Carretto, che peraltro è ancora vivo). “Semo stati significati da parti di donna Beatrice del Carretto et Ventimiglia - recita il monitorio vescovile - contissa di detta terra nec non da parti di don Vincenzo lo Carretto tutori et tutrici de li figli et heredi di del quondam don Ger.mo lo Carretto olim conti di detta terra qualmenti li sonno stati robbati occupati et defraudati molta quantità di oro, argento, ramo, stagni et metallo, robbi bianchi, tila, lana, lino, sita, cosi lavorati come senza, et occupati scritturi publici et privati, derubati debiti et nome di debitori, rubato vino di li dispensi ... animali grossi et vari stigli con arnesi, cosi di casa come di fori.” Un disastro dunque.



Don Vincenzo del Carretto riemerge come tutore dei figli del fratellastro. Affianca la cognata che in quanto donna, anche se contessa, non ha integra personalità giuridica per l’ordinamento del tempo. Ella necessita di un “mundualdo”, compito che ben volentieri l’ex arciprete si accolla. Ed in tale veste lo ritroviamo nei processi d’investitura del piccolo Giovanni V del Carretto risalenti al 1621 (vedansi gli esordi dell’investitura n. 4074 del 1621 sotto la data del primo settembre 1621). Ma non è da pensare che la volitiva vedova concedesse troppo spazio al cognato anche se prete. Nell’anno di vita del conte Girolamo III del Carretto seguente il bizzarro (almeno per noi che scriviamo a distanza di quasi quattro secoli) atto espoliativo di donazione universale, il potere di donna Beatrice Del Carretto-Ventimiglia è già esclusivo. Figuriamoci dopo che l’ingombrante marito si era fatto uccidere da un servo. La tradizione tutta racalmutese di corna, di servi amanti, di perdoni adulterini etc. un qualche fondamento ce l’avrà pure. Indulgervi, però, da parte nostra, sarebbe fuorviante.

La vedova riaffiora dalle ombre del passato con contorni netti allorché, mietendo la peste vittime desolatamente, si decide di postulare al potente cardinale Doria una qualche reliquia di Santa Rosalia, atta a debellare il flagello a Racalmuto.



Riemerge la più generale questione della latitudine della giurisdizione episcopale. L’istituto del monitorio affiora con contorni che non ci pare che gli accademici paludati abbiano del tutto sviscerato; francamente, a nostro avviso, non l’hanno neppure sfiorato. Sempre pronti comunque a chiedere venia per questa nostra arrogante affermazione. Da dilettanti, manteniamoci entro limiti di furba modestia.




Gli anni del tramonto


 


 


L’età decrepita


 


 


L’alacrità del Traina di ritorno da Roma




«Da che ritornò da Roma tutto s’applica agli ornamenti della Cattedrale» abbiamo visto come il presule reagisce alla scoppola dell’inchiesta pontificia, dedicandosi agli orpelli, alla “fabbrica”, ad indorare cattedrale e cappelle. Dimostra un’angustia mentale e soprattutto una mancanza di spirito pastorale, di religiosità che francamente ci turba in un vescovo. “Tutto s’applica” ormai, ma a che cosa? Alle vanità ed alle pompe di questo mondo. Francesco d’Assisi era passato invano, e dire che Traina ne porta il nome. Egli innanzitutto … ma lasciamo a lui la parola: «et primeramente abbellì di stucchi, et pitture la capella maggiore, et poi fabricò altre tre magnifiche capelle, l’una del santissimo Sacramento, e l’altra di San Gerlando primo Vescovo et Patrone della Diocesi, fece sei candeleri d’argento, due veroforarij grandi, et due statue, cioè l’una di detto glorioso san Gerlando, et l’altra di Santa Vittoria, fabricò un organo magnificentissimo di spesa quattro mila scudi, il quale poi rovinò con più della metà della chiesa, et tutto il choro, onde rivoltando esso monsignore vescovo tutte le sue forze alla riedificatione et resarcimento con più di venti mila scudi, l’ha quasi ridotta a miglior essere di prima, et hoggi si sta fabricando lo titolo della Chiesa abbruciato da un miserabile incendio l’anno 1640. Fece similmente la cassa d’argento, dove traslato il corpo, et ossa d’esso venerabile santo di spesa d’altri scudi quattromila. Rifece il palazzo vescovile con aggiungersi un delizioso giardino.»



Qualche empito di generosità a dire il vero non manca e neppure difetta una certa sensibilità alla cultura ed alla formazione dei suoi sacerdoti. Il seminario, soprattutto: «fondò il monte di pietà – si vanta e qui a ragione -  in sussidio di tutti i poveri et bisognosi non solo di Girgento, ma della diocesi.» Non bada a spese per il suo seminario: «spese da 12 mila scudi nell’ampliamento del seminario, accrescendo lo numero degli alunni a sessanta dove prima potevano essere ventidue, sostentandoli del proprio per quel che manca delle rendite d’esso seminario, et accrescendo alle scuole della Grammatica et della humanità la filosofia et theologia, la legge civile et canonica, casi di coscienza, et la musica con ogni sorte di strumenti, ornandolo, et arrichendolo d’una copiosissima libraria, provedendosi de’ libri anche da parte lontana, fece di più donatione di scudi settemila a fine di comprare tante rendite per salario delli ministri del seminario, quali vuole che siano Capellani di San Gerlando, et per mantenimento della libraria.» Ma per il bene delle anime?: nulla ci risulta. E per il resto della diocesi?





I monasteri di Naro, Favara e Racalmuto






In chiusura, frettolosamente annota: «et finalmente fondò due monasterij l’uno della terra della Favara, et l’altro nella terra di Racalmuto, et un altro nella città di Naro.» Non abbiamo ancora approfondito la faccenda del monastero di Favara, né di quello di Naro; non sappiamo neppure se fossero monasteri di frati o di monache. Ma di quello di Racalmuto qualcosa sappiamo e francamente dubitiamo che cosa sia da ascrivere a merito del vescovo. Anzi, siamo certi che si tratta di millantato credito, di plateale falso.



Il Traina si arroga, quindi, il merito di avere fondato il convento racalmutese, che sappiamo aliunde essere il monastero femminile di S. Chiara. La vicenda conventuale trascende, però, il presule agrigentino: era stata donna Aldonza del Carretto a lasciare un legato di appena 100 onze nel lontano 1605



Tra le altre sventure Giovanni V del Carretto ebbe quella di essere pronipote della terribile donna Aldonza del Carretto, proprio quella che passa per benefattrice di Racalmuto per avervi voluto il chiostro femminile della Badia.

Donna Aldonza era figlia di Girolamo I del Carretto, il primo conte di Racalmuto che lasciò ben sei figlie femmine (la stessa Aldonza, Diana, Ippolita, Giovanna, Eumilia e Margherita)  e tre figli maschi (Giovanni IV, Aleramo e Giuseppe). Sull’erede Giovanni IV caddero i pesi del cosiddetto “paragio” - una cospicua dote per ogni fratello e per ogni sorella.  Pare che il violento conte non se ne desse eccessivo pensiero. Snobbò principalmente il dover dotare le sorelle specie quella zitellona che fu donna Aldonza. Questa non glielo perdonò mai, anche sul letto di morte. Redasse un testamento, tanto pio quanto subdolo verso l’inviso fratello conte. Lo escluse, innanzi tutto, dal nutrito numero dei suoi eredi universali, che invece limitò alle sorelle donna Diana, donna Ippolita, donna Giovanna, donna Eumilia e donna Margherita del Carretto «...eius sorores pro equali portione, salvis tamen legatis, fidei commissis, dispositionibus praedictis  et infrascriptis».



Dopo aver fatto alcuni lasciti per la sua anima, dà dettagliate disposizioni per l’erezione del convento di Santa Chiara; invero non lascia, si è detto, una gran cifra, appena 100 onze e pur con il gran valore della moneta liquida di quei tempi, non ci si poteva fare molto. Sennonché quel lascito era a valere di fondi depositati nelle Tavole di Palermo, l’antesignano del Banco di Sicilia. Quelle Tavole andarono fallite. Ma dopo un quarantennio i capitali con la rivalutazione e con gli interessi si ebbe modo di recuperarlo. Noi non escludiamo che il merito – o la pressione nobiliare – sia da ascrivere all’allora potente anche se scapestrato Giovanni V del Carretto. Con quei soldi si riuscì ad acquisire un bel pezzo di terra edificabile nel centro di Racalmuto, nell’esclusivo quartiere Monte. E là si fabbricò il chiostro che oggi ospita la plebea casa comunale.. Annesso c’era anche il giardino su cui i Matrona ed i potentati del dopo Unità d’Italia vollero il pettegolo e pretenzioso teatro comunale. Sciascia ne parò bene; tanto bastò per spingere amministratori ed autorità degli anni 80 a sperperare fondi pubblici per un baraccone teatrale che per il momento consente solo a disoccupati e disoccupate della Racalmuto bene di percepire l’obolo in un euro per visite da parte di irriducibili nostalgici.

Il vescovo Traina diede il benestare episcopale ma volle un suo parente quale assistente ecclesiastico ed a pagamento. Guarda caso, anche l’arciprete di quel tempo era un Traina di Cammarata. Quanto a nepotismo non c’è che dire. Altri soldi racalmutesi che prendevano la via di Cammarata, per volere di quel magnanimo Traina che il re di Spagna aveva voluto vescovo di Agrigento.

Il testamento di donna Aldonza del Carrettoo venne redatto l’8 marzo del 1605. Punto importante per Racalmuto era, dunque, il lascito per la fabbrica del convento femminile. Vi era detto che “essa testatrice volle ed espressamente ordinò ed ordina ai sopraddetti eredi universali che subito ed in contanti, appena giunta la morte della medesima testatrice sopraddetta, i suoi eredi hanno da assegnare e debbono e sono tenuti a versare cento onze di reddito, alla medesima testatrice dovute per il detto Don Ottavio Lanza principe di Trabia, quota parte della maggior somma dovutale in virtù e per forza di contratto, affinché si doti un monastero di nuova fondazione, con il favore di Dio, e lo si costruisca e lo si edifichi nella predetta terra di Racalmuto. Con codeste cento once annuali si faccia fabbricare il detto Monastero ed allorché il detto Monastero sarà completo nel fabbricato ed in ciò che occorrerà”, allora «habbiano da  pigliarsi dudici poveri di detta terra et preditti redditi di onzi cento saranno pro dicto Monasterio videlicet uncias duodecim (12 onze) per l’elemosina del cappellano, lo quale Monasterio et per esso li soi officiali et detto cappellano siano tenuti ogni giorno celebrare una messa allu Venniri, (e) si dica la messa delli cinque piaghi del Signore et un’altra delli Angeli et la colletta a Santo Micheli Arcangelo et onze 88 pro vitto et vestito di detti dudici Monachi poveri da monacarsi per nenti ma per l’amor di Dio. E tutto per remissione di suoi peccati, La electione delli quali monachi si facci per l’arcipreti et Guardiano di Santa Maria di Jesu di detta terra di Racalmuto ...»

 Quella povera donna Aldonza, non credo che abbia mai avute celebrate messe alla Badia, una graziosa chiesetta tra il teatro ed il Comune. Il chiostro di Santa Chiara aprì i battenti poco prima del 1649. Ad Agrigento (Archivio di Stato - inventario n. 46 Vol. 533) si custodisce il “Libro d’esito del Venerabile Monasterio di S. Chiara fundato in questa terra di Racalmuto dell’anno terza inditione 1649”. La prima registrazione è del 24 agosto 1649. Dalla morte della testatrice (1605) alla realizzazione dell’opera passano dunque 44 anni. Se non vi furono latrocini, dovettero essere spesi 4.400 onze, come dire due miliardi e mezzo circa delle nostre lire pre Euro. Tutto quel tempo impiegato per costruire il convento si spiega per il fallimento bancario che abbiamo segnalato; comunque alla fin fine le sorelle superstiti di donna Aldonza (o i loro eredi) rispettarono la volontà testamentaria della arcigna virago. Nel chiostro, però, non andarono solo giovanette chiamate dal Signore di bisognevoli condizioni economiche. Verso la fine del Seicento vi può entrare una Lo Brutto. L’omonimo arciprete annota nei libri della matrice: «Victoria figlia di Giaijmo LO BRUTTO  e della quondam Melchiora, entrò nel monastero di Santa Clara per monacharsi di questa terra di Racalmuto a 24 giugno 8.a Ind. 1685 in presenza dell'Ecc.mi Sig.ri d. Geronimo e Donna Melchiora del CARRETTO conte e contessa di detta terra, dell'ecc.mo Prencipino don Gioseppe et ill.mi donna Maria e donna Gioseppa figli di d.i sig.ri eccell.mi - Dr don Vincenzo LO BRUTTO Archip. di detta terra.»

Nel 1807 il convento è ormai luogo di preghiera (o di frustrazione) delle sole signorine di buona famiglia che i genitori reputano di non dovere sposare per esigenze di bilancio familiare. Lo prova questa sorta di organico monacale:



MARIA AGNESE      FARRAUTO SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA ANGELICA PICONE        SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA ANTONIA   AMELLA      SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA ARCANGELA         GRILLO        SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA CARMELA  CAVALLARO          SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA CATERINA TIRONE        SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA CROCIFISSA          FARRAUTO SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA EMANUELA           GRILLO        SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA FRANCESCA          SAVITTERI  SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA GABRIELLA           GRILLO        SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA GRAZIA       SCIBETTA    SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA MADDALENA        AVARELLO SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA NICOLETTA           GRILLO        SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA RAFFAELLA           CAVALLARO          SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA ROSARIA    TULUMELLO          SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA SALESIA     VINCI            SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA SERAFINA  ALFANO       SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA VENERANDA         GRILLO        SUORA MONASTERO S. CHIARA
PETRA ANTONIA    MATRONA   SUORA MONASTERO S. CHIARA
PETRA MARGHERITA       CAMPANELLA       SUORA MONASTERO S. CHIARA
VINCENZA PAOLO MATTINA     SUORA MONASTERO S. CHIARA
MARIA CHERUBINA          GRILLO        SUORA MONASTERO S. CHIAIRA
MARIA GIACINTA  GRILLO        SUORA MONASTERO S .CHIARA
FRANCESCA CASTELLO CONVERSA MONASTERO S. CHIARA
IGNAZIA       SERRAVILLO         CONVERSA MONASTERO S. CHIARA
VINCENZA    BERTOLINO            CONVERSA MONASTERO S. CHIARA



Dovevano bene ricordarsene i Matrona, i Savatteri, i Grillo, i Vinci, i Farrauto, i Cavallaro, gli Alfano, i Tulumello, i Tirone, quando con le leggi Siccardi, dopo l’Unità d’Italia, non parve loro vero di arraffare i beni della chiesa e di trasformare quel convento secolare in una fabbrica di San Pietro per sperperare soldi pubblici in nome del decoro della costruenda casa comunale. Ed oggi, la chiesa ove vennero sepolte quelle “poverette” è luogo di raduno pubblico e vi si fanno concerti profani, sopra le obliate ceneri di quelle monache. Neppure una lapide a ricordarle. (Basterebbe scorrere i libri di morte della Matrice per farne una doverosa ricognizione). Neppure un fiore. Neanche un segno esteriore, un monito. I soldi di donna Aldonza sono stati rapinati dai governi sabaudi. Anche a Racalmuto, alla fine, risultarono stregati, come la sua non molto pia donatrice testamentaria. 




L’ultima relazione al papa del Traina


                                           


Prima durante e dopo la tempesta






Il racconto del protagonista




Giunti al 1650, il Traina oltremodo stressato per la rivoluzione che lo aveva colpito anche negli affetti più cari, persino con tragici lutti, ha l’ingrato obbligo della visita triennale al Santo Padre. «Credevo com’è mia obbligazione – scrive il 4 maggio 1650, agli eminentissimi e reverendissimi signori suoi illustrissimi – di presenza riverire l’em.e V.I. e Rev.me per satisfare il proprio debito, ch’m’incombe della visita de sacri limini». Lo stile è ormai dimesso e stanco; l’alterigia presa a prestito dalla Spagna, del tutto svanita. «Però le rivoluzioni passate tanto note di questo Regno, e i patimenti nella mia persona avuti dal proprio gregge, li quali mi ridussero fino alla morte, m’hanno affatto indebilitato à poter più viaggiare, et resto tuttavia in stato di poca salute, et gionto quasi all’ultimi giorni della mia vita; viene da me destinato à questo effetto il canonico don Paolo Piconio per eseguire prontamente quanto io dovevo personalmente in questi dovuti ossequij; supplico l’EE.VV.R.me di ricerlo benignamente, et dal medesimo con grato orecchio sentire lo stato della mia Chiesa per dare l’opportuni, et sacri rimedij, che giudicheranno necessarij con la loro singolar pietà, alli quali facendo profondo inchino humilissemamente bacio le mani. Girgenti li 4 di Maggio 1650- umilissimo e devotissimo Francesco di Girgenti»



In dieci fogli, scritti in un latino alquanto lindo ed in bella scrittura, il vescovo fornisce i ragguagli sullo stato della rivoluzionaria e rivoluzionata chiesa agrigentina. Ne forniamo qui una nostra sintesi in volgare. Si esordisce rammentandosi l’obbligo della Sacra Visita, quale riformato da Sisto V. Più con le lacrime che con le parole il Traina ha voglia di raccontare i tumulti del suo popolo. Ed egli vi è incorso innocente ed indifeso. Grande fu l’ingratitudine del suo popolo ed ancor maggiore la nequizia. Prostrato e ormai giunto al limite della vita non può che delegare il canonico don Paolo Piconio alla doverosa visita.



Come il Traina vede i tumulti di Palermo






Gravando l’ira di Dio sui Siciliani, esplosa per le tante iniquità e protesa dunque a castigarli, ciò si manifestò con varie sciagure, calamità e crudeltà. Ne derivò una serpeggiante insurrezione, e non tanto per il pretesto della fame quanto per un malvagio volere (così Dio permettendo)  di tal che quasi tutto il Regno fremette. E dire che quel popolo era stato sin’allora fedelissimo al suo re Cattolico e ossequientissimo. Ora invece era stato capace di allontanarsi dall’obbedienza e si era mostrato avverso ai ministri regali e si era abbandonato allo sfrenato furore dell’infima plebe. Da qui il disordine pubblico, da qui dispersa la giustizia, da qui quasi dimenticata la cristiana disciplina, disprezzato il rispetto verso gli ecclesiastici e negletta l’autorità dei principi sia quelli ecclesiastici sia quelli temporali. Più per il numero delle località che per la moltitudine delle plebi crebbe l’innata perfidia e si assistette ad inverecondi e riprovevoli spettacoli, come a Palermo ove non si lasciò indenne il principe del Regno, allora addetto alle cose di governo, pur essendo per integrità e per probi costumi secondo a nessuno. E del pari fu aggredito il Presule anch’egli preclaro per virtù e morigeratezza, nonché tutto dedito alle sacre cose. Ne scaturì che l’uno prese la fuga, l’altro riuscì appena a nascondersi.





Ma atteniamoci alle cose di Giorgento






E che dire di Agrigento, che per antichità pretende di competere con le grandi città?  Gareggiando con la  tirannide di Fallaride, non arrossì di irrompere contro il suo vescovo, che in quel tempo aumentava la consueta munificenza nelle elargizioni per sopperire all’angustia del suo popolo, erogando abbondantemente frumento e denari ed offrendo tutto quel che aveva per il pubblico e privato benessere. Cercava così il vescovo di alleviare l’indigenza, con il compiacimento delle plebi che non cessavano di lodare la provvidenza, la carità e la liberalità del loro pastore. Il vigilantissimo presule, infatti, prodigo nella beneficenza a detta di tutti, nulla contro di sé fondatamente temendo, s’industriava a sedare i tumulti e ad evitare pericoli agli altri. Sennonché ben altro era il pretesto, come detto, che quello della fame; l’impinguato popolo, ingrossatosi e dilatatosi recalcitrò né si contenne, né si astenne dalla somma infamia: successe che si aggredì il vescovo nel proprio palazzo come un agnello belante, si uccisero dieci membri della sua famiglia, alcuni intimi, due canonici, un suo nipote. Non si mancò di arrecare ferimenti, di imprigionare e di mettere ai ceppi vari famigli episcopali con minaccia di morte che solo per miracolo la scamparono. I tumultuanti devastarono, deprederanno, bruciarono arredi, suppellettili, libri, scritture importanti, tra le quali quelle delle visite ai Sacri limini. Tentarono di uccidere il fratello germano, vicario generale,  ora minacciandolo con la spada sguainata, ora con il cappio, ora con la traduzione nelle pubbliche carceri. Infine trascinarono il loro stesso vescovo (oh! Quale abomio)  in una casa privata come in carcere, dopo avere attentato alla sua vita, privato di tutto quanto era necessario al sostentamento della sua vita; e là iniziato un insano conciliabolo, alcuni ne volevano la morte, altri propendevano per una spelonca ove tenerlo a pane ed acqua, altri suggerivano l’esilio: taluni abbandonati da Dio ai loro pravi desideri cospiravano in tal modo contro il loro Presule tanto benemerito nei loro confronti da apostatare dalla ortodossia e far rivivere la nefanda barbarie quale esperimentarono gli antichi padri nei primordi della Chiesa. Ciascun fedele, però poté constatare come il vescovo giammai abbia cessato di sopportare con spirito religioso tante avversità contro di sé ed i suoi e di cercare di correggere con la parola e con l’esempio l’incanaglita plebaglia e distorglierla dalla sacrilega pravità. Tanto con animo sempre sereno, sicuro della propria innocenza, non dimentico dei suoi benefici. Così assistito sempre dalla divina grazia, con spirito di profonda umiltà, diede grande prova di autorità episcopale e di singolare prudenza. Quando finalmente fu possibile evadere per opera di alcune pie persone, con il suo solo fratello superstite, di notte, fuggì a cavallo, e fra le notturne tenebre per impervie vie rupestri, vecchio decrepito, infermo, estenuato dalle sofferte fatiche e quasi esangue giunse nella città di Naro lungi dodici stadi da Agrigento e della medesima diocesi, pervenendo quivi per divino più che umano sentiero, abiurando e doverosamente dagli Agrigentini per sanzione dei loro delitti.

 


 


Il Traina dopo essere fuggito  a Naro, perdona e torna ad Agrigento






 A Naro invece fu accolto benignamente ( e già supplicò per trasferirvi la sede episcopale) e grande fu il gaudio di tutti quei cittadini ed ovunque applaudito. Così bene accolto vi risiedette per dieci mesi finché raggiunse Palermo, chiamato dal viceré, a discutere i gravi aspetti della sua chiesa con i riflessi d’indole regale e politica. Invero permaneva la questione della scomunica degli agrigentini, ma questi indottisi alla penitenza lo reclamavano ed invocano la revoca delle sanzioni ecclesiastiche in cui erano incorsi.



Dopo ciò, poiché giammai il buon Dio si dimentica di avere pietà del peccatore, e non ne vuole la morte ma soprattutto che si converta e viva, il nostro vescovo ritornò nella sua cattedrale. Ciò dopo che furono composte le cose del regno, sedati i tumulti, ed alla primiera obbedienza ritornati i popoli, allontanati da questo mondo i più esagitati e i più nefasti: Non erano mancate preci, suppliche, era stata interposta soprattutto l’autorità viceregia, dato il pentimento di gran parte del popolo, e necessitava il ripristino del dominio della dignità episcopale che era stato appannato; del resto fu fatto ben altro al divino Gregorio vescovo suo predecessore, che rientrò in città da vincitore dopo le tante malefatte di cui era stato fatto segno dagli agrigentini. Così il nostro vescovo, assumendo il governo temporale più che quello spirituale della città, prese possesso della sede comune di tutti i cittadini con gran giubilo dell’intera diocesi e di tutto il Regno. Ed ora vi risiede svolgendovi la sua cura pastorale in tutta quiete (favorendo la grazia di Dio), previa assoluzione dalla scomunica del popolo per quanto di sua competenza, con le debite clausole e con varie proroghe, non rescindendo neppure una sola volta ma supplicando la Santità sua per quanto le compete ed ancora una volta, in questa occasione, rinnova la supplica.





Stende, a questo punto, una relazione come in antico






E da qui il Traina torna ai soliti, frusti riferimenti secondo il cliché che abbiamo potuto prima seguire addirittura in volgare. A somiglianza delle cose sociali, il deterioramento sembra colpire simbolicamente anche le cose della cattedrale ove tetti e sacrestie, organo e cori lignei bruciano per banali incendi “causaliter combusta”. Ed il provvido vescovo pronto a ricostruire, speriamo meglio che con le cose dello spirito. Sempre la stessa musica per il seminario ed il monte di pietà; qualcosa di nuovo ora per le communia, per la diffusione della dottrina cristiana e per la predicazione ovviamente da parte dei padri gesuiti. Chiodo fisso – e ciò deve apparire scontato – le immunità ecclesiastiche, come dire l’esercizio del potere giudiziario esteso fin dentro alla litigiosità civilistica.. 



Ma il diavolo prende dimora nella terra di Cattolica






L’ultima zannata malefica il vescovo la vibra in chiusura di relazione. Parla di un Santo Ufficio solerte e grintoso specie per quanto accadde «in oppido Cattolica nuncupato, sed a Cattolica fide multum aberrante a scealeris hominibus abitato sub nequiori Dominio, ac tutela»; e vorrebbe essere ironico quel giocare sul nome del paesino dell’Ovest agrigentino,  Cattolica abbandona la fede cattolica per darsi in braccio al crimine e finire sotto il principe delle tenebre, sotto il signore del male e se invoca persino la tutela. Il latino è ermetico, il senso aberrante.






Processo a Roma contro mons. Traina








L’atto finale






Due canonici contro Traina in un contenzioso aperto a Roma






«Acta in causa canonicorum Agrigenti contra proprium episcopum, contendentibus illis eumdem Episcopum ob omissam Sacrorum Limi num visitationem incurrisse in poenas contentas in Constitutione Sixti V edita 13 Januarii 1585 incip. Romanus Pontifex».



Si intitola così il processo vaticano contro il Traina. Apparentemente si trattava di una quisquilia. Quanti vescovi avevano saltato la triennale visita? Non per questo erano finiti sotto processo. Il vescovo si difende con i denti, ma in calce si annota: «die prima Aprilis 1651. S. Congreg.° Concilij censuit standum esse in decretis, et ita referendum S.mi D. N.ro» Era faccenda dunque seria, da sottoporre al papa, al santissimo domino nostro. Ma eravamo già nell’aprile del 1651. Non passano molti mesi ed il Traina muore. Il processo si estingue per morte dell’imputato. Imputato di che?



I laudoteres del cammaratese come di ogni altro vescovo agrigentino del corrente secolo tendono a minimizzare. Si sarebbe trattato di una semplice inadempienza amministrativa, di un reato contravvenzionale, si direbbe oggi. Ma le carte ci dicono che era cosa ben più seria. Non per nulla il carteggio si compone di ben 51 documenti, tanti che a farne delle semplici fotocopie e pubblicarle ne verrebbe fuori un discreto libello. Dopo le tumultuose vicende che mirabilmente ci narra il Camilleri nel Re di Girgenti, ritornato il vescovo, suo malgrado, ad Agrigento mentre avrebbe preferito starsene comodo e riverito a Naro, che pur di dare smacco ad Agrigento, era persino propenso a sorbirsi il vecchio, decrepito ed ormai bilioso presule Traina, ecco i rigurgiti ostili espandersi in ogni dove. Taluni canonici non ne possono proprio più. Un frate dell’ordine di san Francesco di Paola, tale Trimarchi – nostre personali ricerche ci avvertono però che fu un intellettuale di vaglia – scrive un libello contro il vescovo che ha un successo enorme, segno che non era vero tutto quel tripudio per il ricostituito ordine che il Traina vuol far credere alla curia vaticana. L’arcivescovo di Palermo è propenso ad incardinare un processo contro. Roma così si muove. Trascriviamo alcuni atti partendo dalla difesa:





La parola alla difesa






«Monsignor Vescovo di Giungenti umilmente espone alla Santità Vostra come li suoi malevoli hanno cercato sin’hora insidiarli alla vita et alla robba saccheggiandoli il Palazzo, uccidendoli il Nipote, et altri cinque sacerdoti della sua famiglia e carcerando la sua propria persona e del fratello; hora avendoli l’horatore perdonato, e procurata l’assolutione dalla Sede Apostolica [hanno] tentato con ingrata ricompensa, sotto false calunnie et arti nove levargli la reputatione e la fama. Pertanto il canonico Filippo Picella, mosso da manifesta passione per oltraggiare all’oratore, ricorse alli Tribunali e Ministri Laicali del Regno di Sicilia, giudici prorsus incompetenti, anteponendoli, che l’oratore aveva neglettato la visita de S. Limini per il 21° triennio e per conseguenza i frutti della sua menza episcopale si dovevano applicar in beneficio di detti ministri contro l’espresso tenore della Bolla di Sisto Quinto, ne contento di questo ricorre alla S. Congregatione del Concilio con le medesime istanze. Ma poiché da detta S.C. furono ammesse le legittime scuse del Prelato, si per li suoi giusti impedimenti come per le proroghe, che ne aveva ottenute, e dichiarato che l’oratore non era incorso, ricevè la visita del canonico don Paolo Piconio mandato à questo effetto, niente di meno detto Picella arrogandosi l’autorità della Sede Apostolica, e sopra la Sacra Congregatione del Concilio, ha fatto mandar alle stampe senza licenza di legitimi superiori, una scrittura seu libello famoso di un tal fra’  Girolamo Trimarchi dell’ordine di S. Francesco di Paula contro l’oratore e sua dignità  episcopale dichiarandolo sospeso irregolare, e spergiuro, e come tale con molta temerità pubblicandolo con manifesti e lettere per tutte le città e terre della Diocese procurando a più potere d’alienare la mente de sudditi dall’obedienza et ossequio dovuto ad un legittimo pastore e prelato, cagionando perciò un scisma non senza gravissimo pregiudizio dell’anime de fedeli, e della Chiesa ricorrendo così detto di Picella come detto frate di Trimarchi in diverse censure fulminate dalla Bolla in Caena Domini et altre da Sacri Canoni disposte. E perché un delitto di tanta consideratione et pessime conseguenze non deve restare impunito l’oratore ricorre alli S.mi Piedi della Santità Vostra supplicandola instantemente si voglia degnare ordinare che si proceda con detto di Picella a nova dichiaratione di detto incorso conforme esso mons. Vescovo l’ha già dichiarato secondo la facoltà concessali dalla felice memoria di Urbano Ottavo come nella Bolla spedita per la sua consacratione sotto il primo di Marzo del 1627 et castigar pur anco detto di Trimarchi, che in altro modo esso Mons. Vescovo non potria più governare il Gregge della Santa Sede commessoli, ch’esso oratore oltre esser di giustizia lo riceverà à somma gratia dalla S.ta Vostra per la quale etc.»



Con più malferma grafia e con stile molto più dimesso ecco un’altra missiva episcopale di analogo tenore:

«Monsignor Vescovo di Girgenti humilmente espone alla Santità Sua come dalla S.C. del Concilio fu ricevuta l’ultima sua visita ad limina Apostolorum, et essendo stato legittimamente impedito per pocho tempo senza sua colpa, fu solamente assoluto ad cautelam: ne dichiarato incorso nella Bolla di Sisto V di felice memoria. Hora la Monarchia di Sicilia tenta di interpretar la lettera di detta S. C. et avendo commessa la causa a Monsignor Arcivescovo di Palermo suscita contro l’oratore una causa già definita da questi E. C.li con espresso disprezzo di questa Apostolica Iurisditione. Per tanto suplica la Santità Sua rimetter di novo a detta S. C.ne o che si faccia novo decreto per levar ogni dubio, o scriva a Monsignor Arcivescovo di Palermo chiaramente i suoi sensi, o por ordini che l’oratore non sia molestato, che si riceverà per gratia. Quam Deus etc.»





Come si stilava un certificato medico nel Seicento ad Agrigento






Ma deposta ogni albagia il Traina è costretto a ricorrere alla compiacenza di due medici, Francesco Albanese e Giuseppe Polizzi, per farsi dichiarare retroattivamente il suo stato di precaria salute quando si trovava fuggitivo a Naro nel 1647. Ricorre anche alla compiacenza dei giurati agrigentini del 1650 per farsi attestare l’autenticità del referto medico da mandare in Vaticano a sua discolpa. Se se ne ha voglia si può seguire qui il curioso referto secentesco. In esordio: receptum Agrigenti die nono Maij Tertiae Indictionis Millesimo seicentesimo quinquagesimo. Il 9 maggio del 1650, dunque, sono i giurati di Agrigento ad attestare l’autenticità del documento. Reggevano la città dei giganti allora i giurati Gaspare Giardina, Gaspare Games e don Rodolico Sala e Graffeo. Aria spagnoleggiante dunque. Recitava il referto:

«Relations artium medicinae doctorum Francisci Albanese et Joseph Puliczi factae cum giuramento d’ordine et ad instantiam ut supra [cioè del vescovo Traina]. Pertanto declarano essi Relatores come nell’anno 1647 nel mese di dicembre fu chiamato detto dottore di Albanesi nella città di Naro à medicare il Monsignore illustrissimo Vescovo di questa sopradetta città di Girgenti, quale travagliò con due terzani continui di mala qualità, essendo stati cagionati da tanti passioni di animo, spaventi, e pericoli di sua vita; quali benche terminorno dal pericolo della vita li lasciorno un’appilattione cossì grave, che per essere tanto in età decrepita, quanto per lo tempo d’inverno si prolungò in modo che et nella stagione con mutare aria di Naro in Palermo, aria sua nativa, sempre stetti ammalato, e precipue con podagra e constrintione nelli parti naturali, et avendo venuto in questa città di Girgenti nel mese di marzo 1649, venni cossì ancora appilato con dolori di podagra non ostante haver fatto nella città di Palermo molti medicamenti; e perseverando nell’istesso modo tutta la stagione e parte dell’ottunno finalmente nelli quattro di Novembre prox. passato li sopravvennero dui altri terzani continui maligni, quali con estremo  pericolo di sua vita,   (che più la sua salute si puo al glorioso S. Gerlando, et alla Madonna Sacralissima applicare, che a forzi umani) si prolungaro insino alli vent’uno. Doppo benche una cessò l’altra perseverò. Insino all’ottanta perseverando con quelli sintomi che contra maligni morbi spettano; e finalmente benche cessarno li accessioni restò cossì indebolito, tanto per la forza del morbo, quanto per l’età decrepita li restò una fiacchezza cossì grave in tutte le parti e precipue nel stomaco, che non potendo covocare ma continuò generando humore pituitoso et flemmatico ci infiarmò gambi et piedi chiari principij di idropexia, et avendoci fatto medicamenti opportuni a detto debile colore s’ha andato recuperando e resistendo a detta debilità, benché al presente persisti nell’istesso caso, per li quali morbi detto corpo di Monsignor Illustrissimo è inabilissimo a qualsivoglia moto di qualsivoglia sorte e scomodità etiam minimo per qualsivoglia spatio etiam brevissimo senza pericolo di non sincoparsi e seguendo di mettersi in chiarissimi pericoli di sua vita, stante per la sperienza havuta di moto fatto  dal palazzo alla chiesa dove subito venne in deliquio d’animo. Et hae sunt eorum et cuiuslibet eorum relationes factae cum giuramento modo quo supra.»

Pietro Denolfo La Gatta ne fa un estratto dagli atti dei giurati. I giurati stilano una lunga attestazione di autenticità. E’ il 10 maggio del 1650 e firmano Gaspare Giardina e Gaspare de Gamez. Il quadro prosopografico di Gibilaro che abbiamo sopra riportato è dunque lacunoso e va integrato con i nominativi che siamo andati riesumando. Pietro De Nolfo La Gatta  firma come regio mastro notaro della Curia agrigentina.



Una memoria a difesa e quindi la parola all’accusa






Segue una difesa davvero tosta redatta da Benedetto Cappelletto, ove scienza, bibliografia, giurisprudenza brillano in difesa del vescovo di cui si sottolinea la causa scusante per motivi di salute e di cui si esaltano i meriti pastorali. Non è questa la sede per una disamina di quella comparsa; spetterebbe semmai ai canonisti o agli studiosi di diritto medievale o ecclesiastico.. Noi potremmo mettere a disposizione il materiale in nostro possesso per eventuali addetti a siffatti lavori.





Ma la controparte non è da meno. Leggiamo l’ordito accusatorio per come acquisito agli atti del processo:

«Eminentissimi e reverendissimi Signori. Havendo la sacra congregazione ordinato che Monsignore di Girgente ne altri per esso sia admesso alla visita de SS. Limini senza che siano sentite le ragioni de canonici devotissimi oratori dell’EE.VV. hanno detti horatori citato il canonico Piconio ad effetto di concordare il fatto avanti Monsignor Illustrissimo Secretario conforme alle copie che si danno in sum° n° p° et originalmente nel memoriale dell’em.mo signor cardinal Carrafa.

«E perché detto Piconio ha sempre differito dar la nota per la concordia del fatto benche nel presente contraddittorio promettesse darla al detto monsignor secretario acciò la comunicasse all’oratori come per sua benignità testerà detto monsignor secretario si supplica l’EE. VV. à non ammettere detto canonico Piconio alla visita ne sentirlo se prima non sia giustificato il fatto dal quale apparirà evidentemente l’incorso di detto Prelato nelle pene della Constitutione della sacra memoria di Sisto V nel §  per haver esso mancato di visitare per il 21° e 22° triennio che corre adesso che però l’amministrazione et percezione de frutti è devoluta al Capitolo e Canonici per servirsene in reparatione della Chiesa come in detto § che si dà in Sum° n° 2.

«E tanto più Eminentissimi Signori quanto che il medesimo Prelato è altre volte incorso in simili mancamenti per essere stato d’ordine della medesima S. Congregatione dichiarato sospeso, et incorso in dette pene contenute nella medesima Constitutione, e poi ribenedetto con penitenza salutare conforme si giustifica in Sum° n° 3.

«E di più anche nell’ultima visita che fece per il XX triennio essendoli admesse le scuse, et imposto che facesse il sinodo, et altro come nel n° 4 ha trascurato l’adempimento.

«Concorrendovi massime che non si scorda detto Prelato di quello concerne al suo interesse temporale per haver comprato due Città, e fattosi anche (dopo le revolutioni del Regno causate [in] maggior parte da esso) Procuratore in temporale come negli altri cumuli di robba senza pensare alli pesi che tiene conformemente se ne darà giustificatione all’EE.VV. mentre si degneranno deputare Prelato vicino avanti il quale si possino giustificare.

«Ne osta il pretesto dell’impedimento perché la Bolla al § quod si legittimo vers. de richiede prova legittima, et chiara, quale non ha dedotta ne vuol comunicarla all’oratori acciò con le risposte non venga levato questo debol pretesto non essendoci mai stato impedimento per il quale egli non potesse almeno mandare anzi che non consta che pare habbia fatto principio di diligenza di mandare à scrivere nel che havererebbe dovuto monsignor maggiormente premere per le medesime cause che egli allega in sua discolpa.

«Meno può  suffragare che le pretensioni de Canonici non debbiano ritardare l’ammissione alla visita  perche dichiarando la Bolla l’incorso ipso facto ch’è commesso l’errore viene subito privato il Prelato dell’ammissione ne deve godere altro restando la cura al Capitolo di far la parte del Vescovo e dare il debito conto della visita e stato della Chiesa à questa Sacra Congregatione.

«Meno deve aversi in consideratione la pomposa esageratione che Monsignor Vescovo habbia fatto donatione alla Chiesa si perche ciò non sosiste in fatto come a suo tempo conosceranno l’EE.VV. come anche perche ciò non evita l’incorso nelle pene à favore della medesima Chiesa.

«Tanto più che è solito Monsignore far delle donazioni e poi revocarle come seguì in tempo delle revolutioni che avendo donato al Popolo per atto publico quello che esso gli aveva domandato, sedati li tumulti volse essere rimborsato del tutto sino ad un barattino.

«Finalmente è vano il rifugio che non vi sia procura de Canonici et che il Canonico Piconio  preteso procuratore di monsignore habbia instato per detta procura monsignor Melchior Laurente A, C, et che s’inhibisse al procuratore dell’oratori che non dovesse opporsi in questa Sacra Congregatione se non mostrava la procura.

«Perche il medesimo monsignor Melchior hà dichiarato non intender ingerirsi ne por mano alle cose della Sacra Congregatione et la procura de Canonici si dà in mano di monsignor ill.mo secretario e se bene non è capitolare è lecito ad ogn’uno oprar per la Causa pia et interesse privato.

«Anzi la sola pietà dell’EE.VV. è solita provedere all’indennità e favore delle Chiese et osservanza delle Constitutioni Apostoliche come si spera nel presente caso. Che etc. »

 


 


Il canonico Picella al contrattacco




 Sbagliava il Traina a pensare che solo il canonico Picella fosse il suo malevolo in seno al capitolo; c’era anche Gaspare Blasco. Insieme produssero al Beatissimo Padre, al papa, questo pamphlet  accusatorio. E non era solo questione di ritardo nella visita ad limina.

«Filippo Picella e Gaspare Blasco – esordiscono – Canonici di Giorgento devotissimi oratori della S.V.ra, avendo veduto che Monsignor Vescovo ha tralasciato più volte il visitare i Sacri Limini et che non contento di esser stato altre volte scomunicato e poi ribenedetto con penitenza salutare per detto mancamento come in Sum. N. P° trovando la perseveranza nel mancare in detta visita et all’incontro haver quello atteso al proprio approccio et à tesaurizzare per se stesso, e nelle compre di Città con le rendite della Chiesa e mal governo di quella, si sono opposti nella Sacra Congregatione del Concilio, che non fusse detto Prelato ammesso alla Visita, ma in esecuzione della Bolla di Sisto V che si dà in Sum. N° 2 dovesse privarse dall’amministratione della Chiesa, et farne dovuta applicatione conforme dispone la medesima Bolla et insieme sono ricorsi alla Congregatione de Vescovi et Regolari, acciò presa informatione della mala operatione, e misfatti che si danno in più capi in Sum N° 3 si provedesse per giustizia, e dalla Congregatione del Concilio ebbero risolutione che dovessero esser sentiti li Canonici per loro ragioni et interessi, et in quella de Vescovi e Regolari ordine che si prendesse informatione sopra detti capi considerati di somma gravità et importanza. Mà poiché poi nella Congregatione del Concilio, hanno sentito detto Prelato, senza che l’oratori habbiano inteso le pretese ragioni di Monsignor Vescovo et concordato il fatto come si era restato avanti Monsignor Secretario, onde l’oratori non hanno possuto dedurre le loro ragioni ne mostrare l’insusistenza delle pretese scuse di Monsignore Vescovo per non essergli state comunicate, supplicano la S.tà V.ra che per provedere all’indennità della Chiesa et oratori commetta a chi più li pare la cognizione dell’incorso di Monsignore nelle pene di detta Constitutione della fel. mem. di Sisto per giustizia acciò non vengano maggiori danni alla detta Chiesa et oratori, et dal processo che verrà fabbricato d’ordine della Sacra Congregatione de Vescovi vanga anco proveduto per giustizia alli gravissimi eccessi resultanti da detti capi dati in Sum. N° 3. Che il tutto etc.»

 


 


La rievocazione di antichi retroscena






Il capo primo del sommario del Picella reca l’ordinanza di scomunica del 15 febbraio 1631 che abbiamo già riportata in esordio, prendendola dalla Congregazione delle Immunità. Qui appare il cardinale incaricato dell’esecuzione dell’interdetto. «Di V. Emin. Rev.a umilissimo et aff.mo servitore il Cardinale di S. Honofrio – Nos Robertus tit.i Sanctae Praxedis S. R. E. Praesbiter Cardinalis Ubaldinus nomine Sac. Cong.nis  Emin.orum Patruum Concilij Tridentini Interpettum fidem facimus et attestamur Rev.mum in Cristo Patrem D. Episcopum Agrigentinum ut Constitutioni etc. – Insuper impartiti sunti eius amplitudinis confessario facultatem ut iniuncta salutari penitentia ipsum absolvere possit à sospensione incursa eo quod haec Sacra Limina tempore paefinito non visitaverit secumque super irregolaritate si quam hac de causa contraxit disponeRe fructusque indebite perceptos condonare etc. Datum Romae die 5.a Aprilis 1631. Robertus Cardinalis Ubaldinus – Franciscus Pauluccius S.C.C. Secret



Tralasciamo qui il paragrafo secondo che riporta lo stralcio del Concilio di Trento relativo all’obbligo episcopale di effettuare la visita dei Sacri Limini con le sanzioni previste. I proventi vescovili dovevano andare a beneficio della cattedrale in opere murarie o in acquisto di ornamenti «.. ipso facto  tamdiu suspensos [cioè i vescovi inadempienti] esse volumus, donec a contumacia resipiscentes relationem suspensionis huiusmodi a Sede predicta meruerint obtinere.»




L’ordito accusatorio dei canonici Picella e Blasco




Una sede vescovile da 700 mila scudi in 24 anni






Ma è al paragrafo terzo che esplodono le accuse. Eccole:

«Monsignor D. Francesco Traina in 24 anni è stato eletto vescovo di Giorgente, ha cavato da quel Vescovato circa 700 mila scudi, né mai hà pagato circa 600 scudi l’anno assegnati per riparatione e restauratione della Chiesa, et sua sacra suppelletile da Leone X, Gregorio XIV et Urbano VIII di fel. mem. Nonostante che à ciò sia obligato sotto pena di censura.



Non si cura delle scomuniche






«Non fa conto alcuno delle pene conentute nella Bolla Caenae Domini perche commanda etiam in scriptis sotto pena di scommunica  che non si dij esecuzione alle lettere Apostoliche come seguì nella provisione fatta dalla S.tà V.ra in persona di D. Vincenzo Greco d’un beneficio vacato per morte di Monsignore Micheli, et benche detto Monsignore Vescovo avesse saputo di non poter conferir detto beneficio, volse nondimeno che né pigliasse posesso Blasio Fontana suo Camerero, quale vedendo di non poterlo tenere in bona coscienza lo dimise libere in manibus Santitatis Vestrae, et ciò non ostante il medesimo Monsignore lo conferì ad un altro con privarne il detto D. Vincenzo Greco.



Prevarica ed estorce prebende






«Processò il canonico Campora per haver dato il posesso al canonico Babilona contro sua volontà facendo aggravi tali alle parti che per rimediare a maggiori danni sono astretti riccorrere alla Monarchia, et ciò lo fa solo per impedire il ricorso à questa S.ta Sede.

«Il medesimo seguì a Monaldo Monadi provisto del Tesorierato dalla felice memoria di Urbano VIII, dandogli liti finché morì, et in tanto esso Monsignore si riscuoteva li frutti.

«A don Marco di Giorgio fece l’istesso per l’Arcipretura di Chiusa.

«A don Pompilio Bove per l’Arcipretura di Giuliana, volendo che restasse in posesso il provisto da lui.

«A don Francesco Babilona per il canonicato della Cattedrale. Et à don Paolo Piconio del sudetto tesorierato.

«Anzi sopra li provisti apostolici impone pensioni confidenziali, et se le fa pagare per forza.



Un pio legato di una tenuta di ulivi si dissolve … nella cucina del vescovo




«Hà fatto tagliare una tenuta di olive per servitio della sua cucina ch’era della Sacra Distributione, che rendeva almeno scudi 250 l’anno si che tra capitale e frutti decorsi si fa conto che habbia danegiato alla sudetta Sacra Distributione circa 11 mila scudi, dal che ne risulta che non si puotrà  soddisfare all’oblighi lasciati da benefattori.



Chi è ricco accede agli ordini sacri, anche se indegno




«Monsignore sudetto promuove à gli ordini in fraudem anche li più ricchi, solo per defraudare le gabelle. Altri senza necessità. Altri senza Patrimonio. Altri con Patrimonio falso, facendo godere l’immunità solo a quelli con quali hà interesse.



Latita il vescovo, e con lui la cresima






«Sono molti anni che la Diocese non sa che cosa sia il Sacramento della Confirmatione perche Monsignore non vuol lasciare le casse de denari quali aperte et usciti li denari se ci spoglia sopra come se fusse un morbidissimo letto.



Femia funge da vescovo. Gozzoviglie a Sciacca. Violati i monasteri femminili






«Manda à visitare la Diocese, ne la visita si restringe in altro che in cavar denari, et don Vincenzo Femia, ch’è il Visitatore non solo celebra alla Pontificale usando rocchetto, mitra et vestesi sopra l’Altare maggiore della chiesa al cospetto di tutto il popolo, et finita la Messa levatose la pianeta e postosi il Piviale dà la benedizione lasciandosi venire ad uno ad uno à baciar la mano.

«Ma quel che è peggio, nella terra di Sciacca, ove vi sono cinque Monasterij di Monache è entrato à visitarle con molte persone non suoi officiali, né della Visita, ecclesiastici et secolari, giovani discoli et di vita scandalosa, ove hanno fatto colatione con diverse confetture, et altri rinfrescamenti, serviti dalle Monache medesime con facetie et burle, con scandalo di tutta quella terra.



Da gesuita a pluripendato, il fratello del vescovo






«Il medesimo Monsignore fece a Giuseppe Traina suo fratello, che fù prima gesuita del 4° voto, poi di S. Giorgio in Alga, et ultimamente prete secolare ordinò che di tutti i processi d’ogni delinquente li fosse pagato uno scudo, benche tale imposizione non sia dovuta né per ragione di officio, né per giustizia, et benché il detto Gioseppe sia morto, hoggi seguita ad esigere questa imposizione per se medesimo.

«A favore del medesimo impose una pensione confidenziale di 50 scudi sopra il Priorato di Naro, et non ostante la detta morte, seguita a riscuoterla per se medesimo.



Dai nipoti allo zio i 750 scudi del tesorierato




«Per morte di Pietro Tomasino vacò il tesorierato di 750 scudi di rendita in Mense Papae. Conferì il titolo a Cesare Malagrida suo secretario et riservò li frutti a don Antonio Tomasini, suo nipote; morsero li sudetti e tornò a conferire il titolo à don Antonio Bichetta et li frutti al detto suo fratello D. Gioseppe, et questo morto, se li riscuote per se medesimo. Et pure il Vescovato rende circa 24 mila scudi.



Bis in idem, quando si tratta di riscuotere crediti




«Si fa pagare di nuovo alcuni suoi crediti, già soddisfatti al detto suo fratello come procuratore. Come è seguito a Fabritio Tomasso, Michele Rizzo, Gioseppe Bellone et altri.



La Cappella del Navarra diviene il sacello sepolcrale del vescovo – appropriazioni indebite – incauta vanità – crolla la cattedrale






«Il Canonico Navarra fabbricò una Capella nella quale vi era eretta la Compagnia dell’anime del Purgatorio, lasciandola in testamento al Capitolo per seppellirvi li canonici pro tempore, et poiche non era perfezionata detto Monsignore se la usurpò, et fattosi dare dal sacerdote D. Silvestro Civiltà all’hora depositario di detta Capella circa 200 scudi pervenutegli di elemosine di Messe et altro, levati li Monumenti marmorij che erano in detta Capella fece ristuccare et imbancarla, mettendoci l’Arme sue, tenendola per propria.

«Dal che ne resultano due considerabili mali. Il primo l’usurpatione della Capella in uso proprio. Il 2° la propriatione a se del denaro destinato per sacrificio dell’anime del Purgatorio.

«Et perché dal suo trono non si poteva vedere questa puoca imbiancatura, ordinò (benché avvisato di non farlo) che si aprisse un arco fatto murare da Monsignore Giuliano Cibbo per fortificare le colonne maltrattate da un terremoto del 1518 per la quale apertura caddero la nave di mezzo sopra il Coro, et l’altra collaterale, fracassando circa 90 stalli, et un organo superbissimo fatto già dal cardinale di Carpineto.

«E quando doveva Monsignore rifare il tutto a proprie spese, dopo molto tempo piglio 4 mila scudi di legati pii destinate a povere orfane , et simili opere pie et fece rifare il cielo a volta di materia tanto cattiva, et mal fatto, che non vi è Architetto che non concluda che il precepitio è necessario, con pericolo di estrema consideratione.





Tovaglie d’altare sporche – rifiuto da parte di alcuni religiosi di celebrarvi






«Le tovaglie dell’Altari sono si rotte e sporche, che alcuni Religiosi si sono astenuti dal celebrare per haver vista la mala qualità di essi.



Vessazioni ed estorsioni




«Leva li parrochi dalla cura delle loro chiese, sotto pretesto di porli al servizio del Seminario.

«E sono più anni che si riscuote 42 salme di grano assegnate per la prebenda teologale, lasciando una lettura tanto necessaria con scusarsi d’haverla applicata al seminario.

«Le feste prima l’ingabellava, hora le dà in Commenda, e data licenza generale di lavorare ogni tipo di commendatarij non si travagliano in altro che in riscuotere, cavandone circa 2 mila et 500 scudi l’anno.



Tenero con chi ha commercio con il diavolo




«Asolve l’incorsi nel Capitolo si qui suadente Diabulo, benche gravi e pubblichi siano li delitti.



Blando con è in ora verso gli altri eccelsiastici






«Non fa scrupolo nessuno sopra le censure delli ritardati pagamenti delli sudetti pesi.



Le gravissime responsabilità del Traina durante i torbidi del ‘47






«In tempo delle rivoluzioni populari  per colpa di esso Monsignore fù posta sotto li piedi la Dignità Vescovile, restando morti dui canonici et undeci ecclesiastici per haver esso Monsignore sparato alla moltitudine del Populo, che andava al Palazzo Vescovile per dimandare 700. salme di grano che aveva di bisogno, et avendo visto il Popolo, che il medesimo Pastore era distruttore del proprio gregge gli persero affatto il rispetto, et se per  opera di alcuni canonici e in particolare del canonico Filippo Picella, che posposto il pericolo della propria vita ritiratoselo in casa, gli diede comodità di fuggire, sarebbe facilmente stato ammazzato.





La cattedrale allo sfascio






«Si trova il 3° titolo della medesima Catedrale  da 18 mesi a questa parte puntellato da travi per il pericolo grande che mostra di cadere, né fin hora vi è principio di ripararsi, anzi Monsignore ogni giorno più attende à cumular denari, et comprar città, et farsi anche padrone in temporale della medesima città di Giorgento.





E per pudore si tacciono altre vergogne






«Vi sono anche altri capi di maggior scandalo, quali per modestia si taciono per non farli noti con le carte, prima che con l’esame dei testimonij, e prove concludenti siano note alla S.ta V.stra dalla quale si spera opportuno rimedio, Che del tutto si riceverà a gratia singolarissima.»

Nostre osservazioni critiche






Il rosario di accuse non è del tutto convincente. Vi sono momenti di rabbia, di delusione, di rammarico. Si pensi a codesto canonico Picella che salva la vita al Traina e per tutta risposta quello lo scomunica insieme al frate di S. Francesco di Paola. Forse si era reso ardimentoso per quel suo atto umanitario. Ma il vecchio e grifagno Traina non si lascia abbindolare. Canonico sulfureo, ribelle ed ambizioso era e tale lo lascia il vescovo. Non lo accoglie tra i suoi preferiti, non lo ricompensa né lo munifica in alcun modo pur avendone sconfinate possibilità, Ciò, ovviamente, ci lascia indifferenti, Andiamo a piluccare nelle  sfilza delle accuse quelle che ci convincono, mentre non mancheremo di asteriscare quelle che ci sembrano inaccettabili o dubbie.

Agrigento era vescovado ricco con i suoi settecento mila scudi di introiti (sia pure in 24 anni). Pare che il Traina fosse parsimonioso in misura accettabile al tempo della sua elezione a vescovo; ma dopo esplode la sua senescente ed insaziabile avarizia. “tira fuori le casse di denari; ne prende manciate, le spalma e vi si corca sopra come fosse soffice letto”, vorrebbe farci credere il Picella.  Per di più era un ferocissimo nepotista. Quando i canonici sciorinavano gli addebiti di nepotismo al papa, non crediamo che avessero grande ascolto essendo quella una piaga antica e nuova di santa romana chiesa. Traina pontificò sotto due papi: sino al 1642 sotto Urbano VIII; dopo, negli  anni più difficili, sotto Innocenzo X.  Picella e Blasco sono canonici scaltri e, a quanto pare, bene informati sulle cose romane; la penna si affina nell’accennare al nepotismo del Traina dovendo riferire a papi che provengono dai grandi feudatari romani quali i Barberini (Urbano VIII) e i Panfili (Innocenzo X). Il Tomasino era nipote del Traina ed aveva incarichi che potevano evocare  quelli dei cardinali nepoti. Era meglio non rimarcare. Sono le usurpazioni, le offese al diritto di proprietà, le inadempienze giuridiche, ed anche gli indebiti paludamenti liturgici che si vogliono censurare, che si adducono a scandalo. Con quanta ipocrisia o con quanta mal celata invidia non è dato ora sapere. Benefici sottratti ai legittimi destinatari costituiscono ben più gravi capi di accusa. Abusi di potere nel sottrarre possessi agli aventi diritto che si vedono costretti a ricorrere alla giurisdizione parallela della Monarchia  vengono puntigliosamente denunciati, al fine anche di indispettire il pontefice che con quell’istituzione della Legazia Apostolica aveva il dente avvelenato. La litigiosità del Traina contro gli appannaggi dei suoi canonici è citata ma come di sguincio, tanto a Roma non doveva importare molto. Solo che il Traina esagerava: espoliava arcipreture  a Chiusa ed a Giuliana, disorientando i fedeli, propiziando le rivolte. Monsignore è esoso, avido, impone pensioni confidenziali e le estorce. Arriva a disboscare una tenuta di olivi per uso di cucina dissolvendo una rendita di 250 scudi l’anno. I benefattori sono scornati. Lo scandalo è inevitabile e distoglie da altri pii legati.

Le terre foranee sono allo sbando: da tempo immemorabile non vi si somministra la cresima. Il vescovo è latitante; al suo posto un tal Femia che scimmiotta le liturgie episcopali. Rocchetto e mitra non gli competono, ma il Femia ne fa ostentato uso. Si veste coram populo sull’altare maggiore come un prelato. Si fa baciar la mano. Non crediamo che ciò impressionasse le plebi ed i campagnoli. Possibilmente era più avvenente del vescovo. La magnificenza stordiva ma favorevolmente. Il popolo ne esultava. Come molti secoli dopo, come con il vescovo Peruzzo sul quale Sciascia ebbe a scrivere: « Lo ricordo, monsignor Peruzzo, nelle visite pastorali a Racalmuto, e specialmente in quella in cui mi diede cresima. Ieratico in chiesa e in processione, si scioglieva in compagnoneria e spirito quando privatamente intratteneva o si intratteneva. Una volta venne al circolo: e sapendo qual covo di mangiapreti fosse, lasciò cadere due o tre ridevoli aneddoti sui preti. Quei fieri anticlericali ne furono edificati: finalmente un prete “diverso”» [4] E non crediamo che nella terra di Sciacca si sia menato scandalo perché l’allegra ciurma del Femia sia stata accolta allegramente da quelle suorine. Vi erano “giovani discoli”? E che potevano fare sotto gli sguardi vigili ed impertinenti di tanti commensali? Solo l’uzzolo sessuofobo poteva ispirare quell’accigliata accusa.

La storia del fratello gesuita del Traina non era poi così insolita. Chissà quanti casi, anche a Roma. L’insinuazione cadeva nel vuoto (allora e soprattutto adesso). La pensione confidenziale appioppata al priorato di Naro era bene che restasse in famiglia. Roma sicuramente non eccepiva. Il tesorierato è ondivago e per sua natura. Anche qui niente di esecrabile. Il Traina riscuote quanto già riscosso dal fratello morto. Il ne bis in idem non l’applica. Ma sarà stato poi vero? La faccenda della cappella funeraria del canonico Navarra ci richiama le torbide faccende del vescovo cinquecentesco Horozco Covarruvias y Leyva. Strano destino codesto del canonico a suo tempo incriminato per incesto spirituale con una sessantenne. Quanto alla faciloneria di vescovi e preti nel debilitare fabbriche vetuste che di conseguenza si afflosciano è storia vecchia ed oggi avviene ancor più sovente per le provvidenze dell’erario pubblico nel restauro di chiese, matrici e cattedrali. Il vescovo è vanitoso, vuol vedere dal suo trono il sacello con le sue armi; impone un arco ed il tetto crolla. Stornerà le rendite in favore di povere orfane per una fabbrica friabile e prossima al crollo. Al papa tanto non avrà destato eccessivo interesse. Non si destituisce un vescovo per così poco. Sporchissime sono le tovaglie degli altari. Il Traina è ormai un vecchio sordido; l’igiene non la praticherà per sé, figurarsi per gli altari secondari della sua cattedrale. Religiosi schizzinosi si rifiutano di celebrarvi. Pazienza, si sarà detto il Traina; il risparmio di qualche candela era pur sempre apprezzabile. La prebenda teologale non va ai canonici, viene stornata al seminario? Forse fu un bene. Noi moderni drizziamo le orecchie a vedere quei canonici che accusano il vescovo di non essere molto preoccupato dalle dicerie di bigotte e donnine allegre che vengono ammaliate dal diavolo (suadente diabulo); i canonici avrebbero voluto spettacoli di fede con streghe bruciate, Monsignore ha maggiore ritegno (e noi siamo con lui). Se vi sono morosi, il vescovo è indulgente.

Avremmo quindi assolto il Traina se le accuse fossero state quelle sinora sciorinate. Ma c’è un punto che capovolge la situazione. I canonici rievocano le faccende dei tumulti popolari, con i tanti morti ammazzati. La diagnosi è pungente. Il vescovo si mise la dignità episcopale sotto i piedi. Per colpa sua due canonici ci hanno rimesso le penne; undici ecclesiastici sono periti «per avere esso Monsignore sparato alla moltitudine» E non era popolo ribelle e sanguinario. Era gente che voleva il pane quotidiano e che vedeva addensarsi su di essa le nubi della fame per mancanza di grano nelle dispense comunali. Andava a chiedere a pagamento 700 salme di grano. Ne aveva di bisogno. Ed il vescovo si mostrava strano pastore volto più a distruggere il suo gregge che a sfamarlo. Gli fa sparare addosso. Fu così che esplose la rabbia popolare, foriera di morte, di stragi, di ferimenti, di violenze. Anche contro il vescovo che sol perché l’aborrito canonico Picella è lesto nel trafugarlo e nel portarselo a casa la fa franca.

Non sono aspetti censurabili da parte di un papa. Ma da chi nutre spirito umanitario, sì. Ora come allora. Nei tempi di oggidì ci ha pensato Andrea Camilleri nel suo il re di Girgenti. Fra i contemporanei del vescovo, i canonici Picella e Blasco, e poi il Pirri che prima era stato prodigo di elogi verso il Traina. Questa sporca faccenda del grano prima promesso e poi denegato per motivi di speculazione finanziaria; questo intrigo di canonici ed ecclesiastici chiamati a sparare sulla folla inerme; questo decrepito vecchio che non ha pietà e commina scomuniche, mentre si arricchisce; e con le tante ricchezze accumulate compra pro tempore città e meri e misti imperi, è pagina storica nefasta. Quel vescovo va censurato. Anche a volere perseguire l’avalutatività delle scienze sociali, il giudizio è di condanna, negative et amplius, ad usare il gergo dei preti.


SOMMARIO














































































[1] ) non ci pare pedissequa la citazione sistina; tanto almeno se abbiamo ben capito il magistrale lavoro di Sergio M. Pagano e Giovanni Castaldo sulle visite ad limina dei vescovi di Piazza Armerina, pubblicato nell’Archivio Storico per la Sicilia orientale, 1987 fasc. I-III. La dovizia di notizie, la perspicuità delle note bibliografiche, la conoscenza diretta degli archivi vaticani rendono quello studio basilare e concisamente esaustivo sulle visite che ci occupano. Il profluvio di scritti e librario desta smarrimento e  propizia solo dispersiva erudizione. Pagano e Castaldo ci danno la cifra colta nell’essenzialità del testo per una circospetta ed avveduta lettura dell’immane mole cartacea che inonda il ricercatore di microstoria della propria diocesi. Speriamo che gli insigni autori congedino presto altri lavori su altre diocesi, magari minori, magari non ricche di spunti storicistici atti a suscitare gli interessi dei sommi quali, ad esempio il De Rosa. Vero è che Pagano e Castaldo ci segnalano il Sindoni per certi orientamenti sulla peculiarità ecclesiastica siciliana ma noi non abbiamo trovato bussole adeguata nella ricerca sulla diocesi agrigentina (nelle nostre frequentazioni dell’ASV nel tempo passato) e su quella del nisseno (oggi oggetto delle nostre attenzioni). Speriamo che vi ovviino Pagano e Castaldo. 
[2] ) C. A. Garufi, Patti Agrari e Comuni Feudali di nuova fondazione in Sicilia, dallo scorcio del secolo XI agli albori del Settecento – Studi storico-diplomatici – parte II in Archivio Storico Siciliano – Serie III – vol. II – gennaio 1947 – Palermo presso la Società Siciliana per la Storia Patria MCMXLVIII – p. 7 ss- - Stralciamo da pag. 34 «Coi «capitoli dell’accordo del 15 gennaio 1580 [Rogito di notar Monteleone di Palermo, transuntato il 25 luglio 1609 nelle minute di Notar Gabriele, an. 1608-10, n. 17103  cfr. Archivio di Stato di Palermo, Notai defunti, minute di Vincenzo di Gabriele] da rathificarsi infra due mesi, fra l’altezzoso Don Girolamo del Carretto, per sé e successori, e i rappresentanti del popolo e dell’università di Racalmuto, da ambo le parti s’intese e fu imposto perpetuo silencio circa la questione e lite pendente fra lo dicto Signor Conte e la vendita di detta terra in la R. Gran Corte del Regno.  … Il 2° capitolo , unico nel suo genere e ispirato a quanto sembra alle norme igieniche sanitarie proposte per la prima volta in Italia dal celebre protomedico G. Filippo Ingrassia … sanzionò …  pene severissime. Ed una pena di quattro onze impose, il Del Carretto nel proibire a chiunque di «potiri lavari nello loco di undi currunu li canali di la funtana di lo loco denominato la fonte et la biviratura, et corsi abasso dove curri l’acqua chi nesci di detti canali, et biviraturi», eccetto, e qui spunta il burbero signore, «li genti di casa per usu di detto Conte, suo castello e casa. … [per il seguito cfr. sopra].»  
[3] ) GALLO AVV. ANDREA  CODICE ECCLESIATICO SICOLO - PALERMO DALLA STAMPERIA CARINI - 1851
98 ) Conc. Trid. sess. XXIII, cap. IX de Reformat.
99 ) Ved. Diploma CCX, § 24 e Dispaccio 15 gennaio 1783.
[4] ) Leonardo Sciascia, dalla parte degli infedeli, in  Opere, Bompiani  2003 pag. 874-5.

Nessun commento: