domenica 24 luglio 2016


Per il rilancio di Pescorocchiano





Non sono cicolano, ma sono legatissimo al Cicolano. A questo lembo di paradiso che si diparte dal mezzo della vallata sotto il Velino sino alle bocche di Caprodosso.. e da lassù dalla radura soave e pastorizia di Racino sino alle porte di ciò che si disse lo Stato Pontificio.

Sono siciliano, provengo da un paese che diede i natali ad uno scrittore eccelso che oggi comincia a declinare, parlo di Racalmuto patria di Leonardo Sciascia. Mi sento legato però a questa terra tra Rieti e l'Aquila anche perché mia dimora estiva, quando fuggo da una Roma in caldo umido. Mi accoglie Santa Lucia di Fiamignano in una casetta che mia moglie, figlia di una antica famiglia di antiche radici nella Baronia, possiede a metà con una sua nipote.

Conosco quindi i problemi amministrativi di almeno metà del Cicolano, di Pescorocchiano e Fiamignano. So come si dibattono in difficoltà insormontabili i rispettivi sindaci, le rispettive giunte, i rispettivi consigli. Gli impiegati sono diligenti e cercano il meglio per le cittadinanze. Faccio il confronto con la Sicilia. a qui, nel Cicolano, non c'è mafia, non vi sono infiltrazioni mafiose, le amministrazioni non si sciolgono perché visitatori prefettizi inventano motivi per chiedere alla signoura ministro degli interni commissariamenti.

Ma qui talora fragilità conoscitive di leggi, leggine, provvedimenti, regolamenti, competenze, espoliazioni, arroganze, sono lesive. Manca una vigilanza democratica.

Per mestiere, per incombenze varie, per incarichi ministeriali, per studi e ricerche, per investigazioni storiche, ho qualche freccia al mio arco per taluni suggerimenti, per certe astuzie amministrative, per inusuali impostazioni di bilancio, per una più accorta politica fiscale ed altro.

Sono stato ieri a parlare con il signor sindaco di Pescorocchiano. Persona degna, rispettosa e rispettabile, capace di ascoltare senza degnazione o arroganza. In tanto concordiamo; per alcune questioni, no.

Non condivido le pretese della curia vescovile quanto a Nerse. A Nerse fu trovata una lapide di eccezionale valore storico ed archeologico. Era incisa in osco. Si trova rappresentata e commentata nei CIL del Mommsen, oltre ad essere mirabilmente inquadrata dal sempre più sorprendente testo del grande medico Domenico Lugini. La civiltà osca - precedente addirittura a quella romana - è ancora molto in ombra. La landa di Nersae non può restare così abbandonata, senza neppure un segnale turistico, non recintata, non protetta. La curia se davvero ne è proprietaria avrebbe obblighi di conservazione e di tutela che ictu oculi non sono rispettati. C'è materia per provvedimenti di rigore. Se la cura vescovile getta ombre inibenti sulle pubbliche autorità civili, il Comune non può non reagire. Né valgano pretese economiche esose: se ho ben capito la curia non ha titoli di proprietà; non subentra per fantasiose usucapioni a vecchie confraternite che curavano le sepolture nel sottosuolo delle chiese con diritto alla c.d. quartarie.

L'infiltrazione longobarda arriva a Pescorocchiano. Non mi risulta che sia davvero arrivata a Fiamignano o a Santa Lucia di Fiamignano. A Val di Varri si rinviene una tomba di un guerriero longobardo. Finisce in un primo tempo con grande onore e bella ricostruzione nel Museo Pigorini di Roma. Di questi anni, è però la rimozione della tomba e pare che tutto sia finito incomposto nei sotterranei. E' dovere dell'amministrazione di Pescorocchiano chiedere conto e ragione al Pigorini e se a loro non serve, bene si restituisca la tomba al Comune che potrebbe e dovrebbe collocarla in un antiquarium dentro il recuperato maniero dei Morelli o altrove in qualcuno dei tanti edifici pubblici chiusi. Se poi i privati nicchiano, il comune eserciti la giusta vigilanza sull'assolvimento dei tanti tributi locali che non credo regolarmente assolti. Come dicono i gesuiti, in taluni casi la compensazione di coscienza è permessa e non è peccato di furto o nel nostro caso di pubblico ricatto.

Non parlo qui del Castello di Macchiatimone che va salvaguardato. Mi si dice: e i soldi? Lasciando da parte i fondi comunitari - che se incentrati in intelligenti progetti, sono facilmente reperibili - vi sono poi le doverose impostazioni in bilancio dei crediti di imposta, anticipabili dalla Cassa DD. e PP. e monetizzabili dalla banca tesoriera con operazioni che noi in vigilanza BI denominavano "operazioni ponte".

Vi è poi la questione in sospeso dei proventi dall'occupazione delle acque del lago Salto. Le superfetazioni per distribuire appannaggi ad amministratori del nulla vanno ripensate e soprattutto disciolte. Noi non siamo né per l'accorpamento della provincia con Viterbo né con l'Aquila, ma siamo per la provincia a Rieti. I parametri per dire che si scioglie una provincia perché di territorio o di popolazione insufficiente non le ha imposto il medico. I parametri vanno ripensati. Se ha una provincia ha tradizioni antiche, acclarati ancoraggi con il territorio, non è l'invenzione recente per dare sfogo a questo o a quel satrapo politico, non ci si può appigliare al regresso abitativo di poche migliaia di persone magari per una vorace requisizione del terrirorio da sistemare ad invaso di laghi artificiali che producono energia elettrica per vastissime regioni. Al danno si vuole aggiungere la beffa?

Tralascio la faccenda dell'ACEA di Roma fruitrice delle acque del Cicolano. Certo la presenza di tre piccoli evanescenti comuni con diritti capitari, capaci di imporre la loro personalissima volontà ad un vasto territorio del grande comune limitrofo è faccenda da sistemare; sono comuni da sopprimere, questi sì e non province che tanto PIL producono come Rieti. Sì, signori di Roma, sciogliete Province come Rieti ed i vostri drammatici problemi di riavvio del prodotto interno lordo nazionale vedrete come si acuiscono, come il vostro PIL si riavvita.

Calogero Taverna

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