sabato 21 marzo 2015

Il Comunista Montalbano e l'Ispettore Generale di PS dr. Ettore Messana



Il Comunista Montalbano e l'Ispettore Generale di PS dr. Ettore Messana


28 giugno 11.21.17

Il primo maggio del 1947 si consumò l'infame stage di Portella della Ginestra. L'abile poliziotto Messana con encomiabile destrezza scopre che era stato il bandito Giuliano e la sua banda a compiere quell'esecrabile eccidio. Ne dà ovviamente subito notizia al Ministro Scelba che ne informa il Parlamento. La notizia esce sulla stampa di Roma e Palermo. L'onorevole comunista, l'avvocato professore Giuseppe Montalbano a ciò si aggancia per una denuncia contro il Messana quale responsabile del reato di violazione del segreto d'ufficio. L'abile appiglio rivela l'imbarazzo del parlamentare comunista nel difendersi dalla più grave denuncia per calunnia che il Messana gli aveva sporto contro. La denuncia per calunnia si originava da un infamante articolo del Montalbano che si chiedeva sul n. 152 de la "voce di Sicilia": "Messana correo dei delitti di Fra Diavolo?" A ben vedere l'odierna campagna di stampa diffamatoria verso il gr.uff. Ettore Messana si aggancia a quel vecchio articolo del 1947 per le sue dissennate insinuazioni calunniose. Ma per ora limitiamoci ad alcuni stralci degli atti di quel francamente risibile processo presso il Tribunale Penale di Palermo del 1947 che abbiamo già integralmente pubblicato. E' lo stesso Montalbano che attenua il carattere accusatorio affermando: "è vero che le mie accuse contro il Messana sono poste in quell'artcolo sotto forma ipotetica..." Ma quello che implacabilmente emerge già dopo mesi da quella insinuazione è quanto il PM nel chiedere l'archiviazione argomenta il 2 ottobre del 1947 dissolvendo senza ombra di dubbio ogni sia pure labile sospetto sulla figura del grande ispettore. " Va appena rilevato - vi si afferma - che non può farsi luogo a procedimento per calunnia contro il Montalbano, autore dell'articolo, non avendo egli presentato a carico del dr. Messana alcuna denunzia all'Autorità giudiziaria o ad altra Autorità designata dalla legge circa la pretesa - quanto mai assurda - di costui correità nei delitti commessi dal bandito Ferreri". L'adamantino comportamento del nostro grande compaesano ha quindi il suggello del Procuratore della Repubblica Barone come si può riscontrare nello stralcio processuale che qui sotto pubblichiamo. Signor Casarrubea e accoliti della carta stampata vari quale dato, documento, conoscenza, competenza avete voi per potere ora dopo sessant'anni mettere in dubbio la certezza del Tribunale penale di allora che apoditticamente sancisce che l'Ispettore Generale di PS, gr. uff, Dottore Ettore Messana è un alto ufficiale di polizia non lambito da alcun sospetto circa "i delitti commessi dal bandito Ferreri" essendo solo pretesa ASSURDA quella del compagno comunista Montalbano (allora perché dopo travagliata fu la militanza politica di quest'uomo di Santa Margherita Belice). Se dite di possedere archivi, non avete dato peso a siffatti documenti priocessuali? Ma così non si fa storia, solo prodromica calunnia. PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE CIVILE E PENALE DI PALERMO IL P. M. osserva che con denunzia del 25 giugno 1947, indirizzata al Procuratore Generale di Palermo, ripetuta il 30 stesso mese, l’on. prof. avv. Montalbano Giuseppe, deputato alla Costituente, lamentava che il «Risorgimento Liberale», quotidiano di Roma, ed «Il Mattino di Sicilia», quotidiano di Palermo, alcuni giorni prima avevano pubblicato la notizia che egli, citato dall’Autorità Giudiziaria come teste nel processo Miraglia, per due volte non si era presentato «perché cercava di sottrarsi dal deporre per paura di essere messo a confronto con un Ufficiale di Polizia Giudiziale». Nella persuasione che tale notizia fosse stata rivelata dal dr. Messana Ettore, Ispettore Generale di PS. per la Sicilia, denunziava costui quale responsabile del reato di rivelazione di segreto di ufficio, previsto e punito dall’art. 326 C.P. Lamentava altresì che il «Giornale di Sicilia» del 22 giugno u.s., aveva pubblicato notizie molto delicate e riservatissime in merito alle indagini in corso sul selvaggio eccidio di Portella della Ginestra, riportando il tenore delle deposizioni rese nella fase istruttoria, non ancora chiusa, dai testi Riolo, Sirchia, Fusco e Cuccia, e che lo stesso giornale, del successivo giorno 25, precisava che le notizie pubblicate nel numero del 22 giugno erano state desunte da «atti ufficiali riferentisi all’inchiesta in corso». Ravvisava in tali pubblicazioni la prova che funzionari addetti alle indagini avessero rivelato segreti d’ufficio e denunziava gli ignoti informatori da ricercarsi presumibilmente [presso] l’Ispettorato Generale di P. S., diretto dal dr. Messana. D’altro lato quest’ultimo, venuto a conoscenza della denunzia sporta a suo carico, indirizzava, in data 16 luglio u.s., a questa Procura un esposto col quale chiedeva il procedimento d’ufficio per calunnia contro il prof. Montalbano, anche in relazione ad un articolo pubblicato nel n. 152 de «La Voce della Sicilia» del 1° luglio, a firma del Montalbano, nel quale egli viene fatto apparire come correo dei numerosi delitti consumati dal bandito Ferreri inteso Fra’ Diavolo, ucciso poi in conflitto in territorio di Alcamo. Ciò posto, va subito rilevato che la doglianza del prof. Montalbano per la notizia pubblicata dal «Risorgimento Liberale» e dal «Mattino di Sicilia» è pienamente fondata per quanto ottiene l’offesa recata alla sua personalità morale, essendo chiaro che l’autore dell’articolo scrivendo ch’egli, sebbene due volte citato dal magistrato istruttore, non si era presentato a deporre come teste «per paura di essere messo a confronto con un funzionario di polizia» si proponeva di presentare il Montalbano sotto una luce poco onorevole al pubblico dei lettori: è risultato, invece, dalla esauriente istruttoria compiuta da quest’Ufficio che il prof. Montalbano si presentò regolarmente tutte e due le volte alla Sezione istruttoria e che per la mancata presenza del giudice non fu messo in grado – sia la prima che la seconda volta – di rendere la sua deposizione. Intanto il magistrato inquirente dispose la nuova citazione del prof. Montalbano per il giorno 25 luglio e, nell’eventualità di dovere eseguire un confronto tra lui ed il dr. Messana, telefonò a quest’ultimo invitandolo a tenersi per quel giorno a sua disposizione nel proprio ufficio onde assicurarsene, occorrendo, la comparizione. Tosto che il prof. Montalbano poté rendere la sua dichiarazione, il giudice non ritenne di far luogo al confronto ed il dr. Messana fu sciolto dall’obbligo di tenersi a disposizione. Or poiché la notizia del predisposto confronto era nota soltanto al magistrato ed al dr. Messana, è sembrato logico al prof. Montalbano ritenere che il Messana ne avesse informato i giornali, rivelando così un segreto d’ufficio. Nel fatto lamentato non riscontra però il requirente gli estremi del reato p. ep. dall’art. 326 C. P. e ciò a prescindere da qualsiasi esame di merito sulla consistenza dell’addebito. Perché la citazione non è un atto interno del processo, non è, cioè, un atto segreto posseduto e custodito dal pubblico ufficiale: bensì è un atto esterno del processo, la cui funzione si esaurisce all’esterno, concretantesi nella chiamata del giudice, pel tramite dell’ufficiale giudiziario. Le notizie d’ufficio sono quelle che debbono rimanere segrete, come le dichiarazioni testimoniali, i verbali di confronto, gli atti generici ecc. Sicché la loro rivelazione da parte del pubblico ufficiale si risolve in una violazione dei doveri inerenti alla sua funzione. Come non costituisce segreto d’ufficio la citazione, a maggior ragione non può costituire segreto d’ufficio un semplice avvertimento fatto per telefono a persona ancora da citare pel caso di un eventuale confronto. Il reato di violazione di segreti d’ufficio è, invece, manifestamente configurabile nei due articoli pubblicati sul Giornale di Sicilia, rispettivamente sotto il titolo «Colpo di scena: a Portella della Ginestra ha sparato Giuliano» e «Soppresso a Portella della Ginestra perché testimone della strage», perché in entrambi gli articoli appaiono palesati fatti e circostanze che non potevano essere di dominio pubblico, e, quindi, oggetto di cronaca, siccome acquisite dall’Autorità giudiziaria e dalla Polizia giudiziaria durante le indagini tuttora in corso. Per di più lo stesso giornale nel n. 149 del 25 giugno 1947, riportava un articolo in cui si ribadiva che le notizie precedentemente pubblicate erano state desunte da atti ufficiali e da conclusioni ufficiali di una inchiesta accertante la responsabilità del bandito Giuliano. Nulla, tuttavia, autorizza a ritenere che il dr. Messana abbia dato ai giornali le informazioni in discorso. Ben vero il prof. Montalbano ha manifestato il convincimento che tali notizie fossero state propalate dall’Ispettore Generale di PS. nella considerazione che ancora prima che le indagini avessero preso una consistenza qualsiasi, il Messana si era affrettato a comunicare al Ministro dell’Interno che autore della strage era stato Giuliano con la sua banda, per cui avvenne che il Ministro ne informò l’Assemblea Costituente: da qui l’interesse del Messana di dimostrare al pubblico che egli non si era sbagliato. È evidente la buona fede dell’on.le Montalbano nella incolpazione fatta al Messana, ma, alla stregua delle risultanze istruttorie, l’addebito deve dirsi del tutto infondato. Parrebbe, infatti, accertato che i redattori degli articoli incriminati trassero le notizie, in discorso, da indagini direttamente fatte dai cronisti dei giornali, che abilmente seguivano quelle che si svolgevano nell’ambito della polizia giudiziaria e dell’Autorità giudiziaria (ff. 19 - 22 - 23 - 26, testi Pirri, Melati, Petrucci, Seminara, e Marino), ma anche se ciò non fosse vero, nessuna prova sussiste, atta a far ritenere che fosse stato proprio il Messana a rivelare le risultanze delle indagini ufficiali, specie se si consideri che i motivi posti a base dell’incolpazione contro il Messana valgono anche per tutti i funzionari e gli agenti dell’Ispettorato di PS. che collaborarono col loro Capo nelle operazioni di polizia, sicché per tutti poteva essere di soddisfazione far sapere che l’Ispettorato non aveva sbagliato nell’individuazione dei responsabili dell’efferato delitto. Non sono altresì da escludere altre ipotesi circa la fonte alla quale le notizie poterono essere attinte. Stando così le cose non si vede perché si debbano inseguire delle ombre, quando si ha la prova di un’attività giornalistica, abilmente, ma anche imprudentemente manovrata ai margini di uffici giudiziarii e di polizia. Il che non è reato. Non essendo penalmente punibili pel titolo di violazione di segreti di ufficio i fatti lamentati dal prof. Montalbano, discende la conseguenza logica e giuridica che non possono riscontrarsi gli estremi della calunnia nella incolpazione di fatti non costituenti reato. Parimenti non incriminabile pel titolo di calunnia è l’articolo pubblicato nel n. 152 de «La voce di Sicilia» sotto il titolo «Messana correo dei delitti di Fra-diavolo?». Il contenuto dell’articolo è diffamatorio, ma di ciò non si è doluto il dr. Messana, mancando in atti la prescritta querela. Va appena rilevato che non può farsi luogo a procedimento per calunnia contro il Montalbano, autore dell’articolo, non avendo egli presentato a carico del dr. Messana alcuna denunzia all’Autorità giudiziaria o ad altra Autorità designata dalla legge circa la pretesa – quanto mai assurda – di costui correità nei delitti commessi dal bandito Ferreri. La pubblicità col mezzo della stampa di una falsa incolpazione di reato, fatta sia pure con l’intento di provocare un procedimento penale di ufficio, non ha nulla di comune con la denunzia che la legge richiede per la sussistenza della calunnia. Per l’anzidetto essendo il caso di provvedere ai sensi dell’art. 74 C. P. P. e succ. mod. CHIEDE Che il Giudice Istruttore voglia ordinare la archiviazione degli atti. Palermo 2.10.1947. Il Procuratore della Repubblica. Barone. PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE CIVILE E PENALE DI PALERMO IL P. M. osserva che con denunzia del 25 giugno 1947, indirizzata al Procuratore Generale di Palermo, ripetuta il 30 stesso mese, l’on. prof. avv. Montalbano Giuseppe, deputato alla Costituente, lamentava che il «Risorgimento Liberale», quotidiano di Roma, ed «Il Mattino di Sicilia», quotidiano di Palermo, alcuni giorni prima avevano pubblicato la notizia che egli, citato dall’Autorità Giudiziaria come teste nel processo Miraglia, per due volte non si era presentato «perché cercava di sottrarsi dal deporre per paura di essere messo a confronto con un Ufficiale di Polizia Giudiziale». Nella persuasione che tale notizia fosse stata rivelata dal dr. Messana Ettore, Ispettore Generale di PS. per la Sicilia, denunziava costui quale responsabile del reato di rivelazione di segreto di ufficio, previsto e punito dall’art. 326 C.P. Lamentava altresì che il «Giornale di Sicilia» del 22 giugno u.s., aveva pubblicato notizie molto delicate e riservatissime in merito alle indagini in corso sul selvaggio eccidio di Portella della Ginestra, riportando il tenore delle deposizioni rese nella fase istruttoria, non ancora chiusa, dai testi Riolo, Sirchia, Fusco e Cuccia, e che lo stesso giornale, del successivo giorno 25, precisava che le notizie pubblicate nel numero del 22 giugno erano state desunte da «atti ufficiali riferentisi all’inchiesta in corso». Ravvisava in tali pubblicazioni la prova che funzionari addetti alle indagini avessero rivelato segreti d’ufficio e denunziava gli ignoti informatori da ricercarsi presumibilmente [presso] l’Ispettorato Generale di P. S., diretto dal dr. Messana. D’altro lato quest’ultimo, venuto a conoscenza della denunzia sporta a suo carico, indirizzava, in data 16 luglio u.s., a questa Procura un esposto col quale chiedeva il procedimento d’ufficio per calunnia contro il prof. Montalbano, anche in relazione ad un articolo pubblicato nel n. 152 de «La Voce della Sicilia» del 1° luglio, a firma del Montalbano, nel quale egli viene fatto apparire come correo dei numerosi delitti consumati dal bandito Ferreri inteso Fra’ Diavolo, ucciso poi in conflitto in territorio di Alcamo. Ciò posto, va subito rilevato che la doglianza del prof. Montalbano per la notizia pubblicata dal «Risorgimento Liberale» e dal «Mattino di Sicilia» è pienamente fondata per quanto ottiene l’offesa recata alla sua personalità morale, essendo chiaro che l’autore dell’articolo scrivendo ch’egli, sebbene due volte citato dal magistrato istruttore, non si era presentato a deporre come teste «per paura di essere messo a confronto con un funzionario di polizia» si proponeva di presentare il Montalbano sotto una luce poco onorevole al pubblico dei lettori: è risultato, invece, dalla esauriente istruttoria compiuta da quest’Ufficio che il prof. Montalbano si presentò regolarmente tutte e due le volte alla Sezione istruttoria e che per la mancata presenza del giudice non fu messo in grado – sia la prima che la seconda volta – di rendere la sua deposizione. Intanto il magistrato inquirente dispose la nuova citazione del prof. Montalbano per il giorno 25 luglio e, nell’eventualità di dovere eseguire un confronto tra lui ed il dr. Messana, telefonò a quest’ultimo invitandolo a tenersi per quel giorno a sua disposizione nel proprio ufficio onde assicurarsene, occorrendo, la comparizione. Tosto che il prof. Montalbano poté rendere la sua dichiarazione, il giudice non ritenne di far luogo al confronto ed il dr. Messana fu sciolto dall’obbligo di tenersi a disposizione. Or poiché la notizia del predisposto confronto era nota soltanto al magistrato ed al dr. Messana, è sembrato logico al prof. Montalbano ritenere che il Messana ne avesse informato i giornali, rivelando così un segreto d’ufficio. Nel fatto lamentato non riscontra però il requirente gli estremi del reato p. ep. dall’art. 326 C. P. e ciò a prescindere da qualsiasi esame di merito sulla consistenza dell’addebito. Perché la citazione non è un atto interno del processo, non è, cioè, un atto segreto posseduto e custodito dal pubblico ufficiale: bensì è un atto esterno del processo, la cui funzione si esaurisce all’esterno, concretantesi nella chiamata del giudice, pel tramite dell’ufficiale giudiziario. Le notizie d’ufficio sono quelle che debbono rimanere segrete, come le dichiarazioni testimoniali, i verbali di confronto, gli atti generici ecc. Sicché la loro rivelazione da parte del pubblico ufficiale si risolve in una violazione dei doveri inerenti alla sua funzione. Come non costituisce segreto d’ufficio la citazione, a maggior ragione non può costituire segreto d’ufficio un semplice avvertimento fatto per telefono a persona ancora da citare pel caso di un eventuale confronto. Il reato di violazione di segreti d’ufficio è, invece, manifestamente configurabile nei due articoli pubblicati sul Giornale di Sicilia, rispettivamente sotto il titolo «Colpo di scena: a Portella della Ginestra ha sparato Giuliano» e «Soppresso a Portella della Ginestra perché testimone della strage», perché in entrambi gli articoli appaiono palesati fatti e circostanze che non potevano essere di dominio pubblico, e, quindi, oggetto di cronaca, siccome acquisite dall’Autorità giudiziaria e dalla Polizia giudiziaria durante le indagini tuttora in corso. Per di più lo stesso giornale nel n. 149 del 25 giugno 1947, riportava un articolo in cui si ribadiva che le notizie precedentemente pubblicate erano state desunte da atti ufficiali e da conclusioni ufficiali di una inchiesta accertante la responsabilità del bandito Giuliano. Nulla, tuttavia, autorizza a ritenere che il dr. Messana abbia dato ai giornali le informazioni in discorso. Ben vero il prof. Montalbano ha manifestato il convincimento che tali notizie fossero state propalate dall’Ispettore Generale di PS. nella considerazione che ancora prima che le indagini avessero preso una consistenza qualsiasi, il Messana si era affrettato a comunicare al Ministro dell’Interno che autore della strage era stato Giuliano con la sua banda, per cui avvenne che il Ministro ne informò l’Assemblea Costituente: da qui l’interesse del Messana di dimostrare al pubblico che egli non si era sbagliato. È evidente la buona fede dell’on.le Montalbano nella incolpazione fatta al Messana, ma, alla stregua delle risultanze istruttorie, l’addebito deve dirsi del tutto infondato. Parrebbe, infatti, accertato che i redattori degli articoli incriminati trassero le notizie, in discorso, da indagini direttamente fatte dai cronisti dei giornali, che abilmente seguivano quelle che si svolgevano nell’ambito della polizia giudiziaria e dell’Autorità giudiziaria (ff. 19 - 22 - 23 - 26, testi Pirri, Melati, Petrucci, Seminara, e Marino), ma anche se ciò non fosse vero, nessuna prova sussiste, atta a far ritenere che fosse stato proprio il Messana a rivelare le risultanze delle indagini ufficiali, specie se si consideri che i motivi posti a base dell’incolpazione contro il Messana valgono anche per tutti i funzionari e gli agenti dell’Ispettorato di PS. che collaborarono col loro Capo nelle operazioni di polizia, sicché per tutti poteva essere di soddisfazione far sapere che l’Ispettorato non aveva sbagliato nell’individuazione dei responsabili dell’efferato delitto. Non sono altresì da escludere altre ipotesi circa la fonte alla quale le notizie poterono essere attinte. Stando così le cose non si vede perché si debbano inseguire delle ombre, quando si ha la prova di un’attività giornalistica, abilmente, ma anche imprudentemente manovrata ai margini di uffici giudiziarii e di polizia. Il che non è reato. Non essendo penalmente punibili pel titolo di violazione di segreti di ufficio i fatti lamentati dal prof. Montalbano, discende la conseguenza logica e giuridica che non possono riscontrarsi gli estremi della calunnia nella incolpazione di fatti non costituenti reato. Parimenti non incriminabile pel titolo di calunnia è l’articolo pubblicato nel n. 152 de «La voce di Sicilia» sotto il titolo «Messana correo dei delitti di Fra-diavolo?». Il contenuto dell’articolo è diffamatorio, ma di ciò non si è doluto il dr. Messana, mancando in atti la prescritta querela. Va appena rilevato che non può farsi luogo a procedimento per calunnia contro il Montalbano, autore dell’articolo, non avendo egli presentato a carico del dr. Messana alcuna denunzia all’Autorità giudiziaria o ad altra Autorità designata dalla legge circa la pretesa – quanto mai assurda – di costui correità nei delitti commessi dal bandito Ferreri. La pubblicità col mezzo della stampa di una falsa incolpazione di reato, fatta sia pure con l’intento di provocare un procedimento penale di ufficio, non ha nulla di comune con la denunzia che la legge richiede per la sussistenza della calunnia. Per l’anzidetto essendo il caso di provvedere ai sensi dell’art. 74 C. P. P. e succ. mod. CHIEDE Che il Giudice Istruttore voglia ordinare la archiviazione degli atti. Palermo 2.10.1947. Il Procuratore della Repubblica. Barone.

Il Ricciardelli e il Questore Messana

PERCHE' SI SAPPIA: il Ricciardelli fu un questurino della Politica di Trieste durante il fascismo. Il dottor Messana, inviso a fascisti,  tedeschi e militari a Lubiana nel 1942 (giugno) deve abbandonare la direzione di quella Questura. Promosso Ispettottore Generale di PS viene parcheggiato in subordine a Trieste. Destinazione Bologna: ma lì non lo vogliono perché considerato molto morbido (altro che criminale di guerra). Si costituisce la RSI e Messana lascia la questura di Trieste, ci rimette lo stipendio, e si nasconde a Roma, oltre Tevere, sino all'entrata degli Alleati (aprile 1944). Subito viene acquisito all'alto Ufficio ed ad altissimi incarichi fiduciari, naturalmente d'accordo con gli alleati che poi a sentire Cernigoi, con l'avallo di Casarrubea l'avrebbero ricercato come sospetto criminale di guerra peraltro latitante (scemenze!). Trieste diviene territorio libero. Il Ricciardelli passa al servizio di questo strano organismo, scisso per ora dall'Italia. Arriva a Trieste quella che oggi si direbbe una Rogatoria. Chi era Messana? Al Ricciardelli che ovviamente era stato snobbato dal Messana non sembra vero di abbandonarsi alle insinuazioni, cattiverie, maldicenze contro quello che era stato un suo odiato superiore. Dopo, Trieste si congiunge con l'Italia. Ricciardelli avrà dovuto camuffarsi ben bene per no farsi scoprore da Lessana, ormai onnoìipotente collaboratore di De Gasperi. Pare che ci sia riuscito. Solo dopo che tutti sono morti la Cernigoi, goriziana, diviene fiduciaria di ex funzionari triestini che le passano un rapporto mai giunto a Roma, almeno alla SIS, e comunque mai degnato di una qualche attenzione. Se ora Cernigoi e Casarrubea ne fanno il loro vangelo per le accuse a Messana, gatta ci cova. Malgrado Tutto in questa bagarre che c'entra? Che interesse ha ad inquinarsi pur esso, oltretutto a gratuita denigrazione di un rispettato personaggio racalmutese?
18 giugno 17.40.45

Quando leggeremo quello che leggeremo non avremo dubbi nel ritenere codesto questurino a nome Feliciano Ricciardelli un malevolo meschinello detrattore, in anonimato, del grande Ettore Messana che dovrebbe essere stato suo superiore e che certamente non ebbe ad pprezzarlo. Al suo paese irpino si fu di di manica larga: gli si dedicò una via e si cercò di santificarlo. Riportiamo giù locandine manifesti e e dicerie elogiative ma non c'era molto dall'addurre a lode omaggiante. Si disse "uomo giusto". Un epiteto alquanto singolare per uno che di mestere aveva fatto il poliziotto di reparto politico decisamente fascista. E redigeva rapporti infamenti di sospetti e dispetti a base di "corre voce", "si dice", "non poteva non sapere", " era suo subordinato il vero malfattore (se poi tale era)" "lo spalleggiava" "forse ne fu compare" e niente più. Ma proprio niente di più sul suo grande siperiore l'Ispettore generale della PS il Gr.Uff. Dottore Ettore Messana. E quando le scrive queste cose, quando ancora modesto funzionarietto di questura, relagato ad una insignificante periferia, nell'ottobre del 1945, crede che è giunto il momento di togliersi un sassolino dalla scarpa contro l'invidiato suo ex Superiore che invece di carriera ne ha già fatta e con onore e per la stima di un superbo uomo di sìStato, nientemeno l'on. Alcode De Gasperi. E quel insignificante rapportino finisce obliato e trascurato i mano non autorevole e ci vuole tutta la malafede di rampanti speculatori dell'antitalianità per riseumarlo e farne fonte di autorevolissima fede quando scricchiola da tutte leparte. E ciò è tanto vero che Roma repubblicana e democratica e indubitabilmente antifascista non vi diede peso alcuno. Del resto non ne aveva: non un fatto, non una prova, non una certezza. Solo pettegolezzi astiosi di bassa caserma poliziesca. lunedì 12 settembre 2011 Ricciardelli, l'amico e collega di Palatucci che finì a Dachau http://2.bp.blogspot.com/-zDS7zHoxcqA/TmoaESOoW3I/AAAAAAAAAJI/Txktw9YDtQ4/s1600/ricciardelli.jpg L’Ufficio di Presidenza dell’Associazione Amo Montemarano, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, organizza il convegno dal titolo: “Servire la Patria. L’Esempio di un Compaesano, un Questore, un uomo Giusto: dott. Feliciano Ricciardelli”. L’appuntamento è per sabato 17 settembre alle ore 18:00 presso l’Auditorium dell’Edificio Scolastico di Montemarano. Collega, amico e confidente di Giovanni Palatucci, Feliciano Ricciardelli fu capo dell’Ufficio Politico della Questura di Trieste mentre Palatucci era capo dell’Ufficio Stranieri della Questura di Fiume. Collaborò con quest’ultimo per mettere in salvo centinaia di perseguitati dal regime. Fu arrestato e deportato nel campo di concentramento di Dachau da cui riuscì a salvarsi. La manifestazione trae spunto dal libro “Capuozzo accontenta questo ragazzo. La vita di Giovanni Palatucci” di Angelo Picariello che considera Ricciardelli «...un eroe più anziano ed esperto, mosso dalle stesse motivazioni umanitarie e cristiane. Con lui più volte si confronta sul come muoversi per il bene di questi perseguitati, aggirando le leggi e i controlli dei superiori più intransigenti…». Attraverso l’esempio del Montemaranese Ricciardelli si celebreranno i 150 anni dell’unità d’Italia evidenziando il ruolo di chi, con la propria opera, ha reso grande la nazione. I partecipanti rifletteranno anche su cosa significhi, oggi, servire la Patria nei suoi vari aspetti. Al dibattito interverranno, oltre al Presidente di Amo Montemarano, Beniamino Palmieri, l’autore del libro, nonchè giornalista di Avvenire, Angelo Picariello, Raffaele Ricciardelli, figlio del dott. Ricciardelli, il Questore di Avellino Sergio Bracco. Gli interventi verranno conclusi dal senatore Nicola Mancino, già Vice Presidente del CSM, Presidente del Senato e Ministro dell’Interno. Pubblicato da Mario Avagliano a 15:02 http://img1.blogblog.com/img/icon18_email.gifhttp://img2.blogblog.com/img/icon18_edit_allbkg.gif Invia tramite emailPostalo sul blogCondividi su TwitterCondividi su FacebookCondividi su Pinterest ------------------- Ma ecco cosa scriveva ancora il Ricciardelli: “Fra le insistenti voci che allora circolavano vi era anche quella che egli ordinava arresti di persone facoltose, contro cui venivano mossi addebiti infondati al solo scopo di conseguire profitti personali. Difatti si diceva che tali detenuti venivano poi avvicinati in carcere da un poliziotto sloveno, compare del Messana, che promettevaloro la liberazione mediante il pagamento di ingenti importi di denaro. Inoltre gli si faceva carico che a Lubiana si era dedicato al commercio in pellami, da cui aveva ricavato lauti profitti. Durante la sua permanenza a Trieste, per la creazione in questa città del famigerato e tristemente noto ispettorato speciale di polizia diretto dal comm. Giuseppe Gueli, amico del Messana, costui non riuscì ad affettuare operazionidi polizia politica degne di particolare rilievo. Ma anche qui come a Lubiana, egli si volle distinguere per la mancanza assoluta di ogni senso di umanità e di giustizia che dimostrò chiaramente nella trattazione di pratiche relative a perseguitati politici, responsabili di attività antifascista molto limitata. In proposito, si ritiene opportuno segnalare un episodio che dimostra la sua malvagità d’animo: In una notte del gennaio 1943 senza alcun addebito specifico ed all’insaputa dello stesso Ufficio Politico della Questura, ordinò l’arresto di oltre venti ebrei fra cui si ricordano i nomi dei fratelli Kostoris Marco e Leone, Romano Davide, Israele Felice e l’avvocato Volli Ugo che vennero proposti al Ministero per l’internamento, perché ritenuti politicamente pericolosi. E che il Messana avesse agito per pura malvagità e, probabilmente, per cercare di accattivarsi la benevolenza della locale federazione fascista, con la quale non intercorrevano cordiali rapporti, lo dimostra il fatto che lo stesso Ministero respinse la proposta. Ordinando la scarcerazione dei predetti che furono rilasciati dopo oltre un mese di carcere (per più dettagliati particolari e per conoscere tutti i nomi degli arrestati, esaminare i precedenti al Ministero, poiché gli atti dell’Ufficio Politico della locale Questura, furono asportati o distrutti dalle truppe jugoslave di occupazione della città ai primi di maggio u. s.) Risulta in modo indubbio che il Messana, quale componente la locale commissione provinciale per i provvedimenti di polizia, infierì in modo particolare contro i denunziati. Difatti egli, anche per colpe di lieve entità per quanto riguardava i denunziati per il confino chiedeva sempre il massimo della pena. Tale comportamento veniva aspramente criticato dagli altri componenti la commissione e finanche dal Prefetto fascista Tullio Tamburini, presidente della commissione stessa.[3] gli italiani uccidono 15 uomini e donne a Brdo presso Lubiana. Le vittimesi trovano al cimitero di Vic Destituito Mussolini, nonostante avesse eletto domicilio a Trieste, se ne allontanò ben presto facendo perdere di fatto le sue tracce. Alla data del 2 novembre era ancora irreperibile e in tale veste fu dichiarato dimissionario d’ufficio”. [4] * Di tutta questa accozzaglia di dicerie, presunzioni, maldicenze, sospetti, anonime delazioni nessun fatto, lo affermiamo senza tema di smentita, fu mai provato, nessun misfatto fu mai addebitato all'Ispettore Generale di PS gr.uff. Ettore Messana. Tutto finito nel nulla dell'ARCVHIATO. Non luogo a procedere. Chi rispolvera questo documento che per di più potrebbe risultare persino apocrifo si macchia a mio avviso di diffamazione calunniatrice. Certamente non fa storia.

Il generale Egidio Macaluso da Racalmuto

Se, dove, quando   intestare una strada a Racalmuto.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Temporibus illis fui molto irritato quando dopo una storia non virgiliana di Eurialo e Niso, non so chi era Niso, arrabbiatissimo con colui che era stato il suo Eurialo, il desso mi  cambia la mia plurisecolare via natia, Via Fontis, via Fontana in una via di difficile grafia e così la mia diletta via Fontana divenne Via Gramsci.
 
"Ma lu sapi iddru chiaru/ ca li frosci vannu a paru", cantava Totu Marchisi. Solo che per la prevenzione omofoba, nulla sapendo, di un padre di codesti due giovinastri in vena di devianze, scoppia fra i due sodali una ira funesta.  
 
Prima Biancofiore, poi  uno divenuto incredibilmente ultra rosso e riuscendo costui a divenire sindaco, toglie il nome vetusto alla strada del portone dell'odiato ex amico e vi appioppa il nome di quel  grande martire del Fascismo che fu Antonio Gramsci.
Allora io ero "parrinaru" e la cosa mi dispiacque assai.
Ora sono vetero comunista tutt'altro che pentito ma questa faccenda di sapore omofilo non mi va neppure adesso giù: non confondiamo il sacro con il profano.
E per di più, avendo abitato per tanto tempo di fronte alla BARUNA temo che data l'indecifrabilità  ortografica della piazza, a qualcuno prima o poi salterà in mente di fare un'altra peciata viaria.
 
Se poi penso ai modi della denominazione di una scuola elementare, che il fratello podestà in epoca fascista, non contento di essersi sistemata
 le proprietà periferiche facendone terra edificabile, impose una intestazione dei due plessi scolastici al fratello ufficiale di carriera.
 
Quel sornione del dott. Prof. Petrotto nel 2001, quando era di minori bollenti spiriti, così tratteggia la figura cui si dedicò quello spurio toponimo.
 
"La saga di quegli uomini di tenace concetto a Racalmuto annovera un'altra insigne figura, quella di un ufficiale gentiluomo, si potrebbe dire più modernamente, anzi un eroe dall'indomito coraggio.
"Un nobile  servitore della Patria, la cui immagine cristallina rispecchia fors'anche quell'orgoglio tutto racalmutese nell'accezione più sciasciana possibile. 'Né con lo Stato né con le brigate rosse' fecero dire a Leonardo Sciascia. Quello Stato dagli eccessi e dai rigurgiti ideologici totalizzanti degli anni '60 e '70.
"E' così per la storia del Generale Macaluso fedele alle istituzioni dell'epoca, eroe non per caso, ma per il suo alto valore civile e militare, perseguitato dai repubblichini di Salò, sbeffeggiato e torturato, condotto velocemente verso una frettolosa morte. Non la meritava proprio in quel modo!
"Caduto il fascismo, rimase fedele alla monarchia che aveva onorato e servito perché quella era la massima istituzione di un'Italia che, solo qualche anno dopo la Sua morte scelse, con un referendum, la via repubblicana.
"E che fece di male? Disse ad un certo punto: 'né con i fascisti, né con i comunisti'.
"Riecheggia quella doppia  negazione  che rivela un profondo equilibrio. Rimase il giusto difensore di un'Italia che era tutt'altro che desta. Né con gli invasori Tedeschi, né con gli invasori Americani, ma solo con la Patria, con l'Italia che aveva onorato e servito".
 
Ma l'astuto Totò da dove smunge siffatte abili contorsioni concettuali e politiche? "Al giornalista Giuseppe Troisi il merito di avere fatto affiorare la storia di un uomo vero, che noi tutti conoscevamo per avere frequentato la Scuola elementare che porta il Suo nome e la strada dove ancora c'è la villa dei suoi fratelli, ma mai avremmo pensato che si trattasse di avere a che fare con un 'eroe-martire'. "
 
Manco io l'avrei mai pensato, a dire il vero, che pure quella bella scuola la frequentai nei primi anni 'Quaranta', non sapendo mai chi era e che meriti poteva avere codesto generale, magari a me noto più per la villa alla Culma che per i suoi attributi eroici.
 
Il Giornalista Troisi, noi l'abbia ben bene conosciuto, coetaneo e per anni compagno di università a Palermo.
Bravissimo di penna, amico di Sciascia, fornitore di notizie degli anni del Seicento palermitano, non amava questo suo parente di nome Egidio Macaluso.
 
 
Ruggini di famiglia ataviche.  Ma come leggiamo nella pubblicazione esaltata da Petrotto. Enzo Sardo preme, e lui scrive.
 
Non c'era bisogno di dilungarsi in brutti fatti estremi. Ma Peppi vi indulge, nessuno di noi ne sapeva nulla, e penso per un'intima celatissima vendetta ci racconta quanto segue:
"... l'8 settembre  ... coinvolge, Istrana [la lussuosa villa ove il Generale si era trasferito 'al Rientro a Venezia ... nell'autunno del '42 ... la villa dalle numerose stanze che può accogliere tutti'.]"
 
"Il 25 luglio del '43 giunge come un fulmine, causando sconforto e sofferenza!"
 Insomma "l'arrivo dei reparti tedeschi della Wermatche "  ...  e quindi "la polizia fascista che sfonda la villa ", "causando gravi danni".  "Un rapido inventario dimostra che sono stati asportati valori, oro, argenteria, quadri, libri preziosi, pellicce e rare bottiglie di vino 'Albana' riposte in cantina".
 
A noi qui sorge un dubbio: certo molto ricco è il generale. Ma costui era il sesto degli otto figli di Salvatore Macaluso (1829-1895). Nato povero a Racalmuto insomma. Come ha fatto ad accumulare tanta ricchezza!
 
"La sera del 5 agosto 44 ... giunge alla villa una Fiat 1500 nera di Venezia. Degli uomini armati si schierano in vari punti. Il [generale] viene invitato a seguirli: si cambia e porta con sé solo lo stretto necessario. Viene trasportato a Ca' Littoria a Venezia e subito sottoposto a stringente interrogatorio." Lo stesso generale ci dice di che lo accusano: "di far capo del Comitato di Azione dei ribelli e partigiani, di essere in relazione con elementi terroristici ed un terzo capo che non ricord[a] come fosse formulato. Naturalmente con forza - dice  il generale - 'ho respinto tutti i capi di accusa'. Dissi che da più di nove mesi AVEVO LASCIATO VENEZIA CHE NON SAPEVO NE' POTEVO SAPERE  quello che padre e figlio Alfi (custodi della casa del Generale, a Venezia) facessero".
 
E noi gli crediamo sulla parola: niente lotta partigiana dunque. Niente atti eroici.
 
"Da parte dei militari tedeschi - confessa sempre il generale - che fanno servizio nella mia cella mi vengono usati molti riguardi. Ogni mattina mi fanno il letto, mi servono i pasti in cella. ... ". Amico loro, insomma. I suoi nemici sono "le guardie nere": "i militi della brigata nera che dovevano custodire la casa e gli averi in essa contenuti, hanno fatto man bassa di tutto quello che fece loro comodo. Per trasportare tutta la refurtiva si sono serviti di tre valigie di cuoio di cui una di molto valore. Che bella disciplina, che senso di onestà e di purezza!"
 
Ma quanto era ricco questo generale, nato povero!
 
La rabbia con le guardie nere non ha nulla di "ideale", solo perché toccato nel "portafogli. Non facciamone un eroe, per cortesia.
 
Chi ha voglia di approfondire questi ed altri analoghi episodi non certo luminosi si legga il testo del nipote, il giornalista Giuseppe Troisi, autore de "il Generale Egidio Macaluso, Vita di un eroe- martire", si fa per dire.
 
 
In quest'epoca di ripensamenti e rivolgimenti etico-politici racalmutesi, queste intestazioni della scuola elementare e del bel viale sotto la Fondazione Sciascia sino all'imbocco di via Filippo Villa a tale ormai dimenticato generale, specie dopo le vicende sindoniane dei fratelli Macaluso. sta entrando in contestazione.
 
Niente più scuola intestata al Macaluso: ovvio, la soluzione a portata di mano: Intestazione a Leonardo Sciascia.
 
Mi coinvolgono. Non so che pesci prendere. C'è qualcuno qui che vuol darmi una mano? La vicenda del Generale Macaluso ha molti tratti eguali a quella dell'Ispettore Generale di PS, dottore Ettore Messana, gr. uff., comm. di san Lazzaro e san Maurizio (di estrazione sabauda), collaboratore però poi di De Gasperi, come dire della Democrazia Cristiana, fino alla fine dei suoi giorni.
 
Però, il Messana sgangheratamente calunniato dal comunista Licausi, dopo il comunista, allora, Montalbano e quindi da Danilo Dolci e il suo discepolo Casarrubea, un giorno di galera non se l'è mai fatto e nessuno mai giudiziariamente l'ha mai accusato di nulla.
 
Malgrado Tutto mi sta crocifiggendo perché all'esordio delle mie ricerche storiografiche mi ero posta la domanda "si isti et istae cur non ipse". Malgrado Tutto foglio anche di figli di fascistissimi racalmutesi  ora mi aggredisce perché in fin dei conti il Messana fu anche FASCISTA. Avrebbe quindi delle ombre.
 
Io ho paura del buio e perciò desisto dal persistere nella incertezza se intestare o meno una strada a Messana, più meritevole di tanti intestatari di vie, anche per volontà del sindaco baby di formazione sciasciana (quando cominciò a convenire).
 
Intanto mi fermo qui. Sulla assillante questione delle intestazioni viarie a Racalmuto tornerò e come. Ce n'ho di materiale!
 
 
 
In quest'e
 Q

Se, dove, quando intestare una strada a Racalmuto.

Se, dove, quando   intestare una strada a Racalmuto.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Temporibus illis fui molto irritato quando dopo una storia non virgiliana di Eurialo e Niso, non so chi era Niso, arrabbiatissimo con colui che era stato il suo Eurialo, il desso mi  cambia la mia plurisecolare via natia, Via Fontis, via Fontana in una via di difficile grafia e così la mia diletta via Fontana divenne Via Gramsci.
 
"Ma lu sapi iddru chiaru/ ca li frosci vannu a paru", cantava Totu Marchisi. Solo che per la prevenzione omofoba, nulla sapendo, di un padre di codesti due giovinastri in vena di devianze, scoppia fra i due sodali una ira funesta.  
 
Prima Biancofiore, poi  uno divenuto incredibilmente ultra rosso e riuscendo costui a divenire sindaco, toglie il nome vetusto alla strada del portone dell'odiato ex amico e vi appioppa il nome di quel  grande martire del Fascismo che fu Antonio Gramsci.
Allora io ero "parrinaru" e la cosa mi dispiacque assai.
Ora sono vetero comunista tutt'altro che pentito ma questa faccenda di sapore omofilo non mi va neppure adesso giù: non confondiamo il sacro con il profano.
E per di più, avendo abitato per tanto tempo di fronte alla BARUNA temo che data l'indecifrabilità  ortografica della piazza, a qualcuno prima o poi salterà in mente di fare un'altra peciata viaria.
 
Se poi penso ai modi della denominazione di una scuola elementare, che il fratello podestà in epoca fascista, non contento di essersi sistemata
 le proprietà periferiche facendone terra edificabile, impose una intestazione dei due plessi scolastici al fratello ufficiale di carriera.
 
Quel sornione del dott. Prof. Petrotto nel 2001, quando era di minori bollenti spiriti, così tratteggia la figura cui si dedicò quello spurio toponimo.
 
"La saga di quegli uomini di tenace concetto a Racalmuto annovera un'altra insigne figura, quella di un ufficiale gentiluomo, si potrebbe dire più modernamente, anzi un eroe dall'indomito coraggio.
"Un nobile  servitore della Patria, la cui immagine cristallina rispecchia fors'anche quell'orgoglio tutto racalmutese nell'accezione più sciasciana possibile. 'Né con lo Stato né con le brigate rosse' fecero dire a Leonardo Sciascia. Quello Stato dagli eccessi e dai rigurgiti ideologici totalizzanti degli anni '60 e '70.
"E' così per la storia del Generale Macaluso fedele alle istituzioni dell'epoca, eroe non per caso, ma per il suo alto valore civile e militare, perseguitato dai repubblichini di Salò, sbeffeggiato e torturato, condotto velocemente verso una frettolosa morte. Non la meritava proprio in quel modo!
"Caduto il fascismo, rimase fedele alla monarchia che aveva onorato e servito perché quella era la massima istituzione di un'Italia che, solo qualche anno dopo la Sua morte scelse, con un referendum, la via repubblicana.
"E che fece di male? Disse ad un certo punto: 'né con i fascisti, né con i comunisti'.
"Riecheggia quella doppia  negazione  che rivela un profondo equilibrio. Rimase il giusto difensore di un'Italia che era tutt'altro che desta. Né con gli invasori Tedeschi, né con gli invasori Americani, ma solo con la Patria, con l'Italia che aveva onorato e servito".
 
Ma l'astuto Totò da dove smunge siffatte abili contorsioni concettuali e politiche? "Al giornalista Giuseppe Troisi il merito di avere fatto affiorare la storia di un uomo vero, che noi tutti conoscevamo per avere frequentato la Scuola elementare che porta il Suo nome e la strada dove ancora c'è la villa dei suoi fratelli, ma mai avremmo pensato che si trattasse di avere a che fare con un 'eroe-martire'. "
 
Manco io l'avrei mai pensato, a dire il vero, che pure quella bella scuola la frequentai nei primi anni 'Quaranta', non sapendo mai chi era e che meriti poteva avere codesto generale, magari a me noto più per la villa alla Culma che per i suoi attributi eroici.
 
Il Giornalista Troisi, noi l'abbia ben bene conosciuto, coetaneo e per anni compagno di università a Palermo.
Bravissimo di penna, amico di Sciascia, fornitore di notizie degli anni del Seicento palermitano, non amava questo suo parente di nome Egidio Macaluso.
 
 
Ruggini di famiglia ataviche.  Ma come leggiamo nella pubblicazione esaltata da Petrotto. Enzo Sardo preme, e lui scrive.
 
Non c'era bisogno di dilungarsi in brutti fatti estremi. Ma Peppi vi indulge, nessuno di noi ne sapeva nulla, e penso per un'intima celatissima vendetta ci racconta quanto segue:
"... l'8 settembre  ... coinvolge, Istrana [la lussuosa villa ove il Generale si era trasferito 'al Rientro a Venezia ... nell'autunno del '42 ... la villa dalle numerose stanze che può accogliere tutti'.]"
 
"Il 25 luglio del '43 giunge come un fulmine, causando sconforto e sofferenza!"
 Insomma "l'arrivo dei reparti tedeschi della Wermatche "  ...  e quindi "la polizia fascista che sfonda la villa ", "causando gravi danni".  "Un rapido inventario dimostra che sono stati asportati valori, oro, argenteria, quadri, libri preziosi, pellicce e rare bottiglie di vino 'Albana' riposte in cantina".
 
A noi qui sorge un dubbio: certo molto ricco è il generale. Ma costui era il sesto degli otto figli di Salvatore Macaluso (1829-1895). Nato povero a Racalmuto insomma. Come ha fatto ad accumulare tanta ricchezza!
 
"La sera del 5 agosto 44 ... giunge alla villa una Fiat 1500 nera di Venezia. Degli uomini armati si schierano in vari punti. Il [generale] viene invitato a seguirli: si cambia e porta con sé solo lo stretto necessario. Viene trasportato a Ca' Littoria a Venezia e subito sottoposto a stringente interrogatorio." Lo stesso generale ci dice di che lo accusano: "di far capo del Comitato di Azione dei ribelli e partigiani, di essere in relazione con elementi terroristici ed un terzo capo che non ricord[a] come fosse formulato. Naturalmente con forza - dice  il generale - 'ho respinto tutti i capi di accusa'. Dissi che da più di nove mesi AVEVO LASCIATO VENEZIA CHE NON SAPEVO NE' POTEVO SAPERE  quello che padre e figlio Alfi (custodi della casa del Generale, a Venezia) facessero".
 
E noi gli crediamo sulla parola: niente lotta partigiana dunque. Niente atti eroici.
 
"Da parte dei militari tedeschi - confessa sempre il generale - che fanno servizio nella mia cella mi vengono usati molti riguardi. Ogni mattina mi fanno il letto, mi servono i pasti in cella. ... ". Amico loro, insomma. I suoi nemici sono "le guardie nere": "i militi della brigata nera che dovevano custodire la casa e gli averi in essa contenuti, hanno fatto man bassa di tutto quello che fece loro comodo. Per trasportare tutta la refurtiva si sono serviti di tre valigie di cuoio di cui una di molto valore. Che bella disciplina, che senso di onestà e di purezza!"
 
Ma quanto era ricco questo generale, nato povero!
 
La rabbia con le guardie nere non ha nulla di "ideale", solo perché toccato nel "portafogli. Non facciamone un eroe, per cortesia.
 
Chi ha voglia di approfondire questi ed altri analoghi episodi non certo luminosi si legga il testo del nipote, il giornalista Giuseppe Troisi, autore de "il Generale Egidio Macaluso, Vita di un eroe- martire", si fa per dire.
 
 
In quest'epoca di ripensamenti e rivolgimenti etico-politici racalmutesi, queste intestazioni della scuola elementare e del bel viale sotto la Fondazione Sciascia sino all'imbocco di via Filippo Villa a tale ormai dimenticato generale, specie dopo le vicende sindoniane dei fratelli Macaluso. sta entrando in contestazione.
 
Niente più scuola intestata al Macaluso: ovvio, la soluzione a portata di mano: Intestazione a Leonardo Sciascia.
 
Mi coinvolgono. Non so che pesci prendere. C'è qualcuno qui che vuol darmi una mano? La vicenda del Generale Macaluso ha molti tratti eguali a quella dell'Ispettore Generale di PS, dottore Ettore Messana, gr. uff., comm. di san Lazzaro e san Maurizio (di estrazione sabauda), collaboratore però poi di De Gasperi, come dire della Democrazia Cristiana, fino alla fine dei suoi giorni.
 
Però, il Messana sgangheratamente calunniato dal comunista Licausi, dopo il comunista, allora, Montalbano e quindi da Danilo Dolci e il suo discepolo Casarrubea, un giorno di galera non se l'è mai fatto e nessuno mai giudiziariamente l'ha mai accusato di nulla.
 
Malgrado Tutto mi sta crocifiggendo perché all'esordio delle mie ricerche storiografiche mi ero posta la domanda "si isti et istae cur non ipse". Malgrado Tutto foglio anche di figli di fascistissimi racalmutesi  ora mi aggredisce perché in fin dei conti il Messana fu anche FASCISTA. Avrebbe quindi delle ombre.
 
Io ho paura del buio e perciò desisto dal persistere nella incertezza se intestare o meno una strada a Messana, più meritevole di tanti intestatari di vie, anche per volontà del sindaco baby di formazione sciasciana (quando cominciò a convenire).
 
Intanto mi fermo qui. Sulla assillante questione delle intestazioni viarie a Racalmuto tornerò e come. Ce n'ho di materiale!
 
 
 
In quest'e
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Solo la Cernigoi, Casarrubea, ed ora Malgrado Tutto caudatario di costoro possono credere che il 32° impreciso MESSANA - questore fose un criminale RICERCATO dagli Alleati (del feroce TITO)!!!!

Solo la Cernigoi, Casarrubea, ed ora Malgrado Tutto caudatario di costoro possono credere che il 32° impreciso MESSANA - questore fose un criminale RICERCATO dagli Alleati (del feroce TITO)!!!! (che ci debbo mettere pure COCO? Gigi se ci sei batti un colpo!)

facebook; La Nuova Alabarda; MA CHE GLI FACCIO; AGLI UOMINI?; Dopo avere attizzato gli appetiti malsani e paranoici del già citato su queste pagine Melchiorre Gerbino; da un paio di mesi sono oggetto di invio di messaggi che oscillano tra l'intimidatorio e l'offensivo di persona che si firma \"Lillo Taverna\" come un uomo adulto possa chiamarsi Lillo mi è peraltro oscuro e che con questo nome ha una pagina FB. Tale Taverna sembra essersi eretto a difensore sperticato della figura del defunto questore Ettore Messana; sul cui operato all'epoca del fascismo ebbi modo di scrivere un paio di articoli che ho recentemente inserito anche su questa pagina; citando documenti ufficiali conservati negli archivi di stato di Trieste e Lubiana e facendo riferimento alle ben più approfondite ricerche condotte da Giuseppe Casarrubea. Insomma il sedicente Taverna; che mi apostrofa con l'anacronistico termine di "signorina"; non so se per suggerire un mio stato civile peraltro non corrispondente duole deluderlo ; ma sono sposata da 32 anni o se per sminuirmi ; in quanto l'idea che generalmente si ha di una \"signorina\" non è quello di una ricercatrice storica seria; mi ha inviato una serie di messaggi privati sulla mia pagina FB condividendoli ; se ho capito bene ; anche con altre persone ; a me sconosciute millantando con queste persone di \"disporre\" di un \"canale riservato\" veramente la messaggistica è disponibile a tutti sulla mia pagina personale... nei quali vorrebbe dimostrare che Casarrubea ed io avremmo diffamato la figura di Messana. Per sminuire la credibilità delle mie ricerche scrive ad un cugino; presumo ; del quale non riporto il nome ; ma al quale mi ha descritta come \ tal Carnigoi sic triestina; filoslava e con scarso amore patriottico per questa nostra Italia che; la Cernigoi si basa su un fascicolo postumo di gente titina che ha cercato invano di ricattare l'Italia".; Curioso termine \"fascicolo postumo\" eccetera per definire il carteggio che contiene i documenti originali della questura fascista che operò nella Lubiana occupata diretta dal questore Messana tra il 1941 ed il 1942; ma tant'è. Per dare più forza alla propria teoria che Messana non fu un criminale di guerra come denunciato dalla Jugoslavia ed il cui modus operandi fu stigmatizzato anche da una relazione della Polizia civile del Governo militare alleato di Trieste; amministrazione angloamericana ma un eroe; il Taverna afferma:; Non può credere Cernigoi; n.d.r. che l'Italia degasperiana abbia conferito l'alta onorificenza al Messana ignara o peggio correa di quella caterva di accuse infamanti titina contro chi avesse avuto dallo Stato Italiano incarichi in quella tragica storia della costituzione della provincia di Lubiana che lei non può antipatriotticamente ridurre ad un crimine di guerra\".; Ciò che io credo è del tutto ininfluente; sta di fatto che l'Italia post-degasperiana nel 1954; quando era in carica il governo Scelba conferì una medaglia di bronzo al torturatore e capo di una banda di torturatori ed assassini; il commissario Gaetano Collotti dell'Ispettorato speciale di PS.; Alla fine; dopo avere accusato la sottoscritta e Casarrubea di essere "antitaliani; Taverna conclude nel seguente squisito modo:; Porto il tasco torto; infilzo la Cernigoi e il suo pigmalione siciliano Casarrubea. Per me sono artefici di una indegna campagna di stampa infondatamente calunniosa contro il Gr. Uff. dottore Ettore Messana".; Cosa sia il \"tasco torto\" è cosa per me incomprensibile; però mi duole constatare che i toni del \"signorino\" Lillo Taverna ricordano in modo inquietante quelli del noto Melchiorre Gerbino. Taverna ci \"infilza; Gerbino ci molla "calci in culo" cito.; Bene; i documenti sono pubblici e disponibili; non sono "propaganda titina; checché ne dica Taverna; i verbali della questura italiana di Lubiana sono documenti italiani; se Taverna ritiene che l'occupazione fascista della provincia di Lubiana non sia stato un crimine di guerra è padrone di pensarlo; ma ciò fa supporre che le sue polemiche non siano innescate tanto per amore della verità; quanto per volontà di riabilitare un sistema fascista che è stato condannato dalla storia. E rimando al mittente le accuse di \"antitalianità; antipatriottismo" eccetera che mi lancia Taverna; dato che nessuno più dei fascisti ha offeso ed insultato l'Italia riducendola ad una dittatura imperialista e sanguinaria che ha seminato morte e distruzione in Europa.; GIORNALE DI SICILIA 11-12 ottobre; GIORNALE DI SICILIA 11-12 ottobre; Dopo i tumulti di Riesi; truppe rientrano a Riesi; Lo stato dei feriti; Un sottotenente ucciso; CALTANISSETTA 10 notte.; Finalmente; stamane dopo tre giorni di tumulti e di ansie nella cittadina di Riesi è ritornata una relativa calma. Stamane alle 2 dalla miniera di Trabia; ove si trovava concentrata; tutta la forza; composta di arditi; fanteria; carabinieri; agenti; mitragliatrici; ed artiglieri; mosse in colonna alla riconquista del paese. Da due giorni in vari punti della città si vedevano ad una certa distanza i contadini armati che guardavano l’ingresso montando a turno la sentinella.; Stamane però all’alba quando gli arditi giunsero per primi alla porta della città; i contadini si squagliarono di sangue.; Immediatamente si prese possesso di tutti i servizi pubblici; compreso il telegrafo.; Secondo le notizie segrete pervenute al questore comm. Presti; comunicato subito al commissario Caruso; poterono essere rinvenute le armi; le munizioni e la mitragliatrice che i tumultuanti avevano tolto alla truppa. Il paese è occupato militarmente e vi regna una certa calma.; Stamane qualche negozio cominciò a riaprire e i cittadini; dopo due giorni in cui sono rimasti serrati in casa; cominciarono a far capolino per le vie della città. Dai paesi vicini e da questo centro sono partiti dei medici per apprestare le cure ai feriti.; I morti accertati finora ammontano a 10 dimostranti e fra gli stessi vi sono 50 feriti.; Fra i militari sono stati feriti due soldati; ed è stato ucciso il sottotenente Di Caro Michele; da Villarosa; con un colpo di rivoltella alla gola.; Il deputato provinciale ingegnere Accardi; ferito ieri nei tumulti; migliora sensibilmente. Trovasi sul posto l’Ispettore del Ministero dell’Interno comm. Trapi; inviato appositamente per procedere ad una inchiesta.; L’on. Pasqualino Vassallo ha pubblicato un proclama alla cittadinanza; invitandola alla calma e promettendo tutto il suo interessamento per la soluzione dei più urgenti problemi che la interessano. L’on. Pasqualino Vassallo partirà presto per Riesi; per fare opera pacificatrice.; In città ha fatto impressione l’arresto dell’avvocato Carmelo Calì; sul cui movente la questura mantiene il massimo riserbo.; Pare che il Calì sia accusato di aver provocato i tumulti; d’accordo con l’Angeletti inducendo i contadini all’occupazione delle terre. Però nulla di preciso si è potuto finora sapere. Oggi intanto tanto l’Angeletti che il Calì sono stati condotti nel nostro carcere giudiziario. Molti altri arresti sono stati operati sul luogo. L’Angeletti; secondo notizie pervenute alla nostra questura; sarebbe un anarchico e disertore della Regia Marina.; --------------; Questo il completamento della cronaca dei fatti di Riesi del successivo numero del Giornale di Sicilia. Come al solito; cronaca stringata ma molto efficace e soprattutto molto attendibile. Vorrei vedere come i detrattori attuali del Messana possano ficcare le loro infamanti calunnie in questo quadro effettuale di tragiche vicende. Certo; il movimento contadino non ci fa bella figura e noi che siamo di una certa parte politica e siamo fanatici e ne soffriamo; abbiamo voglia di sovvertire la verità dei fatti per comprovare la qualità delle nostre idee persino quali si calano nella inflessibile storia.; Fede politica; attaccamento alle proprie scelte ideali; voglia di salvaguardare ricostruzioni storiche a noi favorevoli sono comprensibili ma come poi si possa arrivare alle calunnie e scempiaggini storiche dell'ANPI di Palermo è cosa sconcertante. Ecco quello che per l'ANPI di Palermo sarebbe avvenuto in quell'otto e nove ottobre del 1919 a Riesi e di chi sarebbe stata la colpa. E guarda caso in quel tempo in cui almeno in Sicilia di fascismo ancora nulla; ebbene non poté che essere un fascista il colpevole di tutto e non poté che essere stato il Messana il solito stragista e non più tardi del 2012 ci tocca leggere:; “Orcel viene assassinato ad un anno dalla strage di Riesi del 1919 dove vengono assassinati 15 contadini compreso un tenente di fanteria che si era opposto all’ordine fascista di sparare sui contadini che manifestavano per la riforma agraria. Ad ordinare il fuoco in solidale intesa con la mafia è stato un fascista della prima ora; Ettore Messana di Racalmuto; ufficiale di P.S.; poi membro dell’OVRA; il servizio segreto; efferato criminale di guerra questore a Lubiana negli anni 40 ed infine lo ritroveremo inspiegabilmente ….Ispettore generale di polizia in Sicilia negli anni 1945!”; Di sicuro; il Messana; dceduto nella metà degi anni ’60 non può più rintuzzare e sporgere una raffica di denunce per calunnia aggravata come fece con l’allora onorevole comunista Montalbano che fu cotretto ad una serie di contorcimenti giuridici etici e storici per cavarsela da una esemplare condanna. Forse a qualcuno può venire in mente che trattasi di personaggio ormai storico e quindi lo si può dileggiare come più fa comodo.; E no! E lo dico a tutti i detrattori del Messana; da Malgrado Tutto a Link Sicilia; alla Cernigoi; a Lucarelli; a Rai tre; a Bompiani; a Casarrubea; a Procacci e ad un altro paio di cronisti che abboccarono alla lauta pietanza offerta dall’ANPI et similia.; La famiglia Messana c’è ancora; sta pagando costi altissimi morali economici e materiali per questa martellante campagna di infamie assurde e inventate contro il gr. Uff. comm. di SS. Maurizio e Lazzaro; l’ispettore generale di PS dott. Ettore Messana da Racalmuto; il paese di Sciascia.; E’ in corso ancora una indegna lite che un ex genero della nipote diretta del Messana ha intentato presso i costosissimi tribunali della Sacra Rota e presso altrettanto costosissimi tribunali civili italiani contro la figlia della irrefrenabile dottoressa Giovanna Messana; in quanto vuol divorziare o addirittura conseguire l’annullamento religioso del vincolo matrimoniale perché lui non puo vivere coniugalmente con una disendente del “famigeraro Ettore Messana; stragista di Stato; criminale di guerra; capo del banditismo ‘politico’ da scrivere in piccolo per non farlo apparire siciliano”; quello dei tempi insomma bandito Giuliano di Montelepre.; E costoro; codesti detrattori vogliono almeno procedere ad un ravvedimento operoso; ad una resipisenza specie ora che vengono a galla mari di documenti non tanto giustificativi del Messana quanto comprovanti senza ombra di dubbio che al Messana non possono appiopparsi le infamie che artatamente e in modo martellato stanno facendo circolare.; i saluti. Calogero Taverna; 4 ore fa; Prrof. Casarrubea; Caro dott. Tsaverna; per tagliare la testa al toro; come si suol dire; basterebbe che lei rendesse pubblici alcuni dei documenti che riabilitano Messana. In fondo a chi; com un minimo di serietà fa una ricerca; solo i documenti interessano; perchè sono quelli che necessitano alla formulazione di un giudizio; o alla sua riformulazione. Mi creda; il resto conta poco.; Risposta odierna di Calogero Taverna; Gentilissimo Professore; non sono per niente d'accordo. Io i documenti li ho già pubblicati; anche se non tutti. Questi documenti e gli altri non riabilitano il Messana per il semplìce fatto che non c'è nulla da riabilitare. Quello che c'è è che io conto ben sette fonti che falsando documenti; accantonandone altri evitando di completare le ricerche archivistiche; storiche e persino giornalistiche; trascurando sentenze passate in giudicato hanno calunniato il Messana. Provato che il Messana nel 1919 non fu stragista; che nel 1942 non fu criminale di guerra e peggio; che diciamo il primo maggio del 1947 non era "capo del banditismo siciliano" sue parole; che di conseguenza da siffatte intenzionali calunnie ne sono derivati gravissimi danni alla famiglia di OGGI; delle due una: o le fonti - come ho cercato in tutti i modi di farle ravvedere - rettificano le loro calunniose condanne; o saranno i competenti tribunali a stabilire la verità dei fatti con le conseguenze del caso. Quindi il toro può starsene tranquillamente con la sua testa sul collo. Né a me extra partes né alla offesa signora Giovanna Messana può importare dei calunniatori . Credo che la signora stia preparando le carte per passarle al suo avvocato romano nel prossimo settembre. Intelligenti pauca. 


 

CONTRA OMNIA RACALMUTO sempre più su, vertiginosamente. La rissa con MALGRADO TUTTO mi è molto profittevole.


l'ex governatore Fazio


Fazio condannato: sentenza inappellabile.

 

 

Come insignificante e peraltro ottantenne cittadino italiano ho il dovere non solo di rispettare ma anche di plaudire ad una siffatta sentenza. Ma credo di saperne, in questo campo, più e meglio di tutta la cassazione italiana riunita. Ho rispetto assoluto per l’ex Governatore Fazio: lui è cattolicissimo e credentissimo, io assolutamente non credente. Motivo questo che ci divide stellarmente. Lui manco mi volle ricevere quando avevo da presentare mie personali rimostranze sia per quanto attiene alla vertenza della Banca Mediterranea di Potenza, sia per quanto riguarda una vera e propria espoliazione da parte di Ciancaglini nei miei riguardi. E ad essere sinceri, ebbe indifferenze quando il mio inferiore di grado (per poco, però) De Sario mi giubilò con Masera.

Eppure, io ho stima, rispetto, ammirazione per il dottor Antonio Fazio. Strabuzzo gli occhi quando una pasticciera di Milano inventa un sillogismo processuale secondo il quale un inesistente fatto viene infilato irragionevolmente in una estranea norma. Vittorio Emanuele Orlando, il grande giurista di Sicilia, aveva ammonito già negli anni Cinquanta ad avere acume e genio nel coniugare fatto e norma.

 

 

I giudici della Suprema Corte hanno rigettato rutti i ricorsi presentati contro la sentenza emessa il 28 maggio scorso dalla Corte d'appello di Milano. Definitive anche le condanne a un anno e mezzo per l'imprenditore Luigi Zunino e il fiduciario svizzero Francesco Ghioldi (quattro anni e tre mesi). Gli imputati erano accusati, a vario titolo, di aggiotaggio, ostacolo agli organismi di vigilanza e appropriazione indebita. La sentenza d'appello aveva ridotto per tutti le condanne inflitte in primo grado: il tribunale di Milano, nel maggio 2011, aveva infatti condannato Fazio a quattro anni, Consorte e Sacchetti a tre anni, Fiorani a un anno e otto mesi. Il pg di Cassazione, Oscar Cedrangolo, nella sua requisitoria questa mattina, aveva invece sollecitato l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, rilevando "l'incompetenza territoriale" dei giudici milanesi, come lamentato dalle difese degli imputati. Se la Corte avesse accolto le richieste del pg, il procedimento si sarebbe completamente azzerato. La prescrizione, inoltre, sarebbe scattata tra qualche giorno, il 12 dicembre prossimo. La sentenza della Corte d'appello milanese aveva revocato la confisca di 39,6 milioni a Unipol, condannando invece la societa' a pagare 230 mila euro (a fronte dei 900 mila disposti dai giudici di primo grado). La societa' Nuova Parva era stata condannata a versare 100 mila euro (360 mila erano invece stati stabiliti in primo grado).

Tra il prof. Casarrubea e me...

Prof. Casarrubea
Non sapevo della "banchetta" di Borghese. Se lei avesse la bontà di descrivere meglio il caso, potrebbe dare un grande conributo alla conoscenza di un evento certamente importante per la storia d'Italia e sui finanziamenti dell'eversione di destra. O sulle corperture oscure e trasversali di questa eversione. Cordilità.
Calogero Taverna
Mi sono dovuto fermare a SOLDI TRUCCATI del 1980. Se volevo sopravvivere. Con banche e servizi segreti bisogna stare attenti. Al mio paese si dice: meglio un asino vivo che un dottore morto. Imposimato che mi convocò (in termini giuridici molto ambigui) mi invitò alla prudenza. Non la Mafia ma Cosa Nostra poteva avere interesse a farmi fuori. Poi dove mettiamo il Mossad? Guardi che Ambrosoli e Sindona stanno lassù per il Mossad. Un mio romanzetto s'intitola (e a ragione) la Donna del Mossad. capisco che così passo per sbruffone. ma ci pensa la Cernigoi a ridimensionarmi dandomi di "un tale Lillo" e non credeNDO che con quel nome buffo possa avere un blog (che si chiama invero CONTRA OMNIA RACALMUTO) - e vedo che ha una forte diffusione in mezzo mondo. Ma così per mettere magari un tantinello in imbarazzo il buon Manuele, avesse a chiedergli_ma perché hai impedito al buon don Peppino D'Alema di spremere quell'ispettorucolo della BI sulla banchetta di Valerio? forse ora lui potrebbe svelarle molte cose. Lei mi ha impressionato con i suoi richiami siciliani della XMAS. In un certo senso un certo cerchio si chiude. I fondi pubblici che finirono in quella banchetta di via veneto non le dico. Il De Martino quello del Banco di Sicilia - che però era stato della Banca d'Italia - ne aveva fatte di rimesse. Solo che il compito di Sindona fu quello di fare tiare lo sciacquone A TUTTO L'ARCHIVIO BANCARIO BORGHESE.MA DOPO SEGNI, LE COMICHE GUARDIE FORESTALI DI CittADUCALE E QUELLA SCENEGGIATA Là CHE FECE COLPA, MAGARI DIVENENDO UNA BARZELLETTA COSTITUZIONALE, credo che ormai sia finita ne

Egregio prof. Casarrubea .... suo Calogero Taverna


12:08 Gentilissimo Professore, sto seguendo il suo importantissimo blog. Vedo che qui e là vien fuori la X Mas di Junio Borghese. Forse una qualche delucidazione Lei potrebbe darmela. Premetto che ho svolto l'ispezione esiziale di una delle importanti banche di Sindona, la Banca Privata Finanziaria di Milano. Il mio rapporto ovvio è molto tecnico e limitato alle contingenze della Vigilanza bancaria. E' inutile dirle che dissento totalmente dalla versione edulcorata del caso Ambrosoli. Comunque prima su Lotta Continua e poi in un libro a firma di Lombard Soldi Truccati ne ho sparato delle belle. Tra l'altro accennavo ad un sottoscandalo. Borghese J. aveva in via Veneto a Roma una banchetta. Dopo il famoso colpo di stato mancato della guardia forestale di Cittaducale (tanto per darvi un nome) la banchetta sembrò andare a gambe per aria. Intervenne Carli e invitò Sindona a prelevarla per operare uno dei tanti salvataggi che si dicevano in difesa del depositanti. In dissidio con la Banca Centrale mi misi in contatto con il presidente della Commissione Finanze che allora era l'on Giuseppe D'Alema il padre di Massimo d'Alema. Come suggeritore occulto spinsi il D'Alema padre a delle grandi battaglie che portarono alla commissione d'inchiesta sul caso Sindona. Fui quindi chiamato a deporre a San Mancuto. Membro della commissione d'inchiesta era anche il D'Alema padre. Questi stava cercando di interrogarmi sulla banchetta di via Veneto. Vice presidente della commissione l'on. Macaluso. Appena il D'Alema tenta di porgermi una domanda sul caso Borghese ecco che scatta come un demone il Macaluso a tacitarlo e a diffidarmi dal parlare di qualcosa che a suo dire esulava dai limiti dell'inchiesta. Certo rimasi smarrito. L'on. D'Alema poi la pagò cara. Non fu manco presentato nelle successive elezioni. Invocò l'aiuto di Berlinguer ma Enrico gli disse che nulla poteva contro il veto Macaluso. Intanto l'on. D'Alema si era sbilanciato con la famosa lista della P2. L'Andreotti lo aveva fatto incriminare per violazione dei segreti di stato e il D'Alema nella notte delle elezioni dovette scappare e nascondersi a Vallo della Lucania presso un dirigente comunista della Banca d'Italia. Lei ora mi tira fuori tutta questa storia siciliana della XMAS. Sconcertante. Mi sono sempre chiesto allora perché il Macaluso fu tanto duro nel reprimere un tentativo di ricerca della verità su questo comandante Valerio Borghese J ****************************************** Il professore, circospetto ma sempre gentilissimo e per di più a stretto giro di posta, sostanzialemente mi gira il quesito mettendomi di fronte alle mie responsabilità. Sabato 19:46 Non sapevo della "banchetta" di Borghese. Se lei avesse la bontà di descrivere meglio il caso, potrebbe dare un grande conributo alla conoscenza di un evento certamente importante per la storia d'Italia e sui finanziamenti dell'eversione di destra. O sulle corperture oscure e trasversali di questa eversione. Cordialità. **************** Torno allora al mio ironico cinismo e cerco di cavarmenta con qualche facezia per altro grammaticalmente sconclusionata. Che qui tento di rettificare: Mi sono dovuto fermare a SOLDI TRUCCATI del 1980. Se volevo sopravvivere. Con banche e servizi segreti bisogna stare attenti. Al mio paese si dice: meglio un asino vivo che un dottore morto. Imposimato che mi convocò (in termini giuridici molto ambigui) mi invitò alla prudenza. Non la Mafia ma Cosa Nostra poteva avere interesse a farmi fuori. Poi dove mettiamo il Mossad? Guardi che Ambrosoli e Sindona stanno lassù per il Mossad. Un mio romanzetto s'intitola (e a ragione) la Donna del Mossad. Capisco che così passo per sbruffone; ma ci pensa la Cernigoi a ridimensionarmi dandomi di "un tale Lillo" e non credendo che con quel nome buffo possa avere un mio blog (che si chiama invero CONTRA OMNIA RACALMUTO - e vedo che ha una forte diffusione in mezzo mondo). Ma così per mettere magari un tantinello in imbarazzo il buon Manuele, avesse egregio professore a chiedergli: perché hai impedito al buon don Peppino D'Alema di spremere quell'ispettorucolo della BI sulla banchetta di Valerio? Forse ora lui potrebbe svelarLe molte cose. Lei mi ha impressionato con i suoi richiami siciliani della XMAS. In un certo senso un intricato cerchio si chiude. I fondi pubblici che finirono in quella banchetta di via Veneto non Le dico! Il De Martino , quello del Banco di Sicilia - che però era stato della Banca d'Italia - ne aveva fatte di rimesse. Solo che il compito di Sindona fu quello di fare tirare lo sciacquone A TUTTO L'ARCHIVIO BANCARIO BORGHESE. MA DOPO, SEGNI, LE COMICHE GUARDIE FORESTALI DI CITTADUCALE E QUELLA SCENEGGIATA LA’ CHE FECE COLPO, MAGARI DIVENENDO UNA BARZELLETTA COSTITUZIONALE, credo che ormai siano finiti nel dimenticatoio. Mi consenta di salutarla con tanto affetto oltre che ovviamente con stima Fine della conversazione in chat Visualizzato: 20.03 Ed ora spero che il professore Casarrubea si incuriosisca ancor di più sul mio conto. Pur di collaborare con lui potrei versare nel suo archivio tanta mia documentazione segreta specie di indole bancaria. Forse insieme potremmo costruire la vicenda tragicomica del Banco di Sicilia di cui parla, inascoltato, Cesare Geronzi nel suo Confiteor. Certo lì il buon Geronzi è temerario. Non sa ad esempio che da consulente dei soci di minoranza della Mediterranea di Potenza ebb ia mandare un birichino esposto alla Consob, ove vent’anni prima prima che il Geronzi si confessasse segnalavo le deviazione legali di quella requisizione bancaria, auspice la Vigilanza sulle Aziende di Credito di Via Nazionale 91 Roma.