mercoledì 2 dicembre 2015

sabato 9 novembre 2013

altri appunti sul fascismo a Racalmuto


Non crediamo che fra quelle “masse rurali” era da includere il ceto contadino racalmutese. Nulla ce lo lascia intravedere. E’, però, certo che agrari locali, esercenti delle miniere di zolfo racalmutese, gabellotti, contadini e braccianti ed il piccolo ceto dell’infima borghesia di Racalmuto ebbero modo di disaffezionarsi ai loro referenti politici sia della Democrazia Sociale di Guarino Amella e Colonna di Cesarò, sia allo stesso partito democratico-riformista di Enrico La Laggia, cui ultimamente aveva aderito una frangia degli ottimati racalmutesi. Mussolini parlava dell’ «Aventino» quale epicedio dello stato demo-liberale. Non cìera cultura greca a Racalmuto bastevole per apprezzare l’immagine classica. Vi era molto buon senso (ed pressanti interessi del quotidiano) per dissentire dai loro deputati eletti nel listone “nazionale” del 1924 che ora facevano l’«Aventino». In definitiva, nepppure Gramsci mostra di apprezzare questi rappresentanti degli agrari siciliani con i quali, inopinatamente, si trovava in sodalizio.

«Ho visto in faccia la “piccola borghesia “ con tutti i suoi tipici caratteri di classe - scriveva Gramsci alla moglie il 22 giugno 1924 commentando i primi lavori dell’Aventino ([1]). - La parte più ributtante di essa era costituita dai popolari e dai riformisti (per non parlare dei massimalisti, povera gente di cascia andata a male; i più simpatici erano Amendolae il generale Bencivenga dell’opposizione costituzionale che si dichiaravano favorevoli in principio alla lotta armata e disposti anche (almeno a parole) a porsi agli ordini dei comunisti, se questi fossero in grado di organizzare un esercito contro il fascismo. Un deputato democratico-sociale (è questo un partito siciliano che unisce latifondisti e contadini) che è duca Colonna di Cesarò, ministro di Mussolini fino al mese di marzo, dichiarò di essere più rivoluzionario di me perché fa la propaganda del terrore individuale contro il fascismo. Tutti, naturalmente, contrari allo sciopero generale da me proposto e all’appello alle masse proletarie ... ».

 

Colonna di Cesarò - è certo - non riuscì a propagandare “il terrore individuale contro il fascismo”, a Racalmuto. I locali suoi aderenti dovettero disorientarsi non poco: già amavano molto poco i blandi socialisti racalmutesi agli ordini dell’avv. Vella; figuriamoci se potevano dare credito a chi osava associarsi con i bolscevichi del 1921.

 

A livello locale il problema centrale restava sempre quello dei finanziamenti per lo zolfo invenduto. La faccenda del 1922 veniva ricordata ancora.  I più avvertiti avevano l’odiato senatore Einaudi per quello che scriveva allora sulle colonne del Corriere della Sera. Il governo di Mussolini diede quel decreto invocato sotto Facta (D.L.n. 202 dell’11/1/1923). Nel nuovo corso fascista si potevano dunque riporre attese meridionalistiche e di intervento statale. Tra le varie provvidenze del decreto, lo stato garantiva lo smaltimento a prezzi remunerativi dello stock e si impegnava nel finanziamento del Consorzio, ma su obbligazioni dell’ente garantite sugli esercizi futuri. «Insomma  - scrive Salvatore Lupo [2]- a pagare sarebbe stata la futura produzione». Vi era - è vero - chi come Carlo Sarauw, forse per opposto interesse, aveva di che ridire su quanto si riusciva a conbiare in provincia di Agrigento e di Caltanissetta. «Io posso spiegarmi che un’accolta di maffiosi ignoranti delle province di Girgenti e di Caltanissetta abbia potuto premere a Palermo sull’amministrazione del Consorzio [...] ma non posso ammettere che essa potesse allungare i suoi tentacoli fino a Roma o piegasse il Governo alle direttive di quegli organi del Consorzio che subivano la sua azione». ([3]) In quel di Racalmuto, ove gli interessi zolfiferi passavano trasversalmente per tutti i ceti sociali, vi fu soddisfazione per il provvedimento mussoliniano del gennaio 1923 ed iniziava quel consenso che dopo il 1926 si consoliderà penetrantemente, in profondità, in maniera totalizzante. Le bizze dell’Aventino dei propri deputati dovettero apparire atteggiamenti incomprensibili, sospetti, fedifraghi, da non approvare, da rimuovere.

 

Il delitto Matteotti, invero, non lasciò indifferente l’intera comunità civica racalmutese. Se dobbiamo credere a E.N. Messana, il socialista Vella si diede da fare: «Fu lui - scrive il Messana ([4]) - che in seguito all’uccisione di Giacomo Matteotti si presentò con la guantiera a raccogliere il contributo per la corona. Entrò nel salone di Salvatore Rizzo, Paparanni,  e là Luigi Scimè, giovane figlio del Dr. Nicolò, gli diede L. 0,50, altri uguale cifra o meno. Contribuirono molti racalmutesi, oltre i summenzionati si ricordano il comm. Giuseppe Bartolotta consigliere provinciale in carica, il sindaco Scimè, Pio Messana, Salvatore Falcone, Calogero Mattina fu Gaetano, Carmelo Schillaci Ventura, Giuseppe Cutaia, i fratelli Luigi e Giuseppe Lo Bue. Questi furono segnati a dito e perseguitati dal fascismo. Luigi Scimè, ufficiale effettivo dell’esercito, non avanzò più di grado.»

L’emozione per l’efferato delitto dovette essere una momentanea reazione, non coinvolgente la stima verso Mussolini. Questo, almeno a Racalmuto. A più ampio raggio, ancor oggi non crediamo che sia stata stabilita la verità storica. Troppi risentimenti, molti condizionamenti ideologici. A distanza di settant’anni, in riviste storiche pur autorevoli, la vicenda Matteotti viene così rievocata, passionalmente, con evidenti pregiudizi di valore:

«Giacomo Matteotti  - leggesi nell’editoriale del n. 1-2 del 1994 di Storia e Civiltà ( [5]) - segretario del partito socialista unitario, capo - con Giovanni Amendola - dell’opposizione al fascismo, [..] mentre dalla sua abitazione, per il lungotevere Arnaldo da Brescia, si dirigeva, attorno alle 16, verso il Parlamento, era sequestrato, costretto a entrare in un’automobile ed, essendosi difeso, ucciso. [Fu] uno dei più esecrandi delitti che la storia ricordi. [AM1] [Ad eseguirlo, c’erano] una brutale figura di squadrista toscano, Amerigo Dumini e suoi quattro complici.

 

«Come sarebbe emerso, dal memoriale Rossi, e da altre ammissioni, se anche Mussolini  non era stato il diretto mandante, vi aveva dato il suo tacito consenso. La commozione popolare fu così profonda, che avrebbe dovuto avere per sbocco, con quale vantaggio per l’Italia è inutile dire, l’immediato tracollo del fascismo. Mancò una forza organizzata a dirigere la rivolta. Non vi fu, da parte della Monarchia, come nel ‘22, la coscienza del dovere. Al governo venne lasciato il modo, con pochi ritocchi alla sua compagine, di sopravvivere, e al fascismo di consolidarsi, più per l’altrui debolezza che per virtù propria, profittando anzi dell’irrimediabile errore delle opposizioni, di astenersi dalla presenza in Parlamento (l’«Aventino»), che avrebbe consentito, nel gennaio ‘26, di farne deliberare la decadenza. Non mancò la “trahison des clercs”, in un’ora straordinariamente feconda per la cultura: e Giovanni Gentile, pur surrogato come ministro dell’istruzione, ad assicurarsi maggior potere, si assunse la responsabilità d’un manifesto degli intellettuali a favore del fascismo, cui, con un numero minore di firme, se ne sarebbe contrapposto un altro, redatto dal Croce.

 

«[Il processo venne trasferito] alla lontana e più tranquilla Chieti, [e si ebbe] l’arrogante difesa di Farinacci (cui si consentì di dichiarare di assumerla “prima come segretario del partito, e poi come avvocato” e che il processo non si sarebbe fatto “né al regime né al partito”). Esclusa dalla stessa pubblica accusa, la premeditazione ed ammessa la preterintenzionalità, la sentenza,  del 24 marzo 1925, condannava solo tre degli imputati a cinque anni, undici mesi e venti giorni, che, col condono di ben quattro anni per una opportuna amnistia, e tenuto conto della carcerazione preventiva, li rendeva, di fatto, liberi.»

 

 

L’avvento del fascismo nell’area provinciale di Agrigento.   

 

Nella Sicilia - scrive Salvatore Leone ([6]) - in cui il fascismo ebbe “natura ricettiva e non radiante”, schematizzando possiamo dire che l’aristocrazia agraria aderì al regime nei tardi anni ‘20, quando si renderà contodella sostanziale convenienza ad appoggiare il nuovo gruppo di potere. La piccola borghesia cittadina darà il suo consenso agli inizi degli anni ‘20 con uno spirito fortemente protestatario nei confronti di quello Stato liberale che l’aveva schiacciata al basso al livello contadino. L’adesione al nuovo regime della media borghesia e degli intellettuali, parecchi dei quali avevano alle spalle una consistente tradizione autonomista, avvenne mediante comportamenti incerti e talora contraddittori che si protrassero fino ai primi anni ‘30».

 

La provincia di Agrigento (allora Girgenti) rispecchia grosso modo siffatta diversa datazione del consenso al fascismo, anche se è difficile rinvenire intellettuali di spicco che tardino nel concedere il loro accondiscendimento al nuovo regime. Luigi Pirandello aderisce tempestivamente al fascismo; Enrico La Loggia se ne mantenne sempre fuori; ed anche Giovanni Guarino Amella. Francesco Renda vuole come nemico del fascismo padre Michele Sclafani «che diede filo da torcere ai fascisti dell’Agrigentino [..] seppure anche lui non fu alieno dal cercare l’intesa e la collaborazione con essi  e ddirittura dal proporre soluzioni impossibili, come la costituzione di un grande partito siciliano clerico-fascista». ([7]) Per non parlare dei socialisti rimasti coerenti, è difficile inquadrare figure come i fratelli Ambrosini di Favara, o l’avv. Cesare Sessa, o l’avv. Bonfiglio. Fortemente caratterizzata in termini di pronta adesione al fascismo è la figura dell’on. Abisso, che alla fine, però, si guarda bene dall’aderire alla Repubblica sociale di Salò. Analogo discorso potrebbe farsi per il narese on. Riolo.

 

Francesco Renda ha ben ragione quando dichiara che le origini dei fasci di comattimento di Girgenti (e di quei radi della provincia nel periodo 1919-20) sono «avvolte nella nebbia». ([8]) Nell’agrigentino, il fascismo ebbe davvero, dai suoi esordi sino al consolidamento del Regime, “natura ricettiva, e non radiante.”

 

Quando nel 1942, in piena guerra, vari autori - spesso maldestri, o ingenui o disinformati - redassero i «Panorami di realizzazioni del Fascimo» che dovevan essere una ricerca delle primissime origini del fascismo delle varie province, non avevano molta carne al fuoco, per quanto riguarda il Meridione e la Sicilia. L’autore agrigentino - tal Vincenzo Agozzino - deve proprio arrmpicarsi sugli specchi per reperire esaltanti «cronache della vigilia rivoluzionaria fascista nella provincia di Agrigento» ([9])

«Agrigento sempre più bella e suggestiva», aveva detto Mussolini al popolo di Agrigento il 15 agosto 1937.  E’ frase lapidaria che l’Agozzino invoca in premessa. Ci racconta poi del fascio di Agrigento nel 1919. «..La Camera del lavoro di Agrigento, - narra - aderente al Partito Socialista Ufficiale, con rapida azione agganciò le masse delle zone industriali prima e poi delle zone minerarie ed agricole, creando una forte organizzazione che presto si mosse alla conquista delle amministrazioni comunali. Così in Canicattì, Ravanusa e Palma Montechiaro si ebbero maggioranze socialiste e quasi ovunque le minoranze furono rosse. [..] In questi ambienti [..] solo un manipolo di giovanissimi intese il richiamo dei valori spirituali della stirpe fondando nel maggio del 1919 il primo Fascio dell’agrigentino. La riunione avvene in una stanza dell’Albergo Centrale dove si costituisce un nucleo di azione contro il sovversivismo locale di vario colore, dal rosso, al nero e al verde, che assume il nome di Fascio Futurista di Azione [..]

«1920- 21 - 22

«Si forma poi il Fascio di Combattimento che in un secondo tempo viene intitolato al Caduto Pierino Del Piano. Solo il 20 novembre 1920 avviene il riconoscimento ufficiale del Fascio di Combattimento di Agrigento. Viene anche ad Agrigento la propagandista rossa Maria Giudice. Migliaia e migliaia di persone sono adunate all’Arena Bonsignore [..] La propagandista non doveva parlare e non parlò. Aveva appena pronunciato la parola ‘Compagni’ che ebbe inizio una fitta sassaiola [da parte di piccoli bene appostati sulla terrazza di villa Garibaldi]. [Ne seguì]  un fuffi fuggi generale, mentre la stessa oratrice veniva colpita al viso. Legnate da orbi furono distribuiti agli uscenti dalla arena, mentre la lotta si spezzettava in singoli episodi dai quali però risultava la coraggiosa fuga dei rossi e il primo assalto alla Camera del lavoro [..] [Si trattava] di pochi squadristi, circa quaranta, che [cominciarono a] sgominare le forse rosse, nere e verdi.

«[Altra aggressione.] La Camera del lavoro viene assalita e devastata, mentre mobilio e carte son dati alle fiamme fra il canto di Giovinezza. Successivamente  dopo un comizio tenuto dai combattenti, vien dato un nuovo assalto alla Camera del lavoro con la completa distruzione del mobilio, delle carte e di una bandiera rossa che è poi bruciata in piazza Gallo. La stessa sera avviene un conflitto con un gruppo di guardie regie, risoltosi con una brillante fuga degli agenti di Cagoia [Nitti, n.d.r.]. [..] Altre azioni repressive, di ritorsione e di propaganda vennero eseguite in tutta la provincia: vengono impediti alcuni comizi; venne incendiato il circolo ferroviario; [talora] vengono a dar loro man forte i camerati dei fasci di Porto Empedocle, Canicattì, Palma Montechiaro e Sciacca. Il 24 aprile del 1921 una squadra agrigentina partecipò alle azioni di rappresaglia in Caltanissetta in occasione dell’uccisione di Gigino Gattuso. Alla Marcia di Roma [..] partecipò una squadra, mentre le altre rimasero mobilitate in sede.

«In provincia agirono in periodo ante marcia i fasci di Canicattì, Licata, Palma Montechiaro, Porto Empedocle, Ravanusa, Raffadali, Naro, Sambuca, Grotte, Bivona. Il fascio di Canicattì venne riconosciuto il 4 dicembre 1920; il Fascio di Licata, il 1° febbraio 1921; quello di Montechiaro fu fondato il 1° marzo 1921; quello di Porto Empedocle fu riconosciuto nel marzo 1921; quello di Ravanusa, il 15 ottobre 1920. Altri fasci venero fondati nella seconda metà del 1922 e fra questi Raffadali, Sambuca di Sicilia, Naro, Grotte e Bivona. Naro soprattutto, fondatosi il fascio nel luglio del 1922 e riconosciuto il 18 ottobre successivo, si segnalò in vivaci interventi locali contro i sovversivi, che culminarono con la devastazione della sezione socialista.»

Il volume dei “Panorami” riporta a questo punto un’altro squarcio del discorso che Mussolini pronunciò “dalla terrazza del Palazzo Reale di Palermo - 5 maggio 1924”: “C’è forse una pietra del Carso, pietra di quelle doline dove non abbiano sofferto e dove il popolo è diventato grande, c’è forse zolla di tutto l’arco di trincee che andava dallo Stelvio al mare che non sia stata bagnata da stille di purissimo sangue siciliano?»

Prima della marcia su Roma, il quadro del fascismo agrigentino è rado e sfilacciato. Iprefetti del luogo non vedevano di buon occchio il nuovo movimento politico; lo tolleravano appena e se potevano lo disperdevano. Rivelatrice è questa missiva al Ministero degli Interni del sostituto del prefetto Vergara del 20 giugno 1922 ([10]): «Significo che al 31 maggio 1922 esistevano in questa provincia le seguenti sezioni del Fascio di combattimento: Girgenti con 50 aderenti; Canicattì 20; Ravanusa 80; Sciacca 80. A Palma Montechiaro la sezione è stata sciolta, ma esistono tuttavia una diecina di simpatizzanti del partito fascista. La sezione di Naro, segnalata con mia nota dell’11 maggio 1921 n. 225, è composta da ex-combattenti e non fascisti. Anche la sezione di Porto Empedocle è stata sciolta».

 

Con la marcia su Roma, l’atteggiamento dei prefetti ovviamente cambia, anche perché giungono prefetti di evidente ispirazione fascista. Più che con il Ministro dell’Interno Benito Mussolini, i rapporti (improntantati alla più deferente fiducia) sono con il sottosegretario Finzi (almeno sino alla caduta di costui per il delitto Matteotti). In questa congiuntura fu prefetto di Agrigento il dott. Ernesto Reale. Già vice prefetto, fu nominato nella carica il 16 marzo 1923 ed il 22 ottobre 1924 lasciò Agrigento per la prefettura di Potenza. Era nato a Sassari il 30 giugno 1875 (morirà a Roma il 30/12/1947). Era dunque un uomo di 58 anni,  ma evidentemente aveva fiutato il nuovo corso e vi si era prontamente adattato. Non è da credergli quanfo afferma: «Escludo nel modo più formale che io abbia imposto la costituzione di Fasci nei comuni dove non esistono sotto minaccia diretta o indiretta di scioglimento dei Consigli Comunali o pressioni di qualsiasi altro genere.» ([11]) Era una risposta ad un perentorio telegramma dell’11 luglio 1923, a firma Mussolini, che reclamava seccamente una giustificazione. « S.E. Cesarò - diceva il testo - comunicami che V.S. avrebbe invitato costituire fasci dove non esistono sotto minaccia scioglimento consiglio comunale. Voglia V.S. notiziarmi in propoisto.»


 La  puntualizzazione del prefetto è abile come emerge dal seguente “rapporto dimostrativo”:


«Dal marzo, quando assunsi in questa provincia le funzioni di Prefetto, ad oggi furono istituiti cinque nuove sezioni del P.N.F. nei seguenti comuni:


1.   Castrofilippo - dove l’Amministrazione comunale era già sciolta ed il Comune retto da un R.Commissario;


2.   S. Giovanni Gemini - Amministrazione Comunale Popolare;

3.   Alessandria della Rocca - Amministrazione Comunale Riformista;

4.   Raffadali - Amministrazione Comunale Socialista;

5.   Montaperto - Frazione di Girgenti - Amministrazione Comunale Popolare.

 

Per la costituzione di Tali Sezioni non ci fu affatto bisogno di intimidazioni o minaccie né da parte mia né da parte della Federazione Provinciale. Fu l’effetto di una attiva propaganda Fascista.

 

Faccio osservare a V.E. che fra i Comuni sudetti non ve n’è alcuno amministrato da Democratici-Sociali. Sto esaminando personalmente la posizione del Comune di Raffadali dove àavvi il feudo di S.E. il Ministro Colonna Duca di Cesarò, il quale intende porre la Sua candidatura in quel Mandamento, e mi riservo fare le proposte del caso.

 

Restano tuttora da costituirsi le sezioni del P.N.F. nei comuni seguenti:

Aragona
Montallegro
Villafranca
Comitini
S. Angelo Muxaro
Calamonaci
Favara
Cianciana
Burgio
Lampedusa
Lucca Sicula
 

 

 

Ad eccezione degli ultimi due, dove l’Amministrazione Comunale è Riformista e Popolare, e di Lampedusa, lontana, sperduta nel mare Africano, tutti gli altri comuni sono amministrati da scritti alla Democrazia Sociale. E per questi, non solo non fu fatta da me alcuna pressione per la costituzione di Sezioni del P.N.F., ma dovetti mostrarmi a ciò risolutamente contrario almeno per ora. Invero quei Comuni - specialmente i maggiori - Favara e Aragona - sono talmente infestati dalla mafia, che è necessario procedere ad un’accurata chiarificazione e selezione, per evitare che nelle costituende Sezioni Fasciste venga ad annidarsi la forma più subdola della delinquenza Isolana.

 

Nei detti Comuni pertanto, che come ho detto, sono amministrati da Demo-Sociali, nonché esercitare pressioni, è stato invece necessario a me ed al Fiduciario Provinciale resistere alle vive e ripetute pressioni che ci vennero fatte per la costituzione di Sezioni Fasciste da elementi di altri partiti troppo interessati e troppo malfidi.

 

Si addiverrà certamente a costituire anche lì Sezioni Fasciste, ma solo quando il lavoro - delicatissimo - di selezione sarà ultimato. E le Sezioni dovranno essere formate da elementi puri e sicuri. E senza bisogno di minaccie di scioglimenti di Consigli Comunali.

 

A proposito dei quali debbo fare presente alla E.V. che gli scioglimenti da me proposti furono sempre effettuati per ragioni di ordine pubblico o per disordini amministrativi e riguardano i seguenti Comuni:

Canicattì - Palma Montechiaro - Ravanusa - già amministrati da socialisti ufficiali;

Sambuca Zabut - Campobello di Licata - S. Margherita Belice (quest’ultimo in corso), già amministrati da riformisti (La Loggiani).

 

Faccio osservare che nessuno di questi comuni è amministrato da democratici Sociali.

 

Concludendo:

1. Nessuno dei Consigli Comunali sciolti dal marzo in poi era amministrato da Democratici        Sociali.

2. Non solo non ho fatto minaccie per la costituzione di Sezioni Fasciste nei Comuni dove mancano (quasi tutti amministrati da Demo-Sociali) ma ho dovuto e devo tuttora resistere, per le ragioni suesposte, a pressioni che vengono fatte, anche da elementi Demo-Sociali, per la costituzione di talune Sezioni stesse».

 

Nel successivo luglio il prefetto Reale sembra più un federale fascista che un dipendente del Ministero degli Interni. Ecco quanto scrive il 10 luglio 1923:

«Alla vigilia della riunione della Giunta Esecutiva del P.N.F. credo doveroso inoltrare il seguente rapporto riassuntivo sull’andamento del Fascismo in questa Provincia.

 

Dal Marzo in poi si è verificato un considerevole sviluppo ed una notevole chiarificazione.

 

Sviluppo: in quanto sono numericamente cresciuti gli iscritti alle Sezioni dei Fasci (4568) e dei Sindacati (4382). L’entrata nel Fascismo dell’on. Abisso ed una parziale fusione, da me caldamente patrocinata, delle forze migliori degli ex-combattenti, hanno contribuito a tale sviluppo. Occorrerà lavorare ancora per assorbire nei Fasci almeno un altro migliaio di ex-combattenti che ora sono fuori perché non possono e non credono di distaccarsi da altri partiti.

 

Chiarificazione: in quanto, dopo mie vive insistenze, si è proceduto alla epurazione di talune sezioni, mediante eliminazione di elementi indegni.

 

In proposito debbo rilevare di avere dovuto superare non poche resistenze da parte del Fiduciario Provinciale e della Federazione Provinciale che non vedevano con eccessiva simpatia l’ingerenza del Prefetto in questo campo.

 

Questo processo di epurazione si è accentuato maggiormente nei riguardi della M.V. i cui iscritti avevano raggiunto il numero di 1800, mentre ora sono ridotti a poco meno di 1500. Ma è un bene.

 

Attualmente la situazione, tenuto conto delle difficoltà ambientali, e dei personalismi da superare, e specialmente dei numerosi elementi malfidi infiltratisi nelle sezioni, e che debbono man mano eliminarsi, può dirsi abbastanza soddisfacente.

 

Però la mia opera assidua di sgretolamento delle camarille locali, dei vecchi ed agguerriti partiti, e specialmente del partito riformista (La Loggia), di quelle Social-Comunista e popolare - opera che ha portato allo scioglimento di sette Amministrazioni comunali, e che intendo continuare - dovrebbe essere più attivamente fiancheggiata dalle Autorità Fasciste di questa Provincia. Dovrebbe soprattutto essere ripresa l’azione di propaganda fascista che ora languisce in una stasi apatica.

 

E’ d’uopo riconoscere che il Fiduciario Provinciale attuale Ing. Narciso Dima, se pure non eccessivamente energico, ha finora fatto il possibile per lo sviluppo del Fascismo, sacrificandosi anche finanziariamente, contribuendo del proprio, trascurando la sua professione. Le sezioni Fasciste non gli dànno che un aiuto finanziario scarsissimo.

 

Occorre, è anzi urgente, che l’On. Giunta Esecutiva stabilisca un congruo aiuto finanziario.

 

Nessuna preparazione ha potuto fare la Federazione per le lezioni Provinciali appunto per mancanza assoluta di propaganda. Occorrerebbe istituire nuove sezioni nei Comuni dove ancora mancano (18 su 41)), ma occorrono mezzi sopraluoghi locali ecc., mezzi che mancano.

 

Se si dovessero fare le elezioni provinciali ora, alla scadenza dei poteri della Commissione Reale, sarebbe una débacle dal punto di vista fascista. Mentre gli altri partiti, soprattutto i Democratici sociali e i popolari, si vanno organizzando e preparando alla lotta, che ritengono imminente, e dispongono di mezzi finanziari cospicui, i Fasci poco o niente hanno potuto fare. Occorre, ripeto, finanziarli.

 

Ho detto débacle se i fasci dovessero lottare da soli, chiudendosi nella più assoluta intransigenza nei riguardi degli altri partiti.

 

Ma occorre esaminare la situazione nei riguardi della Democrazia Sociale: situazione che in questa Provincia è estremamente delicata.

 

La Democrazia Sociale si mantiene qui in piede di guerra pronta ad una lotta, come pronta ad un accordo coi Fasci, per una eventuale collaborazione.

 

Senonché qui si presenta una difficoltà.

 

I Deputati Demo-Sociali sono gli On. Pancamo e Guarino-Amella; binomio indissolubile. L’On. Pancamo è elemento puro, inattacabile. L’ideale sarebbe poter scindere il binomio, e accordare i Fasci cogli elementi migliori della Democrazia Sociale che fanno capo all’On. Pancamo. Ma questo è impossibile.

 

Non poca parte degli elementi che fanno parte all’On. Guarino-Amella - che ha largo seguito - sono bacati dalla mafia che sino a poco tempo addietro ha imperato in questa provincia, e che ora è smontata, disorientata. Effetto dei provvedimenti energici di P.S.- Accordarsi cogli elementi demosociali che fanno capo all’On. Guarino Amella, vorrebbe dire accordarsi anche in certo modo con la mafia. E allora si ricadrebbe nel vizio delle elezioni precedenti che si facevano appunto con l’aiuto della mafia.

 

D’altra parte il partito Guarino Amella vuol dire S.E. Di Cesarò, del quale il primo è il più fido e autorevole luogotenente in questa Provincia.

 

I fasci risentono di questa situazione.

 

Il Fiduciario Provinciale Ing. Dima, sembra contrario a qualsiasi accordo coi Democratici Sociali. I suoi avversari - e ne ha anche in seno ai Fasci - dicono che ciò dipende dalla sua origine La Loggiana.

 

Comunque questa situazione non può risolversi se non si conoscono in modo preciso e in tempo utile le direttive del Governo al riguardo.

 

Concludo:

1. Occorre finanziare la Federazione Provinciale perché eserciti una più attiva azione di propaganda;

2. Occorre procedere alla nomina del Fiduciario Provinciale. L’attuale Ing. Dima, in conseguenza della ritardata conferma ha perduto un po’ di autorità e prestigio. Urge quindi o confermarlo o nominarne uno nuovo, che possa esplicare con autorità e energia l’azione Fascista, e fiancheggiare la mia azione politica e amministrativa.»

 

 

Il prefetto di Agrigento è, peraltro, quello che è in grado di fornire ragguagli precisi e dettagliati sulla “situazione del Fascismo in Provincia di Girgenti al 27 ottobre 1923”. Val la pena di riportare integralmente la sua relazione al ministero:

«In mancanza di fascismo puro, limitato a pochissimi elementi, i Fasci della Provincia di Girgenti sono costituiti necessariamente da elementi tratti da altri partiti politici.

 

Il partito politico finora predominante in questa Provincia era il partito Demosociale, imperniato sui Deputati Grarino Amella e Pancamo, (agli ordini di S.E. Di Cesarò) e Abisso. Col passaggio di quest’ultimo al Fascismo, avenuto nell’Aprile, questo partito cominciò a sgretolarsi. Gli elementi migliori passarono anch’essi, in buon numero al Fascismo. E se è vero che il partito personale Abisso si va sempre più rafforzando, è pur vero che il Fascismo sta prendendo uno sviluppo sempre più grande e più saldo - anche perché questi elementi ex-demosociali sono assai più sinceri degli altri.

 

In sostanza non deve credersi che sia il partito Abisso che si faccia sgabello del Fascismo per rafforzarsi, ma è il Fascismo che acquista realmente forza e compattezza dai numerosissimi elementi che staccatisi come ho detto dalla Democrazia Sociale facente capo all’On. Guarino, Pancamo e Di Cesarò, si sono appoggiati all’on. Abisso.

 

Al Ministero è noto come io abbia visto con una certa diffidenza il passaggio dell’On. Abisso al Fascismo.

 

E’ per me doveroso ora dopo diversi mesi di vigile esperienza porre in rilievo la disciplina e l’ossequio non solo apparente, ma effettivo alle Direttive del Duce, dell’On. Abisso verso il quale ora convergono le forze migliori della Provincia, forze che Egli dirige e orienta risolutamente verso il Fascismo.

 

Il Fiduciario Provinciale, d’intesa con lui ha potuto sistemare la posizione prima equivoca, ora chiara di parecchie sezioni Fasciste, ha potuto costituirne delle nuove, e rafforzarne delle altre.

 

Non è quindi vero che il Fascismo non abbia presa in Provincia di Girgenti. Questo forse poteva dirsi alcuni mesi addietro, quando si verificò una stasi - da me segnalata - che avrebbe dovuto preludere ad una grave crisi, dovuta sopratutto all’azione allora scarsamente efficace del Fiduciario Provinciale, il quale era rimasto per oltre due mesi quasi privo di autorità. Causa il ritardo della sua conferma. Ma la crisi fu superata e la minaccia di essa, in certo modo, fu anche benefica. L’attività del P.F. fu da me e dall’On. Abisso galvanizzata; molte opposizioni più o meno interessate furono smontate. Il susseguirsi di importanti avvenimenti patriottici, che riunivano in un solo patriottico sentimento importanti forze Fasciste, valsero a guadagnare anche le simpatie della grande massa della popolazione  la quale prima diffidente, segue ora con vivissima simpatia, gli spettacoli sempre bellissimi di giovinezza di forza di disciplina che le adunate Fasciste hanno dato modo di apprestare. A questo aggiungasi la continua, dirò quasi sistematica, valorizzazione dei veri combattenti, mutilati e decorati di Guerra, ai quali spesso per mio personale intervento si sono aperti i Fasci, portandovi una cospicua forza morale.

 

Concludendo la situazione nei riguardi del Fascismo è molto migliorata in confronto al passato, e non credo di peccare di soverchio ottimismo, se affermo che essa migliorerà ancora di più e più si chiarificherà.

 

Personalità cospicue di cui non si può mettere in dubbio l’alto patriottismo e che hanno sempre combattuto palesemente il sovversivismo mascherato da riformismo e da popolarismo, come l’On. La Lumia ex Deputato assai molto stimato nella importante zona di Licata, e l’On. Parlapiano Vella, altro ex Deputato, nella zona di Ribera e Bivona, hanno sinceramente aderito al Fascismo.

 

Degli altri partiti anche in conseguenza dell’azione da me svolta; il Socialista è ormai morto; il Riformista è ridotto ai minimi termini, il popolare è in continua dissoluzione.

 

Gravi incidenti tra Fascisti, per l’urto di tendenze diverse, in questa Provincia non sono mai avvenuti. Incidenti non gravi, sono stati risolti tempestivamente, anche pel mio intervento diretto, senza strascichi di ire e di odi.

 

La situazione, quindi, può dirsi veramente buona, specie se si raffronta con quella di altre Provincie Siciliane. E diventerà migliore se si potrà continuare nell’attuale indirizzo, se questo non verrà modificato per l’intervento, per ora non necessario, di elementi che, per quanto autorevolissimi, non sarebbero forse in grado di valutare, per la scarsa conoscenza di questo ambiente, le condizioni specialissime di esso in rapporto ai partiti ed alle persone. Unisco un prospetto riguardante i sindoli Comuni della Provincia.»

 

 

La relazione - un vero e proprio resoconto di un propagandista del fascismo - è comunque perspicua per chiarezza, esaustività, penetrazione dell’ambiente socio-politico. Il Reale doveva avere entrature preferenziali a Roma - anche in ambito della direzione del P.F. - se può accennare, in conclusione, alla eventualità - che poi si verificherà appieno - della venuta ad Agrigento di “elementi autorevolissimi”. E saranno costoro a cambiare il volto del fascismo agrigentino.

 

Frattanto, valga il prospetto del prefetto Reale, ai nostri fini molto significativo perché stranamento vi è omesso totalmente il paese di Racalmuto che in questa ricerca è il nostro oggetto di studio.

 

«Provincia di Girgenti

 

1°) - Comuni nei quali i Fasci hanno una posizione dominante: (su un totale di 41)

Casteltermini - Siculiana - Porto Empedocle - Sciacca - Caltabellotta - Santa Margherita - Sambuca - Menfi - Montevago - Calamonaci - Campobello di Licata - Camastra - Ribera - Licata - Naro - Canicattì (n.°  16)

 

2°) -Comuni nei quali esistono dei Fasci, sui quali non è ancora possibile fare sicuro assegnamento, ma la cui situazione migliora giornalmente:

Cammarata - S. Giovanni Gemini - Castrofilippo - Grotte - Bivona - S. Stefano Quisquina - Villafranca - Palma Montechiaro - Ravanusa - Realmonte - Montallegro - Alessandria Rocca - Favara - Cattolica - S. Biagio Platani - Raffadali (n.° 17: in effetti sono sedici: il dattilografo omise di battere forse Racalmuto per mero errore. Se aggiungiamo questo paese torna il totale di n. 41 centri dell’agrigentino, n. d.r.)

3°) - Comuni dove il Fascismo non ha ancora presa, specialmente perché combattuto dalla mafia:

Comitini - Burgio - Lucca Sicula - Cianciana - S. Angelo - Aragona A Lampedusa, data la grande distanza, e la difficoltà delle comunicazioni marittime (una volta alla settimana) nulla si è potuto ancora fare.

 

4°) - Girgenti - Situazione non buona, ma discreta, a motivo della esistenza degli Stati Maggiori - attivissimi - dei partiti Riformista (che fa capo all’On. La Loggia), Popolare (che fa capo al prosindaco Gr. Uff. Sclafani e all’On. Fronda), e dei residui del partito Demo-Sociale (On. Pancamo e Guarino). I primi due, specialmente difendono ostinatamente le proprie posizioni.

 

Fra giorni si verificherà la crisi nell’Amministrazione Comunale Popolare-Riformista.

Molto vi sarà da guadagnare pel Fascismo se il R. Commissario che verrà prescelto saprà lavorare bene e risanare moralmente e finaziariamente il Comune.»

 

 

Il prefetto Reale, alla fine dell’anno, diviene un vero e proprio fiduciario del fascismo. Ecco, a dimostrazione, quanto scrive all’On. Avv. Francesco Giunta - Segretario Generale del Partito Naz. Fascista - in data 11 dicembre 1923:

 

«Situazione del Fascismo nella Provincia di Girgenti

 

Ottemperando allo incarico da V.S. On. Affidatomi a Siracusa di vigilare e seguire da vicino il Fascismo in questa Provincia, pregiomi riferire quanto segue:

E’ continuata più attiva che mai la ingerenza del Grande Uff.  Sacerdote Sclafani, capo del Partito Popolare nell’organizzazione del fascismo Provinciale.

 

Alla lettera originale a firma sac. Sclafani in data 25 ottobre, da me mostratale a Siracusa, con cui egli offriva l’incarico di costituire un Fascio in Comitini (dove non era stato possibile finora la sua costituzione trattandosi di un comune infestato dalla mafia) ad un tale Dr. Bongiorno, congiunto di un capo della mafia locale, si sono aggiunti altri gravi elementi.

 

E’ infatti in mio potere una dichiarazione del Maggiore Cav. Orestano R. Commissario di Palma, con cui attesta che il Sac. Sclafani inviò una lettera analoga al Sac. Zimmili per richiedere “il nome di persona fidata al P.P. da far passare subito al Fascismo e da incaricare della ricostituzione di quel Fascio”.

 

E’ pure in mio potere un rapporto del Colonnello Sindico, R. Commissario di Raffadali, col quale mi informa che a costituire il fascio di Joppolo “fu incaricato certo Onorio Sacco, alter ego del Sac. Camilleri, capo del P.P. che egli dirige secondo gli intendimenti di Padre Sclafani”.

 

E non più tardi di ieri ho potuto constatare de visu perché mi trovavo sul posto, un abboccamento tra il Sac. Sclafani e il Sindaco di Porto Empedocle. Da informazioni certe mi risulta che lo Sclafani d’accordo col detto Sindaco intende di riorganizzare quella Sezione Fascista, per asservirla ai suoi fini.

 

E non posso passare sotto silenzio un episodio che non conferì certo serietà all’azione del Fiduciario nella riorganizzazione del Fascio di Sciacca.

 

Giova premettere che egli anziché seguire le direttive opportunamente dategli da V.S. On., di “lasciare in disparte gli elementi dei vecchi partiti” incaricò della costituzione del fascio di Sciacca, fra gli altri l’avv. Giuseppe Imbornone di oltre 60 anni che mai era stato Fascista, bensì era in quest’ultimo periodo, riformista tanto che aveva nello scorso anno partecipato ad un banchetto in onore dell’On. La Loggia.

 

A prescindere dal fatto che l’Imbornone era stato candidato politico bocciato per due volte, la sua scelta era inopportuna perché cognato e suocero rispettivamente di Corrado Turano e vella Gaetano, l’uno detenuto nelle Carceri di Sciacca, come capo di una vasta associazione a delinquere; l’altro espluso dal Fascismo perché affiliato alla maffia consenziente il Fiduciario Provinciale.

 

L’Avv. Calogero Guarino, capitano degli Arditi, decorato e ferito, essendosi  dimesso dalla Commissione di reggenza per protestare contro l’infiltrazione popolare, voluta dagli altri due  membri riceveva da Girgenti un telegramma a firma Dima con cui si accettavano le sue dimissioni, e quasi simultaneamente ne riceveva un altro da Roma, a firma dello stesso Ing. Dima che gli riconfermava lo incarico.

 

Tali provvedimenti contraddittorii, oggetto di salaci commenti, valsero a dimostrare che a Girgenti qualcuno sostituisce il Dima, e dà importanti disposizioni senza neanche interpellarlo. Inutile ripetere chi possa essere questo qualcuno.

 

E così a Sciacca in luogo della Sezione sorta nel 1920 esiste ora un piccolo Fascio trucco composto prevalentemente di popolari.

 

A Menfi, altro centro dove i combattenti e i mutilati, organizzati sin dal 1919, si erano trasfusi nel Fascismo, fu incaricato della reggenza, insieme ad altre figure insignificanti, il Gr. Uff. Bivona, di 75 anni, il quale nelle elezioni del 1919 distribuì i voti di cui disponeva fra la lista di Nitti e quella di Don Sturzo; nel 1921 li diede alla lista Verderame, voti annullati dalla Giunta delle Elezioni per corruzione. Nel 1922, il Bivona fu successivamente riformista (La Loggiano) e popolare (Sturziano). Ora è a capo del Fascismo di Menfi, dove fece nominare Segretario Politico Berto Ravedà, intimo congiunto del Segretario Provinciale del P.P. Sturziano Avv. Molinari.

 

A Licata il Fiduciario Provinciale dopo avere tolto l’incarico al signor Ettore Sapio amico e parente dell’On. Verderame lo affidò ad una Commissione di Reggenza alla quale pure lo tolse per riaffidarlo al Sapio.

 

Ciò, nel giro di pochi giorni, ha arrecato grave pregiudizio al partito anche perché è notorio che l’Ing. Dima aveva chiesto al Generale Starace, l’espulsione del Sapio per indegnità.

 

La Sezione Fascista di Licata  è ora una succursale del partito riformista, che, è bene si sappia, in questa Provincia fa causa comune coi popolari.

 

Analoghe repentine metamorfosi si verificarono a Bambuca di Sicilia.

 

In taluni Comuni della Provincia, refrattari al Fascismo perché completamente asserviti alla maffia (Cianciana - Burgio - Aragona - Comitini - Favara) non era stato possibile - anche perché io mi ero opposto risolutamente - costituire dei Fasci. In queste ultime settimane, all’unico scopo di procurarsi segretari politici disposti a votare per la sua rielezione il Fiduciario fece sorgere per incanto delle sezioni Fasciste, composte di elementi apertamente devoti all’On. La Loggia, o al partito popolare.

 

Il Fiduciario Provinciale, sapendo della mia opposizione ad un Fascismo così impuro ed equivoco, non mi avvertì neppure della costituzione di questi Fasci.

 

Le elezioni compiute per la ricostituzione dei direttorii, tranne che a Girgenti nella prima votazione durante la mia assenza, sono procedute ordinate, senza dar luogo a incidenti o proteste. Specialmente la seconda votazione a Girgenti si svolse calmissima.

 

I risultati finora furono i seguenti:

1°) A Girgenti riuscì la lista dei vecchi fascisti con carattere di opposizione al Fiduciario Provinciale.

2°) A Canicattì riuscì una lista ostile al Fiduciario Provinciale composta quasi tutta di ex Ufficiali combattenti e decorati con a capo il valoroso Generale Gangitano più volte decorato al valore e ferito.

3°) A Porto Empedocle riuscì una lista degli elementi uscenti, fascisti di vecchia data, contrarii al Fiduciario.

 

Vi furono anche elezioni in comuni di minore importanza: Casteltermini, Bivona, Siculiana e Palma con risultati varî. In complesso però si è creata una situazione artificiosa specie in queste ultime settimane per effetto della sovrapposizione degli elementi popolari, riformisti, alla gerarchia Fascista.

 

I maggiorenti demosociali si mantengono per lo più inattivi nella incertezza dell’atteggiamento da assumere di Fronte al Governo Fascista. Una organizzazione veramente forte e seria del Fascismo, ne potrebbe diminuire di molto l’efficienza. Le Sezioni di vecchia data, in gran parte ostili al Fiduciario Prov. Intendono affermarsi sul nome del predetto Generale Gangitano, come Segretario Politico Provinciale, il quale ha sempre combattuto apertamente la Democrazia Sociale. Per evitare questo pericolo si minacciano nuovi scioglimenti da parte della Federazione Provinciale.

 

Per conto mio, ho ritenuto conveniente mantenermi del tutto estraneo al movimento fascista di quest’ultima fase. E ho pur dato disposizioni affinché i funzionari dipendenti si astenessero da qualsiasi ingerenza.

 

Tali direttive sono state rigorasamente osservate.

 

Date le circostanze di fatto sopra riferite e delle quali potrei occorrendo dare la documentazione, ritengo di dover confermare la proposta che ebbi l’onore di farLe  a Siracusa e cioé lo scioglimento della Federazione Provinciale, con la nomina di una Commissione di Reggenza che proceda ad una rigorosa revisione delle Sezioni ed il rinvio delle elezioni.

 

In linea subordinata ritengo che si debba negare il riconoscimento alle Sezioni di Comitini, Favara, Cianciana, Burgio, Bivona, Joppolo e Aragona.

 

Infine per la ricostituzione delel Sezioni di Licata, Sciacca, Menfi e Sambuca, dove le condizioni sono favorevoli allo sviluppo di un forte e sincero Fascismo, propongo che vengano rigorasamente seguite le direttive opportunamente dalla S.V. On. Date coll’ordine del giorno emesso a Siracisa, affidandone la riorganizzazione a elementi estranei all’ambiente, e non asserviti ai vecchi partiti locali.»

 

 

 

La peculiarità di Agrigento di un fiduciario a capo della federazione fascista provincila si trascinò sino al 26 gennaio 1924. Sotto tale data venne incaricata di regge il fascismo agrigentino una Commissione Straordinaria, come aveva proposto il prefetto Reale in via principale. Tale Commissione si resse sino al 17 aprile 1924, quando venne eletto tal Girolamo Galatioto, che durò sino al 4 aprile 1925. Dopo abbiamo un certo Paladino Raffaele, che a diverso titolo, fu capo del fascismo agrigentino sino al 13 settembre 1925. Quindi è il tempo del celeberrimo Achille Starace che fu commissario straordinario del federazione di Agrigento dal 13 settembre 1925 al 17 maggio 1926. Il 17 maggio 1926 subentra l’On. Angelo Abisso: esso è il federale di Agrigento sino al 29 dicembre 1927.

Questi sono i suoi successori:

1.   D’Andrea Calogero dal 29 dic. 1929 sino al 14 gennaio 1931;

2.   Basile Carlo Emanuele dal 14 genn. 1931 al 17 aprile 1931 (Commissario Straordinario);

3.   Morello Vincenzo dal 17 aprile 1931 all’ 11 giugno1932;

4.   Puccetti Corrado dall’11 giugno 1932 al 6 febbraio 1933;

5.   Gaetani Alfonso dal 6 febbraio 1933 al 1° aprile 1937;

6.   Guggino Emerico dal 1° aprile 1937 al 4 aprile 1940;

7.   Di Marsciano Ermanno dal 4 aprile 1940 al 3 maggio 1943;

Candrilli Manlio dal 13 maggio 1943 sino all’entrata degli americani. ([12])

 

Ufficialmente, la Federazione fu costituita il 15 novembre 1922. I personaggi che si sono succeduti alla sua guida non sono tutti di grosso risalto. Alcuni dati biografici aiutano a comprendere l’altalenare di personalità a vario spessore che si registra nella direzione del fascismo agrigentino.

 

Dima Narciso

Laurea in ingegneria - assicuratore. Iscritto ai fasci sin dal 1919. Fiduciario della Federazione dal 15 novembre 1922. Agente generale dell’INA per Girgenti.

Galatioto Gerolamo

nato a Ravanusa (Ag.) il 10 agosto 1894. Partecipò alla guerra del 1915-18 con il grado di tenente di fanteria. Ebbe due medaglie di bronzo.

 

Paladino Raffaele

nato a Floridia (Sr) il 10 gennaio 1884. Laurea in lettere, insegnante. Figlio di Esattore Comunale. Socialista rivoluzionario; interventista; nazionalista. Iscritto al Fascio nel 1920. Espulso dal PNF nel marzo 1926 «quale elemento disgregatore», fu riammesso nel maggio successivo. Non aderì alla RSI.

 

Starace Achille

«Buttatelo giù per le scale”, fu l’urlo di Mussolini che scacciava definitivamente Starace dal’anticamera della Sala del Mappamondo a Palazzo Venezia. Il “duce” lo aveva privato di ogni carica e di ogni onore in breve tempo. Nel ‘39 Starace dovette dimettersi da segretario del partito fascista e nel ‘41 da capo di stato maggiore della milizia: la sua stella era tramontata per sempre. Cominciarono per lui gli anni delle umiliazioni e della misera che non ebbero più termine fino al giorno della sua esecuzione in Piazzale Loreto a Milano, il 29 aprile 1945.» [13]

 

«La sua vicenda personale non si chiude in se stessa, maè il riverbero di un costume che andava mutando, la sua biografia è anche il racconto della vita esemplare d’un gerarca fascista assai potente, di una sacra autorità del Ventennio. E’ uno specchio in cui si riflettevano gli italiani del Littorio irreggimentati in una coreografia alienante di cui Starace era regista discusso e irriso ma ubbidito.

 

«La condanna del fascismo è nelle cose di tutti i giorni e negli eventi della storia. Rovesci e sciagure furono addebitati al regista, come conseguenza d’un’apparente organizzazione del partito che non poteva reggere alla prova del fuoco. Di lui si fece un capro espiatorio. Misero tutto sul suo conto. Lo distrussero, e forse lo meritava. Mussolini lo scacciò, e forse aveva buone ragioni per farlo. L’ingranaggio ormai lo stritolava e nessuno poteva riabilitarlo. Cercò di risollevarsi da solo, con una morte dignitosa davanti al plotone d’esecuzione.» ([14])

 

 

Nel “carteggio riservato” della Segreteria particolare del Duce, custodito nell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, ben tre voluminosi fascicoli riservati ([15]) sono destinati allo Starace. Vi è di tutto. Mussolini lo seguiva in tuttto. Dalle cose pruriginose (pederastia, tradimenti tra fratelli, orge) a quelle invereconde (le celebri avventure galanti) ai latrocinii, alle concussioni. La parentesi agrigentina di Starace vi emerge per gli aspetti più inquietanti: la sua amicizia con Abisso fu molto interessata. Non è provato, ma niente smentisce la miserevole vicenda dei tanti soldi spillati all’on. La Lumia di Licata dietro promessa di una resurrezione politica.

Un anonimo faceva al “duce” in data 28/5/1932 questa delazione ([16])

«A S.E. Benito Mussolini - Ministro degli Interni, Roma - Dopo un lavoro faticoso e pericoloso di spionaggio, ho potuto appurare i dati di fatto che vengo ad esporVi, nell’interesse generale del Fascismo e particolare della Provincia di Agrigento.

 

«Da parecchi anni l’On.le La Lomia, politicamente di Licata, corrisponde la somma di lire cincquantamila annue all’On.le Starace.- Detti pagamenti, che ad oggi ammontano a £. 350.000 sono stati fatti direttamente con vaglia bancari girati dallo stesso all’attuale Segretario del Partito, oppure a mezzo del Senatore Abisso, difensore della delinquenza siciliana. Per detta somma l’On. Starace, fin dalla sua gestione commissariale nella provincia di Agrigento, si è impegnato di difendere l’associazione Abisso-La Lomia fino alle estreme conseguenze. In conseguenza di questo fatto l’On. Starace ha inviato come Questore di Agrigento il Comm. Papa, che appena arrivato in sede si è premurato di chiamare al telefono il Comm. Lo Dico, ex Preside della Provincia di Agrigento, al quale comunicava un discorso cifrato, in seguito al quale, dopo pochi giorni, avveniva nei pressi di Porto Empedocle  .. nel villino campestre del detto Lo Dico , una riunione segreta alla quale partecipavano, il Questore, Lo Dico, il senatore Abisso, il dott. Di Leo Calogero sanitario del comune di Sciacca e fratello del Segretario Federale Agrigentino in pectore,  il dottore Venezia medico chirurgo dentista di Sciacca,  fervente propagandista repubblicano,  l’nsegnante Castellana Alfonso di Lucca Sicula, il cav. Liborio Friscia di Ribera, il Capo Manipolo Friscia Gaetano di Ribera, il Marturana Salvatore di Agrigento, alcuni rappresentanti dell’On.le La Lomia ed altri Abissiani della Provincia.

 

«Scopo della riunione fu di impartire disposizioni perché fosse fatto molto rumore in Provincia per la promessa dell’On. Starace del rovesciamento imminente della situazione politica provinciale.

 

«In seguito a tale riunione infatti in vari paesi della Provincia furono sguinzagliati degli agenti provocatori che tentarono dappertutto di sollevare incidenti. A prova della veridicità della promessa dell’On. Starace in quella riunione l’On.le Abisso riferì per comunicazione avuta dall’On. Starace che il ritardo del provvedimento di rovesciamento si doveva al fatto che presso la magistratura di Sciacca giaceva una pratica per la riesumazione di un processo di associazione a delinquere per stabilire se il padre del futuro Segretario Federale di Agrigento fosse stato a suo tempo coinvolto in detta associazione. Al che il Questore Papa prese la parola assicurando ‘in ogni caso la Segreteria Federale sarà data a persona che pur sembrando neutrale tuttavia sarà al completo servizio del Senatore Abisso’».

 

Nella permanenza ad Agrigento, l’On. Starace ebbe modo di incontrarsi con due uomini politici: l’on. Abisso e l’on. Cucco; del primo ne consolidò la fortuna, del secondo ne stabilì l’umiliante radiazione dai ranghi (almeno sino al 1939). La lotta alla mafia non c’entra affatto. Diversamente la sorte dei due politici siciliani doveva esse parallella, identica essendo la radice mafiosa.

L’on. Abisso fu tanto camerata dell’On. Starace da seguirlo in scandalose frequentazioni di donnine romane. Le spie di Mussolini riferivano. Ma senza effetto.

 

Abisso Angelo

E’ figura centrale dell’agone politico agrigentino, almeno dal 1913 sino al 1933 quando il nobile Gaetani diviene federale di Agrigento. Equilibrismi polticici, repentine conversioni, tradimenti, trasformismo determinano un effetto alone sul personaggio, che resta equicoco, indefinibile, moralmente opaco. Ciò trascende l’angusta economia di questa ricerca per il doveroso approfondimento.

Al nutrito partito di fiancheggiatori - sprezzantemente chiamati abissisiani - si contrappone quello dei denigratori ad oltranza. Nelle carte di archivio abbondano le denunzie, le calunnie, le insinuazioni. L’on. Abisso finisce nell’osservatorio della Segreteria particolare del Duce che apre a suo carico un folto fascicolo informativo. ([17]) Il potente amico Starace riesce, in ogni caso, a parare i fulmini mussoliniani. La stella politica di Abisso potè appannarsi alla fine, ma non si oscurò per tutta la durata del fascismo.

D’Andrea Calogero

Nato a Campobello di Licata (Ag) il 30 maggio 1877, si laureò in giurisprudenza. Fu avvocato ed insegnante. Partecipò alla guerra del 1915-18 col grado di capitano, poi maggiore di fanteria. Iscrittosi al fascio il 20 novembre 1922, fu preside dell’Istituto Tecnico di Agrigento. Rivestì anche la carica di Vice Preside dell’Amministrazione Provinciale di Agrigento. Non aderì alla R.S.I.

 

Basile Carlo Emanuele

 

nato a Milano il 21 ottobre 1885, morì a Stresa il 1° novembre 1972. Barone plurilaureato (giurisprudenza e lettere), giornalista e scrittore, era figlio di un prefetto. Fu nominato senatore. E’ autore di romazi e novelle. Aderì alla R.S.I. e fu quindi prefetto di Genova dal 25 ottobre 1943 al 26 giugno 1944. Ebbe l’incarico di sottosegretario alle FF.AA dal 27 giugno 1944. Venne ad Agrigento come commissario straordinario di questa federazione per consentire una svolta in termini di affrancamento dalla influenza dell’On. Abisso. Vi restò dal 14 gennaio 1931 fino al 17 aprile 1931. Passò le consegne alla scialba figura di Vincenzo Morello di cui sappiamo che fu fascista fin dal 1920. L’11 giugno 1932 viene sostituito da Corrado Puccetti: da questo momento la vicenda della federazione agrigentina esula dai limiti della presente investigazione storica.

 

Quale giudizio può formularsi sul primo quindicennio del fascismo agrigentino (1921-1926)? Ci pare illuminante, pur nel suo settarismo e nella passionalità per il ribollire delle passioni del tempo, la sguente anonima delazione che si rinviene nella carte ministeriali romane ([18]):

«La storia politica della provincia di Girgenti, [Girgenti cambia denominazione in Agrigento durante il fascismo, nel 1927, con il r.d. 16 giugno 1927, n.° 1143, n.d.r.] specie nell’ultimo quindicennio, rappresenta quanto di più deplorevole possa esservi nella vita pubblica italiana. Sparitò l’on. Nicolò Gallo, che dal 1884 ne fu quasi ininterrottamente il dominatore, il suo posto venne assunto dall’on. Domenico De Michele. Costui, ch’era stato del Gallo il luogotenente fedele non aveva di lui né l’ingegno né la dottrina né l’ascendente, ma seppe mantenersi al potere col favore di S.E. Giolitti, del quale fu seguace fedelissimo, e creando attorno a sé una rete di interessi e di interessati. Contro questa oligarchia, bollata col nome di cosca, insorsero le forze nuove della Provincia ch’ebbero come principale loro esponente Giovanni Guarino Amella. Sono ancora ricordate le polemiche, spesso virulente, dell’organo dell’opposizione “IL MOSCONE”, nel quale al De Michele ed ai suoi seguaci si fecero le accuse più atroci e più infamanti.

 

«In tali consizioni di cose venne l’allargamento del suffragio e vennero le elezioni del 1913, nelle quali le forze dell’opposizione riuscirono vittoriose e furono eletti deputati Giovanni Grarino Amella, Antonino Parlapiano Vella e Angelo Abisso. Costui, fino a pochi mesi prima semplice segratario al Ministero dei LL. PP., aveva compreso l’enorme capovolgimento che il suffragio universale avrebbe prodotto nelle imminenti elezioni e , dimessosi, si era lanciato a capofitto nella lotta, aggregandosi alle file dell’opposizione, ma proclamandosi “individualista e simpatizzante per i socialisti (discorso politico del 1913 a casa Gerardi)”

 

«Ma l’opposizione, divenuta maggioranza ed impadronitasi del potere politico ed amministrativo in provincia, non credette di meglio che di .... seguire i metodi dei precedenti padroni, anzi di perfezionare e incrementare tali metodi. Il nepotismo più sfacciato, il favoritismo più aperto furono regola di vita per essa, e poichédopo pochissimo tempo scoppiava la guerra, se ne trasse motivo per inaugurare in provincia il più sconfinato dispotismo. Messo da parte l’on. Antonino Parlapiano, che per temperamento e per tradizione non era adatto a seguire in tutto e per tutto i metodi della nuova cricca, questa s’imperniò sul binomio Guarino-Abisso, i quali durante la guerra furono i dominatori incontrastati di tutti gli organi amministrativi, statali e parastatali della provincia. Non solo l’amministrazione provinciale propriamente detta e quella dei varii comuni passò nelle loro mani ed in quelle delle loro creature; non solo per avere più incontrastato dominiol’on. Abisso ad es. Tenne a Sciacca, malgrado il Consiglio comunale - pu da lui eletto - non fosse sciolto, un Commissario prefettizio di sua scelta per ben 5 anni; ma Consorzio granario, Commissione esoneri, Consiglio d’amministrazione del Banco di Sicilia etc. etc. Commissioni militari di requisizione furono accentrati nelle loro mani direttamente o a mezzo di persone parenti od amiche. Quello che fu fatto al Consorzio granario, gli scandali delle varie Commissioni di requisizione, nelle quali era magna pars il comm. Lo Dico odierno alter ego dell’on. Abisso in quel di Girgenti, non hanno bisogno di illustrazione, perché ancora se ne occupano le cronache dei tribunali con i varii processi, ancora non chiusi, di truffe, falsi e malversazioni a carico dello Stato, commesse tutte sotto le grandi ali dei due grandi patroni della provincia. E mentre i due facevano a Roma professione d’interventismo, e l’on. Abisso indossava la divisa di tenente del genio ma, sebbene appena trentenne, non andava al fronte pur facendosi bello dell’amicizia di Valentino Coda (dove mai l’ebbe a conoscere resta sempre un mistero!); a Girgenti e Palermo si cooperavani per imboscare il maggior numero di gente, fratelli, cognati e cugini; per esonerare come agricoltori barbieri e murifabbri, e per difendere avanti ai tribunali militari il maggior numero di disertori o di falsificatori di esoneri. La cronaca del tribunale militare di Palermo informi. Si cominciava così da parte dell’on. Abisso a creare quella leggenda d’irresistibile avvocato penalista, che, stabilitosi pieno ed intero il suo dominio politico, gli doveva assicurare il monopolio delle Assisie di Sciacca e Girgenti e la fama di “detentore delle chiavi del carcere”.

 

Appartiene a questo periodo la persecuzione inflitta dall’on. Abisso, attraverso a tre inchieste tutte quante negative, ad un capitano - Gravina - reo di aver preso in contravvenzione lo zio di lui Friscia per vendita illecita di grano requisito; contravvenzione sfumata per il tempestivo intervento del Commissario dei Consumi che svincolava “a posteriori” il grano venduto. Ed appartengono a questo periodo i contorcimenti politici dell’Abisso e la smargiassata della “messa in stato di accusa dell’on. Giolitti per altro tradimento” da lui chiesta a S.E. Salandra e da questi qualificata come una semplice “sciocchezza” del deputato di Sciacca. Ciò che però non impediva, all’on. Abisso, al feroce interventista del ‘15, di divenire, appena Giolitti tornò al potere, di divenire un giolittiano ferventissimo, anzi il luogotenente generale dell’uomo di Dronero in quelle famigerate elezioni del 1921, e di chiedere e di ottenere da lui, alla vigilia dell’elezioni istesse, la nomina a commendatore motu proprio, affissa poi  subito alle cantonate di Sciacca e provincia col relativo telegramma di S.E. Giolitti.

 

«Venne il dopoguerra e venne di moda il bolscevismo. Ed allora Guarino ed Abisso, ma questi più del primo, entrambi però sempre in combutta tra di loro, provvidero a dare alla provincia di Girgenti il saggio migliore e maggiore del’opera bolscevica.  Le occupazioni delle terre di Ribera e Menfi, ma sopratutto quelle di Ribera, col tentato sequestro del Duca di Bivona e con i vandalismi conseguenziali, furono opera diretta, ispirata, suggerita e talvolta predisposta dall’on. Abisso. Il quale arrivò persino ad ottenere che l’autorità politica impedisse l’esecuzione delle sentenze del magistrato (come per il rilascio del feudo Scifitelli disposto con sentenza della Corte di appello, ed impedito dal Prefetto di Girgenti!). Né si dica che ciò egli abbia fatto per venire in soccorso ai combattenti, perché di tali occupazioni poco o nulla si sono giovati gli autentici combattenti e le terre, quando non sono state retrocesse ai proprietari per inadempienza delle pseude cooperative da lui create, sono andate a finire in mano a gente che la guerra non vide neanche da lontano. Esempio la lottizzazione dell’ex feudo Nadore in quel di Sciacca, dell’ex feudo Fiore e Bertolino di Menfi; e, uno per tutti, l’esperienza disastrosa della celebre Cesare Battisti di Ribera.

 

Intanto alla Camera il binomio, per sorreggersi, seguiva una linea di condotta veramente meravigliosa. Data l’instabilità dei governi, i due, per trovarsi a cavallo, non votavano assieme se non quando l’esito della votazione era sicuro; ma quando si trattava di votazione incerta i due demo-sociali (giacché Abisso aveva finito per rinunciare al suo individualismo e seguire l’amico Guarino anche nel partito di S.E. Di Cesarò) o si dividevano votando uno contra ed uno a favore, oppure, mentre l’uno si squagliava, l’altro votava a favore. Così i due poterono rimanere ministeriali con tutti i ministeri ed essere fautori e sostenitori di quei Governi imbelli del passato, contro di cui così spesso e volentieri, con riconoscenza ammirevole, ora si scaglia ogni tanto il fascista on. Abisso. Il quale una sola volta dovette passare per oppositore, quando cioè l’on. Nitti, accortosi ch’egli erasi prudentemente squagliato in una votazione non volle accettare le congratulazioni che s’era affrettato a fargli dopo conosciuto l’esito favorevole del voto! E ministeriali furono persino col ministero Fatta [Facta, n.d.r.] del quale uno dei due avrebbe volentieri fatto parte se i popolari non si fossero opposti facendo a loro preferire il La Loggia.

 

«Intanto il movimento fascista andava montando, e lo Abisso, sempre tempista e previdente, disponeva che nei varii comuni della provincia sorgessero delle sezioni fasciste composte da persone a sé fide, ma di seconda mano; gente di scarto e sfiduciata al doppio scopo d’impedire che la gente per bene potesse accostarsi e far proprio il movimento e di poterlo sconfessare, e buttare a mare gli esponenti stessi senza sua compromissione, ove il movimento fosse fallito. Né appena avvenuta la marcia su Roma egli permise che quelle sezioni s’ingrossassero  sia con elementi proprii, sia permettendo l’ingresso di altri elementi estranei alla cricca, non essendo sicuro che il regime potesse consolidarsi. Ma quando capì che esso ormai durava, allora fece il gran passo, si separò dal Guarino ed entrò nel fascismo con tutti i suoi adepti.

 

«Da quel giorno è stata sua cura costante non solo di sfruttare nel modo migliore, a vantaggio proprio dei parenti e dei gregari, la sua posizione dominante; ma sopratutto quella di allontanare dal fascismo tutti coloro che gli potessero dare ombra costringendo l’elemento migliore della provincia o a fare del dissidentismo o a starsene a casa o a passare addirittura all’antifascismo. Del resto non potrebbe essere diversamente. Infatti in provincia il fascismo non esiste, come del resto non esiste antifascismo: non c’è che dell’abissinismo e dell’antiabissinismo. Anche coloro che odiano il fascio possono esservi ammessi purché passino sotto le forche caudine dell’omaggio e dedizione ad Abisso ed ai suoi luogotenenti. Di esempii se ne possono citare a migliaia, ma noi citeremo i più gravi ed importanti.

 

«Sciolto il Consiglio comunale di S. Stefano Quisquina, poiché i veri fascisti di colà non erano da lui benvisti, egli volle che il Fascio fosse rappresentato dai sigg. Vincenzo Ippolito e Con osservanza., cioè dagli autentici maffiosi del luogo. E costoro ebbero l’amministrazione comunale e furono i padroni del paese finché, passati sinceramente o no poco importa, al fascismo i socialisti del luogo e denunciato in alto loco i precedenti degli amministratori scelti dallo Abisso, costui fu costretto di abbandonarli al loro destino.

 

 

«Così in Alessandria della Rocca non ha esitato a silurare i vecchi fascisti del luogo, rei di poca arrendevolezza a lui, per accogliere e mettere al loro posto un suo ex-compagno demo-sociale reduce dal comitato aventiniano-matteottiano di Girgenti.

 

«Né basta. Abbattuto il La Loggia egli non ha esitato a fare rivolgere invito ai partigiani di quello perché passassero nelle sue file, e bastò che il dott. Traina di S. Margherita, anifascista nell’anima, si ponesse a sua personale discrezione, perché egli senz’altro gli lasciasse il dominio del paese abbandonando i suoi vecchi compagni, che rappresentano il minor numero.

 

«Quello però che dimostra viemmeglio quale sia lo spirito che anima lo Abisso, è dimostrato dal suo accordo col’ora defunto on. De Michele. Costui, dopo la caduta, era passato nelle file del La Loggia di cui fu fino ad ieri il seguace più ostinato, anche perché i Baiamonte suoi oppositori nel paese natìo di Burgio erano passati al fascismo.

 

«Caduto il La Loggia, il De Michele fece degli approcci per passare al fascismo, e poiché i Baiamonte avevano mostrato di avere delle preferenze per il prof. Noto Sardegna, inviso allo Abisso perché a lui superiore per intelligenza, cultura e ... tutt’altro, questi non esitò a dimenticare il passato e ad ammettere il De Michele nel direttorio provinciale dietro promessa di appoggiare, contro Noto, certo Ciaccio un vero Carneade di Sambuca, come possibile candidato del Collegio di Bivona. Ed i Baiamonte furono cacciati in galera!

 

«Del resto che lo Abisso faccia del fascismo a suo uso e consumo lo dimostra un fatto per quanto piccolo e materiale: a Sciacca, sua cittadella, si sono spese dal Comune fior di quattrini per creare un lussuoso circolo ANGELO ABISSO, che tutti i fascisti, sopratutto se impiegati, debbono frequentare; mentre per la Sezione del Fascio esiste una stanzetta angusta che sta quasi sempre serrata.

 

«Non parliamo poi dei criteri amministrativi seguiti al Comune di Sciacca. Due Consigli comunali, sebbene da lui eletti e composti tutti suoi gregari, si sono dovuti dimettere rei soltanto di aver voluto qualche volta ribellarsi agli ordini dello zio Salvatore Friscia, un ex-rappresentante che ha monopolizzato, durante la guerra attraverso al monopolio dei permessi d’esportazione, ed oggi attraverso altri sistemi, il commercio locale, e che crede il Comune essere cosa sua personale. Ed oggi si propone come podestà un impiegato di prefettura, mentre non mancano nel partito gente idonea alla carica, per il timore, confessato, che queste possano avere, dopo nominate, delle velleità d’indipendenza agli ordini delll Abisso e del suo luogotenente!

 

«Del resto lo stesso sistema si segue negli altri comuni. A Menfi alter ego dell’Abisso, è certo Volpe, un contadino semi analfabeta, ma esecutore fedelissimo degli ordini ch’egli gli dà e suo rappresentante ... anche negli affari professionali; a Girgenti domina incontrastato in suo nome il Comm. Lo Dico, reduce dei fasti delle Commissioni di requisizione, e che pur essendo un semplice procuratore legale NON laureato, divide con lo Abisso i maggiori trionfi in Corte d’Assisie.

 

«Perché poi la piaga maggiore che il dominio di quest’uomo ha portato in provincia, è la difesa assunta della peggiore delinquenza, l’esautoramento completo della giustizia. [...] [Anonimo del 14.10.1926, n.d.r.]»

 

 

Lo spaccato è senza dubbio tutto in negativo e va accettato per quel che vale: ma qualche luce la riverbera sul quel periodo. Uno dei suoi limiti più vistosi è quello di limitare lo sguardo critico alla sola parte occidentale di Agrigento. Per la restante parte disponiamo di altre carte riservate, anonime ma informate, che ben si prestano a fornirci altri spunti critici.

L’anonimo proviene da Naro ed è datato: 15 settembre 1931.  Qui viene presa di mira la fazione dell’On. Riolo.

 

«Eccellenza - esordisce ([19]) - In nome di sedicimila coscienze, ancora non vendute né aggiogate al carro del banditismo locale, si ha l’onore di farVi conoscere quanto segue:

 

«La Sezione del P.N.F. venne istituita in Naro nel Novembre del 1922 da pochi giovani animosi, di pura fede nostra, i quali per riuscire SOLAMENTE AD ACCAMPARSI tra le rive di questa mefitica palude politica dovettero sfidare tutte le ire e scavalcare tutti gli ostacoli, opposti al loro sano e santo entusiasmo dagli altri Partiti locali, in modo specialissimo da quella vera associazione a delinquere che fu il così detto partito della democrazia social massonica.

 

«L’avvento del Fascismo al potere avrebbe dovuto segnare la scomparsa di quella più vera e maggiore piaga di Egitto, ma le prepotenze, le intimidazioni, le corruzioni, l’intrigo fecero sì che la “COSCA” provinciale (facente capo allora all’on. Abisso, capo riconosciuto di tutta la mala vita urbana e rurale) si mantenesse a galla e così nella prima elezione politica fascista (1924) l’avv. Salvatore Riolo Specchi venne compreso, tra lo stupore e la indignazione di tutti, nella lista Nazionale.

 

«Conseguenze dirette della candidatura e quindi della elezione di questo oscuro satellite abissino furono:

1°) = L’ingresso di tutti i demo social massonici nella sezione del Partito Fascista di Naro;

2°) = La caduta del direttorio locale e la sostituzione di tutti i membri di questo, per imposizione del Deputato, con elementi di pura marca Riolana;

3°) = L’automatico allontanamento dalle cariche e anche dalle fila del Partito dei fascisti della prima ora.

 

«Da quel giorno sino ad oggi tutto l’immenso ritmo fecondo di idee e di opere del regime è stato costretto a vivacchiare, in servitù sterile e semi-boccaccesca, tra una parete e l’altra dell’allegra dimora della signora TITA RINALDI RIOLO la quale ha voluto dividere col marito, assiduamente, l’onere e l’onore di governare le sorti e la storia nuove del paese, ad esclusivo beneficio della sua famiglia naturale e politica. Da allora sino ad oggi, senza uno scarto, senza rossori, con la medesima flemma vuota e sorniona, tutte le cariche del Partito, distribuite patriotticamente in famiglia sono sate occupate nel modo seguente:

AVV. COMM. SALVATORE RIOLO SPECCHI - Classe 1876

Deputato alla Camera. Capo, di nome se non di fatto del P. Fascista locale. Ex imboscato e protettore di imboscati ed autolesionisti. Presidente del Consorzio granario durante la guerra, a Girgenti. Capo della massoneria paesana e gran fratello di quella provinciale. Attualmente, si dice, è dormiente. Venne incluso nella lista Nazionale con questa esilarante menzogna: “PER ESSERSI COSTANTEMENTE OCCUPATO DEI PROBLEMI DELL’AGRICOLTURA” = mentre qui è notorio che egli di agricoltura non conosce neppure l’ortica. Tipo vano e vuoto ma ambiziosissimo sarebbe capace, pur di conservare la medaglietta, di accodarsi anche a Don Sturzo, com’ebbe un giorno cinicamente a dichiarare nella farmacia Bellomo: per sincerarsi chiedere informazioni a costui e ad un reverendo Polizzi, se questi due individui sono disposti a servire la verità. Espertissimo nell’intrigo e nelle pastette sa conciliare le opposte tendenze e le sfrenate ingordigie di parenti, di amici e di protetti, da sette anni tutti patriotticamente a posto con stipendi da generalissimi chi in Naro chi nel Capoluogo.

 

«Nel breve giro di tre anni fece regalare a questo povero Municipio la bellezza di VENTIDUE Commissari.

 

«Nel 1919, 20 e 21, imperversando il terrore rosso non mise mai il naso fuori né permise che l’avessero messo fuori i trenta satelliti della sua fortuna, lietissimi di poterlo imitare in questa bisogna col medesimo entusiasmo col quale lo avevano imitato e talvolta superato in viltà durante la guerra.

 

«Nel 1922 tradì e strozzo l’amministrazione comunale dei combattenti dei quali, fin dal 1925, perseguita con ogni mezzo, compresa la maldicenza in pubblico, la locale sezione.

 

«Dal 1925 sino al dicembre 1930 assassinò politicamente, moralmente, finanziariamente il Podestà Cammilleri Sillitti prima e costrinse dopo a dimettersi da Commissario Prefettizio, successo ad un povero Re Travicello, il proprio cugino Comm. Totò Riolo Tomasi, reo dinanzi al pubblico d’essere un povero idiota, sebbene onesto e fattivo come il Cammilleri Sillitti. Lui che sa appena leggere e scrivere, ha anche l’incarico di Sovrintendente ai Monumenti di Naro, ma i rari illustri visitatori che capitano qui sono costretti a chiedersi esterrefatti  se Naro è in Italia o non, tali e tante sono le prove materiali delle rapine, delle manomissioni, della incuria che hanno sofferto e continuano a soffrire tutti i monumenti e le reliquie del nostro splendore antico.

 

«E fianlmente, tanto per conchiudere alla svelta si fa noto che non sapendo fare altro, da sette anni ha sfruttato tutto il suo genio nel far conferire croci e commende ad individui i quali rappresentano in Naro o fuori il fiore della feccia, della incapacità, dell’strionismo, dell’antipatriottismo e segnatamente dell’ANTIFASCISMO, come si verrà mano a mano dimostrando. [Si butta quindi fango sulle seguenti persone: Avv. Ignazio Riolo, classe 1887; avv. Giuseppe Riolo, classe 189; avv. Carlo Riolo, classe 1892; Comm. Salvatore Riolo Tomasi; Girolamo Rinaldi, classe 1889; Ciro Rinaldi, classe 1887; Luigi Rinaldi, classe 1885; Rosario Specchi-Rinaldi; Cav. Uff. Antonio Castelli, classe 1874; Cav. Antonio Castelli; Antonio Gueli Alletti, classe 1873; Alfonso Borsellino, classe 1884; Antonino Costa di anni 37;  Cav. Onofrio Nicolaci, commissario di P.S.- Il corrosivo astio e la vigliaccheria dell’anonimato rendono quelle note ributtanti e - ai nostri fini - per nulla significative. Ci asteniamo pertanto dal riportarle, n.d.r.]  [...]

 

« Eccellenza  - Sono due anni giusti che noi meditiamo se valeva proprio la pena di stendere le paginette di questa deplorevole storia locale, tutt’altro che completa specialemnte nei riguardi dei maggiori esponenti del P.N.F. di qui i quali, se hanno la tessera e tutti gli onori del Partito, assolutamente non ne possiedono lo spirito e meno ne incarnano il dovere e la pericolosa e miracolosa missione.

 

«A Naro, Eccellenza, il Fascismo è un mito e il feudo è tutto. La conseguenza, disastrosa, è la seguente:

contro una banda di senzapatria, composta tra ladroni e lacchè, da un centinaio d’individui c’è tutta intera una cittadinanza la quale vuole da sette anni e spera indarno che la luce di verità, la febbre di bene, la protezione augusta del regime, divengano una realtà viva e feconda anche per essa; oggi, nel momento in cui scriviamo, è il collasso generale con brevissime parentesi d’insurrezione spirituale sorda e furiosa, di cui qualche cosa devono pur sapere nel capoluogo. Arriveranno queste povere pagine fino al Tribunale dell’E.V.? E se arriveranno avrete Voi il tempo e la bontà di degnarle di uno sguardo?

 

«Ecco degli interrogativi che spezzano l’anima e, perché no?, anche l’entusiasmo.

 

«Ma se Voi non potete e non volete leggere la storia del falso Fascismo riolano di naro, degnateVi almeno dedicare cinque soli minuti a queste ultime pagine il cui contenuto dedichiamo alla Vostra serena Giustizia.

1

«A Naro esiste una banca dal pomposo titolo “BANCA COMMERCIALE INDUSTRIALE AGRICOLA”. Ne è Presidente il Comm. Benedetto Gaetani, COGNATO DELL’ON. RIOLO, ex massone, falso fascista anch’egli, falso patriotta e nullità assoluta sotto qualsiasi punto di vista. Gran parte dei debitori di quella Banca sono tutti della banda Riolo parecchi dei quali sono anche debitori morosi da anni. Da circa 20 anni questa Banca non fa bilancio e non dà conto a nessuno dei suoi numerosi azionisti.

 

«Di questi non parla e non ricorre nessuno perché sta sempre pronta per chi osa la  minaccia delle manette e del confino.

2

 

«A Naro esiste una Congregazione della Carità. Anche questo Istituto, per quanto concerne la sua attività, sino al 30 maggio 1928, è un groviglio di infamie irregolarità e di ladrerie. L’ex cassiere, un certo Costa Gaetano, padre del perito Comunale Antonino Costa (del quale ci occuperemo all’ultimo) deve dare una grossa somma CIRCA LIRE SEDICIMILA e non vuole sentirne. Per informazioni sottoporre ad inchiesta l’attuale Presidente dott. Salvatore Aronica e se questi non vuole parlare metterlo a confronto per esempio con qualche magistrato locale, con un Sac, Polizzi, con un farmacista Ferracani ecc.

3

 

«A Camastra (ora frazione di Naro) tre anni addietro veniva costruita la strada interna principale. Questa è costata centinaia di migliaia di lire ma è divenuta praticamente impraticabile come la famosa pedonale di Naro. C’è stata in questi ultimi tempi e proprio per la strada una sollevazione dei cittadini di quella sventuratissima borgata, ben presto domata con minacce di deportazione e di altro contro i più cospicui capi di quel movimento, volutamente presentato come antifascista (il solito argomento dei tirannelli che vogliono godere in pace il frutto delle pubbliche rapine).

 

«Autore e direttore tecnico di quell’opera è stato precisamente il perito comunale di Naro ing. Antonino Costa, Il collaudo è avvenuto di sera e dopo il ritorno qui del deputato Riolo, tra motti e sarcasmi del pubblico che assisteva, Quest’anno le autorità provinciali tanto per offrire una offa di soddisfazione alla opinione pubblica nervosissima, hanno fatto eseguire sul posto una inchiesta la quale ha avuto la fine di tutte le inchieste della provincia feudo dei deputati Abisso, Riolo e Con osservanza.

 

«Il pubblico di Naro e di Camastra non ha più fiducia né ad uomini né a promesse. E questo è forse il suo torto e il suo debole, del quale profittano sfacciatamente gli altri, i cosidetti padroni per continuare ...

4

 

«Il deputato Riolo dice di avere la protezione di eminenti Gerarchi del Partito, vanta l’appoggio incondizionato del sig. Prefetto Miglio, si dichiara invulnerabile da parte del Segretario Provinciale Cav. Morello. TUTTO CIO’ IN PUBBLICO E SENZA RETICENZE.

5

 

«A Naro il gagliardetto è nome e cosa sconosciutissima. Non si vede in nessuna ricorrenza. Così per volere espresso di questo Segretario Politico il quale si scusa dicendo che non ha fascisti ai quali affidarlo.

6

 

«A Naro il cav. Borsellino Alfonso, individuo privo sin’anche di licenza elementare, veniva proposto  ripetute volte alle Gerarchie  provinciali, sino a 15 giorni addietro, come podestà di Naro dal Deputato Riolo.

 

«Ultima fresca, gloriosa azione di lui è stato lo stupro d’una povera servetta, costretta dalla miseria a lasciarsi tacitare con poche centinaia di lire. La servetta è minorenne.

 

«Il pubblico sa e  pensa, mastica e dice innominabili cose contro l’eroe e i compagni che lo salvarono. Chi ci guadagna non è certo il Fascismo.

7

 

«A Naro, dopo l’ecatombe di podestà e di commissari voluta dal deputato Riolo, nel corso di quest’anno è venuto con funzioni di Commissario Prefettizio il Cav. Steno Pelatti di Bologna, austera figura di fascista e di amministratore. Così, per lui da quel mese abbiamo finalmente visto, conosciuto e toccato la febbre, la forza, l’idea del regime. Ma abbiamo ragione di ritenere che il Commissario Prefettizio non sia stato mai e oggi meno di prima di gradimento dell’onesto deputato, che egli cominci ad essere stufo e nauseato della persecuzione lenta, tenace, ipocrita di questo becchino di Funzionari patriotti e puliti e che quanto prima se va via lui (Pelatti) si debba annegare nella solita fradicia baraonda tanto cara a fruttifera alla truppa del nostro illuminato onorevole.

 

«Soggiungeremo che il Pelatti in pochi mesi di permanenza al Municipio è riuscito a cattivarsi talmente la stima e la simpatia del pubblico (riuscendo così anche a mettere nella voluta luce il viso legale e romano del Fascismo) che un grosso milionario, famoso per la sua tirchieria, gli ha spontaneamente messo a disposizione una forte somma acciocché ne faccia uso a suo gradimento senza darne conto a chicchessia!

8

 

«Da anni era stata raccolta una ingentissima somma in America e qui per la erezione di un Monumento ai Caduti.

 

«La funzione di cassiere venne assunta, manco a dirlo, dal solito

Cav. Dott. Antonio Gueli Alletti - V. Segretario Politico.

 

«Il Monumento è lì che aspetta d’essere inaugurato, tanta è stata la patriottica sollecitudine in merito del generalissimo Riolo e consorti, Mai denari, nelle mani nette e pure di questo caro oculista di vili, si sono come sempre patriotticamente squagliati e non è possibile ottenere i conti. Lo stesso generalissimo Riolo convenne talvolta in pubblico dicendo che effettivamente il costo di quell’opera e delle altre sussidiarie risulta enorme. Noi diciamo che per molto meno parecchia gente  di qui e di altrove è andata a gustare la muffa e l’onta delle patrie galere.

 

«Pertanto denunziamo il cav. Antonio Gueli Alletti, cugino del deputato Riolo, per furto continuato di fondi pubblici in danno del Comitato Pro-Monumento e forse per disubbidienza agli ordini superiori di presentare conti di gestione puliti e leggibili. Così facendo riteniamo di aver messo  posto la nostra coscienza di cittadini e di fascisti, e sentiamo di avere servito la giusta esigenza di un pubblico che ha dato quasi 200 mila lire e da anni non può sapere come queste siano andate a finire.

 

«Soggiungiamo che su questo terreno non scenderà mai il desideratissimo oblìo, unico scampo liberatore cui crede di affidare la propria vita e l’nore questo fortunato frutto di carabiniere.

 

«Quindicimila cittadini vaglieranno sempre sino a tanto che il ladro camuffato fascista renda ai nostri morti l’oro versato con sangue e lacrime di tutti. Insistiamo: tutto qui sarà possibile, ma giammai permetteremo che vampiri sfrontati come il Gueli Alletti e C/i, attacchino le loro immondissime labbra anche sui ricordi dei nostri DUECENTOQUARANTA EROI CADUTI PER LA PATRIA.

9

 

«Il 13 Settembre u.s. Domenica, in seguito ad accordi presi tra tutte le Autorità a proposito della Festa dell’Uva, tutta la cittadinanza volle manifestare apertamente la sua simpatia e la gioia verso il regime incarnato nel Cav. Pelatti (Commissario Prefettizio) distribuendo ed affissando manifesti di colore inneggianti al Duce al Prefetto, al Cav. Morello, al Commissario Pelatti, al Fascismo. Per questa manifestazione, descritta come un delitto presso la Prefettura di Agrigento, parecchi fascisti della prima ora, rei di avervi preso parte col solito entusiasmo, furono diffidati dalla Questura di Agrigento. Vi preghiamo in modo specialissimo di fare indagare su questo fatto.

 

«Naro, 15 Settembre dell’anno IX° E.F.

I Cittadini»

 

 

*  *  *

 

L’agone elettorale agrigentino aveva visto come protagononisti i seguenti deputati:

Elezioni del 16 novembre 1919:

 Partito liberale democratico:

Abisso Angelo      (voti di lista 23.516) voti personali 8.825 +  65;

Guarino Giovanni (                    )                 14.267 +  62;

Pancamo Antonino   (                    )                  6.109 + 153.

(Non eletti: Brucculeri Giuseppe, La Lumia Ignazio e Scaduto Francesco)

Partito Popolare Italiano

Fronda Eugenio  (voti di lista 12.206) voti personali 5.115 +  72.

(Non eletti: Arone Pietro, Micciché Giovanni, Montalbano Domenico, Messina Giuseppe, Parlapiano Vella Antonino)

 

Partito Democratico

 

La Loggia Enrico      (voti di lista 19.383) voti personali  5.925 +  0;

Vecchio Verderame Gaetano Arturo.

(Non eletti: Vaccaro Michelangelo, Caramazza Ignazio, Picone Gaspare Ambrogio).

 

Partito Socialista Ufficiale

Voti 6.813: nessun eletto.

(Non eletti: Arancio Antonino, Cammarata Giuseppe,  Friscia Michele, Giuliana Francesco, Sessa Cesare (voti n.° 2.554), Vernocchi Olindo).

 

elezioni del 25 maggio 1921

Partito Democratico Liberale

Verderame Gaetano arturo (voti 12.402)

Alleanza Democratica Sociale

Pasqualino Vassallo Rosario (voti 112.623)

Colajanni Napoleone

Lo Piano Agostino

Abisso Angelo (voti 95.146)

Camerata Salvatore

Guarino Amella Giovanni (voti 93.247)

Sorge Francesco.

(Non eletti Pancamo Antonino e Adonnino G. Battista).

Partito Democratico Riformista

La Loggia Enrico (voti 31.114)

(Non eletto: Ambrosini Gaspare con voti 22.032)

Partito Comunista Italiano

Voti di lista 8.071. Non eletto Sessa Cesare con voti 4.367.

Partito Popolare Italiano

Vassallo Ernesto (voti 46.922)

Cascino Calogero

Aldisio Salvatore.

Partito Socialista Ufficiale

Costa Mariano

Cigna Salvatore Domenico.

Le elezioni del 6 aprile del 1924 si svolsero - come noto - con un listone nazionale cui andava il premio di maggioranza in base alla legge Acerbo. Per la Sicilia, tale premio si risolse  invece in un danno, facendo perdere alla lista nazionale d’ispirazione fascista due deputati. Annota il Renda  ([20]): «Il risultato elettorale, nella sua essenza, fu il risultato di un ampio e indiscutibile consenso politico. Il previsto premio di maggioranza si risolse in danno anziché in vantaggio del listone. In base ai voti ottenuti, infatti, i deputati eletti avrebbero dovuto essere 40, cioè due in più dei 2/3 (38) consentiti dalla legge. Non era dunque retorico parlare di trionfo.»

Elezioni del 16 aprile 1924

Venivano eletti nel

Partito della Democrazia Sociale

Colonna di Cesaro’ Giovanni (voti  25.307);

Guarino Amella Giovanni (voti 9.455);

Lo Monte Giovanni (voti 12.537);

Fulci Luigi (voti 7.779);

Restivo Empedocle.

(Non veniva eletto Giulio Bonfiglio: voti 5.715).

Partito dell’Opposizione Democratica

La Loggia Enrico (voti 5.259).

Partito Comunista

Lo Sardo Francesco (voti 5.057).

Partito Socialista Massimalista

Vella Arturo (voti 2.581)

   Il listone nazionale ebbe, come si è detto, il pieno: i deputati che in qualche modo avessero attinenza con Agrigento furono:

Lista Nazionale (n.° 21)

Cucco Alfredo (voti 52.973)

Abisso Angelo (voti 32.184)

Pasqualino Vassallo Rosario (voti 22.348)

Vassallo Ernesto (voti 21.017)

Palmisano Paolo (voti 18.408)

Riolo Salvatore (voti 21.017)

Gangitano Luigi (voti 5.718).

In quella tornata elettorale i trombati di lusso della provincia di Agrigento furono: Giulio BONFIGLIO (voti 5.715) della Democrazia Sociale del duca di Cesarò e Cesare Sessa (voti 3.004 del Partito Comunista). Riesce a farsi, invece eleggere, sia pure con pochi voti, il Gangitano, una figura di ex conbattente e quindi di fascista di vecchia data (lo troviamo attivo a Racalmuto nel lontano 1919).

 

I successivi plebisciti del 1929 e del 1934 hanno tutt’altra fisionomia e le elezioni al parlamento sono automatiche: basta avere avuto il consenso a Roma, presso le corporazioni, a venire inseriti nel listone, da approvare o respingere in toto con un sì o con un no.

Per quel che qui occorre basta rammentare che nel 1929, il 24 marzo, vanno Montecitario, dalla provincia di Agrigento: Luigi Gangitano, Salvatore Riolo, Vito Palermo e Paolo Palmisano. Luigi Gangitano e Vito Palermo.  Angelo Abisso fu invece mandato al Senato. Nel 1934, nel plebiscito del 25 marzo, salgono al Parlamento Luigi Gangitano, Vito Palermo;  Paolo Palmisano e Salvatore Riolo si perdono per strada.

Per la Sicilia, le statistiche ufficiali parlano di un inarrestabile trionfo del Fascio Littorio:

Proporzioni dei voti ottenuti dalle

liste del Fascio Littorio in rapporto a 100

 

Anno
1924
1929
1934
Percentuale
69,8%
99,9%
100%

([21])

 

*   *  *

Si è già visto quale ruolo ebbe a svolgere il prefetto Reale nella penetrazione del primo fascismo nella provincia di Agrigento. Era da tempo, specie sotto Crispi e Giolitti, che l’istituto prefettizio aveva un peso determinante nell’evoluzione politica nella zona d’influenza. Era un gioco occulto ma penetrantissimo e di risolutiva importanza. Solo lo studio delle carte d’archivio - mirabilmente custodite nell’Archivio Centrale di Stato - consentono di squarciare questi misteri della gestione del potere nell’Italia post-unitaria, almeno sino all’avvento della democrazia di popolo con la riforma ed il ridimensionamento dei prefetti.


Un elenco dei prefetti di Agrigento (limitatamente al primo periodo fascista)  non è quindi qui ozioso:

 
Cognome e nome
 
titoli
 
dati anagrafici
 
data di nomina
data di fine
 
 incarico
nuova destinazione
Pugliese Samuele
Dott. - prefetto a disposizione
n. a  Perano (Chieti) 6.9.1872 + Roma, 14.8.1939
15 febbraio 1922
5 aprile 1922
prefetto di Foggia
Rocco Raffaele
Dott. Prefetto di Grosseto
n. a Napoli il 2.12.1864
18 giugno 1922
16 giugno 1923
collocato a disposizione
Reale Ernesto
Dott. Vice prefetto
n. a Sassari il 30.6.1875 + Roma il 30.12.1947
16 marzo 1923
22 ottobre 1924
prefetto di Potenza
merizzi giovanni antonio
Dott. Prefetto di Lecce
Sondrio 11.7.1861
22 ottobre 1924
10 gennaio 1925
prefetto di Macerata
Rivelli Giovanni Battista
Dott. Vice prefetto
Campagna (Salerno) 24.6.1870 + Roma 10.9.1967
10 gennaio 1925
12 febbraio 1926
Prefetto di Aquila
Salvetti Giacomo
Vice prefetto
Pallanza (Novara) 7.3.1877 + Torino 1°.10.1953
12 febbraio 1926
16 ottobre 1926
Prefetto di  Grosseto
Maggiotto Giovanni
Dott. Prefetto di Grosseto
Venezia 18.2.1857 + Roma 18.12.1938
16 ottobre 1926
16 novembre 1927
collocato a disposizione
Sacchetti Sebastiano
Dott. Vice Prefetto
Teramo 15.8.1880 + Roma 13.2.1952
1° dicembre 1927
16 dicembre 1929
collocato a disposizione
Miglio Federico
Dott. Prefetto a disposizione
Castrovillari (Cosenza) 4.8.1883 + Firenze 27.4.1956
16 dicembre 1929
16 aprile 1932
collocato a disposizione

 

 

 

 

*  *  *

 

 

L’anno della grande turbolenza in seno alla Federazione fascista di Agrigento è il 1925 e ciò ben si spiega se si ha presente il quadro politico nazionale. Tutto cambiava in Italia; tutto doveva cambiare ad Agrigento. Come? Si ha voglia di affermare, a posteriore, alla siciliana maniera, gattopardescamente. In definitiva, cambiava tutto per non mutare nulla.

 Ritroviamo, come al solito, la cronaca fedele nelle carte prefettizie che si custodiscono a Roma ([22]). Il quadro è decisamente esaustivo per non doverlo qui riportare piuttosto integralmente.

Un telegramma cifrato parte dalla prefettura di Girgenti il 29.1.1925 alle ore 22 della sera. «Incidenti - recita - verificatisi occasione rinnovazione Direttorio questa Federazione provinciale fascista e di cui informai codesto On. Ministero con espresso 19 corrente n.°  31 Gab. Hanno avuto il seguito che si prevedeva.» Il Ministero annota a matita “non è pervenuto a noi”.

«I quattro deputati fascisti - scende nel dettaglio il telegramma cifrato - della provincia Onorevoli Abisso, Riolo, Palmisano e Gangitano hanno concordemente aperta una decisa campagna contro il segretario provinciale Cav. Galatioto considerato che dopo atteggiamento da lui assunto di aperto antagonismo in loro confronto confermato dalla condotta tenuta nella predetta circostanza non possa egli rimanere nella carica che ricopre, tanto più che recente rielezione del Galatioto sarebbe illegale, perché riunione non fu preceduta da regolare convocazione. Constami che predetti Deputati ed altri esponenti Direttorio provinciale abbiano chiesto al Direttorio Nazionale provvedimenti a carico del Galatioto e che sarebbe per venire qui On. Starace per compire inchiesta. E’ opinione generale condivisa anche da persone rispettabili al di fuori partiti locali che permanenza Galatioto al posto di segretario provinciale può danneggiare anziché giovare al fascismo della provincia, dato suo temperamento impulsivo, violento, inconciliabile che gli ha procurato larghissime antipatie.

«Per questi motivi ritengo bene un eventuale suo allontanamento dalla carica di segretario provinciale ed un probabile conseguente suo dissidentismo non potrebbe pregiudicare molto situazione fascismo locale  tenuto anche conto che suo ascendente si limita a pochi elementi più SCALMANATI e irriflessivi. Tutte queste circostanze mi hanno sconsigliato di tentare un amichevole componimento della vertenza ed il Galatioto che prevede quasi certa perdita carica cerca correre ripari. Sembra che egli intenda recarsi costà domani per portare nelle alte sfere sue proteste ed ottenere anche udienza da S.E. il Presidente del Consiglio dei Ministri. Prefetto RIVELLI».

Il lavorio sotterraneo diviene febbrile. Contro Galatioto opera, subdolamente il prefetto Rivelli, che frattanto ottiene che venga nominato un Commissario. Si tratta del prof. Paladino che sappiamo essere  un siciliano di Floridia, a suo tempo socialista rivoluzionario e quindi interventista e  nazionalista, iscrittosi al Fascio nel 1920. Il prefetto si premura di catechizzarlo. Vedremo: senza troppo successo. Il collegamento prefettizio con Roma è puntuale. In data 5 aprile 1925 parte un telegramma cifrato (alle ore 21) dalla prefettura di Girgenti per il Ministero Interno - Gabinetto. Vi si legge: «La crisi che in gennaio erasi aperta in seno Direttorio questa Federazione provinciale fascista e di cui riferii a codesto On. Ministero con espresso 19 detto n.° 31 Gab. E con telegramma successivo giorno 29, ha avuto ora suo epilogo con la nomina da parte della Direzione del Partito fascista di un Commissario nella persona del Prof. Paladino, redattore del giornale “Il Popolo d’Italia” edizione romana, il quale è giunto qui ieri sera con incarico preparare e presiedere Congresso provinciale dei Fasci per nomina nuovo Direttorio Federazione provinciale fascista.

«Situazione assume speciale importanza pel fatto che tutti e 4 i deputati fascisti della provincia solidamente e di pieno accordo muovono guerra per ragioni di indole morale al segretario federazione fascista Cav. Galatioto cui figura fu già da me rappresentata nei succitati dispacci. Commissario Prof. Paladino ha oggi avuto meco un colloquio nel quale gli ho fatto comprendere che il dissenso è insanabile e che nell’interesse del fascismo sarebbe bene escludere  il Galatioto dalle future combinazioni del Direttorio provinciale.»

 

La fazione di Galatioto è in subbuglio. E’ molto forte nella parte orientale dell’agrigentino. Racalmutesi emergenti ne fanno parte: Puma e Burruano. Un personaggio che diverrà fin troppo celebre nel dopoguerra: Calogero Vizzini, è della congrega. Il prefetto Rivelli è vigile ed ostile. Telegrafa a Roma il 15 maggio 1926 (ore 20,35) in questi termini: «Viene oggi spedito da qui a V.E. nonché a S.E. il Presidente Consiglio e segretario generale Partito a firma Commissari Prefettizi Canicattì, Racalmuto e Grotte e Sindaco Ravanusa [Calogero Vizzini, n.d.r.] telegramma protesta voluta mia azione ostile fascismo. Con espresso odierno onoromi dare dettagliati chiarimenti in merito tale infondata protesta ispirata e promossa da noto esaltato Gerolamo Galatioto già segretario federazione fascista scopo sfogare suo livore per vedersi oramai spogliato ogni autorità e prestigio seguito sua azione deleteria in seno Partito e in conseguenza suo atteggiamento di aperta avversione ai quattro deputati fascisti della provincia per fini personali elettorali. PREFETTO RIVELLI»

Il telegramma accusatorio era partito solo poche ore prima (16,20) da Girgenti e ovviamente lo spionaggio prefettizio era vigile e solerte. Era stato indirizzato a S.E. Mussolini; a S.E. Federzoni e a S.E. Suardo; testualmente affermava: «Sottoscritti commissari prefettizi Canicattì, Racalmuto, Grotte e sindaco Racavanusa protestano vivamente contro operato questo Prefetto che calpestando pure idealità fasciste tende  sfacciatamente agevolare elementi democratici sociali e principalmente Guarino Amella nel suo vecchio collegio composto nostri paesi. Denunciano costante inspiegabile sabotaggio amministrativo scopo favorire elementi antifascisti che notoriamente invita suoi ricevimenti. Denunciano sue basse persecuzioni contro puri fascisti rei solo di non sottomettersi sue intenzioni ricorrendo anche fornire informazioni false. Denunciano recrudescenza abigeati. Denunciano sua mancanza impegno onore imponendo dimissioni chieste da notissimi democratici sociali. Comunicano loro dimissioni da commissari e sindaco e chiedono energico intervento Governo Partito con rigorosa inchiesta. Sottoscritti segretari politici fasci Grotte, Canicattì, Racalmuto, Ravanusa, fermi loro posto responsabilità perché ripongono fiducia piena commissario straordinario federazione fascista e organi Partito, affermano loro piena solidarietà commissari sindaco ai quali dànno pubblico atto per magnifica opera fascista svolta nonostante palese ostruzionismo Prefetto.

«Puma avv. Agostino - Commissario prefettizio Canicattì;

«Vassallo Ernesto - Commissario prefettizio Grotte;

«Burruano avv. Salvatore - Commissario prefettizio Racalmuto;

«Vizzini Calogero - Sindaco Ravanusa;

«Caramazza Gaetano - Segretario politico Fascio Canicattì;

«Montagna Nino - Segretario politico Fascio Grotte:

«Burruano Salvatore - Segretario politico Fascio Racalmuto;

«Vizzini Calogero - Segretario politico Fascio Ravanusa.»



[1]) 2000 pagine di Gramsci, vol. II: Lettere edite e inedite 1912-1937, a cura di G. Ferrara e N. Gallo, Milano 1964, p. 45.
[2]) Salvatore Lupo, La crisi del monopolio naturale. Dal Consorzio obbligatorio all’Ente Zolfi, in Economia e società nell’area dello zolfo - secoli XIX-XX - Salvatore Sciascia editore, Caltanissetta-Roma, 1989, pag.  354.
[3]) Lettera ad A. Di Nola  in Archivio Carnazza, fasc. 28, III 37, busta “C” ; Industria zolfifera e legge mineraria. Cit. in Lupo, op. cit. pag. 354.
[4]) Eugenio Napoleone Messana - Racalmuto nella storia della Sicilia - Canicattì 1969 - p. 234.
[5]) Editoriale “Il delitto Matteotti” di Storia e Civiltà - gennaio-giugno 1994 - Edizione del Lavoro - Roma - a. X, n. 1-2 - a firma P.F.P. (Pier Fausto Palumbo, direttore responsabile), pag. 7-9.
[6]) Salvatore Leone - Per una storia delle strutture culturali: le Società di storia patria - in Storia d’Italia - Le Regioni: dall’Unità ad oggi - la Sicilia - Einaudi editore 1987 - pagg. 876-877.
[7]) Francesco Renda - Storia della Sicilia - dal 1860 al 1970 - Vol. II - Sellerio Editore Palermo, 1985, pag. 365.
[8]) ibidem pag. 354.
[9]) Vincenzo Agozzino - Cronache della Vigilia rivoluzionaria fascista nella provincia di Agrigento - in Panorami di realizzazioni del Fascismo - Il movimento delle squadre nell’Italia meridionale e insulare - Vol. VI -  Roma, 1942 , pag. 167 e segg.
[10]) Archivio Centrale dello Stato - M.I. - P.S. - 1925 - busta 115 G1
[11]) Archivio Centrale dello Stato - Gabinetto Finzi - 1922-24 - busta 6 fascicolo 53. Anche i successivi passi virgolettati che si riferiscono al prefetto Reale sono tratti dal predetto fascicolo dell’ACS di Roma.
[12]) Mario Missori - Gerarchie e statuti del P.N.F. - Roma 1986 - pag. 91.
[13]) Dalla copertina di Starace - l’uomo che inventò lo stile fascista  di Antonio Spinosa BUR Milano 1988.
[14]) Antonio Spinosa - l’uomo che inventò lo stile fascista  di Antonio Spinosa - BUR Milano 1988, pagg.8-9.
[15]) Archivio Centrale dello Stato - Segreteria particolare del Duce “Carteggio riservato 1922-1943” - buste nn.° 36; 49 e 94.
[16]) Archivio Centrale dello Stato - Segreteria particolare del Duce “Carteggio riservato 1922-1943” - busta n.°  94.
[17]) Archivio Centrale dello Stato - Segreteria particolare del Duce “Carteggio riservato 1922-1943” - busta n.°  78.
[18]) Archivio Centrale dello Stato - M.I. - P.S. - 1926 - busta 88 - C1.
[19]) Archivio Centrale dello Stato - M.I. - P.S. - 1931 - busta 310 - C1.
[20]) Francesco Renda - Storia della Sicilia - dal 1860 al 1970 - Vol. II - Sellerio Editore Palermo, 1985, pag. 372.
[21]) Per i dati statistici cfr.: ISTAT Statistiche Elezioni Politiche - XXV Legislatura, elezioni del 16 novembre 1919 (Roma 1920) - XXVI Legislatura, elezioni del 25 maggio 1921, Collegio di Girgenti pag. 78 - XXVII Legislatura, elezioni del 6 aprile 1924, passim - XXVIII Legislatura, elezioni del 24 marzo 1929 (Roma 1930), passim - XXIX Legislatura, elezioni del  25 marzo 1934, passim (ma in particolare pagg. 39 e 51).
[22]) Archivio Centrale di Stato - M.I. - P.S. 1925 - Busta n.° 121.)


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