mercoledì 16 dicembre 2015

Circolo Unione Prima Parte

STORIA VERIDICA SENZA FROTTOLE MA CON QUALCHE FRONZOLO DEL CIRCOLO UNIONE DI RACALMUTO [prima poarte]
DA CASINO DI NOBILI A CIRCOLO UNIONE
di CALOGERO TAVERNA
* * *
Il circolo Unione l’anno venturo, nel 1999, compie 160 anni: è il più vecchio circolo di Racalmuto, il più glorioso, quello maggiormente emblematico di una classe media con aspirazioni nobiliari. Oggi è di certo meno pretenzioso, più riservato, amante del pettegolezzo d’alto bordo - tra il politico, il sociale, l’irriverente, il caustico, il miscredente. A sera pochi soci ormai cercano di perpetuare il cicaleccio arrogante, impietoso ed ilare dei personaggi passati alla storia (letteraria) per la penna di Leonardo Sciascia. Ma di don Ferdinando Trupia, di Martinez, di Lascuda, di don Carmelo Mormino, del dott. La Ferla, di don Antonio Marino ormai neppure l’ombra. I loro eredi - quasi tutti professionisti affermati in Continente o a Palermo - hanno ritenuto di potere sbeffeggiare il circolo dei loro sbeffeggiati (da Sciascia) antenati facendosi espellere per morosità da una deputazione post-sessantotto, di estrazione non nobile e talora persino proletaria. La fuoriuscita dei virgulti degli antichi galantuomini  vorremmo dire è persino fisiologica.
A sera, ora, tocca alla facondia suadente e beffarda di Guglielmo S. mantenere viva la conversazione al circolo: gli fa eco il tranchant assiomatismo di Calogero S.; sorride con intelligente silenzio Gioacchino F.; fino a qualche anno fa scoppiava l’ira funesta dell’avv. Salvatore C.; al dott. Gioacchino T. il compito del divertito spettatore; Ignazio P. ascolta silente, ma si arrabbia se gli toccano la sua Democrazia; il Presidente non è faceto: se occorre stigmatizza; Salvatore S. arriva tardi, in tempo per un paio di sorrisi se Guglielmo S. è in vena nelle sue sforbicianti allusioni. Quando vado a Racalmuto, partecipo anch’io a tali dibattiti serotini: nessuno ha voglia di prendermi sul serio: provoco, sono provocato, insolentisco, vengo insolentito: la serata passa piacevole: val la pena di pagare quel piccolo contributo quale socio con “dimora precaria”.
Di tanto in tanto arrivano poesie in vernacolo: sono composizioni miserande, cattive, senza gusto: sono intollerabili. I soci però sembrano divertirsi lo stesso.
Leonardo Sciascia trasse motivi ed argomenti per il suo iconoclasto deridere i poveri galantuomini di Racalmuto. Vi era associato; lo eleggevano deputato e persino cassiere. Ma amava stroncare quei figuri nati effettivamente per lasciare “un’affossatura nelle poltrene del circolo”. Ebbe il cattivo gusto di morire lasciando in sospeso il pagamento dei “buoni” associativi: inflessibili i membri della deputazione non mancarono di verbalizzare nel 1992 la circostanza.
Lo scrittore è disinvolto nell’accennare alle gloriose origini del circolo: «Il circolo della concordia - annota quasi con prosa burocratica   - prima denominato dei nobili, poi della concordia poi dopolavoro 3 gennaio, sotto l’AMG sede della Democrazia Sociale (il primo partito apparso in questa zona della Sicilia all’arrivo degli americani e dagli americani protetto) e infine ribattezzato della concordia, pare sia stato fondato prima del 66, se appunto nel 66 la popolazione infuriata contro le sabaude leve, istintivamente trovando un certo rapporto tra la leva che toglieva i figli e i nobili che se ne stavano al circolo molto volenterosamente vi appiccò il fuoco; ma pare ne ricevessero danno soltanto i mobili, le persone si erano squagliate al primo avviso, le sale restarono superficialmente sconciate.»  
Quanto a storia locale ci reputiamo più fortunati di Sciascia e siamo in grado di retrodatare di almeno un trentennio la fondazione dello storico circolo. Se si spulcia l’Archivio di Stato di Palermo, Segreteria di Stato presso il Luogotenente generale, Polizia vol. 412, si rinviene il “Notamento dei Così detti Caffè e luoghi di riunione esistenti nei vari Comuni di questa Provincia ..., Girgenti, 26 agosto 1839.” Sotto tale data abbiamo dunque la consacrazione ufficiale del nostro circolo o se si vuole il riconoscimento giuridico. Scrive Carmelo Vetro    «In provincia i sodalizi si registrano a Licata (due circoli), Palma, Racalmuto, Ravanusa, Bivona, Villafranca, S. Giovanni, Santa Margherita, Montevago, Sciacca, Naro, Canicattì, Alessandria, Campobello, Cammarata, Caltabellotta, Menfi, Sambuca, Burgio ed Aragona: tutti con i loro bravi regolamenti, autorizzati dalle autorità di polizia, ... E’ da dire che molti di questi circoli erano favoriti dall’autorità locale che in tal modo poteva registrare gli umori politici e gli orientamenti prevalenti. Non a caso parecchi sodalizi nascono negli anni Trenta dell’Ottocento dopo la tempesta politica del 1820-21 ed il tentativo borbonico di riavvicinarsi agli intellettuali e borghesi.» Siamo pressoché certi che il circolo sorgesse in piazza su un marciapiede “sopraelevato rispetto al resto della piazza, ove era vietato, per inveterata consuetudine, passeggiare alla ‘gente comune’ ... Si aveva così un effetto quasi grottesco, che sottolineava la gerarchia feudale, essendo i notabili una ‘spanna’ più alti degli altri”. Il Vetro soggiunge: «Un rigido cerimoniale regolava l’ammissione dei nuovi soci ai vari circoli.... si poteva essere ammessi riportando la maggioranza di “voti segreti per bussoli”, nell’assemblea dei soci. Ogni due anni venivano eletti quattro deputati, il più giovane dei quali faceva da segretario. Nelle assemblee avevano diritto di voto i soli contribuenti. Ai deputati erano affidati la “polizia interna” e il “buon ordine della conversazione. Nelle sere di gala la conversazione era illuminata “a cera”. Al circolo erano ammessi solo “gli associati, le loro mogli, i figli e le figlie nubili e fratelli conviventi nella stessa casa”. Infine gli ospiti non si  dovevano “permettere di discorrere e discutere di cose” che si allontanavano “dallo scopo di una onesta conversazione”. Parimenti vietata era la lettura di fogli, giornali, libri o stampe non autorizzati dalla polizia. ... I contribuenti avevano la facoltà di presentare alla conversazione “forestieri distinti e di loro conoscenza, chiesta il permesso ai Deputati, salvo alla deputazione di deliberare in seguito l’esclusione se non li avesse riconosciuti “meritevoli”.  ... Il circolo era provvisto dei “fogli officiali”   di Palermo e di qualche altro giornale letterario. Un cameriere ed un “bigliardiere” si occupavano di servire i soci con un vestito decente e a testa scoperta”. Un puntuale tariffario  stabiliva le quote da versare per i diritti di gioco. Le illuminazioni “a cera” erano ordinariamente previste nella sera di gala ed in talune ricorrenze. ... Leonardo Sciascia ci introduce nello spazio dorato, quasi senza tempo del Circolo della concordia di Regalpetra, dove vecchi e nuovi notabili vengono a celebrare il rito della fedeltà al passato ed alimentare inutili sogni di difesa dei propri privilegi. Il circolo è situato nella parte centrale dei corso: “Consiste di una grande sala di conversazione, con tappezzeria di color pesco e poltrone di cuoio scuto, una sala di lettura, tre sale da gioco”. I soci del circolo non sono, ormai, più i ricchi: “I ricchi si trovano nel circolo del mutuo soccorso, una società operaia che è venuta trasformandosi ...; il più ricco dei “don” non possiede più di dieci salme di terra” ma i soci del circolo della Concordia “continuano ad essere il sale della terra”. Anche qua si discute di politica “scienza di cui molti soci del circolo si sentono al vertice e fanno previsioni che, verificandosi poi fatti esattamente opposti, si possono considerare attendibilissime.” Dopo la politica, le donne. E allora “le mani si muovono a plasmare nell’aria grandi corpi di donne, donne si gonfiano nell’aria come mongolfiere. Non è più uno scherzo ora, tutti ci sono dentro, lo studente ascolta le confidenze del giudice di corte d’appello in pensione”. Nella rappresentazione letteraria la ritualità della “conversazione”, che autogratifica con la sua immobilità l’Olimpo paesano, dà quasi un senso alla stessa esistenza: ci si sente, allora, “lievi e giustificati, d’aver vissuto tutta la giornata soltanto per attendere, come una novità, come una grazia insolita e particolare, quest’ora che compendia le ragioni ideali del mondo, che chiarifica e motiva finalmente l’esistenza, rianima l’immoto flusso dei giorni, riattacca la morta gora dell’abitudine al canale della continuità”. Una continuità che nell’illusione di molti esercita, ancor oggi, come un fossile vivente, esercita il fascinoso richiamo di un’elitaria società che più non esiste.»
FONDAZIONE DEL SODALIZIO
Il circolo Unione sorge dunque poco prima del 1839 con un nome ben diverso: Casino di Compagnia. Leonardo Sciascia è sapido e sfottente sul termine “casino”: deliziosa la sua verve ironica in Occhio di Capra. «CASINU. Casino. Casino di compagnia. - annota a pag. 43 - Ma non tutti i circoli erano così denominati. Il casino per (non per modo di dire) eccellenza era quello dei ‘galantuomini’ cui il fascismo, impadronendosene, diede nome di “dopolavoro delle forze civili”. Raccoglieva proprietari terrieri, professionisti, funzionari dello Stato, maestri delle scuole elementari; e vi si entrava se approvati, per votazione a palle nere e bianche, dai due terzi dei soci. La non approvazione - piuttosto frequente - era un fatto mortificante e non privo di conseguenze morali, sociali. Una macchia. Paradossalmente, fu il fascismo a democratizzare l’ammissione al casino: bastava appartenere alle “forze civili” (e cioè alla categoria popolarmente detta dei “sucanchiostru”, dei succhia-inchiostro, della burocrazia anche infima) per essere, dietro domanda, ammessi. Ma caduto il fascismo, si tornò al vecchio statuto. [...] In tutti [i circoli] prevalente attività era il gioco di carte: a passatempo durante l’anno, d’azzardo durante il periodo natalizio. Nel frattempo (negli anni Cinquanta) scompariva nell’accezione di circolo la parola casino, ormai d’uso generale nel significato - derivante da casino = casa di prostituzione - di confusione, tumultuazione, chiasso.
«Il casino = casa di prostituzione non esisteva nel paese; e le case di prostituzione dei grossi paesi vicini erano semplicemente bordelli. Qualcosa di simile alla casa di prostituzione pare fosse esistita, non in regola con la legge, alla fine dell’Ottocento in un quartiere chiamato Santa Croce: e ne rimase memoria nel dire “santacruci” come sinonimo di licenziosità, di puttanesimo. Curiosamente, è con l’abolizione delle case di prostituzione che cade l’interdetto sulla parola casino, e per il fatto che ormai tutti sapevano che cosa fosse stato un casino. Per cui casino, incasinare, incasinato, far casino, sono espressioni che soltanto i giovani, fra di loro, usano. La pruderie dei racalmutesi si può senz’altro dire di tipo vittoriano. Ancora oggi c’è chi chiama “biancu” (bianco) il petto di pollo; chi evita di dare precisa denominazione a quella pera cerea e succosa detta “coscia” o - peggio - “coscia di monaca”; chi, azzardandosi a parlare di prostitute, ricorre all’eufemismo di “donne che fanno qualche favore” ...»
Il 1839 seguiva di poco a Racalmuto il temendo cataclisma che era stata la peste del 1837. Un fraticello del Convento di S. Francesco ci ha lasciato questa tremenda testimonianza  : «Nell’anno 1837: mese di agosto vi fù il colera e in questa di Racalmuto morirono circa mille persone e furono sepolte nella sepoltura di Santo Alberto al Carmine, all’Anima Santa del Caliato, in Santa Maria di Gesù e porzione in San Francesco; Monte San Giuseppe e in altre chiese, cioè persone perticolari; poi nella nostra sepoltura grande vi è sepolto il paroco don Antonino Grillo, che morì a 25 agosto 1827 ed altre persone riguardevoli.»
In quel torno di tempo si era dunque nella solita euforia esistenziale che segue ai grandi sconvolgimenti demografici: voglia di vivere, di procreare, di lavorare, di arricchirsi, di consociarsi, di amare e di divertirsi. Il Casino nasce per conversare, giocare, ma soprattutto per scambiarsi idee, per saggiare il terreno delle opportunità commerciali. Racalmuto era stato invaso dalla febbre dell’oro giallo, dello zolfo che le viscere delle sterili terre del nord contenevano a profusione. Nel quadriennio 1834-1837 erano state attivate  a Racalmuto 35 solfare su un totale di 332 in Sicilia: il prodotto medio annuo era stato di 34.696 cantari su una produzione intera della Sicilia calcolata in 1.478.254 cantari.   Presso il circolo di conversazione si radunavano quindi i maggiori proprietari di solfare; s’informavano reciprocamente su quelli che erano gli umori del mercato; sulle prospettive, sulla faccenda complicata del monopolio solfifero accordato dai Borboni allaTaix, Aycard e C. (con decreto reale del 5 luglio 1838). La compagnia si obbligava a comprare ogni anno 600 mila cantari di zolfo prodotto in Sicilia “avendo la sperienza comprovata eccedente e di gravi danni produttrice ogni maggior produzione” . La produzione doveva quindi autodisciplinarsi. Non saranno stati grandi ingegni quei nostri proprietari terrieri, trasformatisi all’improvviso in imprenditori minerari, ma il bisogno dovette acuirne l’ingegno; al circolo era possibile, magari sotto forma di feroce dibattito e di reciproche contumelie, avere modo di giungere ad un qualche chiarimento, ad un orientamento delle proprie scelte produttive. Erano i problemi della nuova società borghese ed anche i ‘civili’ racalmutesi ne venivano inghiottiti. Sono aspetti per ora in nessun modo indagati dalla storiografia, ancora anchilosata da ideologismi e prevenzioni intellettualistiche  oscuranti la ricerca del vero evolversi sociale di quel tempo.
Il circolo era tutt’altro che il punto d’incontro di neghittosi nobilotti di paese, alle prese con il problema del molto tempo libero da occupare in qualche modo. V’era spirito imprenditoriale: vi accedevano, se non i gabellotti  arricchiti, freschi di studi universitari. La stampa cominciava a farvi capolino. Il circolo è dunque più di un’occasione per attizzare una certa vivacità culturale. E la cultura cambia in paese: esso non è più la contea alle prese con i problemi del terraggio e del terraggiolo; anche il nuovo barone Tulumello - un prete suo antenato aveva acquistato per due terzi il feudo di Gibillini il cui titolo doveva essere assegnato a persona da nominare - deve ora accontentarsi solo del vacuo trofeo di un blasone nobiliare che deve condividere con il barone Girolamo Grillo. In quel torno di tempo ben 3 personaggi racalmutesi si arrogavano quell’altisonante fregio. Eccoli secondo le annotazioni di un rivelo coevo:
GRILLO GIROLAMO BARONE
TULUMELLO LUIGI BARONE
TULUMELLO B.NE GIUSEPPE SAVERIO BARONE DON
Furono sicuramente tra i promotori del circolo quali nobili per eccellenza; dovettero però convivere con gli emergenti, con i nuovi ricchi  e soprattutto con i nuovi notabili ormai senza più cordoni ombelicali con i settecenteschi potentati feudali. Sindaco di Racalmuto è don Nicolò Mattina Calello che “don”  lo è di recente: nel seicento la sua famiglia era notabile solo per qualche prete come don Federico Mattina, nato un ventennio prima di fra Diego La Matina, che però era di diverso ceppo ed era un Randazzo per parte di madre. I La Mattina Calello affiorano qua e la come notabili ma sempre marginalmente sino a tutto il Settecento: poi il salto di qualità nella gerarchia degli ottimati locali, sino ai nostri giorni. Gli eredi sono tuttora i più cospicui elementi dell’attuale Circolo Unione.
Scottante era in quel tempo la questione delle Decime da pagare alla mensa vescovile di Agrigento: tutto il territorio di Racalmuto vi era assoggettato. Sciascia è piuttosto disinvolto quando riduce a poca cosa la vicenda del passaggio dal feudalesimo all’economia libera. Scrive, nelle sue Parrocchie di Regalpetra (pag. 20 ed. 1982): «Nel 1819 ... Regalpetra [alias Racalmuto] è considerata ex feudo: la riforma di Sant’Elia era già stata attuata, ma buona parte del territorio era in mano dei preti.» Naturalmente non era vero. Ed ancora oggi è da chiarire cosa abbia inteso il grande scrittore siciliano nel compendiare così la riforma di Sant’Elia (ibidem, pag. 19): Cessata la famiglia del Carretto, «l’investitura passava ai marchesi di Sant’Elia, ancor oggi i borgesi di Regalpetra pagano il censo agli eredi dei Sant’Elia: ma certo che fu grande riforma quella che i Sant’Elia fecero centocinquanta anni addietro, divisero il feudo in lotti, stabilirono un censo non gravoso, la piccola proprietà nacque, litigiosa e feroce;  ...». A noi pare essere questa della riforma una grande topica storica: i Sant’Elia non fecero alcuna riforma, subirono gli effetti dell’abolizione del feudalesimo, si trovarono ad essere solo titolari di alcuni diritti dominicali, i censi appunto. Ma fu la Chiesa agrigentina che pretese - ed ottenne - le decime su tutte le terre racalmutesi in forza di un falso diploma del 1093 che sarebbe stato rilasciato dal conte Ruggero al vescovo Gerlando appena prescelto a capo della Chiesa di Girgenti. Su ciò una pubblicistica smisurata ( ).  E proprio nel 1839, il 25 febbraio vi è una seduta straordinaria presediuta dal sindaco don Nicolò Mattina. Il suo o.d.g. contiene la «nomina della terna per le decime del 1839 dei periti agronomi: Eletti: 1° Don Aurelio Alaimo; 2° Don Nicolò Grillo Macaluso; 3° don Giuseppe Capitano. - Firmato: Nicolò Mattina, sindaco; Giuseppe Tulumello; Michelangelo Alfano; Girolamo Grillo ecc.» 
Verranno incisi ben n.° 1281 proprietari terrieri: Tal Taverna Calogero (mio antenato) per tre tumoli di terra deve corrispondere tarì 2 e grana 1. Il totale delle terre soggette alle decime venne dalla triade di agronomi stimata in salme 441, tumoli 8 e mondello 1. Il gettito sarà stato di oltre 235 onze ( qualcosa come 130 milioni di lire attuali): una bazzecola per i ricchi signori; una dannazione per i minuscoli coltivatori diretti. I tre agronomi erano tutti “don”: tutti quindi con diritto di accedere al neo casino della conversazione. Di loro si vociferò di sicuro male quando assenti; con sussiegoso encomio quando presente. Come oggi, il sindaco Mattino dovette subire il tagliente dileggio specie dei più vetusti galantuomini. Se Sciascia avesse scritto un romanzo alla Gattopardo,  avrebbe così rievocato quelle affabulazioni del ‘casino’: «Ma raramente il segretario della Dc dà modo di fare esaurire gli sfoghi contro il suo partito e il governo, una sorta di sesto senso possiede, un fiuto sempre quando un discorso sulla Dc ribolle lui vi piomba dentro, arriva sempre in tempo, lo sente nell’aria se il discorso cade o si mimetizza. Il domatore che entra nella gabbia delle belve e giù uno schiocco di frusta, l’immagine è vecchia ed indecorosa: ma come rendere il ringhio di don Carmelo Mormino che rientra nel guscio della poltrona?, l’improvviso mutar discorso del dott. La Ferla?, il “però” che sulle labbra di don Antonio Marino affiora dall’invettiva e apre un solleticante elogio della Dc?. Il segretario, che senza la viltà del mondo che lo circonda sarebbe certamente un uomo migliore e un più accorto dirigente, comincia a snocciolare tutte le opere pubbliche avviate e progettate, racconta i suoi incontri con deputati e gerarchi del suo partito, quel che gli hanno promesso, i provvedimenti che saranno varati. Quasi tutti approvano, dicono - questa ci voleva, bene, mi compiaccio - poi quando il segretario si allontana respirano di sollievo, il discorso contro la Dc violentemente divampa.» 
Il sindaco don Nicolò Mattina del 1839 come il segretario Dc degli anni Cinquanta di questo secolo? Molto verosimilmente. Il casino di conversazione come il circolo della concodia di Sciasca? Senza dubbio.
Il panorama politico racalmutese del 1839 dovette essere variegato reagendo in diverso modo alla riforma tributaria borbonica: inferociti i proprietari terrieri ed i nuovi proprietari di miniere; entusiasticamente filoborbonici il popolo minuto, come si diceva allora. Nel ‘casino della conversazione’ l’ondata protestaria covava sotto le ceneri della formale fedeltà ai borboni.
Nel 1837 v’era stata nelle grandi città dell’Isola una sorta di ribellione per il colera. L’anno successivo il re Ferdinando II fece un giro della Sicilia e si convinse che l’irrequietudine popolare nasceva principalmente dalla mancata applicazione delle leggi esistenti. Corse subito ai ripari: tra l’altro, ridusse l’imposta del macinato e compensò il deficit aumentando l’imposta fondiaria e imponendo un tributo ai proprietari di miniere.
Eugenio Napoleone Messana visita quei tempi: fornisce dati di cronaca molto succosi. Invitiamo a leggere le pagine 190-198 della sua storia di Racalmuto. Stralciamo questo passaggio (pag. 194): «Gli amori clandestini pullulavano, le leggi morali probabilmente erano rilasciate [sic, forse per rilassate, n.d.r.] abbastanza ed una costumanza, per nulla affine alle norme etiche della più semplice e civile vita associata, era diventata preoccupante. I nati da amori illeciti venivano facilmente abbandonati o  comunque elusi dalla registrazione negli elenchi anagrafici, se non erano soppressi da morte violenta o naturale, dovuta quest’ultima sovente a fame. Ciò lo prova [sic] le numerose domande che giacciono nell’archivio di stato di Agrigento, nei carteggi dello stato civile attorno al 1848 e posteriori, presentate da giovani che non potevano contrarre matrimonio per mancanza di registrazione della loro nascita allo stato civile. Il sindaco Mattina appena insediato promosse l’erezione della ruota dei proietti e diede incarico ai due deputati comunali, primo e secondo eletto, di indagare e riferire. Poscia, in seguito alla relazione degli incaricati, riunì il decurionato, precisamente il 13 gennaio 1838, ne propose la costruzione e fu approvata ad unanimità per una spesa di onze 1, tarì 9 e grani 12 per legname, magistero, gesso e fuso di ferro. La ruota era un congegno semplice molto in uso nel passato nei monasteri, oggi limitato alle clausure. [..] Dalle firme in calce di  quella deliberazione si rileva che i decurioni di Racalmuto, nel triennio 1838-1841 erano: Nicolò Mattina, sindaco, Girolamo Grillo e Martorana, Gaetano Savatteri, Nicolò Grillo e Macaluso, mastro Gaetano Di Rosa, Aurelio Alaimo, Nicolò Troisi, Michelangelo Alfano, Gaetano Grillo e Scibetta, Biagio Messana, mastro Calogero Mattina, Giuseppe Matrona, Baldassare Curto, Giacomo Giudice sottofirmato dal segretario perché analfabeta.»
Il sindacato passò quindi - dal 1841 al 1845 - a don Giuseppe Farrauto. Non tutti questi personaggi erano ‘civili’, ma molti di loro sì e questi ultimi in frotta ebbero ad iscriversi nell’appena sorto casino della conversazione: una conversazione di cui si sono perse le tracce per una malaugurata perdita dei verbali sociali.
Il grande trambusto del 1848 coinvolse di certo anche Racalmuto: E.N. Messana ebbe a trovare dei carteggi che mettevano in risalto un membro della sua famiglia, Biagio Messana. Non si trattiene più, pagine e pagine per esaltarne le imprese. Noi non abbiamo elementi per contraddirlo: siamo però scettici sulla fibra rivoluzionaria racalmutese, a qualunque classe si appartenga. Un’occasione vi fu per sperare di ribaltare lo strapotere di alcuni ottimati locali; il giudice supplente don Biagio Messana -  che poi era discendente di un un borghesuccio arricchitosi con il commercio dello zolfo, Luigi Messana - crede che sia giunto il suo momento. Sa di una bandiera tricolore da mettere al posto a quella candida dei Borboni, sale su un balcone, fa una concione, il popolo - incuriosito - l’ascolta. Si sparla del re, si osa irriderlo sia pure con versi sgangherati in vernacolo:
Comu lu chhiù perversu Firdinannu
Di li nazioni scannalu ed orruri
Di li figli cannibali e tirannu
Di liggi e sacri diritti usurpaturi.
Già Ferdinando aveva osato tassare le miniere! Aveva toccato le tasche dei Messana, prodighi di parole, parchi negli esborsi. Ad una commissione agrigentina si chiede la persecuzione di odiati antagonisti. Ne fanno le spese  Gli Alfano. Don Calogero Alfano, il notaro don Giuseppe Alfano, don Nicolò, don Filippo, don Alfonso, don Giuseppe e don Giuseppe di don Giuseppe Alfano dovettero prendere la via dell’esilio. Sicuramente erano soci del circolo: di materia di conversazione ve ne fu all’improvviso tanta.
Soprattutto si ebbero a commentare le efferate vicende dell’uccisione di Calogero Rizzo Inzalata, dell’incidente mortale occorso a Damiamo Tulumello, e della giustizia sommaria in cui perì Rosario Agrò. In specie l’atroce dubbio che si ebbe sulla partecipazione all’esecuzione dell’Agrò da parte addirittura dello stesso giudice supplente don Biagio Messana.
Con i moti del 1848, il giudice supplente Biagio Messana organizza un Comitato sovversivo: si autoelegge Presidente del Comitato dell’Annona e Vice Presidente del Comitato generale. Nomina il fratello Serafino, Presidente del Comitato di Finanza. Ama comunque continuare a fare il giudice, stavolta a pieno titolo.
Il 30 gennaio del 1848, i fratelli Messana - ormai padroni del paese - rimuovano una guardia, liberano carcerati ed ergastolani, riabilatano i sorvegliati speciali. Ne fanno addirittura una personale guardia civile. Gli Alfano - evidentemente avversari politici dei Messana - vengono costretti all’esilio. Oggetto dell’aggressione era soprattutto don Calogero Alfano, Capo urbano dei Borboni. Ciò avviene per l’appoggio che inopinatamente fornisce al Messana il clero locale, evidentemente stizzito per qualche riforma del Borbone che l. aveva colpito nel portafoglio.  Tra i firmatari, fiancheggiatori del Messana, troviamo l’arciprete Salvatore Puma ed il vicario foraneo sac. Carmelo Troisi. Ma non mancano le firme di ben altri 14 preti e religiosi locali, ivi compreso don Giuseppe Cavallaro, “parroco di Bompensiere”. Della combriccola fanno parte i Picataggi, i Busuito, i Cavallaro, i Farrauto, Michelangelo Scimé e Vincenzo Tinebra, i ricchissimi Savatteri, un La Mantia, Angelo Presti e Gioacchino Lo Brutto, i Picone, tal Calogero di Giglia, Nicolò La Tona, Giuseppe Mattina, Vincenzo Saldì, Salvatore Argento, Carmelo Romano, Ferdinando Martino - quello dell’ospedale -, Francesco Vinci, Gaetano e Francesco Grillo, Carmelo Pomo ed altri. Non tutti sono “don”, anzi la maggior parte sono burgisi, mastri e gabellotti: un rigurgito di contestazione borghese; una rivolta di industriali dello zolfo contro l’imposizione borbonica; una reazione clericale avversa alle tentate riforme della manomorta ecclesiastica.
I nobili - quelli veri alla Tulumello, alla Matrona, alla Grillo Borghese o alla Grillo Belmonte etc. - sono assenti. Assenti per ovvie ragioni i grandi burocrati borbonici quali gli Spinola, i Gambuto, gli Amella, i Baeri.
Sono comunque 68 i firmatari dell’eversivo proclama di Biagio Messana:

29 1848 Giuseppe mastro Agulino mastro
48 1848 Giuseppe fra Alfano frate
43 1848 Salvatore Argento
17 1848 Luigi Bartolotta sacerdote
52 1848 Vincenzo sac. Biondi sacerdote
26 1848 Alfonso fu Giovanni di Giubertino Priore Botera
5 1848 Giuseppe  Busuito
63 1848 Nicolò sac. Cacciatore sacerdote
61 1848 Bernardo sac. Cavallaro sacerdote
3 1848 Felice Cavallaro
35 1848 Giuseppe Cavallaro Parroco di Bompensiere
60 1848 Ignazio sac. Cavallaro sacerdote
6 1848 Luigi Cavallaro
64 1848 Calogero sac. Curto sacerdote
9 1848 Luigi D. De Caro
37 1848 Calogero Di Giglia
23 1848 Salvatore  Di Naro
18 1848 Alfonso Farrauto
58 1848 Gaspare Farrauto
57 1848 Giuseppe D. Farrauto
7 1848 Santo Florio
15 1848 Giuseppe Franco sacerdote
16 1848 Carmine Giancani sacerdote
1 1848 Antonio Grillo
51 1848 Gaetano Grillo
67 1848 Raffaele Grillo
49 1848 Antonio Grillo Cavallaro
34 1848 Calogero Gueli
25 1848 Calogero La Mantia
39 1848 Nicolò La Tona
30 1848 Calogero Lazzano
28 1848 Gioacchino Lo Brutto
10 1848 Pietro Lo Giudice
38 1848 Calogero Lombardo
46 1848 Ferdinando Martino
65 1848 Gaetano sac. Mattina sacerdote
41 1848 Giuseppe Mattina
4 1848 Biagio Messana
12 1848 Luigi Messana
33 1848 Serafino Messana
8 1848 Ludovico Morreale
44 1848 Luigi Mulé
40 1848 Melchiorre  Nicolini
32 1848 Antonino sac. Picataggi sacerdote
56 1848 Francesco Picataggi
2 1848 Giuseppe Picataggi
13 1848 Nicolò Picataggi
36 1848 Alessandro Picone
31 1848 Alfonso Picone
55 1848 Carmelo Pomo
27 1848 Angelo Presti
59 1848 Salvatore Puma Arciprete
11 1848 Gaspare Ristivo "con tutto il cuore"
19 1848 Giovanni Ristivo
45 1848 Carmelo Romano
42 1848 Vincenzo Saldì
54 1848 Vincenzo Salvo
24 1848 Gaetano Savatteri
68 1848 Giuseppe d. Savatteri
14 1848 Diego D. Sciascia sacerdote
62 1848 Luigi sac. Scibetta sacerdote
53 1848 Giovanni Scibetta Giudice
21 1848 Michelangelo Scimé
20 1848 Salvatore Sferrazza
66 1848 Pietro Taibi
22 1848 Vincenzo Tinebra
47 1848 Carmelo sac. Troisi Vicario Foraneo
50 1848 Francesco Vinci
Non aderiscono - o ne sono atterriti - i religiosi:

19 1847 SALVATORE ACQUISTA A.49  
37 1847 PIETRO ALFANO A.67    CARMELITANO PRIORE
45 1847 LUIGI ARNONE A.39 CONVENTUALE MINORE S.FRANC.
16 1847 CALOGERO BARTOLOTTA A.50  
33 1847 ANTONINO BURRUANO A.31  
18 1847 FILIPPO BUSCARINO A.49 CONFESSORE MONASTERO
39 1847 ANTONINO BUSUITO A.49 CARMELITANO BACCELLIERE
15 1847 CAMILLO CAMPANELLA A.52 CONFESSORE PRO UTROQUE
8 1847 CALOGERO CAVALLARO A.60 CONFESSORE PRO UTROQUE
42 1847 BONAVENTURA CHIODO A.46.CONVENTUALE MINORE S.FRANCES
25 1847 IGNAZIO CHIODO A.28 CONF.UOMIN. E DONNE AMMALATE
22 1847 VINCENZO CHIODO A.   CONFES.UOMINI E DONNE AMMALATE
40 1847 SERAFINO DA CANICATTI' A.   MINORE OSSERVANTE
41 1847 GIUSEPPE  DA GROTTE A.   MINORE OSSERVANTE
36 1847 SALVATORE FALLETTA A   DEL NADORE 
11 1847 ALBERTO FIGLIOLA A 52 CONFESSORE PRO UTROQUE
35 1847 CALOGERO GIUDICE A  CONF.UOMINI MUNITI  SACRAMENTI
27 1847 FRANCESCO GRILLO A.28 CONF.UOMIN.E DONNE AMMALATE
43 1847 ANTONINO LAURICELLA (CANICATTI') A.42 CONV.MIN.S FR. PR.GUARDIANO
31 1847 GIOVANNI MANTIA A.27  
23 1847 SALVATORE MANTIA A.33  
13 1847 GAETANO MANTIONE A 52   
24 1847 FRANCESCO MATTINA A.28 CONF.UOMIN.E DONNE AMMALATE
3 1847 PIETRO MATTINA A.58 BENEF.CONFES.PRO UTROQUE
44 1847 FRANCESCO MULE' A.42 CONVENTUALE MINORE S.FRANC.
2 1847 FRANCESCO RIZZO A.87 CONFESSORE PRO UTROQUE
38 1847 ELISEO SAVATTERI A.70 CARMELITANO CONF.UTROQUE
6 1847 STEFANO SCIBETTA A.62 CONFESSORE PRO UTROQUE
26 1847 GIUSEPPE SCIME' A.31  
34 1847 GIROLAMO TIRONE A.27 CONF.UOM.E DONNE MORIBONDE
4 1847 GIUSEPPE TIRONE A.66 CONFESSORE PRO UTROQUE
14 1847 SALVATORE TIRONE A.5O CONFESSORE DEL COLLEGIO

Il clero a quel tempo era, come si vede, davvero folto: ben 45 elementi, dato in ogni caso di molto inferiore alla spoporzionata quota ottanta che Sciascia avrebbe voglia di accreditare. Ma anche ridotta a 45 la ‘quota’ significa un religioso ogni 200 abitanti (calcolabili per quell’anno attorno alle 9.000 unità): cifra ragguardevolissima se si considera che nel 1988 il rapporto era a Racalmuto di un sacerdote ogni  2.584 abitanti: un decremento, dunque, di 1.292%.
L’orgia dura solo un anno: il 15 marzo del 1849 ritornano i Borboni. Gli Alfano rientrano dall’esilio, più potenti che mai. Giovanni Scibetta Giudice torna a fare il sindaco. Biagio Messana crede di potere continuare a fare il giudice: la solita lettera anonima costringe le Autorità a dimissionarlo.
Ma fu un fatto di sangue ad rendere incandescente il clima politico: si consuma uno dei tanti omicidi; stavolta a rimetterci la pelle è tale Calogero Rizzo Inzalaca. Il giudice-presidente Messana vuol però fare sul serio; ha seri indizi sulla colpevolezza di tale Rosario Agrò: lo “cedola” - cioè lo convoca nella sua casa per affari di giustizia. Lo intrattiene per 24 ore fino a notte fonda. All’uscita dell’Agrò, esplode una salva di schioppettate. Per caso - o così si disse - ebbe a passare tal Damiano Tulumello, e questi ci rimane secco. Si precipita in strada il Messana, accompagnato dal sacerdote Don Giovanni Bartolotta. Il Messana - appena trentaseenne - visto il Tulumello esclama: “Figlio innocente”. Era un suo amico. Si accende d’ira e va alla ricerca dell’Agrò. Alle due di notte, l’Agrò viene trovato, ricondotto innanzi al giudice, reinterrogato, consegnato alla forza pubblica. E qui in fatto oscuro: si afferma che avesse fatto resistenza alle forze dell’ordine e viene colpito a morte. Il giudice Messana fa il sopralluogo e appuratane la morte - a dire di suoi detrattori - “gli vibra per astio diversi colpi di stile”. Si fa l’autopsia ed alla bisogna viene chiamato il dott. Don Giuseppe Scibetta. Il medico vuol scrivere nella sua perizia di avere riscontrato ferite da arma da taglio. Gli si impedisce. Al suo posto un altro medico più compiacente chiude il caso secondo la versione gradita al giudice. Questa è almeno la ricostruzione dei fatti secondi i denunzianti del Messana, l’anno successivo in data 26 settembre 1849. E N. Messana - che pure è discendente di quel giudice - sembra credere a quei delatori e (cfr. pag. 215) informa e deforma «Il Messana nel vedere cadere il Tulumello accorse piangendo a raccogliere l’ultimo respiro, ma quando si trovò fra i piedi il cadavere di Rosario Agrò lo trafisse con uno stilo, pieno di odio perché aveva provocato la morte di un innocente. Il medico Giuseppe Scibetta periziò per arma da fuoco la morte dell’aAgrò e segnalò più trafitture sul cadavere.» Noi siamo molto scettici che un intellettuale quale Biagio Messana si sia indotto ad un atto di gratuita efferatezza come l’infierire su un cadavere e vilipenderlo. Non vogliamo cadere nella trappola tesagli dai suoi velenosi nemici politici (il barone Tulumello e la congrega degli Alfano). Ma è certo che vi fu al ‘casino della conversazione’ materia di che discutere. Con prudenza, però: gli spioni dell’una e l’altra consorteria si annidavano tra i più insospettabili soci. Come al circolo della concordia di Leonardo Sciascia.
La vita sociale scivola piuttosto piatta sino allo sconvolgimento politico della venuta di Garibaldi del 1860.
Il vecchio Gaetano Savatteri, che pure si era intruppato tra i fiancheggiatori di Biagio Messana, riesce ora, uomo di tutte le stagioni a farsi nominare sindaco al posto di don Giovanni Scibetta Giudice.
La terna municipale risultò essere composta dallo stesso Gaetano Savatteri e da suo cognato Leopoldo Muratori come primo eletto, nonché da Luigi Tulumello. Il Muratori non gradì la supremazia del suo affine e aspirando a subentrargli lo denunzia come vecchio cospiratore per la nota firma apposta al proclama di Biagio Messana. Ma l’intervenuto perdono regale non consente di riaprire quelle vecchie ferite: resta sindaco Gaetano Savatteri. Ci si dà allora da fare per conciliare i rissosi cognati. Tutto è vano: insolentemente il Savatteri risponde al giudice di Grotte che lo aveva convocato per la riappacificazione col Muratori in questi termini, rilevatori peraltro del ruolo che aveva ormai assunto il nostro circolo: «Se il Giudice mi deve dire qualcosa come Sindaco, che mi faccia un ufficio, se mi vuole come privato, che venga allora a trovarmi al casino di Compagnia.» 
Dal 1851 al 1853 risulta sindaco il dottore in legge Giuseppe Tulumello fu Vincenzo: la potente famiglia si riappropria finalmente del comune: si torna ai tempi feudali del Settecento. Il sindaco viene affiancato da don Giuseppe Farrauto, don Giuseppe Tulumello e don Francesco Borsellini. [Seguiamo il Messana, sulla cui precisione abbiamo seri dubbi.]
Al Tulumello subentrò nella sindacatura don Vincenzo Grillo, poltrona mantenuta per il triennio 1853-1856. Ma nel triennio successivo il comune ritorna in mano alla famiglia Tulumello: è nominato sindaco infatti Giuseppe Tulumello Grillo.
La grande svolta del 1860
Eugenio Napoleone Messana svolge in pagine e pagine il passaggio epocale di Racalmuto dai Borboni ai Savoia (da pag. 235 a pag. 256). Non resiste - come al solito - alla tentazione della glorificazione della sua famiglia ed inventa una presenza a Racalmuto di Garibaldi, sol perché un senescente suo antenato così ricordava. Secernere il buono dall’immaginario non è dunque impresa facile. Ma data la saliente imprortanza di quegli eventi, noi ci limitiamo a chiosare alcuni dati della stampa dell’epoca.
Nel Giugno del 1859 in contrada La Pietra, tra Grotte e Comitini, fu innalzato il tricolore italiano: tra gli animosi che compirono quel gesto audace c’era anche il sacerdote Gerlando Sciarratta da Grotte.   Ma quanto a clero risorgimentale Racalmuto non era da meno. “Benché svolgesse la sua attività in Palermo, il sacerdote Calogero Chiarenza da Racalmuto, dove era nato nel 1823, fu «in relazione con tutti i liberali specialmente dell’aristocrazia ed era un intermediario preziosissimo tra la capitale della Sicilia e i cospiratori agrigentini Domenico Bartoli, Pietro Grillo, Vincenzo e Rocco Ricci Gramitto ... Il Chiarenza, cappellano dell’ospedale civico, grazie alla sua veste poteva molti segreti conoscere, cospirare, scrivere, senza attirarsi i sospetti del governo» ... ”.  
E’ da escludere che nel casino di compagnia vi fosse partigianeria per simili fatti, considerati bravate di teste calde. V’erano gli interessi, specie solfiferi, da tutelare e ele avventure politiche non potevano non venire considerate dai galantuomini racalmutesi che attentati alla loro sudata ricchezza. Il Chiarenza, poi, figlio di mastri, era escluso dalla “conversazione” del casino. Al Casino, invece, primeggiava Calogero Lo Giudice di Giacomo, nato a Racalmuto nel 1833 e considerato, poi, irriducibile clericale e borbonico.
Ma passiamo alla cronaca veridica del Giornale Officiale di Sicilia (I Sem. 1860). Quando al casino giunge il foglio del 10 marzo 1860, i galantuomini riescono a mala pena l’intima soddisfazione di vedere che a Licata il prezzo dello zolfo di prima qualità si era attestato a ducati 3,5 a quintali. Si pensi che a settembre, invece, a rivoluzione conclusa, il prezioso minerale scendere a quota 3,05 a quintale: un vero disastro, maledetto Garibaldi!
E’ noto come nella notte tra il 3 e il 4 aprile 1860 a Palermo Francesco Riso, un amestro fontaniere, abbia deciso autonomamente da Crispi, La Farina, Rosolino Pilo, Rattazi e Garibaldi di prendere le armi contro i Borboni. Il tentativo del Riso sembrò fallimentare essendo stato subito sopraffatto e rimettendoci la vita tutti gli insorti. Ma la rivolta, fallita nella capitale, si diffuse subito in gran parte della Sicilia: entrarono in azione squadre armate che subito presero il controllo delle campagne, soprattutto nella parte occidentale. E’ una guerriglia che si propaga dal 4 aprile all’11 maggio. L’11 maggio, Garibaldi - è ultranoto - conquista Marsala; 15 maggio, vittoria di Calatafimi; 6 giugno, presa di Palermo; 27 luglio, vittoria di Milazzo; 27 luglio 1860, presa di Messina. Il 21 ottobre si celebra il plebiscito per l’annessione della Sicilia al Regno Sardo ed il 17 dicembre 1860, data del decreto di annessione, si recide ogni legame con il passato storico della Sicilia come nazione autonoma, per l’amaro viaggio senza ritorno nella vassalla subordinazione ad un’Italia non sempre riconoscente. «E sia detto fra noi - interloquirà il Gattopardo - ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio», per poi magari aggiungere con orgogliosa iattanza: «noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.»
A Racalmuto non vi fu passaggio tra Gattopardi e sciacalletti o iene: a dominare il laticlavio comunale furono sempre le solite famiglie, divise in astiose fazioni,  magari in alternanza fra combriccole, ma sempre fra di loro. E di tutte quelle famiglie l’eco ed il punto d’incontro era nella “conversazione” del casino.
Come vissero quei mesi tra la primavera e l’autunno del ’60, i nostri ‘civili’: noi pensiamo con apprensione; era un gioco che sfuggiva loro; un caos che danneggiava i loro affari; un maneggio da cui erano esclusi. Soltanto alcuni scapestrati universitari di Palermo vi avevano avuto una qualche parte ed avevano - impudentemente, prima; proficuamente, dopo - allacciato intese niente meno che con Crispi.
Al Casino la lettura del Giornale Officiale di Sicilia sconcerta: ecco una nota del 12 aprile 1860: «alle 6 pomeridiane del giorno di jeri una colonna di reali Milizie partita da Palermo procedeva oltre senza ostacoli fin sopra all’alture di Gibilrossi, da dove sorprendeva il comune di Misilmeri. Gli insorti che vi stavano riuniti, davansi alla fuga, mentre che la popolazione si faceva incontro alle milizie, salutandole col grido di Viva il Re!
«Stamane la guarnigione di Monreale respingeva vigorasamente una banda in armi.»
Due giorni dopo, i galantuomini racalmutesi avranno fatto un sospiro di sollievo sfogliando il solito giornale: «Palermo, 14 aprile: - Le bande armate, che in diversi drappelliscorrevano per le campagne, pressoché tutte sonosi disciolte, e la più gran parte degl’individui, che le componevano, rientravano in seno alle loro famiglie con quell’intera fiducia, la quale scaturisce dalla certezza, che la clemenza di S.M. il Re S.N. vuole coperti dall’obblio [sic] i momentanei erramenti di coloro, che con atto spontaneo depongono le armi.»
Altro che “momentaneo erramento”! avrà esclamato il più borbonico dei civili del casino; la fucilazione ci vuole. E la notizia di questa giunse puntuale un paio di giorni dopo quando il Giornale rendeva conto della fucilazione di 13 individui in Palermo: dal ventiduenne Michele Fanara al sessantenne Andrea Cuffaro.
Vi sono oriundi racalmutesi?  avrà chiesto il solito don in vena di campanilismo. Non sembra! Avrà risposto il saccente del casino, monopolizzatore come al solito del foglio palermitano. In ogni caso, per l’agrigentino non c’era da temere: «L’Intendente di Girgenti a S.E. il Luogotenente Generale» - il giornale riportava una nota da Girgenti del 18 aprile 1860, ore 4 p.m. - “La tranquillità continua come sempre inalterata”, il succo estremamente rassicurante.
Martedì 24 aprile 1860. L’uuficiale interprete Tommaso di Palma rende noto: «Due colonne mobili, l’una comandata dal generale Marchese Letizia e l’altra dal generale Primerano muovono per le provincie di Palermo, Trapani e Girgenti affin di assicurare vieppiù colla loro presenza le pacifiche popolazioni, rimaste estranee ai sommovimenti dei trascorsi giorni.»
 

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