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giovedì 23 aprile 2015

Torno a credere in Sciascia

In sessanta'anni, se vogliamo da quella prima edizione delle "parrocchie" del 1956,  tutti anni quindi da me vissuti in consapevolezza per ragioni persino anagrafiche, mi era sembrato che Racalmuto fosse stato  investito da una ondata di salvifica palingnesi; niente più miseria, niente più retriva acredine contro il prossimo contro il vicino contro l'avversario politio o meglio nella corsa all'accaparramento di quel misero privilegio del potere comunale, e sprattutto niente più sangue, niente più vindici caini, niente cadaveri stesi da pallottole vaganti sull'acciottolato di piazza Castello, niente più mafia insomma

E invece mi è ieri toccato di sorbirmi un beverone giornalistico che mi smentisce in pieno, che mi disillude con feroci artigli con insolenze con menzogne ben camuffate e con verità infangate e irrise.

Persino l'ormai mio candido Alfredo Sole viene rievocato come angelo del male, come presenza ancora demoniaca in una novella Racalmuto come prima peggiore di prima.

Polemizzo con Tano, ancor più con Cavallaro, con Totò Picone spesso infierisco ma su un denominatore di assoluta stima, rispetto ed ammirazione. Tre uomini abili, moderni, illuminati, colti. Hanno idee loro, spesso non le condivido, si producono in iniziative audaci, infrangono le ataviche sonnolenze d un irridicile costume  di profonda accidia. Li ammiro. Li lotto perché facciano ancora di più, perché da lì può venire davvero la salvezza di questo paese.

Portano cultura, coniugano i nostri grandi scrittori alle imprese di grande utilità pubblica.  Dirottano ministri e presidenti del senato in questa nostra terra  che ancora qualche nobiltà nel campo delle lettere può vantarla.

Colloquiano con gli artefici della politica economica ed industriale di Sicilia.  Qui non incontrano santi, Vi sono ribollimenti malavitosi, connivenze maligne e allora quale colpa hanno questi nostri alacri  operatori di cultura e di provvido turismo?

Voler creare infami teoremi e volere poi camuffare la calunnia, e la diffamazione tra le pieghe di una prosa falsa e tendenziosa  accentua il senso di vomito che mi acchiappa.

Io mi dissocio, sonoramente, fortemente. Così non si consuma una voglia vindice di un perdente ora disperato, in attesa di giudiio, ma si affossa ancor più un paese che è il mio paese, che è Racalmuto. Torno davvero a dar ragione a Sciascia,ad uno Sciascia senza speranza, cupo  e senza fede, senza fede nell'avvenire appunto. Davvero Racalmuo è terra "litigosa e feroce", ove  "la vita [continua ad essere] lontana ... dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione".

Avevo creduto che Racalmuto si fosse redento, ma solo perché lontano. Quasi come aveva scritto il primiero Sciascia: "quando  saremo lontani da questo piccolo paese in cuisimo nati e viviamo, quando finlmente ci sentiremo nascere dentro amor e nostalgia per le cose che oggi cicircondano e mortalmente  ci annoiano - di queste povere case ammucchiate, di queste persone che  ogni giorno incontriamo, il nostro ricordo riuscirà forse a comporre una di quelle infantili e amorevoli costruzioni in cui cubetti di legno e figurine di coccio fanno affettuosa armonia ... come uno di quei Presepi a cui intorno a Natale si affaccendano grandi e piccini."  E quindi "quello sarà veramente il nostro paese: perché la lontananza darà dolci cadenze alla noia di oggi e all'angustia; e diventerà un po' amore quel che ora è insofferenza e reazione.  Intanto, ...  ancora in nessun modo lo amiamo".
 
Noi invece questo paese  dopo sessant'anni di esilio questo paese lo adoriamo. E ci fa male da non farci dormire questa notte leggere le scelleratezze che con incauta curiosità ci è toccato leggere, scritte da chi oggi forse ormai nel profondo della disperazione ha voglia di travolgere tutti nel suo amaro destino. Come dire: muoia Sansone con tutti i filistei.  

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