martedì 3 marzo 2015

RICERCHE PER UNA MICROSTORIA DELL’AVVENTO DEL FASCISMO A RACALMUTO


PARTE PRIMA

RICERCHE PER UNA MICROSTORIA DELL’AVVENTO DEL  FASCISMO A RACALMUTO

 

 

Verso il periodo podestarile

 

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Criteri periodizzanti

 

L’oggetto della presente ricerca si racchiude nell’evoluzione politica, sociale, organizzatoria di una comunità civica di media dimensione dell’entroterra agrigentino quale è Racalmuto in concomitanza di quella che è stata una profonda riforma di struttura negli esordi dello Stato fascista e che riguarda l’istituto podestarile.

 

Per convenzione, il periodo di ricerca viene limitato al quinquennio 1926-1931. Non è, peraltro, agevole invocare un criterio priodizzante per meglio inquadrare la vicenda storica che qui interessa. Tante sono le ripartizioni temporali che in coincidenza - ma più spesso in prossimità - di quella riforma amministrativa sogliono invocarsi nelle varie sedi o dalle diverse scuole della storiografia, ormai sterminata, sul fascismo.

 

Sono criteri che variano a seconda delle ideologie sottese, delle opzioni cultirali e persino della estrazione territoriale o nazionale degli studiosi. Se il Croce è sbrigativo nel rigettare indistintamente l’intera esperienza fascista definendola «funesto regime che è stato una triste parentesi nella .. storia» d’Italia ([1]), non è neppure univoca la contemporanea cultura fascista nel datare le coeve svolte di quella che all’epoca veniva assiomaticamente dichiarata la “rivoluzione fascista”.

 

Per l’Ercole ([2]), ad esempio, è da parlare di due “tempi della rivoluzione fascista”: A) dalla “marcia su Roma”  al discorso del 3 gennaio 1925; B) da predetto “discorso” alla legge 5 febbraio 1934 sulle “corporazioni”. Vi era stata prima “la vigilia della Rivoluzione Fascista - dalla fondazione del primo Fascio di Combattimento alla Marcia su Roma: 23 marzo-28 ottobre 1922. 

 

Ma nella stessa pubblicista fascista del tempo si indulgeva, talora, ad un succedersi di due “ondate” prima della marcia su Roma  e dopo la “sosta d’autunno” imposta a seguito del delitto Matteotti. Il ricorso ad “una seconda ondata” era stato a dire il vero minacciato dallo stesso Mussolini e Farinacci pensava  nel dicenbre del 1924 che era giunto il momento di darvi esecuzione. Non avvenne o non ce ne fu bisogno, almeno nella valutazione fascista del tempo. Il riferimento era ad una seconda ondata “insurrezionale”, ‘violenta’,  che non è da escludere poteva scoppiare se il re avesse “dimesso” Mussolino  a conclusione della crisi aventiniana. Per l’Ercole (op. cit. pag. 232)  «la reiterata minaccia della cosiddetta seconda ondata» sarebbe stata fatta «non tanto dal Duce, quanto da qualcuno dei gerarchi del Partito, specialmente da Farinacci». Nella valutazione Mussoliniana quella seconda ondata sarebbe stata di ridotti effetti, avrebbe colpito soltanto «bersagli fuggenti ed effimeri» ([3]). Tale suprema stroncatura espluse dalla cultura fascista questa classificazione periodizzante, la quale invero tornò in auge presso certa letteratura antifascista del dopo guerra. ([4])

 

In campo cattolico, Gabriele De Rosa ([5])  adotta la data del 3 gennaio 1925 per una svolta di rilievo nella evoluzione del partito fascista: le successive date caratterizzanti sono, per l’insigne storico, il 21-22 aprile 1927 (carta del lavoro); il 1932 (saggio sulla «dottrina del fascismo» elaborato da Mussolini per l’Enciclopedia Italiana); 17 settembre 1943 (appello di Mussolini agli italiani da Monaco di Baviera).

 

Quanto allo storico moderno, per tanti aspetti acuto crtitico di tanti luoghi comuni sul fascismo, Renzo De Felice, il discorso del 3 gennaio 1925 «non costituì per il regime liberale italiano una rottura vera e propria; il regime fascista sarebbe nato sul piano costituzionale solo tra il dicembre 1925 ed  il gennaio 1926 e si sarebbe perfezionato alla fine del 1926». ([6])

 

In campo marxista, imperando per assioma ideologico l’antifascismo è arduo cogliere un obiettivo inquadramento di questa tutto sommato è una pagina ultraventennale della storia d’Italia. Per Ragionieri (cfr. Op. Cit.) trattasi del “fascio della borghesia” giunto al potere il 28 ottobre 1922 (op. cit. pag. 2120) e cacciatone l’8 settembre 1943 (pag. 2357), sia pure con qualche tragico epigono. Una disamina, la sua, di 237 fitte pagine per dar ragione a Palmiro Togliatti che nelle sue Lezioni sul fascismo del 1935 lo aveva definito “regime reazionario di massa”. Nessuna mutazione culturale né evoluzione politica né conversione sociale avrebbero contraddistinto il fascismo.  Solo «un muoversi a tentoni .. nella persistente fedeltà all’obiettivo di fondo.» Intorno alla svolta del 1924-26 - cesura periodicizzante di risalto ai fini della nostra ricerca - Ragionieri è persino, insolitamente, sferzante. «Si può dire - scrive a pag. 2147 - che lo sbocco dittatoriale era nella logica delle cose, nella logica cioè di una ristrutturazione autoritaria della società italiana messa in opera dai centri decisivi del potere economico, finanziario e politico». ([7])

 

Quanto alla storiografia siciliana sul fascismo regionale, le periodizzazioni del Renda sono molto articolate. A proposito della storia siciliana scrive: «il diciottennio 1925-1943, oltre che storia di un regime, fu anche storia della società che quel regime si era scelto o forse aveva subito. [...] Nell’ambito del diciottennio, per un’analisi più puntuale e precisa, appare utile distinguere quattro fasi, ciascuna comprendente gli anni 1925-29, 1929-36, 1936-39, 1939-43.» ([8]) Il 1929 viene preso come anno di demarcazione vuoi per il  rinnovo del parlamento (piuttosto punitivo nei confronti dei siciliani), vuoi per il concordato, punto di agglutamento intorno al fascismo di consensi episcopali della chiesa siciliana. L’anno 1936 viene ritenuto quello in cui «il fascismo era apparentemente al suo massimo fulgore» (pag. 378). Il 2 gennaio 1940 viene varata la legge contro il latifondo «accompagnata da gran clamore propagandistico [non senza] scoperte intenzioni di demagogia sociale] (pag. 401). 

 

Il Lupo, ([9]) un affermato esponente della scuola storica catanese, vuole la vicenda del fascismo siciliano come “utopia totalitaria”. Teorizza un’iniziale «(breve) trionfo della borghesia» coagulantesi attorno, ma non solo, a Gabriele Carnazza, l’industriale catanese divenuto ministro dei Lavori pubblici nel primo governo Mussolini. Sottolinea che «con la traumatica liquidazione di Cucco, Carnazza e Crisafulli-Mondio, tra il 1927 e il 1929, il regime entra nella sua fase matura. [ ...] Il regime totalitario a lungo vagheggiato si definiva come uno Stato amministrativo che inglobava le istanze del partito, in periferia ancor più che al centro, all’interno di un meccanismo integrato e verticale dove le autonomie  e i conflitti del politico venivano considerati quali inammissibili residui del passato, delegittimati come beghismi, personalismi, espressione di interessi incoffessabili» (v. pag. 429). Un “totalitarismo”, dunque che a partire dal 1927-1929 viene messo “alla prova” fino al 1939, quando esplode «l’ultima impennata del radicalismo fascista», «popolare la campagna» con «un esperimento di ‘ingegneria sociale», cioè a dire «assalto al latifondo».

 

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Il segmento temporale (1926-1931) che a noi interessa per la nostra ricerca di microstoria comunale esula, ad evidenza, dalle precedenti cesure periodizzanti. Non è però in frizione; anzi, sotto vari aspetti, vi si inquadra piuttosto significativamente, soprattuto sotto l’aspetto dell’aggancio alla dinamica storica nazionale che delitto Matteotti (10 giugno 1924), «aventino», “sosta estiva-autunnale”, discorso del 3 gennaio 1925 e tutta la legislazione istauratrice dello Stato fascista del 1925 scandiscono in termini di salto qualitativo e di cambiamento per tanti versi irreversibile. Si attaglia al 1926 il motto “incipit novus ordo” che poteva leggersi sotto una statua di Mussolini sita nell’androne del palazzo comunale di Racalmuto. Il 1926 è, invero, l’anno della radiazione dal parlamento degli «aventiniani»; dell’ulteriore dilatazione dei poteri del governo  a scapito del parlamento (legge 31 gennaio 1926 sulle «attribuzioni e prerogative del capo del governo primo ministro segretario di Stato»);  del varo della legge del 3 aprile 1926 e del regolamento del 1° luglio 1926 che vietarono lo sciopero e la serrata, istituirono la magistratura del lavoro ed elevarono ed elevarono i sindacati dei datori di lavoro  e dei lavoratori ad organi indiretti  della pubblica amministrazione, di quella riforma, cioè, che - ad usare il linguaggio del tempo “seppellisce lo Stato demoliberale, agnostico di fronte al fenomeno sindacale e crea lo Stato sindacale-corporativo” ([10]) L’anno 1926 è soprattutto l’anno del Regio decreto-legge 3 settembre 1926, n. 1919, «concernente l’estensione dell’ordinamento podestarile a tutti i comuni del Regno». Racalmuto, il paese dei notabili ottocenteschi in lotta fra loro per la conquista del Comune, il centro zolfataro con l’influente ‘lega’ che consentiva  ad un proprio capo-popolo uno scanno al Consiglio comunale, il luogo di ambigue affinità elettorali tra conventicole agrarie e clericali a sfondo vagamente mafioso, il fertile territtorio per clientelari votazioni ‘trasformistiche’ ma anche - bisogna dirlo - l’agone per affinamenti sociali, per prese di coscienza politica, per lotte di redenzione civica, quella Racalmuto, dunque,  finiva con un suggello legale da Gazzetta Ufficiale. Non si sarebbbe votato più (fino al 1946) neppure nei circoli, per le elezioni di cariche sociali. Solo un paio di “referendum” (solo sì oppure no) - e Racalmuto dirà sì al 100% - nel 1929  e nel 1934.

 

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Il 1931 viene assunto come dies ad quem scadendo il quinquennio della carica podestarile ai sensi dell’art. 2 della legge 4 febbraio 1926, n.° 237. Sul piano politico, va registrato che sino al 1931 vi era una certa discrezionalità quanto ad adesione dei ceti impiegatizi e dirigenti al P.N.F. Con una serie di dereti del 1932-33 stabilì l’obbligo dell’iscrizione al P.N.F. per chiunque volesse partecipare ai concorsi per impieghi pubblici  di qualsiasi genere o per impieghi nelle amministrazioni locali e in istituti parastatali. Anche per le libere professioni o per la magistratura l’iscrizione al partito divenne di fatto necessario. Nel 1931 scoppiò  - ma subito si esaurì - la nota controversia tra chiesa e fascismo sull’autonomia dell’Azione cattolica, che a Racalmuto aveva una sua significativa presenza. Il contrasto si concluse con piena soddisfazione del Vaticano.  Qualche storico (Ragionieri, op. cit. pag. 2223) reputa responsabile dell’incidente Giovanni Giuriati, nominato segretario del PNF l’8ottobre 1930.  Egli, in effetti, cercò di rintuzzare la crescente forza organizzativa e politica dell’Azione cattolica. Pare che abbia esagerato e da qui la sua breve permanenza alla segreteria del PNF. Nel dicembre del 1931 veniva sostituito con l’ancor oggi notorio Achille Starace. Con Starace la fisionomia del PNF cambia vistosamente. Gli effetti si registreranno anche nella lontana e periferica Racalmuto. Se prima, non si poteva essere antifascisti, ma essere ‘indifferenti al Regime’ - come recitavano le carte degli schedari della polizia - era in definitiva tollerato, ora occerreva anche un ‘consenso’ come dire, ope legis. Ciò vale a livello nazionale; ciò vale anche sul piano locale. Chiudere il segmento nel 1931 per la storia del fascismo racalmutese ha dunque una sua validità, anche sotto questo aspetto. Si pensi che il vecchio arciprete di Racalmuto amava negli anni ‘50 raffigurarsi come un  eroe per avere vissuto - ed a suo dire ‘combattuto’ - la persecuzione fascista contro l’Azione cattolica. ([11]).

Le cadenze temporali della microstoria racalmutese sono invero alquanto sfasate rispetto al corso politico nazionale di quel periodo.

Il 24 gennaio 1924 ([12]), con lo scioglimento del consiglio comunale eletto nel 1920, si chiude l’era dei sindaci del vecchio stato democratico. Subentra,  un periodo di transizione con un rapido succedersi di commissari straordinari (ben tre: Ernrico Sindico; avv. Salvatore Burruano e Salvatore Curatola). Nel 1926 inzia l’epoca fascista vera e propria, quanto all’ammonistrazione comunale),  che s’impersona nella figura del farmacista dott. Enrico Macaluso per un decennio.

Per un scandalo a carattere sessuale, il dott. Macaluso è costretto a dimettersi il 18 maggio 1936 ([13]). Gli succede un suo fedelissimo, il prof. Giuseppe Mattina fu Gaetano che dura, praticamente, fino all’inizio della guerra. I tempi del fascismo racalmutese sono in effetti cinque:

1°) la vigilia fascista che si chiude con l’estromissione governativa degli amministratori demo-liberali del 1924;

2°) il periodo di transizione che cessa, nel marzo del 1927, con la nomina a primo podestà del dott. Enrico Macaluso;

3°) il decennio del podestà Macaluso che si conclude nel 1936;

4°) la successione del prof. Mattina, che di fatto tiene la carica sino all’entrata in guerra nel 1940;

5°) il periodo della guerra sino al 17 luglio 1943, giorno dell’entrata a Racalmuto dell’esercito americano.([14])

 



[1]) Benedetto Croce, STORIA D’ITALIA dal 1871 al 1915, Bari 1977,  pag. VIII. Una “parentesi”, comunque che bisognerebbe far partire appunto dal 1928; prima il Croce era stato tutt’altro che pregiudizialmente “antifascista”.  Al tempo dell’ «Aventino» il filosofo napoletano affermava che «non si poteva aspettare e neppure desiderare» un’improvvisa caduta del fascismo, sul quale formulava il seguente giudizio:  «esso non è stato un infatuamento o un giochetto. Ha risposto a seri bisogni ed ha fatto molto di buono, come ogni animo equo riconosce. Si avanzò col consenso e tra gli applausi della nazione. Sicché, per una parte, c’è, ora, nello spirito pubblico il desiderio di non lasciare disperdere i benefici del fascismo, e din non tornare alla fiacchezza e all’inconcludenza che lo avevano preceduto; e dall’altra parte, c’è il sentimento che gl’interessi creati dal fascismo, anche quelli non lodevoli e non benefici, sono pur una realtà di fatto, e non si può dissiparla soffiandovi sopra. Bisogna, dunque, dare tempo allo svolgersi del processo di trasformazione  [cit. Da Antonio Spinosa - Vittorio Emanuele III, l’astuzia di un re - Milano 1990, pagg. 264-265]. Risale al  maggio 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascisti, attribuibile al Croce,  in risposta al gentiliano Manifesto degli intellettuali fascisti. [Vds. Storia d’Italia - Torino 1976 - volume quarto - dall’Unità ad oggi - pag. 2174].
[2]) Francesco Ercole - La Rivoluzione Fascista - Ciuni Editore Palermo 1936. Per la “vigilia” della “rivoluzione fascista”  cfr.  pagg. 77-154; per il “primo tempo” pagg. 155-274; per il “secondo tempo” pagg. 278- 447.  Dopo il 1934, avremmo lo stato fascista corporativo.  L’Ercole adotta la terminologia dei “due tempi della rivoluzione” nel ligio rispetto del frasario mussoliniano. Mussolini, infatti, in Gerarchia del 1925, p. 120-121 aveva intitolato un suo intervento “Il primo tempo della Rivoluzione” e nella stessa rivista (pag. 44) distingue tra primo e Secondo tempo. Francesco Ercole, professore di storia moderna all’Università di Palermo, fu un ex nazionalista passato nel fascismo sin dalla prima ora di quella nota confluenza. Siciliano di adozione, fu deputato anche nelle speciali elezioni del 1929 e del 1934. Ministro della Educazione nazionale per un breve periodo, tra il 1932 ed il 1934, è una figura d’intellettuale apprezzata anche dalla storiografia di “sinistra” meridionalista. Dice, ad esempio, Francesco Renda (Storia della Sicilia dal 1860 al 1970 - vol. II - Palermo 1990, pag. 362) che il fascismo, con  con l’adesione dei “nazionalisti siciliani” tra i quali l’Ercole,  «si arricchì delle prime personalità politiche e culturali di rilievo, che gli diedero dignità e prestigio di forza di governo pure nella dimensione regionale
[3]) Benito Mussolini - Il 1924 - vol. IV Milano HOEPLI 1934-5, pag  236.
[4]) vedasi ad esempio Ernesto Ragionieri nella cit. Storia d’Italia, pag. 2145.
[5]) Gabriele De Rosa - i partiti politici in Italia - Bergamo 1972. Stralciamo da pag. 280: «Con il discorso del 3 gennaio 1925 Mussolini riprese in mano la situazione politica, neutralizzò ogni possibile e lontana intesa della Corona con l’opposizione aventiniana, dette un giro di vite nella politica interna aggravando i controlli polizieschi sulle opposizioni e sugli stessi fascisti intransigenti, ma impedì ancora una volta, come ormai aveva fatto dalla «marcia su Roma» in poi, che nascesse una seconda ondata sovversiva del fascismo. Con il discorso del 3 gennaio 1925, in altri termini, Mussolini non liberò le mani ai fascisti intransigenti, non li gettò contro gli istituti dello Stato liberale, ma li contenne nell’ambito della collaudata prassi della politica controrivoluzionaria da lui perseguita sin dall’epoca dei «blocchi nazionali», cioè sin dalla partecipazione alle elezioni politiche del 1921 nelle liste liberali. I fascisti intransigenti  si accorsero, impotenti, del guoco di Mussolini, che arrecava un grave colpo anche al ‘fascismo rivoluzionario, legandogli le mani con dei provvedimenti soltanto in apparenza rivolti contro gli aventiniani, e in sostanza rivolti contro le minoranze fasciste decise a tutto’
[6]) Renzo De Felice - Mussolini il fascista, Einaudi, Torino, 1966, p. 729.
[7]) Precedono il passo questi illuminanti passaggi: «La scelta della dittatura aperta era rispondente ad un disegno precostituito, accarezzato da Mussolini fin dal suo avveno al potere, o non fu piuttosto, come talune testimonianze asserirono  e alcuni storici ribadirono in seguito, un evento incidentale, imposto dalle circostanze seguite al delitto Matteotti? Si è scritto che il delitto Matteotti fu gettato tra i piedi di Mussolini [opinione  avanzata  C. Silvestri,   Matteotti, Mussolini e il dramma italiano, Roma 1947, ripresa da R. De Felice, Mussolini il fascista vol. I cit.  e confutata da  L. Valiani, la storia del fascismo nella problematica della storia contemporanea e nella biografia di Mussolini, in ‘Rivista storica italiana’, LXXIX, 1967, pp. 474-79], che esso costituì un intralcio sulla via della normalizzazione e della costituzionalizzazione del fascismo, giungendo a suggerire che la responsabilità prima del 3 gennaio sarebbe attribuibile all’atteggiamento intransigente degli aventiniani che non lasciarono a Mussolini alcuna via d’uscita se quella del colpo di forza.
Affermazioni simili sono, in verità, risibili: tutta l’evoluzione delle vicende successive all’ottobre 1922 ha mostrato sia la sterilità e la strumentalità dei propositi di normalizzazione del fascismo, sia l’introduzione da parte del fascismo nel tessuto istituzionale e sul piano della prassi di governo di elementi che segnavano già una sensibile trasformazione dell’ordinamento costituzionale in senso autoritario. Se non può parlarsi di un disegno coerente ed organico, ché il fascismo mostrò spesso di muoversi a tentoni e con ampi margini di manovra, pu nella persistente fedeltà all’obiettivo  di fondo che Mussolini espresse sinteticamente nel motto ‘durare’, si può dire che lo sbocco dittatoriale era nella logica delle cose ..
[8]) Francesco Renda, op. cit.,  pag. 374.
[9]) Salvatore Lupo - L’utopia totalitaria del fascismo (1918-1942) in  Storia d’Italia - Le regioni - dall’Unità a oggi -  La Sicilia - Einaudi  1987 - pagg. 380- 482.
[10]) Franco Catalano - L’Italia dalla dittatura alla democrazia 1919-1949, Feltrinelli 1970 - vol. I pag. 117.
[11]) In nostre ricerche all’Archivio Centrale di Stato abbiamo, sì, trovato fascicoli su tale atteggiamento del fascismo riguardo ad alcune località dell’agrigentino, ma non investivano in alcun modo Racalmuto.
[12]) R.D. 24 gennaio 1924 pubblicato nella G.U. del Regno d’Italia n. 73 del 26 marzo 1924.
[13]) Archivio Centrale dello Stato - Ministero Interni - Affari generali - Podestà e rettorati provinciali - busta 51.
[14]) Eugenio Napoleone Messana - Racalmuto nella storia della Sicilia - Canicattì 1969 - pag. 401.

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