venerdì 11 ottobre 2013

L'avevo previsto, l'avevo scritto e purtroppo la realtà si sta dimostrando più cruda di ogni immaginazione per Alfredo Sole. Mi inviò una lettera straziante mentre mi trovavo in Sicilia. Me la mandò a Roma dove manco da mesi. Quella lettera giaceva nella cassetta della posta. Finalmente l'altro giorno mia moglie poté leggermela. Mi si è straziato il cuore ed ho inveito e inveirò contro Camilleri, Adragna, Tanu Savatteri, MalgradoTutto che hanno finito con il mettere Alfredo sulla graticola, ed ora come se nulla fosse capitato pensano ai cavoli loro e il computer di Alfredo Sole l'hanno messo nel dimenticatoio della loro coscienza tranquilla. Appena la prossima settimana giungo a Roma pubblico quella lettera. I signori che ho citato prima non potranno mica dire che è tutta una mia vendicativa pantomima.

L'avevo previsto, l'avevo scritto e purtroppo la realtà si sta dimostrando più cruda di ogni immaginazione per Alfredo Sole. Mi inviò una lettera straziante mentre mi trovavo in Sicilia. Me la mandò a Roma dove manco da mesi. Quella lettera giaceva nella cassetta della posta. Finalmente l'altro giorno mia moglie poté leggermela. Mi si è straziato il cuore ed ho inveito e inveirò contro Camilleri, Adragna, Tanu Savatteri, MalgradoTutto che hanno finito con il mettere Alfredo sulla graticola, ed ora come se nulla fosse capitato pensano ai cavoli loro e il computer di Alfredo Sole l'hanno messo nel dimenticatoio della loro coscienza tranquilla. Appena la prossima settimana giungo a Roma pubblico quella lettera. I signori che ho citato prima non potranno mica dire che è tutta una mia vendicativa pantomima.

sabato 2 febbraio 2013


Tanto rumore per nulla -- e speriamo che Sole non abbia un secondo più duro 4 bis


Trascrivo con la massima fedeltà la botta e risposta con Alfredo Sole, quali possono leggersi in INFORMACARCERE Alfredo Sole. Mi domando valeva la pena fare quel gran chiasso pubblicitario? Ci si è resi conto che a nulla si approdava? Ma si danneggiava Alfredo Sole. In quella salà si farà la fila e credo che presto il computer si guasterà. Alfredo intanto subirà l’astio dei SUPERIORI e la tesi se la dovrà scrivere a mano. Avevo dunque ragione? Spero solo che tante anime candide non si facciano ingannare ulteriormente dal benefattore peloso e mi risparmino almeno la rabbia di vederlo votato voto politico o applaudito a teatro

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Di Calogero Taverna (da RACALMUTO)La lettera

A parte quello che ci possiamo dire in separata sede e riservatamente (per quello che è possibile) quello che mi fa piacere è che sinora tutto quello che ho mandato è arrivato, dai dolci al maglione ai libri. Ti prego quindi quando ti serve qualcosa fammelo sapere, io non riesco ad indovinare. Mi piacerebbe solo sapere se il computer te l'hanno dato. Se sì sono felice come una pasqua e faccio ammenda delle mie rabbie (senili). Quel signore di Milano non so perché con me non si è fatto più sentire. Non è che ci faccio una malattia. Ma tant'è. Credo che siccomde in questo momento sto facendo un gran bordello contro un libro di Geronzi, tutti quelli che gravitano attorno a banche e assicurazioni mi tengono lontano come la peste. E sapessi quanto ci guazzo in queste stupide quarantene.
Quanto al tuo avvocato mi pare che ci siamo intesi: non trovo il suo telefono per chiamarla. Penso comunque che se Tanu ti è grato, qualcosa lui può fare viisto che di fatto è un milanese.
Ti abbraccio paternamente Calogero Taverna

La risposta

Carissimo Calogero,
ancora nessuna notizia per il computer, anche se da qualche giorno gira la voce che tra non molto allestiranno una saletta come sala hobby tra cui, dicono metteranno anche i computer. Ma non faccio mai affidamento alle voci di corridoio.
Sì, quell'editore di Milano non si è fatto più sentire. Penso che non abbia piacere comunicare con me come hai detto tu; non ce ne facciamo mica una malattia.
A quanto ho capito sei in “quarantena” a causa del tuo bardellare contro un libro di Geronzi (non so manco chi è). e a quanto ho capito, tu ti ci diverti pure...
Ti è arrivata l'altra mia lettera?
Ciao un abbraccio
Alfredo

Alfredo Sole
[Vedi le lettere]

Tanto per scandalizzare a più non posso trascrivo uno stralcio dal mio imbarazzantissimo romanzo: La Donna del Mossad - apologo sul caso Sindona. cap. II

Tanto per scandalizzare a più non posso trascrivo uno stralcio dal mio imbarazzantissimo romanzo: La Donna del Mossad - apologo sul caso Sindona. cap. II

Proprio in quel momento, il collega ispettore eccitatissimo aveva portato la mano di lei sul suo sesso gonfio sotto la patta. Il dottor Ba’alzebub si alzò di scatto e andò a mollargli un gran ceffone sulla guancia. Lo schiaffeggiato, confuso, smarrito ed anche indolenzito, farfugliò:
-        mi scusi dottore .. io non volevo ..


-        non volevo un corno. Non permetto a chicchesia che si manchi di rispetto a mia moglie.


Cornelio, allora, fece segno di alzarsi per andarsene.


-        ma dove cazzo va? Stia lì. Ogni cosa a suo tempo, ogni cosa a suo tempo.


Cornelio ubbidì, mansueto e basito.


-        Eppure sono figlio della mogile di Lot. – riprese il dottor Ba’alzebub col tono di prima, stralunato ma serafico. – Sì. Ha capito bene ….Quella della Genesi … Duo angeli advenientes in domum Lot … Surge , tolle uxorem tuam. Ed era bellissima la moglie di Lot … matura ma splendida nei suoi trentacinque anni …. Anche Ofelia ha trentacinque anni … Bruttissimo, lui … vecchio, cadente e cornutazzo … Seconda, terza, quarta moglie … non so. Brutalizzata appena quindicenne partorì la prima delle figlie … poi la seconda … poi il sesso bandito … lui impotente, non capace più di erezione alcuna. I due angeli l’abbagliarono. Erano angeli ma non serafini, anzi rigonfi di maschi attributi … Si insinuò tra loro nella notte successiva all’accecamento repressivo … et eos qui foris erant, percuserunt caecitate a minimo usque ad maximum, ita ut in ostium invenire non possent ... Ebbe eccitazione forte la moglie di Lot mirando le depravate voglie dei sodomiti … ebbe appagamento memorabile tra i due angelici maschi … davanti e dietro … e poi dietro e davanti, scambiandosi gli angeli le fenditure del piacere della moglie di Lot. Da chi fui generato, se dal seme del primo o da quello del secondo, non so. Non mi è stato rivelato quella notte sul Tabor … Non ero ancora sposato. Sopra la collina di Yizre’el, la notte d’agosto, quando stelle a frotte solcavano il cielo sopra le rovine avvolte di vegetazione, nella parte della cima ellittica, spentosi lo scenario dello splendido panorama dei monti di Nazareth, resistente ancora ad ovest dopo ore dal calar del sole, nudo, crocifisso sulla nuda terra, il mio sesso ebbe ad innalzarsi sino a vette mai raggiunte prima. Mi apparve l’angelo, sì l’angelo mio padre … e tutto mi disse, tutto mi svelò … Non credete, scettici … Non credete! …Ma io so la verità. Ego sum veritas… Dopo, per non procreare più altri mirabili angeli, avendo in me ormai l’irrefutabile verità, il mio sesso scomparve … si prosciugò … neppure i testicoli resistettero … solo una enfiatura per la minzione … e sotto un prurito, simile forse al desiderio, inappagabile.


S’immalinconì il dottor Ba’alzebub. Sospeso nei suoi pensieri o ricordi, entrò come in trance. Ofelia, impassibile. Quindi il sussulto, il ritorno all’empio recitare … Una sigaretta accesa … d’odore strano … un’altra passata ad Ofelia.


-        a lei no, vero? Lei non fuma marijuana.


Lio, in effetti, all’epoca ne sconosceva persino l’esistenza. Il tempo dello “spinello” era ancora di là da venire.


Anche Ofelia sembrò rianimarsi. Brividi quasi impercettibili, specie là vicino.  Lui si alzò.


-        ed ora all’opera. Vada in bagno, si mondi, si unguenti … e poi nudo in camera da letto. Ecco che gliela mostro.


Il dottor Ba’alzebub acquisì come d’incanto toni imperiosi cui non si poteva sottrarsi. Lio ubbidì remissivo e fu remissivo anche dopo per tutta la serata, per quasi un paio d’ore. Veniva addirittura plagiato da un eunuco.


 


*   *   *


 


 


Nel dondolarsi sopra lo sferragliamento del treno da Torino a Cuneo, solo in uno scomparto di seconda, per risparmiare, nel succedersi di lampi di luce e di profondità buie, in penombra, quella fioca delle luci della notte, Lio rimembrava, il sonnecchiare era lancinante  per i rimorsi: crudi, spietati, come vampe infernali dell’anima. Si era prostituito. Era divenuto il transfert di Belzebù senza ritegni, privo di ogni umana dignità, cui aveva abdicato miserevolmente, persino sconciamente. Belzebù seduto … assiso sul trespolo .. su una inconsueta poltrona adagiata su un alto podio in ferro battuto .. per vedere meglio .. godere meglio … dirigere imperioso … regolare luci, musica … amore .... sesso …


-        questo è il sublime Johannes Brahms, il concerto n. 2 per piano …. Ricominci …. Parti dall’avvio, un invito con un titillamento … sì sul suo clitoride … una toccata del piano … una risposta orchestrale della mano … sì, bravo … martelli … ma piano … come i passaggi del piano forte. Lei è il pianoforte …. maschio …. virile … ma dia fiato alle trombe … ella è casta … ella è pura … va svegliata … coi trilli delle trombe … ed ora in concerto … mani bocca ansimi sesso stringimenti ma cautamente. Ofelia non l’ama - Ama me, desidera me, ma io sto qua lontano, impotente eppure presente, prendo a prestito il suo coso, enorme, bestiale, disumano, voglioso, sovrabbondante …. Si è spento? Già come una pausa sinfonica, cioè un lieve sussurro, in cicalare tra piano ed orchestra. Il desiderio si appanna. Si lasci andare, si lasci andare. Il piano si anima … Vibri colpi col pene sulle sue grandi labbra … Il glande non entra … aspetti, aspetti perdio, non vede che è ancora asciutta, inaccogliente. Ma lei è quasi all’eiaculazione … si fermi e parti … entri .. entri.


Ofelia gridò di dolore, la sua apertura era ancora stretta per l’enorme priapo.  Il piano dialogava, l’orchestra rispondeva. Sembrò corrispondere, ma si smarrì … il piano riprese voluttuoso … sinuoso …. Parve ritrarsi … labile … nel rutilare di note flebili … ma si andava dai bassi agli acuti, avanti e indietro, senza foga … bussava … picchiava … non veniva aperto … eppure paziente … non desisteva. Le anche si alzavano, si abbassavano, si alzavano. Ancora niente. Interrogativi del piano, pausa, silente l’orchestra … un singulto … una risposta più estesa …. dolce ora il piano … Finalmente il grido liberatore. I due o tre gemiti dell’orgasmo … non sincronico … ma di entrambi.


Belzebù aveva cercato affannosamente il piacere … strofinando frenetico il bozzo fra gli inguini … ma nulla  … ma nulla.


-        l’angelo mio padre non permette … non consente.


 


 


 A quello sconcio squarcio  della memoria, Lio sprofondò nella vergogna, nelle frustrazioni della sadica curiosità dei terapeuti analisti. Castrazioni, invidia del pene, pulsioni sadico-anali, e via discorrendo, ma in forma d’umano annichilamento, come il disprezzarsi fino alla voglia di morte. Antiche vergogne e freschi ricordi di un sesso senza amore, volgare, depravato, depravante.


Povero Lio! L’abbandono al suo intimo distruggersi. “Cupio dissolvi”, ma era acre soffrire. Leggo fra gli appunti rievocativi siti in files varie volte abrasi (e da me pervicacemente ripresi). Mi muove pietà. Quel giorno, di mattina, alla biblioteca centrale Lio aveva ripescato il vecchio testo del DIADECTICON. Ne riporto il titolo per come lo rintraccio nel suo computer:


 


MARCO ANTONIO ALAYMO - DIADECTICON - PALERMO 1636


(Dalla Biblioteca Nazionale - microfilm delle pagg.1-38 e 295 335)





DIADEKTIKN


DIADECTICON


SEU


DE SUCCENAREIS MEDICAMENTIS


OPOSCULUM


Nèdum Pharmacopulis necessarium, verum et Medicis,


Chimicisvè maximè utile, in quo nova,& admiranda Naturae Arcana reconduntur.


A U C T O R E


M A R C O  A N T O N I O


  A L A Y M O


 


Philosopho,& t Medico, Siculo, Racalmutensi, civeque Panormitano Ill. &t Prothomedici eiusdem Fel. Urbis Consultore, &t Deputationis Sanitatis Deput.


Indice locupletissimo tum capitum, tum rerum notabilium, tumquè Auctorum in opere Citatorum illustratum.


[Pertinet ad  Bibliotecam S, Francisci tran Tiberim]


 


------


PANORMI, Apud Alphonsum de Isola Impress. Curiae Archiep. M.DC.XXXVI. Superiorum Permissu.


 


--------------


 


L’immagine di Ofelia, femminea angelica attraente, era scomparsa. Se era stata la villica della radura francese dietro il Monte bianco, se era apparsa normanna, bionda ed esile, residuo grazioso di nozze nordiche non promiscue, ora appariva deforme, demoniaca, asessuata mezzana, peccatrice, infernale. E Lio si ripeté i versi del Veneziano che quello strambo di suo paesano, il medico Marco Antonio Alaimo, dimentico delle sue frequentazioni con il padre La Nuza, il santo gesuita nato da fedifraga copula, include maliziosamente nel suo medico trattato:


 


Per la quartana, ch'è sua malatia


Si cuverna di signi lu Liuni,


E per lu mal suttili, ed Ethicia


Cimici vivi s'agghiuttinu alcuni;


Lu mentri lu bisognu mi primia


Per longu spatiu di tridici Luni


Contra l'humuri miu gustai di tia


Cimicia in modi, e Signa alli fazzuni.


 


Lio, nel suo animo, ebbe talmente a vomitare di donne e di sesso con donne, che da quel dì  non si congiunse più con femmina alcuna, sino alla sua morte violenta. Non violentò più donne, … fu violentato da donna?


E qui rientro nei panni di improvvisato e letterario detective.


 


 


*   *   *


 


Non andava forte la dottoressa Evelina Adelaide Mangoni Mistretta, commissario capo della questura di Agrigento. Sulla Peugeot 306 rallentò ancora alla curva del bivio per Castrofilippo, mirò forse – non era superstiziosa – la villa in cima dei Bonadonna, paurosa per la diceria di “signureddi” ognor presenti. Rallentò ancor di più nell’inforcare la bretella per Racalmuto. Una motrice di un articolato stazionava ai bordi appena prima dell’inizio della rampa. Mi mise in moto, accelerò: sul cavalcavia speronò la peugeot che piroettò in area, si sfracellò di sotto, nell’area laterale del traliccio, ed infiammandosi s’incenerì. Questo, a dire di testi, quanto attendibili c’è proprio da dubitarne.


 - da lu Chiuppu vinni, a lu Chiuppu turnà, ripeteva beota Liddu Marino, pazzo più che stupido, personaggio emblema di Racalmuto. Fascistissimo in memoria del padre, odiava comunisti ed i simboli della “falce e martello”. Alle elezioni, staccava gli odiati manifesti. Quando, inaccessibili, gli furono sfacciatamente ostensi nel balcone dinanzi il sagrato di S. Giuseppe, trillò, chiese, inascoltato, rimozioni, si  impermalosì sino a rabbie che al limite potevano esplodere minacciose.


-        picchì? Picchì?, bofonchiava Franciscu, che da giovane, quando era sano di mente, comunista lo era stato.


-        Mi l’hannu a livari, mi l’hannu a livari….. entrambi non smisero però di sorseggiare le buatte di birra gelata.


Liddu Marinu non pisciava però sull’iperealistica statua bronzea di Sciascia, posta sul marciapiedi ‘di li galantuomini’. E ‘ddo’ Sciascia lo era stato, persino la carica di cassiere del ‘casino di li civili’ ebbe a rivestire, ma alla fine degli anni quaranta. Franciscu invece, con scandalo degli ‘adoratori perpetui’ dello scrittore, ci scialava proprio ad irrorare di biondo liquame, abbondantissimo per birra e vino trangugiato senza  limiti, il piede sinistro dell’immagine bronzea.


Liddu Marinu non era attendibile .. non poteva esserlo. Alle prese con fascine di legna, che poi fiero portava a “lu chianu castieddu” per la ‘vampa’ di S. Giuseppe, in cerca di asparagi selvatici ed anche di “bbabaluci” “muntuna” e “judischi”  - quando era il loro tempo – raramente varcava il recinto merlato dei pizzi del Serrone .. e “lu chiuppu” era di là. E poi come credere ad un alienato di mente? A Racalmuto, il suonare la corda pazza è abitudine diffusa …. Ma Liddu Marinu, che poi loquace non lo era neppure, tutte le sue corde aveva pazze.


“A lu chiuppu” c’era un tempo villa sontuosa e misteriosa, quasi all’ americana, di un boss narese… ma quello era fallito e gazebi aiuole aranceti androni panchine foresterie marcirono ed intristirono sino alla sterilità sino a dirupare sino a spallare. Se no, davvero si poteva pensare “al padrino” vindice di una poliziotta un po’ troppo ficcanaso nelle faccende postsindoniane, magari a rimorchio della vecchia ispezione che si attribuiva ad Aurelio La Matina Calello. E sulla morte di Aurelio La Matina Calello la dottoressa Evelina Adelaide Mangoni Mistretta alacremente inflessibilmente indagava. Sindona mafia ispezione bankitalia ed avvelenamento di Lio Calello erano per la poliziotta un cerchio unico in successioni causali. La chiamavano “la poliziotta” perché come tale accedette alla polizia. Il concorso a commissario, dopo, appena conseguita la laurea … in pedagogia. Era una virago, da poliziotta. Irruppe nel covo di Brusca ed alla Zingarella lo braccò con forza erculea. Faceva anche culturismo.


La presero carbonizzata. Ce ne volle prima di identificarla. E così le sue carte sono passate a me.
http://www.youtube.com/watch?v=y4YqWXmF9Dg
Ma un siffatto pezzo, giudicatelo come volete, va frainteso se non si tengono gli occhi aperti sulle mani del pianista della celeberrima sinfonia brahmsiana; si scadrebbe nel triviale, nella volgare trivialità che non mi appartiene.


 


giovedì 10 ottobre 2013

i vecchioni delle porte Scee

domenica 26 maggio 2013

I vecchioni delle porte Scee.

Q
Quei vecchioni delle porte Scee dell'Iliade, che la guerra l'han già fatta, ed ora saccenti e petulanti, se la godono come cicale sull'abero a perdersi in un parlre fiorito, mi paiono molto lo specchio del mio vaneggiare.
Laggiù sulla battigia del mare di Troia danai e troiani se le danno di santa ragione e si uccidono e scorre sangue vero. Per loro è uno spettaclo come stasera alla televisione Lazio e Roma si battono magari per rendere infelice il mio romanista Marchini che chissà domani che destino politico gli riserba il destino che aleggia su Roma.

E quel vcchio incorreggibile satiro, come qualche donna con doppia ventina e coccia vuole credere che io sia, atto quindi a non soddisfare la sua tritacarne che mi puzza di disusso prolungato, che sbrodola dinanzi all'afrore tanto erotico di una Elena già sazia del troiano e come nostalgica del veemente Meelao. Priapo che i beveroni dei moderni Priami non aveva vede nella nuora la donna e lascia il ritegno regale per un corteggiare da satiro ammosciato. Come si ripete la storia degli uomini, come i vecchi di ogni tempo adusi a prodighi coiti ora purtroppo dismessi, afflosciatosi il membro, amano rimembranze ardite. le lor coetanee rattrappite là dove dimorava Venere stanno cialiere con comari di pari vaneggio.

Intanto bevi rum al cioccolato con qualche zerbinotto che non mi è consentito sfruguliari. Bella mia, non so che farmene io delle crocerossine. Le mando all'istante a far 'n culo!

Un mese fa potevo anche scrivere così:
Calogero Taverna

Ad un "presuntuoso" come me riesce impossibile comprendere quando qualche schizzinosa ti toglie l'amicizia (fbeistica s'intendde). Non c'era motivo alcuno. Che tu eri stitica a mandarmi messaggi era per me un fatto acquisito. Ma lasciamo perdere. Tu essendo donna non puoi "incazzarti", io essendo maschio, sì. Mi hai delusa qua, mi hai delusa là; osi intrufolarti quando io civetto con i miei amici del cuore là. Et similia. Sia chiaro: sono sufficientemente intelligente per sapere che una QUARANTENNE(magari con qualche giorno in più) ha la sua "vita sessuale", così come ce l'ha un ottantenne (che però è abissalmente diversa). In queste congiunture, il colloquio erotico, sessuale non è possibile. Ma vivaddio vi sono  altre mille possibilità di dialogo, di affetto, persino di amore. Un uomo non deve offendere mai una donna; ma manco una donna deve prendersi beffe di un vecchio. I Il vecchio manda a ffa 'n culo, senza pensarci due volte.  E poi quando la smetti di affiancarmi ad altri? ai tuoi beniamini. Certo tieni al guinzaglio due vecchi, che gusto! Intanto bevi rum al cioccolato con qualche zerbinotto che non mi è consentito sfruguliari. Bella mia, non so che farmene io delle crocerossine. Le mando all'istante a far 'n culo!

Atto notarile relativo alla rendita della Cappella della Maddalena entro la Chiesa Madre di racalmuto, riveniente da don Santo d’Agrò, che si continuava a percepire nel Settecento e nell’Ottocento.



Atto notarile relativo alla rendita della Cappella della Maddalena entro la Chiesa Madre di racalmuto, riveniente da don Santo d’Agrò, che si continuava a percepire nel Settecento e nell’Ottocento.


Die decimo septimo octobris 4^ ind. millesimo sexcentesimo quinquagesimo 1650


Testamur quo d Franciscus De Gerardo quondam Caroli de terra Gruttarum modo hic Racalmuti se repertus mihi notario cognitus coram nobis ad istantiam et requisitionem Dn Francisci Sferrazza huius terre Racalmuti mihi notario cogniti sponte dixit  et declaravait, ac dicit et declarat, ac legitime recognovit et recocognoscit, se detinere et possidere unam viniam cum eius clausura, arboribus, torculari, domo terranea, et aliis in ea existentibus sitam et positam in Pheudo dictae  terre Gruttarum et in contrada vocata di Zupparello, seu di Fontana Pazza confinantem cum vinea Pauli Selvagio, entrata, et cum finaita dictae terrae Racalmuti, et aliis verioribus confinibus.


Eadem vinea ad emphiteusim concessa a Dn  Joseph Morreale quondam Thomae Catalano pro annuo censu unciarum quinque et granorum duodecim -/ 5.12 vigore contractus Emphiteusis celebrati in Actis Notarii Joseph Memmi de urbe Agrigentina 5 ind. 1582, et postea dicta vinea relaxata per dictum de Morreale Augustino Marchesatto de Gerardo cum honere dicti redditus vigore contractus relaxationis  in actis notarii Gregorii Giardina  die 14 Septembris 5 Ind. 1591.


Subiectam dictam vineam superius declaratam  et conphessam in unciis tribus et tarenis duodecim ponderis generalis annualibus, censualibus, et rendalibus de summa dictarum unciarum quinque et tarinorum duodecim annualium debitis et anno quolibet solvendis per dictum Dn. Franciscum de Gerardo dicto Dn. Francisco Sferrazza uti legatario quondam Dn. Sancti D'Agrò cessionarii et habentis jus et causam  a mag. Antonino De Gueli et consortibus uti heredibus quondam Mag.i Marci de Gueli, quales  cessionarii et habentes jus et causam a mag.o Vincentio Catalano cessionario, qualis  habebat jus et causam a mag.o Joseph et Vincentio Catalano fratribus uti filiis et heredibus quondam Thomae Catalano patris , vigore testamenti dicti quondam Dn. Sancti De Agrò, in quo habuit legatarium dictum de Sferrazza in actis mei notarii die etc. et vigore venditionis redditus praedicti favore dicti de Agrò in actis mei notarii die 15 Junii 5 Ind. 1634, et contractus obligationis dictarum unciarum trium et tarinorum duodedecim  redditus factum a dicto quondam Marco de Gueli  in atcis notarii Natalis Castrogiovanni die 19 Novembris 14 ind. 1615, et vigore assignationis dicti redditus assignati dicto quondam mag.o  Vincentio Catalano   et mag.o Joseph Catalano uti coheredibus in actis notarii Nicolai Monteleone die 26 octobris 5 ^ ind. 1607  ad mentem quorum actorum recognitoriorum factorum de dicta vinea dicto quondam mag. Marco de Gueli per Carolum de Gerardo in actis notarii Simonis de Arnone die 5 septembris 3 ind. 1619 et aliarum scrpturarum publicarum privatarum ad quas  etc.


Et hac ex causa dictus Franciscus de Gerardo interveniens  ad hoc tam nomine proprio uti detemptor et posessor paedictae vineae quam hereditario nomine supradicti quondam Caroli de Gerardo  olim eius patris, et omnibus expressis aliis nominibus sponte per se, et suos heredes promisit et promittit obligavit et obligat dare realiter, et cum effectu solvere dicto dn. Francisco Sferrazza stipulanti per se suosque heredes supradictus  uncias tres et tarenos dodecim annuales, cenusales, et rendales de illis unciis quinque et tarenis dodecim ponderis generalis debitis censualibus et rendalibus cum aliis unciis viginti septem  et tarenis quindecim ponderis generalis ex causa decursorum maturatorum hic Racalmuti in pecunia numerata una et in simul cum dictis -/ 3.12 annualibus  in ultimo mensis augusti cujuslibet anni in perpetuum incipiendo facere primam solutionem in ultimo Augusti proximae inditionis 1651 una cum decursis in pace.


 


Sub pactis emphiteucis debitis solitis, et consuetis a jure statutis et presertim dictam vineam superius emphiteuticatam beneficare illamque deteriorari non permittere, et solvere dictum jus census annualiter.


 


Item  quod non liceat dicto de Gerardo, et suis dictam vineam nec in totum nec in partem vendere et alienare, et presertim Ecclesiae, Fisco, Comiti, Baroni, aut alteri potenti et privilegiatae personae nisi personis licitis et a jure permissis.


 


Item quod si dictus de Gerardo contravenerit in solutionibus dicti census, aut controvenerit pactis emphiteucis incidat in commissum etc.


 


Ita quod .. Et predicta attendere ..


Sua omnia .


Testes den. Lucius Sferrazza Dn. Libertinus d'Agrò et mag. Antoninus Scheri


Ex actis notarii Michelangeli Morreale Racalmuti.


 


[Annnotazioni della quarta ed ultima facciata]


 



Atto ricognitorio



Fa Francesco de Gerardo a favore di d. Francesco Sferrazza Fidecommissario della Cappella di S. Maria Maddalena dentro la Chiesa Madre di Racalmuto.


 


[Annotazione recente attribuibile all'arc. Tirone]


 


Apoca estratta dagli atti di Notar Dr. Pietro Morreale da Grotte concepita in questi termini


A 6 Gennaro 1819


 


Il Sacerdote Dn. Paolo Tirone Cappellano della Cappella di S. Maria Maddalena confessa avere ricevuto da Notar Dn. Gaetano Cimino da Grotte onze due e tarì ventotto a complimento di onze tre, e tarì due, stante tarì quattro confessati dal Tirone per Apoca in notar dn. Giuseppe Vassallo come si asserisce - Sono per causa  di quell'onza una, e tarì sedici dal detto Cimino dovuti annualmente alla Venerabile Cappella di Santa Maria Maddelena sopra le sue terre in questo stato contrada Cancellieri vicino le terre di dn. Diego Zaffuto maritali nomine, terre degl'eredi di Pietro Avarello er altri confini.


 


Disponibile anche un altro documento; questo comprova che dell’eredità del sac. Agrò  un censo annuo di un’oncia andò alla Matrice, censo dovuto dalle sorelle Angelica ed Ursula d’Afflitto e loro eredi. Il censo viene scelto fra tanti disponibili - evidentemente perché il più affidabile - dall’arc. Traina, uti rector; molto esplicito il passo «quam unciam unam annualem  dictus Dn. Thomas dixit elegisse inter omnes summas et quantitates reddituum legatorum per dictum quondam Dn. Sanctum De Agrò dicto de Sferrazza, juxta formam testamenti dicti quondam Dn. Sancti ut supra calendati pro Servitio Fabricae dictae Matricis Ecclesiae cunctis futuris temporibus in perpetuum.»


L’atto è evidentemente transattivo: la portata delle disposizioni testamentarie dovevano essere molto più ampie. Intanto non può non cogliersi uno scostamento dal dispositivo testamentario in questa clausola:


«Ita quod in casu reluitionis redditus illius dictus Dn. Thomas, nec sui possint capere, sed de eo teneantur emere tot redditus de redditibus veteris ad rationem de decem pro centenario, et in defectu ad rationem de quinque pro centenario, qui redditus omni futuro tempore stent et stare debeant pro servitio dictae Fabricae, et sic toties quoties casus huiusmodi reluitionis eveniet, dicta emptio dicti redditus fieri debeat per dictum Dn. Thomam Archipresbiterum et per successores in dicta Matrici in perpetuum, et hoc de novo pacto et accordio sic inter eos, non obstante quod in supradicto testamento dictus quondam Dn. Sanctus de praemissis mentionem non fecisset, et quoniam ita sibi fieri placuit et placet, et non aliter, nec alio modo.»


In definitiva con quest’atto del 1641, l’arc. Traina concede ai due nipoti eredi di d. Santo d’Agrò l’uso della “carnalia” (dammusium pro carnalia costruenda longitudinis et latitudinis dictis haeredibus benvisum) sotto la Cappella della Maddalena, previa acquisizione di una soggiogazione di un’oncia annua. Escluderei che gli eredi si debbano sobbarcare ad altre spese per la costruzione della Cappella, anche se sembra ostare quest’ambiguo passo secondo cui «dicta Cappella [est] fabricanda, ordinanda, abellenda, tectum quodcumque faciendum». Ma prima non era stato detto che si procedeva a concedere « unam Cappellam existentem in dicta Matrici Ecclesia, nec non et locum sepolturae ante dictam Cappellam, quae est prima post Cappellam Annuntiationis Beatae Mariae Virginis, quae est in frontispitio Cappellae Cappellae Suffragii animarum SS.mi Purgatori.» Se non era ancora costruita che cosa si era fatto per allargare la chiesa dell’Annunziata in tanti anni? Siamo già nel 1641 ed a quanto pare l’antica “Ecclesiola” non va al di là dell’abside e delle cappelle di fondo delle navate laterali non si andava. Certo, non sappiamo com’era prima la chiesa e come sia stata trasformata, se era stata demolita del tutto o riadattata in parte.

mercoledì 9 ottobre 2013

Chi si appropria di Lorca sono proprio io e un po' la dice lunga sul mio ormai vetusto vezzo di insolentire donne in foia in pre e post stop definitivo dei loro fastidiosi cicli. Nessuno può accusarmi di linguaggio scurrile; spesso è solo vagamente allusivo, ma il contenuto osè lo è proprio oltre il limite della decenza, del riguardo alle cose di santa romana chiesa ai novelli papi cicciu dei poverelli argentini ed anche a monacali usi solitari.


Chi si appropria di Lorca sono proprio io e ciò un po' la dice lunga sul mio ormai vetusto vezzo di insolentire donne in foia in pre e post stop definitivo dei loro fastidiosi cicli. Nessuno può accusarmi di linguaggio scurrile; spesso è solo vagamente allusivo, ma il contenuto osè lo è proprio oltre il limite della decenza, del riguardo alle cose di santa romana chiesa ai novelli papi cicciu dei poverelli argentini ed anche a monacali usi solitari.


Mi chiedo: se alla Chiesa romana non gliene importava niente se un Bernini, avesse o non avesse un recondito arcano nobile mistero alla Sciascia, era esplicito nel deliziarsi delle solitarie delizie di monache romane o di sante spagnole, se, via!, Tiziano era ancora più libertino, se non so dove ma in quel periodo maniaci dipintori soddisfacevano il loro voyeurismo con certi loro immaginifici approcci lesbici, dicevamo, alla Chiesa nulla importava, bastava pagare lauti censi o elemosine redentrici, allora perché laiche bigotte mi aggrediscono credendomi indulgente alla blasfemica zozzeria sol perché ho diffuso quadri divini e commenti ironici come quelli che seguono?





·       Una soave affabile signora romana, affascinante più del sole che sorge nella mia natia Racalmuto da dietro il Castelluccio, quando è estate, sia pure indirettamente mi vuol disorientare dalle mie anguste, pedestri, ironiche visioni delle opere dell'arte propinandomi questo particolare berniniano.
 Credo che alle donne che non possono vedersi in certi loro declivi dei terminali singulti d'amore il Bernini può far loro pensare che abbiamo una santa, che digiuna, che gli affanni di un corpo giovane sono stati mortificati e libera dagli artigli della carne salgono sino ai cieli e vedono e dantescamente si immergono nelle paradisiache luminarie della suprema potestà divina. Estasi di santa, dunque, estasi di Santa Teresa d'Avila. Per i tanti incolti come me, propino qui sotto anch'io la cultura in pillole delle enciclopedie virtuali (ma poco virtuose)..
 Ma ad un maschio come me, aduso a considerar peccato le gioie del sesso sin dai suoi 12 anni e mezzo, ma un peccato di cui non ha mai potuto fare a meno e piano piano ha dismesso di pensare che godendo su questo pianeta può davvero finire all'inferno perché offenderebbe de sexto et de nono quel suo padre celeste che, via, è stato poi lui a mettergli quel piacevole fuoco nelle vene che dal gioco solitario piano piano ma sempre più piacevolmente e partecipativamente l'ha potuto infondere ad un'altra creatura del signore, molto pù bella ma meno irosa nelle gioie d'amore. E davvero quello sguardo, quella bocca languidamente socchiusa l'ha affascinato per essere anche lui il coautore dell'orgasmo femminile. E non se n'è più confessato come del resto non faceva neppure con i suoi primi e solitari atti impuri, anche se il prete confessore birichino voleva sapere, curiosava.
 Ma qui la santa è vestita, e le donne nei giacigli del peccato per arrivare lì dove in due ci si arriva con un insaziabile cimento erano ignude e a dir vero non del tutto monde (per parafrasare il D'Annunzio del Piacere). E allora chissà forse le sante sogliono godere sole e vestite. VERGINE SERAFICA. Vergine chi - per giunta con sangue ispano - ebbe "travagliato percorso", un po' arduo a convenirne; SERAFICA, a dilettar gli occhi su questo splendido viso "in estasi" , non si è molto disposti a credere. Ma questa è arte barocca e al barocco possiamo ascrivere ascetezze alla Borromini ma anche devianze alla Bernini, almeno a Roma, città davvero libera, anche se sede d papi, o appunto per questo
       4 maggio
·       Calogero Taverna


 Una soave affabile signora romana, affascinante più del sole che sorge nella mia natia Racalmuto da dietro il Castelluccio, quando è estate, sia pure indirettamente mi vuol disorientare dalle mie anguste, pedestri, ironiche visioni delle opere dell'arte propinandomi questo particolare berniniano.
 Credo che alle donne che non possono vedersi in certI loro declivi dei terminali singulti d'amore il Bernini può far loro pensare che abbiamo una santa, che digiuna, che gli affanni di un corpo giovane sono stati mortificati e libera dagli artigli della carne salgono sino ai cieli e vedono e dantescamente si immergono nelle paradisiache luminarie della suprema potestà divina. Estasi di santa, dunque, estasi di Santa Teresa d'Avila. Per i tanti incolti come me, propino qui sotto anch'io la cultura in pillole delle enciclopedie virtuali (ma poco virtuose)..
 Ma ad un maschio come me, aduso a considerar peccato le gioie del sesso sin dai suoi 12 anni e mezzo, ma un peccato di cui non ha mai potuto fare a meno e piano piano ha dismesso di pensare che godendo su questo pianeta può davvero finire all'inferno perché offenderebbe de sexto et de nono quel suo padre celeste che, via, è stato poi lui a mettergli quel piacevole fuoco nelle vene che dal gioco solitario piano piano ma sempre più piacevolmente e partecipativamente l'ha potuto infondere ad un'altra creatura del signore, molto pù bella ma meno irosa nelle gioie d'amore. E davvero quello sguardo, quella bocca languidamente socchiusa l'ha affascinato per essere anche lui il coautore dell'orgasmo femminile. E non se n'è più confessato come del resto non faceva neppure con i suoi primi e solitari atti impuri, anche se il prete confessore birichino voleva sapere, curiosava.
 Ma qui la santa è vestita, e le donne nei giacigli del peccato per arrivare lì dove in due ci si arriva con un insaziabile cimento erano ignude e a dir vero non del tutto monde (per parafrasare il D'Annunzio del Piacere). E allora chissà forse le sante sogliono godere sole e vestite. VERGINE SERAFICA. Vergine chi - per giunta con sangue ispano - ebbe "travagliato percorso", un po' arduo a convenirne; SERAFICA, a dilettar gli occhi su questo splendido viso "in estasi" , non si è molto disposti a credere. Ma questa è arte barocca e al barocco possiamo ascrivere ascetezze alla Borromini ma anche devianze alla Bernini, almeno a Roma, città davvero libera, anche se sede d papi, o appunto per questo.


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 E’ bastato che una certa ambasciatrice della cultura nel mondo mi insolentisse ed ecco cosa è scoppiato

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·       chi è? .. mi dispiace così tanto per lei..

·       Lunedì alle 21.59 · Mi piace

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·       ELetizia Prosperini · Tra gli amici di Di Terra Profumo

·       dal punto di vista religioso è un'immondizia

·       Lunedì alle 22.08 · Mi piace · 1

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·       Calogero Taverna ma dal punto di vista umano è una verità sacrosanta.
·       Martedì alle 2.13 · Mi piace

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·       Calogero Taverna religioso ci si vuol mettere il prosciutto sugli occhi, prego si accomodino, andranno di sicuro in paradiso: beati i poveri di spirito perché di loro è il regno dei cieli. Quanto alle femmine si sa lo spirito è l'alcool di cucina. Plaudino plaudino, ti conosco mascherina!

·       Martedì alle 2.16 · Mi piace

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·       ELetizia Prosperini · Tra gli amici di Di Terra Profumo

·       Lei mi ha preso per bigotta pensando che io sia come Lei quando io dicevo il contrario: sesso si fa in modo regolare e non così.

·       Martedì alle 4.11 · Mi piace

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·       ELetizia Prosperini · Tra gli amici di Di Terra Profumo

·       Hai capito Profumo, ha preso una donna come me per cattolicotta,spaghettotta e non sa neanche che vuol dire "poveri in spirito".

·       Martedì alle 5.13 · Mi piace

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·       Calogero Taverna Che io non sappia cosa significhi poveri di spirito è un gran bel paradosso, che io sappia anche come distorcono la lingua italiana i poveri di spirito purtroppo rientra nei mei non limitati orizzonti eruditi. Se lei è lei si introduce incautamente nella bacheca di chi a nulla crede e tutto irride. Inferno sicuro. Non pontifichi però sulle faccende di sesso il quale se è sesso comunque, dovunque, anche in convento; anche in un convento femminile ove se di certo oggi non è come ieri il Bernini aveva irriguardosi pensieri sull'autoerotismo (SESSO) delle donne più audace forse di quanto scrisse l'Aretino Pietro. Qui si va cultura Signora, alta cultura, se ha voglia di intromettersi - chiunque Ella sia - non dica fesserie.

·       Martedì alle 8.20 · Mi piace

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·       Calogero Taverna Francamente debbo ammettere che non ho capito il suo commento su Santa Teresa d'Avila e che cosa voleva dire per "immondizia". Aggiunga che un plsudente commento rendeva ancor più ambiguo quello che forse ambiguo non era. Adogni modo stia certa che non l'ho presa per "bigotta2; per dare un giudizio su qualcuno debbo conoscerlo. E lei per me è davvero del tuttoignota. Il mio giudizio vertva su un giudizio che mi sembrava e mi sembra non del tutto pertinente. Tutto qua.

·       Martedì alle 8.49 · Mi piace

·      

·       Di Terra Profumo La signora Eletizia l'hai fatta scappare...
Con lei sì che potevi parlare invece! Con lei potevi condividere la cultura.
 La signora, e' stata ambasciatrice della cultura italiana nel mondo..
Va be', tutto tranne che bigotta.. Vado a lavorare..

·       Martedì alle 8.57 tramite cellulare · Mi piace

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·       Calogero Taverna Non mi far fare battute, va!

·       Martedì alle 9.01 · Mi piace

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·       ELetizia Prosperini · Tra gli amici di Di Terra Profumo

·       "povero in spirito" è uno che pur essendo ricco è capace di vivere di poco.In quanto alle battute che voleva fare le immagino,tipico di un dato ambiente.L'amica Manuela voleva dire che sono stata addetto culturale e le Scritture le ho studiate all'Università Gregoriana.Ribadisco che una delle cose oscene del cristianesimo storico,sconfessate dall'ultimo concilio, fu il sostituire una regolare attività psicofisica con manie che sono contro natura e contro religione,Che poi il Bernini ne abbia fatto un'opera d'arte, è un'altra cosa.

·       Martedì alle 12.15 · Mi piace

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·       ELetizia Prosperini · Tra gli amici di Di Terra Profumo

·       ciao Manuela tesoro,io non scappo.

·       Martedì alle 12.16 · Mi piace

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·       Calogero Taverna Avevo chiesto "amicizia" alla signora Prosperini che ovviamente non me l'ha accordata. Per evitare che FB mi punisse per la terza volta con un moltiplicatore geometrico per il mio vizietto (dicono loro) di chiedere amicizia a chi non conosco (non è vero lo giuro) ho subito revocato la richiesta.

·       Martedì alle 14.31 · Mi piace

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·       Calogero Taverna Del resto mi pare che non perdo molto: sarà ambaciatore (al maschile) non so di che, ma se scade nella inesattezza linguistica, mi fa pensare: "poveri di spirito" significa "poveri di spirito", senza "tenace concetto" direbbe Sciascia. Io le scritture non l'ho studiate alla Gregoriana: non mi faccio infinocchiare da preti e cardinali sempre bramosi de sexto e  di mammona. Ma le farei alla signora una domandina semplice, semplice "un Jeovha. una specie di genialotto folle e fannullone di Palestina ha mai detto DACCI OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO? Va da sé che io quello là l'adoro perché anch'io amo suonare la mia corda pazza e magari dire date a Cesare quello che è di Cesare ma non mi rompete gli zebedei come qualche orso in vena di fantasia.

·       Martedì alle 14.37 · Mi piace

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·       Calogero Taverna Se disse quello che qualche evangelista dice che disse, tradotta la frase suona in latino: da nobis hodie panem TRANSUSTANTIALEM che è tutt'altra cosa signora bella. Gliel'hanno mai spiegato alla Gregoriana?

·       Martedì alle 14.38 · Mi piace

·      

·       Calogero Taverna Io scrivo così come mi viene e specie in dattilografia dacché non posso più godere delle graziose mani di dattilografe da Banca d'Italia , mi arrangio e non mi va di rileggermi perché ad 80 anni non ho più tempo da perdere.

·       Martedì alle 14.40 · Mi piace

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·       ELetizia Prosperini · Tra gli amici di Di Terra Profumo

·       inesatto linguisticamente è "poveri di spirito" che il personaggio non disse mai. Lui si chiamava Yeshua. Yhwh era sui padre.

·       Martedì alle 14.41 · Mi piace

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·       Calogero Taverna Ho visto proprio oggi la mostra di Tiziano: purtroppo non c'era la celebre masturbazione femminile. Che delusione: non ho potuto scandalizzare le donne che mi accompagnavano spiegando la bella triade: Tiziano, il Benini di Santa Teresa, e il Bernini della Ludovica Albertoni. In quel tempo i maschi, poveretti, erano davvero appassionati all'autorotismo delle femmine, ignude o sontuosamente intabarrate, sante, o monache o anche (mi si perdoni il termine, ma quando ci vuole ci vuole) celeberrime bagasce. Era un bel tempo, ne ho nostalgia. Certo che poi col Concilio di Trento e soprattutto con quel pruriginoso di Alfonso de' Liquori, un santo pornografo, ma in latino, tutto mi pare cambiò, anche se di questi ultimi tempi, un pizzico di resipiscenza comincia a serpeggiare.

·       Martedì alle 14.46 · Mi piace

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·       Calogero Taverna Per caso ha consultato l'anagrafe di Nazareth dell'anno 0?

·       Martedì alle 14.47 · Mi piace

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·       Calogero Taverna Diu nni scanza e llibbira quannu ci iè nna fimmina ca si cridi sapienti; acchiana 'n cattrida e sunnu ... nivuri. Possibilmente non sa che c'è anche una questione dei Settanta. Sarebbe? eccola (in stralcio). Ecco allora che Tolomeo II Filadelfo, dopo a...Altro

·       Martedì alle 16.31 · Mi piace

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·       ELetizia Prosperini · Tra gli amici di Di Terra Profumo

·       Manuela !

·       Martedì alle 16.43 · Mi piace

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·       Calogero Taverna Me ne stavo per i fatti miei a sollazzarmi sull'autoerotismo delle monache versione Bernini quando vengo "violentato" da un paio di donne ad ottant'anni fra quattro giorni. Non sono abituato a vedermi tagliare la strada (dell'erudizione in cui mi sent...Altro

·       Martedì alle 17.06 · Mi piace

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·       Calogero Taverna <per la signora Eletizia trascrivo questo passo di Tacito:Nero subdidit reos et quaesitissimis poenis affecit , quos per flagitia inisusos vulgus.

·       11 ore fa · Mi piace

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·       Calogero Taverna Christianos appellabat. auctor nominis eius Christus Tiberio imperitante per procuratorem Pontium Pilatum supplicio adfectus erat.

·       11 ore fa · Mi piace

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·       Calogero Taverna Pare che la storicità di Cristo stia tutta qui, ammesso che non si tratti di una interpolazione. Mi pare di ricordare che qualcosa c'è in Giuseppe Flavio. Puntualizzare è presumere.
P.S. Quando si è imbecilli si è anche stronzi: offendere ANONIMAMENTE l'autore di un pezzo di somma intelligenza e di somma cultura come questo è solo mania meschina di qualche evirato o sadica lesbica.
 

Lorcia Lorca: IL CAPRONE


Dove non arriva il mio puritanesimo!

IL CAPRONE

IL GREGGE DI CAPRE E' PASSATO

ACCANTO ALL'ACQUA DEL FIUME

NELLA SERA DI ZAFFIRI E ROSA,

CHE E' PIENA DI ROMANTICA PACE,

guardo

il gran caprone.

... Salve, muto demonio!

sei il più forte

degli animali

Eterno mistico

d'inferno

carnale ...

Quanto incanto

nella tua barba,

e nella fronte così spaziosa

o rude don Giovanni!

Che grande accento è nel tuo sguardo

mefistofelico

e passionale!

Vai per i campi

con il tuo gregge,

dove sei stato fatto eunuco,

tu che sei un vero sultano!

La tua sete di sesso

non si placa mai;

imparasti bene

dal padre Pan!

La capra ti segue lentamente

innamorata ed umile;

ma son insaziabili le tue passioni;

la vecchia Grecia

ti comprenderà.

Oh essere di profonde leggende sante

di deboli asceti e Satanassi

con mansuete fiere e profonde grotte,

alla cui ombra ti videro

soffiare la fiamma

del sesso.

Caproni cornuti

dalle brave barbe!

Nero concentrato di medioevo!

Voi siete nati con Filommeide

dalla pura schiuma di mare,

e le vostre bocche

l'adularono

sotto lo splendido ammasso di stelle.

Venite dai boschi pieni di rose

dove la luce è uragano;

venite dai prati di Anacreonte,

pieni di sangue dell'immortale.

Caproni!

siete metamorfosi

di vecchi satiri

ormai perduti.

Siete prodighi di lussuria vergine

come nessun altro animale.

Illuminati del mezzogiorno

Attenti,

ascoltate

là dal fondo delle campagne

il gallo che quando passate

vi dice: Salve!

Garcia Lorca






Chi si appropria di Lorca sono proprio io e un po' la dice lunga sul mio ormai vetusto vezzo di insolentire donne in foia in pre e post stop definitivo dei loro fastidiosi cicli. Nessuno può accusarmi di linguaggio scurrile; spesso è solo vagamente allusivo, ma il contenuto osè lo è proprio oltre il limite della decenza, del riguardo alle cose di santa romana chiesa ai novelli papi cicciu dei poverelli argentini ed anche a monacali usi solitari.

Mi chiedo: se alla Chiesa romana non gliene importava niente se un Bernini, avesse o non avesse un recondito arcano nobile mistero alla Sciascia, era esplicito nel deliziarsi delle solitarie delizie di monache romane o di sante spagnole, se, via!, Tiziano era ancora più libertino, se non so dove ma in quel periodo maniaci dipintori soddisfacevano il loro voyeurismo con certi loro immaginifici approcci lesbici, dicevamo, alla Chiesa nulla importava, bastava pagare lauti censi o elemosine redentrici, allora perché laiche bigotte mi aggrediscono credendomi indulgente alla blasfemica zozzeria sol perché ho diffuso quadri divini e commenti ironici come quelli che seguono?




·       Una soave affabile signora romana, affascinante più del sole che sorge nella mia natia Racalmuto da dietro il Castelluccio, quando è estate, sia pure indirettamente mi vuol disorientare dalle mie anguste, pedestri, ironiche visioni delle opere dell'arte propinandomi questo particolare berniniano.
 Credo che alle donne che non possono vedersi in certi loro declivi dei terminali singulti d'amore il Bernini può far loro pensare che abbiamo una santa, che digiuna, che gli affanni di un corpo giovane sono stati mortificati e libera dagli artigli della carne salgono sino ai cieli e vedono e dantescamente si immergono nelle paradisiache luminarie della suprema potestà divina. Estasi di santa, dunque, estasi di Santa Teresa d'Avila. Per i tanti incolti come me, propino qui sotto anch'io la cultura in pillole delle enciclopedie virtuali (ma poco virtuose)..
 Ma ad un maschio come me, aduso a considerar peccato le gioie del sesso sin dai suoi 12 anni e mezzo, ma un peccato di cui non ha mai potuto fare a meno e piano piano ha dismesso di pensare che godendo su questo pianeta può davvero finire all'inferno perché offenderebbe de sexto et de nono quel suo padre celeste che, via, è stato poi lui a mettergli quel piacevole fuoco nelle vene che dal gioco solitario piano piano ma sempre più piacevolmente e partecipativamente l'ha potuto infondere ad un'altra creatura del signore, molto pù bella ma meno irosa nelle gioie d'amore. E davvero quello sguardo, quella bocca languidamente socchiusa l'ha affascinato per essere anche lui il coautore dell'orgasmo femminile. E non se n'è più confessato come del resto non faceva neppure con i suoi primi e solitari atti impuri, anche se il prete confessore birichino voleva sapere, curiosava.
 Ma qui la santa è vestita, e le donne nei giacigli del peccato per arrivare lì dove in due ci si arriva con un insaziabile cimento erano ignude e a dir vero non del tutto monde (per parafrasare il D'Annunzio del Piacere). E allora chissà forse le sante sogliono godere sole e vestite. VERGINE SERAFICA. Vergine chi - per giunta con sangue ispano - ebbe "travagliato percorso", un po' arduo a convenirne; SERAFICA, a dilettar gli occhi su questo splendido viso "in estasi" , non si è molto disposti a credere. Ma questa è arte barocca e al barocco possiamo ascrivere ascetezze alla Borromini ma anche devianze alla Bernini, almeno a Roma, città davvero libera, anche se sede d papi, o appunto per questo
 

CONTRA HOSTES MEARUM DE CARETHESCA GENTE HISTORIARUM

mercoledì 6 marzo 2013


CONTRA HOSTES MEARUM DE CARETHESCA GENTE HISTORIARUM

Racalmuto alla fine del Trecento



L’ultimo quarto di secolo coinvolge la Sicilia in un groviglio di eventi più narrati che spiegati. Sono mutamenti genetici dell’intero tessuto sociale e politico siciliano: sono sconvolgimenti del periferico fluire della vita paesana racalmutese. Storia del paese e storia di Sicilia hano ora un tale contiguità da rasentare la coincidenza. Non è questa la sede per affrontare l’intero ordito storico siciliano di quel torno di tempo, ma un qualche aggancio si rende indispensabile.

Il 27 luglio 1377, a 36 anni, moriva Federico IV, quello della diplomatistica avignonese coinvolgente la tassazione papale di Racalmuto. Per gli storici, quella morte avveniva tra l’indifferenza del ceto nobile. «Come i supoi predecessori - Scrive il D’Alessandro - e certo molto più che Pietro II e Ludovico, aveva avuto coscienza della realtà che affliggeva il regno, degli ostacoli alla Corona; più di quei sovrani aveva desiderato riportare l’isola ad una normalità di vita ormai tanto lontana dalla passata storia. Il suo proponimento, dopo tanti anni di regno, restava solo una aspirazione. Nel suo testamento, dopo la parte dedicata alla successione, egli disponenva anche una revoca di tutte le concessioni sul patrimonio demaniale sin’allora erogate e confermate: un "impeto di giusto dispetto" come poi fu detto, ma che poco prima di morire annullava con un codicillo.»

Il regno passa alla figlia Maria - troppo giovane e troppo inesperta per essere regina sul serio - ma solo pro forma visto che è Artale I Alagona a succedere nella gestione del potere regio come Vicario. Ciò è per volontà testamentaria del defunto re. L’Alagona non si reputa sicuro e chiede subito l’appoggio, in un convegno a Caltanissetta, degli altri maggiori baroni Manfredi III Chiaramonte, Francesco II Ventimiglia e Guglielmo Peralta.

La vita riprendeva apparentemente normale, ma trattavasi di fittizia regolarità. In effetti si aveva una equiparazione dei poteri fra costoro e cioè fra i cosiddetti quattro Vicari: il governo del regno isolano era in mano loro. Per Racalmuto non cambiava alcunché dato che da tempo era assoggettato a Manfredi Chiaramonte. Pensare ad una qualche influenza dei Del Carretto, oltreché storicamente non documentabile, sembra esulare da ogni logica: tutto lascia intendere che costoro se ne stesserro ancora a genova a curare i nuovi loro affarri in seno a compagnie marittime.

Racalmuto scade però in una vera e propria terra feudale «ove tutto era il signore: la legge e la giustizia, l’economia e la vita sociale.» Solo che il signore era Manfredi Chiaramonte e non certo i Del Carretto.

La tregua cessa con l’insorgere di un nuovo personaggio: il conte di Augusta Guglielmo III Moncada: riesce costui a strappare dalla sorveglianza degli alagonesi, dal castello Ursino di Catania, la regina Maria. Il conte ha l’appoggio di Manfredi III Chiaramonte. La regina viene mercanteggiata come un oggetto da baratto. Le trattative sono con Pietro IV d’Aragona, il quale viene messo alle strette, non lasciandogli altra via che quella di una spedizione in Sicilia per riannetterla alla monarchia iberica.

Rientrava in scena la chiesa di Roma: Urbano VI (1378-1389), attraverso gli arcivescovi di Messina e Monreale e il vescovo di Catania, sobillava i nobili siciliani in contrapposizione agli intenti della corte aragonese.

Ribolliva l’intrico di corte spagnola con il dissidio fra re Pietro ed il primogenito Giovanni che ricusava le nozze con la regina Maria per amore di Violante di Bar. Il re pietro finiva allora col pensare all’Infante Martino per dar copo alle pretese sulla Sicilia: un matrimonio fra l’omonimo figlio dell’Infante Martino con la regina Maria avrebbe consentito una sostanziale riappropriazione della Sicilia, anche se formalmente sarebbero rimaste distinzioni ed autonomie. In tale quadro, toccava al vecchio Martino curare gli affari di Sicilia della corte aragonese. Fervono quindi i preparativi per una spedizione militare. Tanti sono i maneggi tra i nobili e Martino il Vecchio. Nel 1382 Filippo Dalmao di Rocaberti riesce senza ostacoli a liberare dall’assedio Maria e portarla in Sardegna, pronta per le nozze con il figlio di Martino.

Nel 1389 moriva Artale I Alagona, considerato il capo della "parzialità" catalana. Per l’Infante Martino quella morte suonava di buon auspicio. Fin qui i rapporti tra l’emissario spagnolo e Manfredi Chiaramonte possono dirsi del tutto amichevoli e consociativi.

Morto anche Pietro IV (gennaio 1387), succedeva Giovanni con il quale si iniziava un periodo di scabrosi movimenti in seno al regno: tra l’altro veniva riconosciuto l’antipapa Clemente VII (1378-1394) e di conseguenza scoccava la scomunica e l’opposizione della Chiesa di Rma e del papa legittimo Urbano VI. L’Infante Martino era però ora tutto dalla parte del fratello asceso al trono.

Nel 1389, allo scoppio di tumulti in Sardegna, il vecchio Martino, nuovo duca di Montblanc, si adoperò subito per iltrasferimento della regina Maria in Aragona. Cresceva frattanto la posizione egemone di Manfredi Chiaramonte. Il duca di Montblanc, anche se scemavano le difficoltà d’Aragona, non trascurava di apprestare un’armata che egli concepiva comunque necessaria all’insediamento del figlio sul trono di Sicilia. Ma le forze della Corona aragonese non sembravano atte a finanziare quel progetto. Nel 1390, ad ogni modo, si potevano celebrare a Barcellona le nozze tra il giovane Martino e Maria, evento nodale della storia di Sicilia.

Si giunge così al 1391 quando nel marzo viene a morire Manfredi III di Chiaramonte, personaggio di grossa statura politica e gran signore di Racalmuto. Sul suo successore e su altri nobili di Sicilia - punta il nuovo pontefice romano Bonifacio IX (1389-1404): si rassoda un movimento isolano tendente a contrastare gli scismatici aragonesi. Le vicende della Chiesa romana si riflettono dunque anche nella periferica terra di Racalmuto. In quell’anno si dava incarico al giurisperito Nicolò Sommariva di Lodi «per frenare le bramosie dei magnati e coagulare attorno agli arcivescovi di Palermo e Monreale un fronte d’opposizione ai Martini.»

Nel frattempo Martino raccolse un esercito promettendo feudi e vitalizi in Sicilia a spagnoli impoveriti e scontenti. Barcellona e Valenza aderiscono con generosità ed entusiasmo al progetto martiniano. Una famiglia avrà poi fortuna a Racalmuto: la denomineranno "Catalano", in evidente collegamento a quel lontano approdo dalla Catalogna. Ai nostri giorni, gli ultimi eredi diverranno personaggi di inobliabile folklore. Chi non ricorda Tanu Bamminu? Pochi rammentano che il cognome era appunto "Catalano". Ai tempi in cui il padre di Marco Antonio Alaimo era apprezzato medico racalmutese (fine del ‘500) i Catalano, ottimati rispettati, abitavano proprio all’incrocio tra l’attuale corso Garibaldi e la strada intestata al celebre medico racalmutese.

Nel 1392 gli spagnoli sbarcarono finalmente in Sicilia, guidati dal loro generale Bernardo Cabrera. Due dei quattro vicari passarono subito dalla parte dei conquistatori: anche in Sicilia ed anche a quel tempo il vizietto tutto italico di correre in soccorso dei vincitori - avrebbe detto Flaiano - era piuttosto diffuso. Ma Andrea Chiaramonte - succeduto a Manfredi Chiaramonte - continuò a credere nel Papa e nella possibilità di resistere ai catalani. Asserragliatosi a Palermo, resistette per un mese agli attacchi spagnoli. Racalmuto venne coinvolto nelle azioni di guerriglia con distruzioni, fughe in massa, ribellismi, violenze, grassazioni, furti e ladronecci. Palermo finì con l’arrendersi ed Andrea Chiaramonte fu decapitato. Le sue vaste proprietà furono arraffate da nuovi nobili. E qui rispunta finalmente la famiglia Del Carretto che, prima a fianco dei Chiaramonte e subito dopo a sostegno del vittorioso Martino, si riappropria di Racalmuto e dà inizio al lungo periodo della sua baronià vera e storicamente documentata.

Si dissolveva così il quadro politico che si era riusciti a stabilire il 10 luglio 1391 quando si era celebrato il convegno di Castronono in cui si era giurata fedeltà alla regina Maria ma in opposizione al giovane Martino non riconosciuto né legittimo sovrano né legittimo marito. Allora i vicari, fautore il Chiramonte, erano ancora uniti. Ma non passò neppure lo spazio di un mattino ed ecco alcuni convenuti inziare intese occulte con il duca di Montblanc, «del quale, evidentemente, si volevano forzare progetti e profferte; e più di prima isolatamente procedevano tali patteggiamenti che rinnegavano i giuramenti. Era del 29 luglio la risposta [stracolma di suasive profferte] ad Antonio Ventimiglia ed a Bartolomeo Aragona che avevano mandato un’ambasceria.» Bartolomeo Aragona di lì a poco riappare nella diplomatistica dei Del Carretto come colui che riesce a riaccrediatare presso i Martino il neo barone di Racalmuto Matteo Del Carretto, che si era lasciato coinvolgere dai soccombenti nemici dei catalani invasori, per "necessità" finge di credere la nuova triade regale di Palermo.

Ancora nell’ottobre del 1391 Manfredi e Andrea II Chiaramonte ritenevano opportuno di mandare propri inviati a Barcellona. Il duca di Montblanc poteva fondatamente ritenere che i nobili di Sicilia erano dopo tutto non alieni dall’accogliere la spedizione militare aragonese.

Gli eventi precitano: il 22 marzo 1392 approdava la spedizione all’isola della Favignana presso Trapani. Il duca, a nome dei sovrani, ingiungeva ai baroni di portarsi entro sei giorni a Mazara per il dovuto omaggio. I due vicari Antonio Ventimiglia e Guglielmo Peralta ed altri nobili quali Enrico I Rosso non mancavano di prestare giuramento e dare l’omaggio ai nuovi sovrani il giorno stesso del loro arrivo. Tripudiava la popolazione di Trapani al passaggio dei giovani regali. Sembrava andare tutto liscio, sennonché la notoria instabilità sicula cominciò ad affacciarsi: Andrea II Chiaramonte mutava atteggiamento. Dopo essersi rivolto favorevolmente a Guerau Queralt, rappresentante della corona, era indi passato ad un attendismo ed a moti di diffidente attesa verso il Montblanc ed al figlio Martino il giovane. Il duca si irritiva a sua volta nei confronti del Chiaramonte. Il 3 aprile 1392 l’altezzoso e crudele duca di Montblanc dichiarava ribelli il Chiaramonte e con lui Manfredi e Artale II Alagona. Venivano confiscati ed ascritti alla Curia tutti i loro beni che passavano di mano venendo assegnati a Guglielmo Raimondo III Moncada. Vi rientrò Racalmuto?

Chiaramonte si asserragliava, come detto, a Palermo. Il 17 maggio 1392 si induceva a prestare omaggio ai sovrani. Il giorno successivo Andrea Chiaramonte, insieme all’arcivescovo di Palermo, l’agrigentino Ludovico Bonit (eletto dal Capitolo palermitano per volontà degli stessi Chiaramonte), chiedeva di conferire con i sovrani per trattare dei suoi beni. Ma Martino il vecchio non indugiava: li faceva prontamente imprigionare. La sorte di Andrea Chiaramonte si concludeva il primo giugno 1392, quando viene decapitato nel piano antistante il suo stesso palazzo di Palermo, il celebre Steri. Il Chiaramonte si sarebbe sporcato anche di una delazione ed avrebbe incolpato, per cercare di avere salva la vita, Manfredi Alagona delle passate vicende. Il 1° giugno 1392, con quella decapitazione, Racalmuto cessava definitivamente di essere un feudo chiaramontano.

I Martino e la regina Maria riescono a divenire gli incontrastati padroni della Sicilia. Ma c’erano da fronteggiare decenni di anarchia. Restaurare la legge e le prerogative regali era impresa ardua ma non impossibile. I registri erano stati smarriti o distrutti e le antiche tradizioni e consuetudini obliate. Martino, con l’aiuto di talune città, può armare un esercito regolare che lo affranca dai nobili. Per le peculiarità siciliane, era indispensabile un registro feudale: la corte si adoperò per una riedizione critica. Vedremo come i Del Carretto devono fornire carte e prove per far valere la loro titolarità del feudo di Racalmuto ... e sobbarcarsi a pesantissimi oneri finanziari. Per di più Martino dichiarò abrogate le clausole del tratto del 1372 e si dichiarò Rex Siciliae. Approfittando di uno scisma del papato, ripudiò la signoria feudale del papa e ribadì il proprio diritto al titolo di legato apostolico, che comportava la potestà di nominare vescovi e di sovrintendere alla chiesa siciliana.

Il re convocò due parlamenti a Catania nel 1397 e a Siracusa nel 1398: riprendeva la peculiare tradizione parlamentare di Sicilia che si era interrotta nel 1350. Le assemblee convocate da Martino testimoniavano che era ritornata un’autorità centrale. Il parlamento presentò una petizione al re perché nominasse meno catalani in posti nevralgini e perché applicasse leggi siciliane e non quelle aliene di Catalogna.

Martino I rimase fortemente sotto l’influenza di suo padre anche quando quest’ultimo divenne re d’Aragona. Martino il vecchio continuava a sorvegliare l’amministrazione della Sicilia fini nei più minuti aspetti. Questa sudditanza attira ancora l’attenzione degli storici che ne danno spiegazioni persino di sapore psicanalitico. Scrive Denis Mack Smith «Martino, perciò, rimase più un infante d’Aragona che un re di Sicilia, e fu in qualità di generale spagnolo che, nel 1409, guidò una spedizione a spese siciliane per domare una insurrezione in Sardegna.» Martino il giovane trovò la morte proprio in Sardegna e la Sicilia finisce in successione insieme ad ogni altra proprietà personale al vecchio Martino: le corone di Aragona e di Sicilia perdono ora ogni distinzione, si ritrovano così nuovamente riunificate. Ancora lo Smith: «Non si verificarono nuovi Vespri per dimostrare che questo era sgradito, né vi furono molti segni di malcontento, sia pure di minore rilievo, poiché una parte sufficiente della classe dirigente era ormai o di origine spagnola o legata da interessi materiali alla dinastia aragonese. Durante l’unico anno in cui Martino II regnò, la Sicilia fu perciò governata direttamente dalla Spagna.»



Note e dettagli sull’avvento dei Del Carretto



Il grandissimo storico spagnolo Surita ha una pagina che ci coinvolge, che attiene proprio ai Del Carretto fiancheggiatori del Duca di Montblanc. Essa recita :

Antes que la armada lle gasse a Sicilia; el Rey dio su senteçia contra el Conde de Agosta, como contra rebelde, è in gratissimo a las mercedes y beneficios que avia recebido del y del Rey fu padre, y se confiscaron a la corona las islas de Malta, y del Gozo, y las vallas de Mineo y Naro, y otros muchos lugares de los varones que se avian rebelado, y el Conde murio luego: y con la llegada de la armada la execucion se hi zo rigorosamente contra ellos, y di se entonces el officio de maestre justicier al Conde Nicolas de Peralta, que vivio pocos meses despues. Murio tambien en este tiempo Ugo de Santapau, y quedo en servicio del Rey de Sicilia Galceran de Santapau su hermano: y por este tiempo embio el Rey a don Artal de Luna, hijo de don Fernan Lopez de Luna a Sicilia, para que se criasse en la casa del Rey su hijo, que era su primo, y sucedio despues en la casa de Peralta, que era un gran estado en aquel reyno.

Sirvio tambien al rey de Sicilia en esta guerra, que duro algunos annos, Gerardo de Carreto Marques de Sahona: y haziendose la guerra muy cruel contra los rebeldes, el Conde de Veyntemilla, que sucedio en el Contado de Golisano al conde Francisco su padre se reduxo a la obediencia del Rey ...

Per il Surita, dunque, fu Gerardo del Carretto, Marchese di Savona, che si mise al servizio del re di Sicilia, Martino, in questa guerra che durò alcuni anni. Lo spagnolo desunse questa notizia dagli archivi aragonesi, senza dubbio, ma abbiamo il dubbio che ad ispirarlo siano state le cronache cinquecentesche, specie quella del Fazello. Se del tutto attendibili, queste note di cronaca ci svelano il fatto che Gerardo del Carretto attorno al 1392 si faceva passare come marchese di Savona, il che non collima proprio con la storia di quella città ligure. Più che il fratello Matteo del Carretto, è Gerardo che si dà da fare in un primo tempo per accattivarsi le simpatie dei Martino. E’ sempre Gerardo che si mette a guerreggiare in difesa dei catalani nella lotta contro la parzialità latina di Sicilia. Quanto credito si possa concedere è questione ardua, non rirolvibile allo stato delle attuali conoscenze.

Una documentazione probante della titolarità su Racalmuto i Del Carretto sono, comunque, costretti a darla alla fine del secolo, quando la cancelleria dei Martino diviene intrensigente e vuole prove certe delle pretese feudali. Alle prese con la corte non è più però Gerardo ma Matteo, il fratello cadetto. Fu vero l’atto transattivo tra i fratelli che fu presentato alla corte in quello che può considerarsi il primo processo per l’investitura della baronia di Racalmuto? Davvero avvenne il riparto dei beni tra i due fratelli? Fu solo formalizzata l’assegnazione delle possidenze genovesi al primogenito Gerardo e l’attribuzione dei beni feudali e burgensatici di Sicilia - in particolare il castro di Racalmuto - al cadetto Matteo Del Carretto? Interrogatvi cui non siamo in grado di dare risposte certe.

LIUNI DI RACARMUTO GIUSTIZIA L’EBREO SADIA DI PALERMO



Attorno alla metà del secolo, subentra nella baronia di Racalmuto Federico del Carretto. Il 3 agosto 1452 ne viene ratificata l’investitura stando agli atti del protonotaro del Regno in Palermo. Un grave episodio di intolleranza religiosa contro gli ebrei - in cui però preminente è l’aspetto di comune criminalità - si verifica nelle immediate adiacenze di Racalmuto nell’anno 1474. E’ l’efferata esecuzione dell’ebreo locale Sadia di Palermo. In un documento del 7 luglio 1474 VII Ind., vengono narrate le circostanze raccapriccianti del crimine. Leggiamo: Il Vicere' Lop Ximen Durrea da' commissione ad Oliverio RAFFA di recarsi a Racalmuto per punire coloro che uccisero il giudeo Sadia di Palermo, e di pubblicare un bando a Girgenti per la protezione di quei giudei.

Abbiamo sopra accennato ad alcuni interessanti atti dell’archivio di Stato di Palermo: vi dedichiamo ora una trattazione un po’ più lunga per l’interesse che rivestono., citati la volta scorsa, ci riportano un efferato fatto di cronaca avvenuto in Racalmuto nel XV secolo. Lasciamo la parola ai funzionari di polizia dell’epoca, che così rapportano, in vernacolo siciliano, sui criminosi eventi, di sapore antigiudaico:

diviti sapiri comu quisti iorni prossimi passati Sadia di Palermo iudeu lu quali habitava in lu casali di Raxalmuto actendendo ad alcuni soy fachendi li quali fachia in lu dictu casali fu primo locu mortalmenti feruto da uno Liuni figlastro di mastro Raneri; et dapoy alcuni altri di lu dictu casali quasi a tumultu et furia di populu dediru infiniti colpi a lu dictu iudeu non havendu timuri alcuno di iusticia. Immo, diabolico spiritu ducti, tagliaro la lingua et altri menbri et ruppiro li denti usando in la persuna di lu dictu iudeu multi crudelitati et demum lu gettaru in una fossa et copersilu di pagla et gictaru foco petri et terra. La qual cosa essendo di malo exemplo merita grande punicioni et nui tali commoturi di popolo et delinquenti volimo siano ben puniti et castigati a talchi ad ipsi sia pena et supplicio et a li altri terruri et exemplo. E pertanto confidando di la vostra prudencia ydonitay et sufficiencia havimo provisto per sapiri la veritati e quilli foru a tali malici participi et culpabili. et per la presenti vi dichimo commictimo et comandamo che vi digiati personaliter conferiri in lu dictu casali et cum quilla discrepcioni lu casu riquedi digiati inquisiri et investigari cui dedi a lu dictu et li persuni li quali si trovaro a lu dictu tumultu et actu. Et eciam si lu populu fra loru accordaru amazari lu dictu iudeu et cui si trovau presenti et partechipi a la dicta morti et delicto. Et de tucti li sopradicti cosi fariti prindiri in scriptis informacioni et in reddito vestru li portariti a nui. Comandanduvi chi cum diligencia et cum quilla discrecioni da vui confidamo digiati prindiri de personis tucti quilli foru culpabili et si trovaro alo dicto acto et quilli digiati minari in la chitati di Girgenti et carcerarili in lu castellu di la dicta chitati in modo chi non si pocza di loro fuga dubitari. E perche siamo informati che a lu dictu iudeu fu prisa certa roba et intra li altri uno gippuni in lu quali si dichi erano cosuti chentochinquanta pezi d’oro, farriti di lo dicto gippuni e di tucta laltra roba libri et scripturi diligenti investigacioni et perquisicioni cui li prisi et in putiri di chi persuna sono.

Quel tesoro non fu più ritrovato. Non valsero neppure gli anatemi del sacerdote ad indurre alla restituzione dei 150 pezzi d’oro trafugati dallo "jppuni" del povero ebreo Sadia di Palermo, racalmutese di vecchia data. Lo spaccato della società racalmutese non appare molto esaltante. Non possono comunque da un singolo episodio trarsi valenze generali che sarebbero solo generiche e fuorvianti. Ma l’indignazione rimane e la tentazione alla condanna di tutta la comunità ecclesiale dell’epoca è piuttosto irrefrenabile. Alcuni tratti, un marchio, un DNA, riconducibili alle famiglie citate nel quattrocentesco dispaccio, qualcuno potrebbe ravvisarli ancora in taluni personaggi locali.



PARTE TERZA

PROFILI DEI DEL CARRETTO DI RACALMUTO



 

Non c’è dubbio che una potente famiglia denominata "DEL CARRETTO" si sia affermata a Finale Ligure sin dal dodicesimo secolo o giù di lì: essa estese i propri domini anche a Savona e poté fregiarsi del magniloquente titolo di Marchesi di Finale e Savona. A cavallo tra i secoli tredicesimo e quattordicesimo, i del Carretto liguri erano al vertice del loro potere ma erano costretti a suddividere il feudo in quote tra i numerosi figli. Le ricerche storiche indigene, però, non dimostrano l’esistenza di un certo Antonino del Carretto che in qualche modo avesse titolo di marchese nel primo decennio del ’300. Rimbalza dalla Sicilia l’esistenza di un tale titolato, evidentemente spurio, e l’autorità storica di un Pirri o di un Inveges o di Barone è tale che gli odierni araldisti di Finale inframmettono questo personaggio nella ricognizione delle tavole cronologiche dei loro marchesi. Diciamolo subito: un marchese Antonio I del Carretto che nei primi del trecento lascia Finale Ligure per approdare ad Agrigento e sposare l’avvenente Costanza figlia di Federico II Chiaramonte, semplicemente non esiste.

ANTONIO I DEL CARRETTO





 

 

Questo non significa che un avventuriero ligure si sia potuto accasare con la giovane figlia del cadetto della potente famiglia Chiaramonte. Ed è proprio così che è andata: dopo il Vespro la Sicilia fu meta del commercio marittimo dei Liguri. Uno di questi, ricco ma anche in là con gli anni, ebbe a sposare Costanza Chiaramonte. E’ appena imparentato con la altezzosa famiglia dei del Carretto, marchesi di Finale e di Savona. Il mercante forse porta quel cognome, forse no. Fa comunque credere di essere Antonio del Carretto, marchese di quei due centri lontani. Il matrimonio dura il tempo necessario per generare un figlio cui si dà lo stesso nome del padre. Il vecchio Antonio decede e la vedova sposa un altro avventuriero ligure che questa volta dice di essere Bancaleone Doria. Da questo secondo matrimonio nascono vari eredi che si affermano, e talora violentemente, nella storia siciliana. Ma mentre il ramo dei del Carretto sembra subito acquisire un qualche diritto su Racalmuto - escludiamo però che si trattasse di diritti genuinamente feudali: erano forse solo possessi appena "burgensatici" - quello dei Doria non nutre interesse alcuno per quelle terre, paludose ed impenetrabilmente boschive, che circondavano il nostro centro, specie nella parte vicino Agrigento.

ANTONIO II DEL CARRETTO



 

 

 

 

Antonio II del Carretto non lascia traccia di sé: di lui si parla solo negli atti notarili di fine secolo, a proposito della sistemazione successoria tra due dei suoi figli, il primogenito Gerardo e l’irrequieto Matteo.

In quel documento - che trova ampio spazio in questo lavoro - emerge che Antonio II del Carretto passò la fine dei suoi giorni nientemeno che a Genova. Ciò fa pensare che l’orfano di Antonio I non era bene accolto in casa del patrigno Brancaleone Doria, di tal che appena gli si presentò il destro ritornò in Liguria nella terra dei propri padri, ma non a Finale o a Savona - terre delle quali secondo gli agiografi sarebbe stato marchese - ma a Genova. Questo la dice lunga sul fatto che il preteso titolo era precario, forse del tutto inconsistente.

A Genova Antonio II fa fortuna: l’atto transattivo tra i due figli Gerardo e Matteo rendiconta su partecipazioni in compagnie navali, oltre che su beni immobili e mobiliari di grossa valenza economica, persino strabocchevole rispetto al lontano, piccolo feudo che a quel tempo era Racalmuto.

Non sappiamo dove sposa una tal Salvagia di cui ignoriamo ogni altra generalità. E’ certo che entrambi gli sposi erano defunti alla data di un importante documento del 12 marzo 1399.

Antonio II - pare certo - lascia in eredità ai figli:

«loca vigintiocto et dimidium que dicuntur loca de comunii ex compagnia que dicitur di "Santu Paulu" civitatis Janue in compagnia Susgile pro florenis auri duobus milibus

qui faciunt summa unciarum quatringentarum».

In altri termini si sarebbe trattato di quote nella compagnia di navigazione genovese di San Paolo per un valore di duemila fiorini pari a quattrocento onze siciliane (una somma enorme per l’epoca). Antonio II aveva raggranellato anche molti beni in Sicilia ed in particolar modo a Racalmuto sia per diritto successorio dalla madre Costanza Chiaramonte sia per lascito del fratellastro Matteo Doria, morto piuttosto giovane. L’inventario completo può essere quello che traspare dalla transazione tra i due figli Gerardo e Matteo e cioè:

«casale et feuda Rachalmuti ac omnia et singula iura et bona feudalia et burgensatica predicta»

posti, cioè in

«territorio Garamuli et Ruviceto, in Siguliana, ....»

Antonio II del Carretto ebbe per lo meno tre figli: Gerardo primogenito, Matteo arrampante cadetto che inventa la baronia di Racalmuto e Giacomino (Jacobinus) morto piuttosto giovane.



GERARDO DEL CARRETTO



 

 

 

Gerardo del Carretto è il primogenito di Antonio II del Carretto: non sembra che questi abbia mai messo piede in Sicilia. Il suo centro d’interessi è Genova e là ha famiglia e ricchezze. Finge di avere interesse alla successione nel titolo feudale della baronia di Racalmuto solo per consentire al fratello minore Matteo del Carretto di sistemare la pendenza con la causidica e venale curia dei Martino a Palermo. Se leggiamo attentamente i termini di quell’atto transattivo ci accorgiamo che trattasi di espedienti e cavilli giuridici che nulla hanno a che fare con la vera possidenza dei due fratelli.

Avrà ragioni da vendere Giovan Luca Barberi, un secolo dopo, a mettere in discussione la legittimità del titolo baronale di Racalmuto che sarebbe passato da Gerardo al fratello Matteo, non solo a pagamento - cosa non ammessa secondo il diritto feudale allora vigente - ma addirittura con un concambio tra beni allogati nella lontana Genova e prerogative giuspubblicistiche sui nostri antenati racalmutesi. Un volpino imbroglio che ancor oggi è ben lungi dall’avere una persuasiva esplicazione da parte degli storici locali. Quello che scrive Pirri, Inveges, Barone e poi Girolamo III del Carretto e poi il Villabianca e poi San Martino de Spucches (ed altri moderni araldisti) e prima il Tinebra Martorana (tralasciando gli inverosimili Acquista, padre Caruselli, Messana, lo stesso Sciascia, i tanti preti da Morreale a Salvo) è semplicemente cervellotica congettura. Invero anche il Surita incorre in un errore: per lo meno fa uno scambio di persona tra i due fratelli Gerardo e Matteo del Carretto.

Gerardo del Carretto sposa una tal Bianca da cui ebbe una caterva di figli: si sa di Salvagia primogenita (e portante il nome della nonna paterna), Antonio, Nicolò, Luigi Caterina e Stefano. Nell’atto del 1399 che qui si va citando, il titolo riservato a Gerardo è solo "egregius vir dominus". Per converso il titolo di marchese viene appioppato a Matteo del Carretto designato come "magnificus et egregius d.nus Matheus miles marchio Saone".

In un atto dell’anno prima () era tutto l’opposto: Gerardo viene contraddistinto con il titolo di "nobilis marchio Sahone familiaris et amicus noster carissimus"; Matteo viene relegato in secondo ordine e segnato solo come "nobilis miles, consiliarius noster dilectus".



MATTEO DEL CARRETTO, primo barone di Racalmuto



 

 

Figlio di Salvagia e Antonio II del Carretto è il vero capostipite della baronia dei del Carretto di Racalmuto. Da lui prende le mosse un titolo feudale effettivo e debitamente riconosciuto che sarà sufficientemente attivo nel quindicesimo secolo, assillante nel sedicesimo (alla fine del secolo, la baronia sarà elevata a contea), parassitario nel diciassettesimo secolo e finirà nel primo decennio del diciottesimo secolo in modo miserando.

Matteo del Carretto sposa una tal Eleonora e sembra averne avuto un solo figlio maschio: Giovanni, personaggio di spicco che eredita e consolida la baronia di Racalmuto. Pare che abbia anche avuto diverse figlie.

Prima del 1392 non vi sono dati certi comprovanti la presenza in Sicilia di Matteo del Carretto, ma già in quell’anno l’irrequieto barone di Racalmuto si attira le rampogne del duca di Montblanc, il futuro Martino il Vecchio. Un liso diploma di Palermo () ne fornisce indubbia testimonianza.



 

Il trambusto storico che attanaglia gli anni 1392-1396 è ben complesso e non è questa la sede per dipanarlo: Matteo del Carretto vi si trova impigliato in tutte le salse. Dapprima è cauto ma è palesemente condizionato dai potenti Chiaramonte di Agrigento. Gli aragonesi che bussano alla porta non sono graditi. Si è visto sopra come orde di militari famelici e predoni scorrazzassero per le campagne: le terre racalmutesi del barone Matteo del Carretto ne sono infestate. Ci si difende come si può. Ma il Duca di Montblanc è già un duro: esige riparazioni, restituzioni; opera dunque come un conquistatore spagnolo spietato ed ingordo.

Matteo del Carretto - stando anche a testi di storia rigorosi - è alquanto amletico: prima blando con gli Aragonesi, ha momenti sediziosi, si riappicifica, torna alla ribellione, ma alla fine ha modo di riconciliarsi con i Martino e ne diviene fedele (ma prodigo e pertanto ultraricompensato) suddito. A suon di once, solleticando oltre misura (evidentemente a spese dei subalterni racalmutesi) "l’avara povertà di Catalogna", riesce a farsi riconoscere per quello che non è mai stato: barone di Racalmuto, il primo della serie, l’usurpatore di una condizione giuridica che Racalmuto sin allora era riuscito ad aggirare.

Certo il predace Matteo del Carretto ebbe a vedersela brutta incastrato tra l’incudine del duca di Montblanc ed il martello del vicino Andrea Chiaramonte prima che questi finisse proprio male.

La storia di Andrea Chiaramonte parte, invero, da lontano e noi qui vogliamo farne un accenno per meglio comprendere il ruolo di Matteo del Carretto.

Alla morte di Manfredi III Chiaramonte spunta un Andrea Chiaramonte di dubbia paternità. Nel 1391 eredita tutti i beni ed i titoli dei Chiaramonte comprese le cariche di Grande Almirante e dell’ufficio di Vicario Generale Tetrarca del Regno; rifiuta obbedienza a Martino duca di Montblanc e organizza la resistenza di Palermo all’assedio delle truppe catalane.

Promuove la riunione dei baroni siciliani a Castronuovo nel 1391. Cerca di impegnarli alla difesa dell’Isola contro i Martino. L’anno dopo (1392) arresosi ad onorevoli condizioni, viene preso con inganno e decapitato dinanzi allo Steri il 1° giugno dello stesso anno. Matteo del Carretto, con sangue chiaramontano nelle vene, prima parteggia per Andrea ma poi l’abbandona al suo destino, trovando più conveniente fiancheggiare i nuovi regnanti venuti dalla Spagna. Racalmuto può finire - o ritornare - nel pieno dominio di questo cadetto della famiglia originaria di Savona, destinata nel Quattrocento a nuovi protagonismi feudali.

Un figlio naturale di Matteo Chiaramonte, Enrico, appare sulla scena politica siciliana per lo spazio di un mattino: nel 1392 si sottomette a Martino dopo la morte di Andrea e si rifugia con aderenti e amici nel castello di Caccamo, che successivamente dovette abbandonare per andare esule in Gaeta, dove sembra abbia finito i suoi giorni.

La nobile prosapia scompare dall’Isola e non vi torna mai più a dominare. La sua storia è quasi tutta la storia di Sicilia nel Trecento ed ingloba la dominazione baronale su Racalmuto. In quel secolo non sono i del Carretto ad avere peso sull’umano vivere racalmutese; forse una intermittente incidenza la ebbero i Doria (in particolare, Matteo Doria); per il resto il potere porta il nome dei Chiaramonte, il potere sul mondo contadino; quello delle grassazioni tassaiole; quello delle cariche pubbliche; quello stesso che investe i pastori delle anime: preti, religiosi, chiese, confraternite, decime e primizie. Oggi, i racalmutesi, fieri delle loro due belle torri in piazza Castello, non serbano ricordo - e tampoco rancore - per quei loro antichi dominatori e gli dedicano strade, con dimesso rimpianto, quasi si fosse trattato di benefattori.

La turbolenta vita di Matteo del Carretto emerge da un diploma () del 1395 (die XV° novembris Ve Inditionis) che fu al centro dell’attenzione anche del grande storico siciliano Gregorio (): « Matheus de Carreto miles baro terre et castrorum Rahalmuti - vi si annota in latino - ultimamente si rese non ossequiente verso la nostra maestà.» Certo quel "castra" al plurale starebbe a dimostrare che sia "lu Cannuni" sia il "Castelluccio" erano appannaggio di Matteo del Carretto. Poi, il Castelluccio, quale sede di un diverso feudo denominato Gibillini passa nelle mani di Filippo de Marino, fedelissimo vassallo del Re (1398); non abbiamo la data precisa della concessione; per quel che vale il de Marino figura possessore del feudo di Gibillini nel ruolo del 1408 dello pseudo Muscia. ()

Le note storiche che riusciamo a cogliere nel cennato diploma del 1395 concernono i seguenti passaggi dell’andirivieni opportunistico del nostro primo barone: su istigazione di alcuni baroni, Matteo del Carretto si dà alla ribellione contro i Martino; tardivamente fa credere (il re spagnolo ha voglia di credere) che non fu per sua cattiva volontà (voluntate maligna) ma per la minaccia che gli avrebbero diversamente occupate le terre. Matteo è pronto a prosternarsi dinanzi ai nuovi regnanti spagnoli e fa intercedere l’altro ribelle - rientrato nell’ovile - Bartolomeo d’Aragona, conte di Cammarata. Questi viene ora accreditato dalla corte panormitana "nobile ed egregio nostro consanguineo, familiare e fedele". La riconciliazione - non sappiamo quanto costata al neo barone di Racalmuto - è contenuta in capitoli che strutturati "a domanda ed a risposta" così recitano:

"Item peti chi a misser Mattheu di lu Carrectu sia fatta plenaria remissioni et da novu confirmationi a se et soi heredi de tutto lo sò, tanto castello quanto feghi quantu burgensatichi, li quali foru e su de sua raxuni, et chi li sia confirmatu lu offitio de lu mastru rationali lu quali per lu dictu serenissimu li fu donato et concessu, oy lu justiciariatu dilu Valli di Iargenti" - Placet providere de officio justiciariatus cum fuerit ordinatus, quousque officium magistri rationalis vacaverit, de quo eo tunc providebit eidem."

Matteo del Carretto vorrebbe dunque essere riconfermato nell’officio di "maestro razionale", cioè a dire vuol ritornare ad essere l’esattore delle imposte; ma l’ufficio è ora occupato irremovibilmente da altri; il nostro barone allora si accontenta dell’ufficio del giustiziariato di Girgenti. Il re acconsente.

Il diploma prosegue:

"Item peti chi lu dictu misser Mattheu haia tutti li beni li quali ipso et so soru [2] havj a Malta". Placet.

Notiamo il fatto che Matteo aveva anche una sorella con la quale condivideva proprietà a Malta.

Item peti "Lu dictu misser Mattheu chi in casu chi, perchi ipso si reduci ala fidelitati, li soi casi, jardini oy vigni chi fussero guastati oy tagliati, chi lu ditto serenissimo inde li faza emenda supra chilli chi li farranno lo dannu oy di li agrigentani". Placet.

E’ uno squarcio altamente rivelatore: Racalmuto dunque era stato assediato e assoggettato ad angherie militari come saccheggi e distruzioni. Case, giardini e vigne del barone erano stati pesantemente danneggiati ("guastati", alla siciliana, recita il testo). Se ne attribuisce la colpa agli agrigentini.

Item peti "lu ditto misser Mattheu chi in casu chi lu so castello si desabitassi chi quandu fussi la paci li putissi constringiri a farili viniri a lu so casali." Placet.

Il feudo di Racalmuto si era spopolato, dunque. Tanti villani erano fuggiti; la servitù della gleba - allora sotto diversa forma drammaticamente imposta - aveva trovato uno spiraglio per empiti di libertà. Con la forza, ora il barone poteva andare all’inseguimento di quei fuggiaschi e ricondurli alle pesanti fatiche del lavoro dei campi coatto.

La formula, dunque, fu assolutoria, ampia, faconda, onnicomprensiva, rassicurante. Ancora una volta ci domandiamo: quanto è costata? Chi ha pagato? Quale ripercussione sulle esauste finanze racalmutesi?

La chiosa finale fu ulteriormente munifica per l’avventuriero ligure che prende inossidabile possesso delle nostre terre, dei nostri antenati, della giustizia che è possibile praticare nelle plaghe del nostro altipiano. Storia appena "descrivibile" per Sciascia: materia di riprovazione politica ed accensione passionaria per noi. Sciascia non amava i sentimenti (forse faceva eccezione per i risentimenti). Più che per il "tenace concetto" (che poi era solo testardaggine) di fra Diego La Matina, gli stilemi sciasciani avrebbero avuto più valore civico se rivolti a stigmatizzare questo trecentesco impossessamento dei liguri del Carretto di noi tutti racalmutesi.

Non tutto è negativo però nella storia di Matteo del Carretto: pare che s’intendesse di letteratura e addirittura di letteratura francese (sempreché questo vuol dire un ordine ricevuto da Martino nel 1397). Ne parla Eugenio Napoleone Messana; ma la fonte è Giuseppe Beccaria () che ha modo di narrare:

«Costoro [armate spagnole guidate da Gilberto Centelles e Calcerando de Castro] e con cui era anche Sancio Ruis de Lihori, il futuro paladino della seconda moglie di Martino, la regina Bianca, approdavano in Sicilia nello scorcio del 1395; e nel 1396 ultima a cedere tra le città appare Nicosia, ultimo tra i baroni Matteo del Carretto, signore di Racalmuto [pag. 17] ...

Il 5 giugno, infatti, nel 1397 egli [il re] scriveva da Catania a un certo Matteo del Carretto chiedendogli in prestito la Farsaglia di Lucano in lingua francese, di cui costui teneva un bello esemplare, allo scopo di leggerla e studiarla e metterne a memoria alcune delle storie.» ()



Matteo del Carretto ebbe quindi a subire le vessazioni della curia che non voleva riconoscergli i titoli nobiliari che i Martino in un primo momento sembravano avergli consentito. E’ costretto a scomodare il fratello Gerardo della lontana Genova, notai di Agrigento, deve oliare abbondantemente le ruote della corte e quando sta per riuscire nell’impresa ecco arrivare la morte. Tocca al figlio Giovanni I continuare le beghe legali. E se in un atto del 13 aprile del 1400 il barone capostipite appare ancora in vita, il 22 agosto del 1401 risulta già defunto. Gli succede Giovanni I del Carretto



 

GIOVANNI I DEL CARRETTO



 

Nato nella seconda metà del Trecento, muore attorno al 1420: eredita dal padre la baronia di Racalmuto quando ancora irrisolti erano certi inceppi giuridici che la corte frapponeva, e riesce a definirli. Con lui non vi sono più dubbi che Racalmuto fosse feudo dei del Carretto: manca però un tassello; non è certo se spetti a questi trapiantati liguri il sovrano diritto del mero e misto imperio. La questione si riproporrà a fine ’500. Apparentemente risolta a favore dei del Carretto, saranno preti irriducibili quale il Figliola e l’arciprete Campanella che la revocheranno in dubbio nella seconda metà del Settecento e l’avranno vinta, forse perché allora spirava l’aria illuminista del viceré Caracciolo.

Nel processo d’investitura del successore di Giovanni, Federico del Carretto, abbiamo vaghi dati biografici di questo barone di Racalmuto. Vi si legge tra l’altro:

magnificus dominus Mattheus di lu Garrettu fuit et erat verus dominus et baro dictorum casalis et castri Rayalmuti percipiendo fructus reditus et proventus paficice et quiete et de hoc fuit et est vox notoria et fama publica et ..



dictus quondam magnificus dominus Mattheus de Garrecto et quondam magnifica domina Alionora fuerunt et erant ligitimi maritus et uxor ex quibus iugalibus natus et procreatus fuit magnificus quondam dominus Joannis de Garrecto qui subcessit in dicto casali et castro Rayalmuti tamquam filius legitimus et naturalis percipiendo fructus reditus et proventus usque ad eius mortem et de hoc fuit vox notoria et fama publica et ..



ex dicto magnifico domino Johanne et magnifica domina Elsa jugalibus natus et procreatus fuit dominus magnificus dominus Federicus de Garrecto ad presens baro dictae baronie Rayalmuti et qui tamquam filius legitimus et naturalis subcessit in baronia predicta percipiendo fructus reditus et proventus et de hoc fuit et est vox notoria et fama publica etc. ..



Giovanni del Carretto nasce dunque da Matteo ed Eleonora del Carretto; da una certa Elsa procrea quello che sarà il suo erede nella baronia, Federico del Carretto.

Fu un legittimo matrimonio? La formula del processo non lascia adito a dubbi (filius legitimus et naturalis) ma un vallo di tempo troppo lungo (dalla presunta morte di Giovanni I, attorno al 1420, sino alla data del processo d’investitura di Federico caduta nel 1452 passano ben 32 anni) induce a dubitare, specie se si dà credito allo Bresc che vuole la nostra baronia passata di mano agli Isfar, sia pure per una inverosimile dissipazione dei beni da un Giovanni I del Carretto, inopinatamente divenuto sperperatore - secondo lo stesso Bresc - delle proprie fortune.

Dagli archivi di Stato di Palermo emerge il ruolo di Giovanni I del Carretto nella gestione della baronia racalmutese: in data 17 agosto 1401 giungeva una lettera da Catania per la sistemazione delle pendenze fiscali.

Martino segnalava che era stata fatta un’inchiesta tributaria relativa ai riveli ed alle decime per il tramite di Mariano de Benedictis. Questa la situazione del giovane barone di Racalmuto: v’era la successione della baronia da Matteo al medesimo Giovanni I; al contempo si erano accumulate due annualità scadute, quella relativa alla settima indizione (1399) e l’altra riguardante l’ottava (1400), nonché quella in corso (1401); ne conseguiva un carico di 40 once d’oro. Il diploma che ha il sapore di una quietanza attesta che la posizione era stata sistemata come segue: 30 once in contanti e dieci a compensazione di un mutuo a suo tempo approntato da Matteo del Carretto alla curia regale.

Nella «Storia di Sicilia» vol. III, Napoli 1980, pag. 503-543 Henri Bresc scrive (sia pure in una traduzione dal francese rinnegata) : «Il basso costo della terra - che si segue sulla curva dei prezzi medi dei feudi venduti dalla nobiltà - obbliga ad un indebitamento sempre più pesante ed ad una gestione molto rigorosa del patrimonio residuo. E ci si avvia all’intervento della monarchia e della classe feudale nell’amministrazione dei domini fondiari e delle signorie: Giovanni del Carretto è così privato nel 1422 della sua baronia di Racalmuto, affidata in curatela a suo genero Gispert Isfar, già padrone di Siculiana». Non viene però citata la fonte, per cui la notizia va presa con le molle.

Nella nuova opera, invece, "Un monde etc" altrove citata, vi è qualcosa in più: viene precisata la fonte.



 

 

Racalmuto viene menzionato a pag: 64; 798; 803; 880; 893. La sua baronia a pag: 417 e 872. L’argomento che qui interessa è trattato a pag. 880. La parte narrativa non mi pare fraintesa dal traduttore del 1980. In francese, recita: «La baisse du prix de la terre - que l’on suit sur la courbe des prix moyens des fief vendus par la noblesse - oblige à un endettement toujours plus grave et à une gestion très rigoureuse du patrimoine résiduel. Et l’on s’achemine vers l’intervention de la monarchie et de la classe féodale dans l’administration des domaines fonciers et des seigneuries: Giovanni del Carretto est ainsi dépouillé en 1422 de sa baronnie de Racalmuto, confiée en curatelle à son gendre Gispert d’Isfar, déjà maître de Siculiana.» E qui la nota che non trovasi nel testo del 1980: «ACA Canc. 2808, f. 54: le bon baron vivait joyeusement, et mangeait son blé en herbe, ce qui passe, aux yeux de l’avide catalan, pour "simplicitat ... fora de enteniment rahonable"». ()

Sarebbe da rintracciare il foglio 54 (in calce citato) al fine di ben ricostruire questa vicenda della curatela della baronia di Racalmuto affidata a Gispert d’Isfar.

Una quadratura del cerchio noi la tentiamo pur sapendo che è molto sdrucciolevole: forse attorno al 1420 Giovanni I del Carretto cessò di vivere lasciando piuttosto imberbe il suo primogenito Federico. Gispert Isfar, l’intraprendente genero brigò facendo apparir miseria là dove non c’era per sottrarre l’eredità e la successione baronale di Racalmuto alle pesanti tassazioni spagnole (donde gli incerti diplomi appena abbozzati dal Bresc). Resta anche saliente il fatto che il caricatoio di Siculiana, antico retaggio dei del Carretto, passa di mano e finisce in preda degli Isfar (una dote della figlia di Giovanni del Carretto o un’usurpazione avallata da Barcellona?).

FEDERICO DEL CARRETTO



 

Singolare quel nome che come quello di Ercole figura una sola volta nella genealogia dei baroni del Carretto di Racalmuto. Di Federico del Carretto abbondano però le cronache agrigentine, ma trattasi di figure dei vari rami cadetti.

Non possiamo dubitare che sia il figlio legittimo e naturale di Giovanni I del Carretto. Con Federico si iniziano i processi palermitani dell’investitura del titolo feudale di Racalmuto e lì - in diplomi a ridosso degli eventi - la sequenza genealogica è inequivocabile (come abbiamo visto dai passi in latino sopra riferiti).

"Filius legitimus et naturalis" di Elsa e Giovanni I del Carretto è, invero, dichiarato ma non si accenna neppure larvatamente al requisito (indispensabile nel diritto feudale dell’epoca) della primogenitura. Giovan Luca Barberi - quanto pignolo Dio solo sa - non ha però dubbi ed avalla l’investitura nei seguenti termini:

«E morto Giovanni, successe Federico del Carretto, suo figlio primogenito, legittimo e naturale, il quale Federico ottenne dal condam Simone arcivescovo palermitano l’investitura della detta terra per sé ed i suoi eredi sotto vincolo del consueto servizio militare e con riserva dei diritti della regia curia e delle costituzioni del signor Re Giacomo e degli altri predecessori regali edite sui beni demaniali, come risulta nel libro grande dell’anno 1453 nelle carte 565. » ()

Nel 1410 la Sicilia visse la svolta del vuoto di potere determinatosi per il decesso senza eredi legittimi dei due Martino e subì i traumi dell’interstizio determinato dalla contrastata reggenza della regina Bianca. Con il 1416 si apre la lunga gestione di Alfonso d’Aragona che dura ben 42 anni. Ed è verso la fine del regno alfonsino che Federico del Carretto s’induce a sborsare i quattrini per avere il riconoscimento della baronia di Racalmuto. Alfonso d’Aragona gli accorda quella investitura ma a queste condizioni:

  • presti il cosiddetto servizio militare e cioè corrisponda 20 once ogni anno;

  • renda l’omaggio nelle forme solenni del tempo;

  • restino salvi i diritti di legnatico dei cittadini racalmutesi;

  • e del pari restino riservate alla Corona le miniere, le saline, le foreste e le antiche difese;

  • resti salvaguardata la libertà di pascolo nel casale e nell’annesso feudo per gli equipaggiamenti regi.


Per il resto possesso assoluto sino al mare.

Una cosa è certa; Federico del Carretto era saldamente insediato nella baronia di Racalmuto ben prima che avesse l'investitura da Alfonso d'Aragona l'11 febbraio 1453. Reperibile presso l'archivio di Stato di Palermo il contratto che lo vedeva associato nel 1451 con Mariano Agliata per uno scambio di grano delle annate del 1449 e 1450 contro quello di Girardo Lomellino consegnabile a luglio. Il Bresc [op. cit. pag. 884] commenta: «ce qui permet une fructueuse spéculation de soudure». In termini moderni si parlerebbe di outright in grano. La domiciliazione sarebbe stata pattuita presso il "caricatore" di Siculiana. ()

Sempre il Bresc fornisce un'altra interessante notizia: secondo quello che appare nella tavola n.° 200 di pag. 893, Federico del Carretto sarebbe stato coinvolto in una rivolta antifeudale estesasi anche a Racalmuto. Questa volta la fonte citata è un libro: «Luigi Genuardi, Il Comune nel Medio Evo in Sicilia, Palermo, 1921».


GIOVANNI II DEL CARRETTO



 

 

La rivolta a Racalmuto del 1454 di cui parla il Genuardi dovette essere cosa seria se da quel momento sino al 1519 i processi d’investitura tacciono.

Dalla ficcante indagine del Barberi sappiamo - e non c’è motivo di dubitarne - che a Federico successe Giovanni II del Carretto. Non sappiamo quando e come. Il Baronio, lo storico di famiglia del Carretto del 1630, ne sa ben poco: «Ioannes natus maior, cum familiam rebus praeclare gestis aeternitati commendasset. Herculem, ac Paulum habuit sibi, nec maioribus dissimilem suis. In unoquoque semper avitae nobilitatis fulgor eluxit.» Parole di circostanza per colmare evidenti carenze di notizie. Quali fossero quelle gesta che affidarono la famiglia alla memoria dei tempi futuri, non ci dice e noi non ne abbiamo nessuna ... memoria.

Accontentiamoci del fatto che fosse il figlio maggiore [natus maior] e che avesse partorito il successore Ercole, il celebre falso conte della venuta della Madonna del Monte, e Paolo di cui gli archivi vescovili di Agrigento ci hanno tramandato qualche dato sulla sua litigiosità con i sindaci di Racalmuto ().

Apprendiamo dalla valida ricerca del Sorge su Mussomeli () che «lu fegu di Rabiuni lu teni lo Mag.co Baruni di Regalmuto per anni ... vinduto per lo Mag.co Signuri Pietro lo Campo unzi trentacincho, uno vitellazzo, una quartara di burru, uno cantaro di formaggio

Quando sia avvenuta quella vendita non ci è noto; il rendiconto è del 1486 e come si è visto, non è neppure detto a quali precedenti anni si riferisse la vicenda di cui alla posta contabile. Da quel che si legge nel Sorge (op. cit. pag. 209 e segg.) potrebbe trattarsi degli anni attorno all’11 ottobre 1467 (data in cui "venne stipulato il contratto col quale il procuratore di Ventimiglia rivendette a Pietro del Campo la baronia di Mussomeli, col suo castello ..."). Le nostre successive indagini presso gli Archivi di Palermo (in particolare "Archivio Campofranco, Fatto delle cose notabili etc." e "Conservatoria, Privilegia, confiscationes bonorum et investiturae, 1459 e 1489, foglio 536", di cui in Sorge) non ci hanno sinora consentito di chiarire alcunché quanto ai del Carretto e specificatamente a chi si riferisse l’atto di vendita del feudo Rabiuni di Mussomeli. Azzardiamo il nome di Federico del Carretto. Sembra dunque appurato che dal 1459 al 1489 la famiglia del Carretto si sia bene ripresa dalla crisi del 1454 ed abbia avuto fondi sufficienti per acquistare il costoso feudo Rabiuni di Mussomeli e mantenerlo anche se notevolmente oneroso. Del resto, in quel tempo, Racalmuto dovette divenire un centro di abbienti: nello stesso "conto del segreto Bonfante del 1486" (di cui in Sorge pag. 386) si accenna al possesso feudale di un altro racalmutese. «Lu fegu di Santu Blasi - vi si annota - lu teni Mazzullo di Alongi di la terra di Regalmuto per anni 3 videlicet quinte Ind. 6 Ind. E 7 Ind. Et pri unzi quattordichi quolibet anno uno crastatu, uno cantaro di formaggio, et una quartara di burru quolibet anno da pagarsi la mitati a menzu Septembru et la mitati a la fera di Santu Juliano intentendosi quindici anni primi poi di Pasqua.» ()

Il Barberi, che l’inchiesta - piuttosto acidula contro i del Carretto - la fa a ridosso degli anni della baronia di Giovanni II, ha questi appunti critici:

«E morto il cennato Federico, gli successe Giovanni del Carretto, suo figlio, il quale, come appare dall’ufficio della regia cancelleria, non prese giammai l’investitura della detta terra.»

ERCOLE DEL CARRETTO



 

 

E subito dopo abbiamo Ercole del Carretto, quello che le saghe sulla venuta della Madonna del Monte chiamano "conte". Il Barberi annota su di lui:

«Morto il detto Giovanni, gli successe Ercole del Carretto figlio legittimo e naturale e maggiore del detto Giovanni, del quale del pari non risulta investitura alcuna ed al presente si possiede quella terra per lo stesso Ercole del Carretto, con un reddito annuo superiore ad once 700

Il Baronio, come si è visto, quasi non lo cita: un accenno trasversale, come si fosse trattato di un riflesso sbiadito del gran fulgore che era stato il padre.

Il Barberi ebbe a conoscerlo giacché è proprio sotto Ercole del Carretto che visita Racalmuto come lascia intravedere il passaggio : al presente si possiede quella terra per lo stesso Ercole del Carretto, con un reddito annuo superiore ad once 700.

Settecento once di reddito - a meno che non trattisi di esagerazioni fiscali alla stregua delle mirabolanti cifre dei moderni accertamenti degli agenti tributari - sono un’enormità. Sia quel che sia, Racalmuto dunque in esordio del ‘500 - e proprio sotto Ercole del Carretto - ha un salto quantitativo, un sussulto verso il grande centro. Nostri precedenti studi () hanno messo in evidenza questo significativo passaggio demografico e sociale. Dal rivelo del 1505 (un paio d’anni dopo la venuta della Madonna) emerge una popolazione aggirabile sui 1600 abitanti: un secolo prima (nel 1404) erano poco più di 750. Certo, la baronia dei del Carretto non era stata molto felice e varie strozzature demografiche e sociali si erano verificate. Le abbiamo notate in quello studio, ma tutto sommato si poteva essere abbastanza soddisfatti.

La venuta della Madonna del Monte



 

Era persino sorto un clima messianico per cui era potuta allignare la saga della Madonna del Monte. Sciascia è caustico: «correva l’anno 1503, ed era signore di Regalpetra Ercole del Carretto ... C’è poi da dire che la statua è della scuola dei Gagini, e appare molto improbabile sia finita in Africa; ma di più di ogni altra è inquietante la considerazione sulla scelta della Madonna tra il Gioeni e il del Carretto, tra i castronovesi e i regalpetresi; inquietante come l’apparizione dell’immagine di Cristo su una parete al professor Pende, perché proprio al professore, perché al del Carretto, perché tra i regalpetresi la Madonna ha voluto fermarsi, la popolazione di Castronovo essendo in egual misura fatta di uomini onesti e di delinquenti, di intelligenti e di imbecilli.» () Ma è proprio lui che poi negli Amici della Noce se la prende con l’incolpevole padre Morreale, reo a suoi occhi di avere cercato un po’ di luce (storica) su questa saga cui tutti i racalmutesi siamo legati.

Ma neppure, a ben vedere, riusciamo a concordare del tutto con il valente padre gesuita sui motivi che avrebbero spinto gli odiati Requisenz ad inventarsi la leggenda della Madonna del Monte «per fare apparire i Conti del passato, ma intenzionalmente quelli del presente, quali grandi benefattori del paese: così il barone Ercole del Carretto, e con lui tutta la sua famiglia, cominciò ad essere presentato nella leggenda come insigne benefattore del culto della Vergine del Monte, costruttore della sua prima chiesa nel 1503.» () Osta se non altro il fatto che i Requisenz si appropriano di Racalmuto il 28 gennaio 1771 ed a quella data la saga era ben salda nei cuori e nella fede dei racalmutesi, come dimostra l’ex voto che si ammira al Monte. Precedente era anche lo scritto di Francesco Vinci (pubblicato secondo lo stesso padre Morreale, pag. 35) nel 1760 e forse anche quello di Nicolò Salvo. Ma soprattutto appare dirimente il fatto che già nel 1686 la curia vescovile di Agrigento considerava "miracolosissima imago" (immagine molto miracolosa) quella che si venerava nella chiesa di S. Maria del Monte di Racalmuto. () Il nostro spirito laico ci è d’intralcio nel chiarire questioni come questa, che coinvolgono aspetti di sì rilevante delicatezza religiosa. Ci limitiamo a pensare che Ercole del Carretto ebbe davvero a costruire la prima chiesa del Monte (di una precedente chiesetta intestata a S. Lucia, non abbiamo alcun documento probante) ed ebbe a corredarla facendo venire da Palermo una statua di marmo. Fu evento memorabile: quella Vergine marmorea, così somigliante alle giovani madri di Racalmuto, brevilinee e rotondette, dovette impressionare e sbalordire gli ingenui occhi dei contadini locali. Legarvi il senso del portento, del miracolo, fu semplice e coinvolgente. Già nel 1608, in una visita pastorale, quel simulacro era maestosamente eretto sull’altare maggiore della Chiesa del Monte: il vescovo - recita il testo episcopale - "Visitavit altare maius super quo est imago marmorea S.mi Virginis, ornata et admodum deaurata".



Tratti anagrafici di Ercole del Carretto



Scarne sono le notizie che abbiamo su Ercole del Carretto. Non sappiamo quando nasce: la morte cade invece nel gennaio del 1517. Sposò tal Marchisa di cui ignoriamo il casato.

Dal processo d’investitura del figlio Giovanni III possiamo abbozzare questi altri dati: fu "signore e barone della terra di Racalmuto e tenne e possedette quella terra di Racalmuto con il suo castello e fortilizio, nonché con tutti i suoi diritti e pertinenze". "Vi cambiò tutti gli ufficiali tutte le volte che gli piacque". "Ebbe a percepire o far percepire frutti, redditi e proventi della baronia di Racalmuto quale vero signore e padrone". "Tenne il figlio Giovanni come figlio primogenito, legittimo e naturale e per tale lo trattava e come tale lo reputava così come veniva ritenuto, trattato e reputato dagli altri.". "In qualità di signore e padrone della predetta terra e padre del signor Giovanni, piacendo a Dio morì e fu seppellito nel castello della terra di Racalmuto nel mese di Gennaio VI indizione del 1517, dopo avere redatto solenne testamento per mano del notaio Giovanni Antonio Quaglia della città di Agrigento il 16 del predetto mese di gennaio, ove ebbe ad istituire suo erede universale il detto magnifico signore Giovanni".


Nel suo processo d’investitura si legge che: a «Johanni de Carrectis» successe «quondam magnificus Hercules, unicus filius legitimus et naturalis.» ()

Crediamo che il noto giurista operante a Racalmuto, Artale de Tudisco, fosse già al servizio di Ercole del Carretto. Altro notabile del suo entourage fu il nobile Alonso de Calderone che così testimonia: «stando ipsu testimonio como uno degli domestichi di lo quondam magnifico Herculi lu Garretto baruni di Rayalmuto, vidia dicto magnifico regiri et governari la dicta terra et in quella permutari li officiali et rescotirisi et fachendosi rescotirj li renditi et proventi di dicta terra comu veru signuri et patruni et canuxi lo dicto don Joanni de Carrectis esseri figlo primogenito et unico di dicto quondam signuri Erculi lu Garrecto a lu quali lo dicto quondam magnifico Herculi tenia et reputava per figlio unico et primo genito et da tucti accussi era tenuto, trattato et reputato; lu quali dicto quondam magnifico Herculi baruni fu mortu in lo castello di dicta terra et lo presenti lo vitti sepelliri et secondo intisi dicto magnifico Herculi innanti sua morti fichi testamento.»

Testimoniò anche certo Francesco Maganero come intimo del defunto barone, così come il "nobile" Andrea de Milazzo. Personaggi egualmente di risalto furono i "nobili" Antonino Palumbo, Alfonso de Silvestro e Gaspare Sabia.

Il cennato processo include anche uno stralcio del testamento di Ercole del Carretto che qui riportiamo in una nostra traduzione dal latino:

«E’ da sapere come fra gli altri capitoli del testamento del quondam spettabile Ercole del Carretto, barone della terra di Racalmuto, vi è l’infrascritto capitolo.



«Nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, amen. Nell’anno dall’incarnazione 1517, nel mese di gennaio, il giorno 27, VII^ indizione, in Racalmuto e nel castello del magnifico e spettabile signor Ercole del Carretto [si raccolgono le ultime volontà testamentarie], accese tre candele verso la quinta ora della notte.



«E poiché capo e principio di ogni testamento fu ed è l’istituzione dell’erede universale, così il detto magnifico e spettabile signor Ercole, testatore, istituì, fece ed ordinò suo erede universale il magnifico e spettabile signor D. Giovanni del Carretto, suo figlio legittimo e naturale, nato e procreato da lui e dalla quondam magnifica e spettabile donna Marchisa del Carretto, un tempo prima moglie dell’illustre e spettabile testatore sopraddetto.

«E tale eredità si estende sopra tutti i beni suoi, mobili e stabili, presenti e futuri, amovibili ed inamovibili, nonché in ordine a tutti i debitori ovunque esistenti e meglio individuabili e designati, e principalmente nella baronia, nei feudi e nei territori di Racalmuto, con tutti i suoi diritti, redditi, emolumenti, proventi, onori ed oneri della detta baronia a giusto titolo spettanti e pertinenti, secondo la serie ed il tenore dei suoi privilegi e dei suoi indulti e concessioni, in una con l’amministrazione della giustizia giusta la forma dei suoi privilegi.

«Dagli atti miei, notaio Antonino Quaglia agrigentino.

«26 marzo - VI^ Ind. - 1518.»



Il testamento ci svela come Ercole del Carretto abbia sposato in prime nozze la citata Marchisa madre del primogenito Giovanni III. Ercole poté avere contratto altre nozze ma non ne sappiamo nulla.
P.S. una stronza o stronzo a commento di questo alatissimo post crede anonimamente di offendermi. Io la spernacchio perché oltre che stronza è anche si scurrile intelletto,