sabato 20 luglio 2013

Racalmuto il paese di Sciascia

MOSTRA PERMANENTE PRIVATA D'ALTA CULTURA RACALMUTESE
CONNUBIO LETTERATURA - PITTURA A RACALMUTO
FAVOLE DELLA DITTATURA - TAVOLE DELLA DITTATURA
LEONARDO SCIASCIA < AGATO BRUNO
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i percorsi della pittura racalmutese da Pietro d'Asaro

ai figurativi, astratti, iperealisti d'oggidì

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i percorsi poetici della pittura alternativa dall'Ottocento ad oggi


La mostra si è chiusa perché non si è aperta: così nel paese della ragione!

MOSTRA PERMANENTE PRIVATA D'ALTA CULTURA RACALMUTESE
CONNUBIO LETTERATURA - PITTURA A RACALMUTO
FAVOLE DELLA DITTATURA - TAVOLE DELLA DITTATURA
LEONARDO SCIASCIA < AGATO BRUNO
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i percorsi della pittura racalmutese da Pietro d'Asaro
ai figurativi, astratti, iperealisti d'oggidì
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i percorsi poetici della pittura alternativa dall'Ottocento ad oggi

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Perché ancora non l'ho aperta? Perché il COMUNE non consente (e non sente), perché i dirigenti vengono giubilati, perché le televisioncine locali hanno altro a cui pensare, perché gli artisti di Racalmuto temono gli attuali regolatori della cultura del paese di Sciascia, perché i blog libertari non mi amano, perché i soldi pubblici devono servire solo per i grandi elettori. Qui non esiste il voto di scambio: solo il clientelismo. E le clientele devono sfilare in onore di Borsellino e padre Puglisi; devono impegnarsi per far vincere il candidato a sindaco di famiglia.

Per me Sciascia per quella violenza ci ha rimesso la vita. Una volta si sarebbe detto: vittima della violenza di Stato. Mi piacerebbe che Racalmuto, Regalpetra facesse una manifestazione di solidarietà verso il suo grandissimo figlBorsellino insinua una sorta di omertà da parte di Sciascia che non faceva nomi. Se si tratta del celebre concittadino dell'articolo dell'Espresso, quel nome Sciascia l'aveva fatto (anzi l'aveva dovuto fare) ad un certo Falcone. Con quale tutela del suo buon nome? Con quale rispetto delle guarentigie costituzionali, con quale riservatezza istruttoria? Bazzecole

RISPOSTA ALL'ULTIMO POST DI PIERO CARBONE

Perché se Sciascia in letteratura faceva un nome era come fare una raccomandazione indebita. In altri campi, idem. La cifra etica di Sciascia fu incommensurabile. Onore a Sciascia! Nel mio piccolo, Scimé non ebbe ritegno a pubblicare un anonimo che dileggiava me e la mia famiglia perché non avevo fatto raccomandazioni. Sì, ma se quando potevo facevo una raccomandazione cosa si pretendeva in cambio da me e sicuramente niente di lecito. Ma nel paese della ragione che importano i valori etici quando di mezzo ci sono i piccoli interessi della propria famiglia?  Per me Sciascia per quella violenza ci ha rimesso la vita. Una volta si sarebbe detto: vittima della violenza di Stato. Mi piacerebbe che Racalmuto, Regalpetra facesse una manifestazione di solidarietà verso il suo grandissimo figlBorsellino insinua una sorta di omertà da parte di Sciascia che non faceva nomi. Se si tratta del celebre concittadino dell'articolo dell'Espresso, quel nome Sciascia l'aveva fatto (anzi l'aveva dovuto fare) ad un certo Falcone. Con quale tutela del suo buon nome? Con quale rispetto delle guarentigie costituzionali, con quale riservatezza istruttoria? Bazzecole?io. E potrei fornire dati, elementi prospettare misteri sinora ignoti per tanti, oscurati da tanti.

Racalmuto: e questo sarebbe il "paese della ragione"?


NEL MESE DI MAGGIO EBBI AD UMILIARE QUESTA MIA MISSIVA AI SIGNORI COMMISSARI. IO NON AVUTO NESSUNA SEGNALZIONE DI QUERELE DIVERSAMENTE DA SCIME' E GUAGLIANO. DUE PESI E DUE MISURE? INVECE DI PERDERE TEMPO A ONORARE MORTI DI CUI SI CONTINUA AD IGNORARE LA VERITA' VERA LE FORSE POLITICHE RACALMUTESI NON HANNO NEPPURE CURIOSITA' DI SAPERE SE QUEL CHE SCRIVO SONO PUTTANATE? CREDO CHE SI DORMANO SONNI... TRANQUILLI PERCHE' SI E' RIUSCITI A PATTEGGIARE IL 2006. E GLI ANNI SUCCESSIVI? SI DIRA' CHE LA COLPA E' TUTTA DI QUEI VENTI NOSTRI CONCITTADINI CHE NON SI SONO DIMESSPIU' DI DUE ANNI FA? E QUESTO SAREBBE IL PAESE DELLA RAGIONE?

Gentilissimi Signori Commissari,
con tutto il massimo rispetto di cui sono capace, umilio ai vostri occhi queste considerazioni. Non è escluso che qualcosa di simile vi venga richiesto dall’alto, diciamo il Parlamento? Diciamo il Viminale? Tanto vale che possiate rispondere debitamente preparati come si faceva a scuola. Il mio è un irriguardoso interpello? No, solo un preammonimento, un avvertimento remissivo, non mafioso, diciamo. Sicuramente vi sfuggerà questo post perché la vostra segreteria mi risulta atterrita.
Ieri, dunque, passai una mattinata a non poter colloquiare con l’ex sindaco Petrotto: lui non passa mai la palla ed ha voce così stentorea che non ti riesce ad interloquire: devi ascoltare e basta. Sostiene Petrotto che in effetti una perimetrazione fu varata – credo però in una tarda data – ma questa per incuria di chissà chi non fu PUBBLICATA. Se oggi si chiede, non viene neppure esibita. Forse è smarrita. Sostiene Petrotto, ed io con lui, che mancando la perimetrazione, se questa è il perimetro da cui si dipartono le distanze per le abitazioni extraurbane onde perseguirle con oneri TARSU gradualmente ridotte e se questa manca, il meno che si possa dire è che ignorandosi i punti di riferimento per colpa della pubblica amministrazione questa non può pretendere un bel nulla. Ad ogni buon conto mi piace pubblicare una carta dell’area urbana racalmutese che al limite può valere per le misurazioni dei regolamenti paesani.
Vi è a Racalmuto una devianza non ricadente sui cittadini: la concessione regionale di uno 0,20% di edificabilità fuori dell’area urbana. Si paga comunque la Bucalossi, il comune l’ha riscossa ma le opere non le ha fatte. Può invece pretendere la TARSU? Decisamente no!
Ma altro discorso si è autorevolmente e responsabilmente fatto: si è detto che si tratta di verde stagionale e pertanto le case c.d. di campagna servono solo per ripararsi dalle calure estive; si scappa dal paese. Ma al paese la tarsu si paga per tutto l’anno e quindi non si può raddoppiare l’onere tributario anche per quel breve periodo in cui non si produce monnezza in paese ; la monnezza campagnola compensa la mancata monnezza paesana. Dunque le case di campagna non pagano monnezza alla stregua di quanto avviene per il canone televisivo. Questa è stata interpetrazione indiscussa. Gli stessi sindaci, assessori e consiglieri se ne sono avvalsi, gli stessi dirigenti TRIBUTI ne erano convinti e non corrispondevano tributo locale alcuno anche per ville molto appariscenti. Controllare per credere. Quando un regolamento ha interpretazioni del genere non si possono sanzionare i cittadini: un principio ora vige: il favor rei contrapposto al vecchio favor fisci; in dubiis favor rei! Se sono stati commessi abusi, indebite devianze da parte della pubblica amministrazione, si individuino e si proceda alle sanzioni o al recupero dei danni subiti per colpa degli assoggettati ai controlli della CORTE DEI CONTI. Non è compito dei Commissari addirittura ministeriali appurare?
Quanto alle analoghe devianze per garage e seconde case non so che dire; mi pare comunque che imperando autorevoli interpretazioni non si è rei di nulla, appunto favor rei e no favor fisci.
Progredendo in ciò che doveva essere compito del difensore civico, soppresso per evitare risse interessate, preciso che diversa natura ha l’obbligazione tributaria rispetto alla imposizione di adempimenti formali quali l’obbligo di dichiarazione.
L’onere tributario del 2006 sorge e si perfeziona nel 2006, come l’allora ICI; l’obbligo di dichiarazione sorge al momento in cui scatta l’obbligatorietà del tributo e viene concesso di assolverlo entro una certa data del mese di gennaio dell’anno successivo.
Non mi risulta che la monnezza che di deve pagare entro il 31 dicembre del 2006 goda di quella specie di dilatazione dei termini di decadenza che si suole indicare del 5 più uno e cioè il diritto ad accertare da parte della pubblica amministrazione dura per cinque anni, più uno. Per l’IRPEF è così, non per la vecchia ICI. E neppure per la TARSU. Intimare pagamenti arretrati dopo sei anni per la TARSU è per lo meno eccesso di potere, se non peggio: roba insomma da giudice penale. Arriviamo alla malversazione? Ai procuratori della Repubblica l’arduo pronunciamento. A questo punto una pubblica amministrazione responsabile applica il principio del in dubiis pro reo e fa la encomiabile autotutela. I signori commissari possono lavarsi le mani? E’ pur faccenda che ricade nel loro pubblico incarico.
E quanto alla dichiarazione. Ma questa scatta al momento in cui insorge l’obbligazione tributaria; nel nostro caso dobbiamo riandare nel tempo sino al 1995 data di emanazione del regolamento che ha reso operativa una certa legge (e non fa nulla se si trattava solo di decreto legislativo). Chi ha omesso la dichiarazione ha disobbedito a quel tempo e puoi invocare il 5 più uno quanto ti pare; posso anche concederti il 10 più uno; è cosa non più recuperabile per avvenuta decadenza dei termini. Se poi quell’obbligo di dichiarazione è annuale, non si illuda la gente che pagato una volta non si paga più; la sanzione scatterebbe per ogni anno.
Emerge però che il Comune ha già istituito un corpo di propri ispettori che hanno visionato tutte le case soggette a TARSU, ne hanno misurate le superfici atte a produrre rifiuti solidi urbani, ne hanno fatto diligente verbalizzazione e l’hanno consegnata al Comune. L’azionaria agrigentina ha preso visione di codesti verbali prima di sanzionare omesse dichiarazioni? Il dirigente TRIBUTI ha avuto modo di appurare o si è limitato a consegnare il suo autografo di firma come atto dovuto? I Commissari hanno contezza di codesta vicenda? Aggiungo che ben cinquecento obbligati racalmutesi non hanno in un primo tempo permesso agli ispettori comunali l’accesso alle loro case ma poi hanno ovviato di persona con il responsabile comunale del tempo. Salvo soppressione di atti di uffici, sono codeste, carte che dovrebbero stare in Comune ed essere agevolmente consultabili. Io non sono delatore e quindi mi fermo qui.
Tralascio la telenovela di presunte AUTORIZZZIONI conferite ad estranee società private di capitali: roba da Corte dei Conti. Leggo qualche mucchio di intimazioni afflittive: notizie bonarie (ammesse ma non interruttive dei termini di decadenza) coniugate indissolubilmente con veri e propri atti accertativi, a firma del responsabile dell’Ufficio Tributi di Racalmuto. Quanto alle prime – come ebbi già a scrivere – tu pubblica amministrazione hai un dubbio sul mio corretto comportamento e mi inviti a chiarire: nulla quaestio se non ha natura di accertamento perfezionato alla data indicata nell’atto. E qui una eclatante omissione della data in cui l’ufficio accertante comunica di avere fatto partire l’atto accertativo per consentire de plano l’ammissibilità o meno del recupero tributario entro i termini di decadenza.
Quanto all’accluso atto accertativo, si comunica che questo discende dai dati catastali, dalle bollette della luce e anche da quelle del gas (non si parla delle bollette dell’acqua, forse per non svegliare il can che dome).
Emerge inconfutabilmente che i dati catastali sono di molto postumi a quelli del 2006; in zone ove manca e luce e gas e quindi per indiscussa giurisprudenza non si applica tarsu, poi viene invece comminata sanzione con recupero della TARSU del 2006; si accerta che tizio o caio ha evaso quando a quella data là il tizio o caio non aveva ancora comprato casa, o aveva ancora un edificio RURALE collabente o addirittura nulla aveva a che fare con l’edificio incriminato. Cosa si è accertato? Nulla! Cosa si dichiara di avere accertato? Tutto: non vi è falso in atto pubblico? E non parliamo di altro. Chi deve vigilare? Ne sono totalmente estranei i Commissari? E per questa domanda mi vogliono affidare ai loro avvocati, come va dicendo MALGRADO TUTTO?
Ci vogliono le prove?

venerdì 19 luglio 2013

Sono stato zittito ... infatti!

Regalpetra Libera Racalmuto La parole di Paolo Borsellino: "Non ci conoscevamo di persona, è la prima volta che lo incontravo in vita mia. Iniziò a parlare dicendomi del suo articolo sul «Corriere», mi disse che era stato travisato, strumentalizzato dalla malafede di molti, che lui non aveva l’intenzione di indicarmi come professionista dell’antimafia".

  • Calogero Taverna Manca la controprova. Audita una et altera parte. L'ho sentito Borsellino a Racalmuto. Mi sono detto se questo è un giudice. Bravo bravissimo uomo, sia chiaro. Ma la lingua italiana fremeva. Certo non si è fatta la villa là dove era inedificabile. Non spiccò assegni con lunga serie di zeri per giocare. Se essere onesti è sufficiente ... Ho tra le mani l'ODORE DEI SOLDI .. oh! che sollazzo se non fosse tragico ma non nel senso che piacerebbe a Regalpetra ... ma nel senso tutto opposto, cavalli che defecano all'hotel Palma, autrigts che si intrecciano con Padova a dire del mio caro amico dottor Francesco Giuffrida (giubilato poi dalla Banca d'Italia e non certo per simpatia verso Berlusconi e Dell'Utri). Costoro mi sono odiosissimi politicamente parlando ma se fossero quelli che Travaglio ci vuol far credere che così erano creduti da Falcone e Borsellino beh! metto la mano sul fuoco. Quando magistrati laureatisi se non alle scuole serali poco ci manca vogliono affrontare gli intrecci bancari e finanziari c'è da mettersi le mani nei capelli. Se Sciascia accenna alla macchinazione contro Sindona, gli dico ora che non ci fu solo quella ma ci fu anche quella. Se scrivo un romanzetto ove si parla della donna del Mossad, so quello che dico. E i magistrati nulla capirono erano tutti presi dal furore "antimafia". Sciascia scriveva: alt! solo così si fa carriera (in Sicilia ... ma anche a Milano, dico io). E cavolo se credo a Sciascia. Non posso mai credere che un uomo. un testardo come Sciascia che sapeva il fatto suo (se non altro c'era Iannuzzi che l'informava) lascia amici e parenti, timido com'era, e si precipita da Borsellino, gli bacia le pantofole, gli chiede scusa e scusa e cerca di farsi perdonare: Vittima della malafede era stato. Ed ha bisogno di confessarsi al futuro mito, a colui che a Racalmuto dovrebbe fare il miracolo di una pioggia di voti. ... Ma mi facciano il piacere. Io ho conosciuto un altro Sciascia ... non sempre come microstorico locale mi illumina, come politico fu troppo anarchico (pacifico) per doverlo amare. Ma Sciascia come nel Giorno della Civetta era un UOMO ... gli altri, beh! lasciamo stare anche se togati. Con questo mi dichiaro "mafioso": se "mafia" è quella del vescovo Ramirez del '700 o anche quella di Vittorio Emanuele Orlando potrei anche starci. Ma la mafia, in Sicilia, è cosa morta e sepolta, lo dice Sciascia: ci pensò il prefetto Mori. E a Racalmuto ebbe la sepoltura negli anni '20 quando S.E. il Cavaliere Benito Mussolini mandò fuori dal convento delle Clarisse la cupola dell'abigeato delle Anime Sante, I nomi? Un'altra volta!

  • paese dove la "vita ... è tanto lontana dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione" (Leonardo Sciascia).


    Paolo Borsellino: "Sciascia mi disse che era stato strumentalizzato dalla malafede"



    “Pochi giorni dopo, a un anno esatto dall’articolo sul «Corriere della Sera», Borsellino si incontra a Marsala proprio con Sciascia. Lo scrittore, nominato coordinatore del comitato scientifico dell’Ente teatro del Mediterraneo che dovrà organizzare una serie di rappresentazioni nell’isola di Mozia e tra le saline dello Stagnone, arriva a Marsala di prima mattina. I due si salutano con una calorosa stretta di mano; Borsellino svela in un’intervista a «L’Unità» un piccolo segreto che lo lega allo scrittore: «Ci siamo incontrati già alcuni mesi fa, a Gibellina, per caso, in occasione del ventennale del terremoto che rase al suolo la valle del Belice. Lui era il relatore ufficiale della cerimonia, io sono presente come “autorità”. E Sciascia, di sua iniziativa, mi ha avvicinato...
     
    Leggo  quella titolazione di REGALPETRA LIBERA e a me vengono le ire funeste, forse davvero vivo in un paese dove la "vita ... è tanto lontana dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione" (Leonardo Sciascia). Anche qui, anche allora Sciascia veniva suggestionato dalla malafede, come a dire di REGALPETRA LIBERA, sarebbe stato per l'articolo sul 'Corriere' del 19 gennaio 1987, quello dei "professionisti dell'antimafia"? Rileggiamolo quell'articolo, specie se siamo candidati a sindaci: potremo continuare a idolatrare Sciascia; diciamo allora  che quella sortita  di Borsellino in quell'occasione fu il frutto di un disagio per una nomina immeritata.

    Sciascia cita, legge e sottolinea un documento ufficiale del Consiglio superiore della magistratura. Sciascia all'epoca ebbe il plauso di tutta la società civile, fummo tutti indignati e applaudimmo il coraggio di un intellettuale tetragono, schietto, lucidissimo. Certo l'accusa sciasciana dell'epoca esplose come una bomba e suscitò tanto imbarazzo e tanto in alto. Gli uomini del potere di allora cercarono di ammansire il PROFETA di RACALMUTO. C'era stato l'incidente Falcone del 1980. Una certa giornalista francese (la Padovani) riferiva cose che se non coperte da segreto istruttorio, necessitavano almeno di rispettosa riservatezza: Sciascia infastidito da Falcone per un certo fascicolo Sindona.
    Riporto qui quello per cui il quieto Nanà fu spinto ad adirarsi, ne scrisse sull' Espresso del 6 marzo 1983.
    Nando della Chiesa aveva  insinuato: "Non vorrei che in tutto questo, qualcuno seguisse lo stesso ragionamento fatto a suo tempo da Michele Sindona nei confronti di Sciascia, quando gli mandò gli emissari per chiedergli di impostare una campagna di opinione a suo favore, che poi Sciascia non fece, limitandosi a dare qualche consiglio".

    Sciascia sbottò: "Ora io ho raccontato subito, allora, a tutti i miei amici, della visita che avevo di un mio concittadino residente in America e che soltanto mi aveva parlato dell'innocenza del suo amico Sindona e di come fosse vittima di una macchinazione [...] Che abbia dato 'qualche consiglio' è dunque una menzogna e una diffamazione: e se il figlio del generale non specificherà da quale fonte ha appreso che io abbia dato consigli  a Sindona e in che questi consigli consistessero, sarò in diritto di considerarlo un piccolo mascalzone".

    Non è linguaggio da Sciascia; un linguaggio così (e prima c'è di più ) non mi risulta che l'abbia mai più usato: tanta era l'ira di Sciascia. Vi fa capolino il trattamento subito da Falcone? Siamo certi che se in vita, o oggi,  Sciascia si sentisse accreditato di essere succubo di "malafede" altrui risfoderebbe i più appunti aculei della sua ineguagliabile penna.

    Ma proprio Regalpetra Libera ha voglia di riaprire vecchie astiosità verso l'intemerato nostro grandissimo concittadino Leonardo Sciascia? Cui prodest? Per qualche voto in più? In questo caso penso per tanti voti in meno come ebbi ieri ad auspicare.
     
    Contestiamo Regalpetra, mai e poi mai Sciascia poteva venire sospettato di manovrabilità da parte di una chissà quale malafede. Figurarsi poi se poteva essere addirittura lui a confermare o anche a confidare. Se Borsellino invece vi fece ricorso che dire? De mortuis nihil nisi bonum!
     
    A maggior nostra contrapposizione ripubblichiamo e confermiamo quanto scritto ieri:  
    Leggo, rammento e concordo:

    "Prendiamo un sindaco .. che cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso, ..... si può considerare in una botte di ferro .... chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia .... Può darsi che ... qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso. Ma questo è un esempio ipotetico:...
    Ma eccone uno vero attuale ed effettuale. Lo si trova nel Notiziario straordinario n. 17 (10 settembre 1986) del Consiglio superiore della magistratura. Vi si tratta dell'assegnazione del posto di procuratore della repubblica di Marsala al dottore Paolo Emanuele BORSELLINO e della motivazione con cui si fa proposta di assegnarglielo ..... "omissis" "... nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il 'superamento' da parte del più giovane aspirante".

    "Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come la 'diversa anzianità' che vuol dire la minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel 'superamento' (pudicamente messo fra virgolette) che vuol dire della bocciatura degli altri più anziani e, per graduatoria, più in diritto. [omissis] I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di 'magistrato gentiluomo' , c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?"

    Allora come ora, ed a Racalmuto - quanto al Sindaco - pare anche domani.

    Stralcio dal Corriere della sera del 10 gennaio 1987, con il titolo spurio I PROFESSIONISTI DELL'ANTIMAFIA (titolo spurio, sì; ma pertinentissimo) e riportato senza titolo in Leonardo Sciascia - A FUTURA MEMORIA (se la memoria ha un futuro), edizione 1989.

    I racalmutesi pare che non lo leggono più, non lo ricordano, non lo comprendono. Non tutti però: io ad esempio lo leggo, lo ricordo e concordo. Quindi non partecipo ai cortei dimentichi di quel che Sciascia scrisse e per ciò ebbe persecuzioni che finirono con l'essergli fatali. Tra Sciascia e Borsellino scelgo Sciascia. E non voterò né farò votare per alcun candidato sindaco che si proclami "antimafioso". Credo in Sciascia.
     

    Tempo perso. Viva Racalmuto!

    • QUEL MALEDETTO IMBROGLIO DEI FIGLIOLINI DELLA NOCE
      Seriosa missiva di Calogero Taverna
      Tempo fa inviai questo mio post a GRANDANGOLO; tempo perso. Forse difetto in calligrafia.

      Scrive Sciascia: «Racalmuto … è un paese In cui LA MAFIA E’ STATA ESTIRPATA DA MORI. ….»
      Ho le traveggole? Ampliamo lo stralcio:

      «Il migliore osservatorio delle cose siciliane continua ad essere per me il paese in cui sono nato e in cui, anche se spesso ne sono lontano, effettivamente vivo: Racalmuto, in provincia di Agrigento.
      [omissis] E’ UN PAESE IN CUI LA MAFIA È STATA ESTIRPATA DA MORI, che non ha mai avuto un deputato né al parlamento nazionale né a quello regionale e dove dunque, il clientelismo è piuttosto vago; che non ha sottoproletariato; che ha completamente eliminato i fascisti dalla vita politica. [ Cioè si è votato] senza subire influssi mafiosi e clientelari, senza tener conto dei fascisti, senza rabbia qualunquistica e sottoproletaria. [….] Non vedo perché, in democrazia, si debba analizzare come positivo, come maturo, il no di chi sta bene e invece come immaturo, come qualunquistico, come mafioso, come razzisticamente diverso il sì di chi sta male. »
      [da Leonardo Sciascia: Nero su nero, gli Struzzi di Einaudi, 1979, pagg. 199-200]

      Da quel dì – mi si dirà – ne è passata di acqua sotto i ponti. diceva qualcuno; tutto scorre. Di deputati ne abbia avuto due, Sciascia compreso, di deputatini regionali, uno; di fascisti – ormai ben lucidati al valor democratico – abbiamo il mio parente Giuseppe, un ingegnere eruditissimo e prezioso (e se si porta a sindaco, lo voto) un geologo anche docente ed altri ancora: la creme dell’intellighenzia racalmutese. Quanto al clientelismo, la nuova legge elettorale porta il familiarismo (vince chi ha famiglia più numerosa, purché unita). Il qualunquismo? È cresciuto ma è più innocuo (vorrei dire, vacuo) di allora. Già, il busillis è tutto là: ora ci dicono le sacre carte giudiziarie e quelle della suprema struttura di governo che Racalmuto è esizialmente inquinato da una FAMIGLIA MAFIOSA, che tutto domina, che tutto travolge, che dappertutto si “infiltra”, anche nei sacrari del supremo governo locale; che se non affilia impone mefitiche collusioni, dispersioni finanziarie, truffaldine espoliazioni di fondi pubblici (comunitari, nazionali, regionali ed anche comunali e cioè anche quelli di un comune senza risorse e con voragini di bilancio); che impone assunzioni e tangenti, che si annida nel Palladium, nelle barcollanti imprese di fili elettrici, nei tentativi di creare a Racalmuto qualche cava per l’edilizia, nel riassettare qualche vecchia casa ( non parlo, ma mi pare che non parlano, del cimitero). E quanto a non parlare, nulla leggo sulle grandi imprese NON RACALMUTESI che i cospicui fondi a triplice mandata finiti al CANNUNI pur li hanno gestiti, non certo perché disponibili dall’infiltrato Comune; e nulla leggo sulla vicenda dell’aeroporto fallito; e nulla leggo sul gas, e nulla leggo sulle deroghe edilizie regionali; e nulla leggo su un inventato parere consiliare nel benestare regionale per l’estensione a zona B letteralmente inventata dalla Regione per il nostro ancora vigente Piano regolatore; e francamente non mi sorprende che nessuna verifica sia stata fatta nel profluvio delle intercettazioni telefoniche registrate e rimesse confusamente alla caserma dei carabinieri racalmutese negli anni ’70-‘80 (ma qui posso davvero essere male informato).
      Già che indagini occorrerebbero? Che dispiegamento di forze? Che diligenza e assiduità investigativa? Che coraggio militare? Che cultura? Capire e spiegare come d’incanto possa nascere una siffatta FAMIGLIA MAFIOSA, all’improvviso. Dopo i 1979? No, ancor dopo se torno a Sciascia. Allo Sciascia morente, quello di cui parla mica un quivis de populo, ma nientemeno Manuel Vàzquez Montalbàn in Lo Scriba Seduto, p. 176 e ss., quando tra l’altro dice: ebbi la fortuna e il dolore di essere presente a quello che fu l’ultimo incontro di coloro che resero possibile FUOCO ALL’ANIMA … destinato ad essere un testo rivelatore.
      Dice Sciascia:
      La vita del mafioso, oggi 1989, è “insicura perché è in lotta con i rivali che lo vogliono sovrastare” e ciò perché “contrariamente a quanto ritiene il giudice Falcone, non è un’organizzazione centralizzata. Sono diverse cupole, insomma, che si fronteggiano. E’ difficile che trovino un accordo tra loro. La cupola delle cupole non esiste.” Porzio: “Tu vedi il fenomeno della mafia come inestirpabile. Ma non ci riuscì il prefetto Mori?” Sciascia: “Non ci è riuscito. Ha messo in atto delle repressioni notevoli, ma non ci è riuscito”. Porzio: “E quindi durante il fascismo la mafia continuò ad esistere?” Sciascia: “Sì, continuò ad esistere ma con limitato potere.” Porzio: “Tutto merito del prefetto Mori?” Sciascia: “Sì.” Porzio: “Ma non è strano che il prefetto Mori non sia stato assassinato?” Sciascia: Allora c’erano delle regole. Il carabiniere faceva il carabiniere, il giudice il giudice, il mafioso il mafioso.” Porzio: “Infatti quando c’era don Calogero Vizzini, il capo di una delle cosche, quello sì restò in vita a lungo.” Sciascia: “Allora la mafia era la mafia.” Porzio: “Era una mafia per bene?” Sciascia: “Per bene no. Non lo è mai stata.” Parzio: “Ma di cosa viveva allora il mafioso? A parte occuparsi della difesa del povero e dell’amico che subiva dei soprusi?” Sciascia: “Nemmeno questo faceva. Si riteneva che lo facesse.” Porzio: “ E allora che compiti svolgeva? Faceva pagare le tangenti ai contadini e ai commercianti?” Sciascia: “Sì, imponeva le tangenti sull’agricoltura.” Porzio: “Ma i ricavati delle tangenti li versava anche ai poveri?” Sciascia: “No, no, no”.

      Ecco, dirà il solito ringrinzito erudito di paese: Sciascia rettifica, cambia opinione, la nuova realtà mafiosa racalmutese ben conosce e bene stigmatizza. Noi che come si sa non siamo Sciasciàlatri pensiamo al solito sotterfugio del diritto a contraddire ed a contraddirsi. Ma tutto sommato, a parte certe sbavature microstoriche, conveniamo nella sostanza delle cose: a Racalmuto in un decennio qualcosa era mutato; i dormienti sfilacciamenti dell’antica mafia dell’abigeato erano in fermento; premeva la famelicità d’influsso americano, di Cosa Nostra – per essere più espliciti – in quel mercato metaracalmutese dello spaccio della droga ed i vecchi ruderi che Genco Russo aveva baciato in bocca negli anni cinquanta erano impari; fremevano escrescenze delinquenziali, ribolliva aria di rivolta. Non v’è nulla negli archivi impenetrabili della locale caserma dei carabinieri? Nessuno dei nuovi inquirenti vi ha fatto capolino? Non vi furono indulgenze, insipienze, indolenze? Non fu davvero lontano lo Stato? Mi si dirà: questo vale per la storia! D’accordo. Ma le vivide intelligenze racalmutesi che facevano? Non vi fu un omicidio in piena piazza, provocatore, ostentato, ammonitore? Tutto finì con molestie in camera di sicurezza di innocenti ed innocui ed ignari cittadini. Ma perché questo Stato si ricorda di noi, meschinelli racalmutesi, solo per romperci l’anima e per toglierci il diritto a sceglierci noi i nostri amministratori? Certo, lo Stato può anche far l’atto di generosità di confezionare una superna Triade Capitolina, meritevolissima ed espertissima, non vacuamente siciliana. Ma come stiamo vedendo si sta già sfaldando in sul nascere. E il dono dell’ubiquità non ce l’ha nessuno: men che meno i solerti milites di piazza Viminale.
      Ecco, ecco: Sciascia antiveggente – dirà sempre quel ringrinzito erudito – prevede la mattanza di piazza Castello. E le altre mattanze. D’accordo, d’accordissimo. Ma questo non significa che nessuna potente FAMIGLIA MAFIOSA racalmutese poteva germogliarne? D’accordo, d’accordissimo con Sciascia che quella di cupole, di cupole che scimmiottano l’ordinamento statuale alla Santi Romano, di cupole delle cupole ad imitazione dei moderni soprastati alla UE, son baggianate, con buona pace di Falcone. Sciascia contro Falcone … ed io qui son tutto per Sciascia. So cose che i santoni della pubblica opinione non sanno o si son dimenticate. E Sciascia con Falcone ce l’aveva per quella faccenda dei consigli a Sindona di cui parla Sciascia stesso a pag. 64 di A FUTURA MEMORIA (se la memoria ha un futuro). Ed anche lì io so cose che occorrerebbe rispolverare. Perché oltretutto sono cose che vanno a maggior gloria di Sciascia (ed a scorno di Falcone). Noi racalmutesi dovremmo togliergli la via oltre il ponte del Carmelo. Ci verranno contro grintosissimi giornalisti indigeni? Riusciremmo a parare i colpi. Chi si è inventato uno Sciascia inventore di Racalmuto, PAESE DELLA RAGIONE, abbia il pudore del silenzio. A dire il vero quel falso slogan ci è servito per il turismo. Chi ha divulgato il topos di ragazzi racalmutesi eroi alla rovescia, mafiosi insomma, della sciasciana Regalpetra, faccia ammenda: ci ha molto nociuto turisticamente parlando. Mi sembra il colmo che anche il Teatro di Sciascia diventi l’ordito ligneo per farvi calcare nefandi impuberi omicidi regalpetresi. Dai tenori di un tempi non vogliamo passare ai tenori dei canti loschi di chi dice (o dicono) essere il capocoro di una cupola delle cupole di una terrificante FAMIGLIA MAFIOSA del paese del sale e dello zolfo; ma niente più sale soltanto zolfo omicida, lupara.

      Cara Signora Cancellieri: Ella è nobile, Ella non ebbe ritegno nel dichiarare le sue ambasce prima di varare un provvedimento che – sia sincera –Le appariva abnorme anche se non sapeva confutarlo. Evitò le visite di false chiese che volevano accreditarle. Fu sobria, pensosa, premurosa persino. Non capì però almeno totalmente la congiura culturale, l’orgia retorica, i predisposti proclami pregni di cialtrone moralismo, perbenismo istituzionale. Ha tempo per ricredersi. Lo faccia, Signor Ministro, a qualsiasi sesso appartenga. Stia attenta a chi Le offre collaborazione, consigli, delazioni. Mi lasci raccontare un ricordo tutto personale. Carli e Occhiuto mi mandano ad ispezionare la morente Banca Privata di Milano. Contribuisco con un biglietto di poche righe a non farla dare alla famelica banca di Roma. Chiedo ed ottengo la “liquidazione coatta” ex art. 67 dell’allora vigente legge bancaria FASCISTA. Mandano un liquidatore, di cui debbo dire tutto il bene del mondo, perché de mortuis nihil nisi bonum. Era giovane ed inesperto. Si affidò, tra gli altri, alle cure del dottor Pontello, di cui tanto si diceva nel mio rapporto ispettivo. Il dottor Pontello poté setacciare tutte le carte della banca di Sindona; setacciò anche le sue carte. La grandissima inenarrabile speculazione valutaria era stata da lui ordita. Con altri. Gli “altri” finirono in gattabuia inchiodati dalle carte selezionate dal dottor Pontello. Il dottor Pontello, vergine nelle carte divenute processuali, andò a dirigere, fare assorbire, far crescere elefantiacamente, sempre con lui dominus, la Banca Antoniana del brav’uomo dottor Giancarlo Rossi, naturalmente subito fagocitato.

      Ha un senso questo svolazzo esibizionistico? Se no, Signor Ministro, Le chiedo scusa.

      Calogero Taverna
      .
    Leggo, rammento e concordo:
    "Prendiamo un sindaco .. che cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso, ..... si può considerare in una botte di ferro .... chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia .... Può darsi che ... qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso. Ma questo è un esempio ipotetico: Ma eccone uno vero attuale ed effettuale. Lo si trova nel Notiziario straordinario n. 17 (10 settembre 1986) del Consiglio superiore della magistratura. Vi si tratta dell'assegnazione del posto di procuratore della repubblica di Marsala al dottore Paolo Emanuele BORSELLINO e della motivazione con cui si fa proposta di assegnarglielo ..... "omissis" "... nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il 'superamento' da parte del più giovane aspirante".
    "Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come la 'diversa anzianità' che vuol dire la minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel 'superamento' (pudicamente messo fra virgolette) che vuol dire della bocciatura degli altri più anziani e, per graduatoria, più in diritto. [omissis] I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di 'magistrato gentiluomo' , c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare  che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?"

    Allora come ora, ed a Racalmuto - quanto al Sindaco - pare anche domani.

    Stralcio dal Corriere della sera del 10 gennaio 1987, con il titolo spurio I PROFESSIONISTI DELL'ANTIMAFIA (titolo spurio, sì; ma pertinentissimo) e riportato senza titolo in Leonardo Sciascia - A FUTURA  MEMORIA (se la memoria ha un futuro), edizione 1989.

    I racalmutesi pare che non lo leggono più, non lo ricordano, non lo comprendono. Non tutti però: io ad esempio lo leggo, lo ricordo e  concordo. Quindi non partecipo ai cortei dimentichi di quel che Sciascia scrisse e per ciò ebbe persecuzioni che finirono con l'essergli fatali. Tra Sciascia e Borsellino scelgo Sciascia. E non voterò né farò votare per alcun candidato sindaco che si proclami "antimafioso". Credo in Sciascia.

    due lettere autografe inviatemi dalla signora SCISCIA


    Per tre volte la signora Sciascia mi ha degnato di trelettera autografe. La terza invero non molto amichevole. L'ho pubblicata varie volte. Le altre due sono invece più gradevoli, la prima quasi gentile. Eccole:
     
     
    Dovrei commentarle, ma stasera non mi va; domani chissà!

    giovedì 18 luglio 2013

    C'è il rimpianto di chi si è persa la festa del monte!

    del mio Paese.......la Festa
    Non mi piace più · · · 2 ore fa ·

    • Ti piace.

    • Calogero Taverna NON TI CRUCCIAR MOLTO, non hai perso molto. La stitichezza dei commissari, l'abulia dei paesani, il floscio sparar di mortaretti, i pugni mancati al cilio, i non compresi cerei, le prediche senza campane e le campane senza prediche, le ombre dei falsi fantasmi degli inesistenti conti del carretto nel 1503 o del fantasmatico Eugenio Gioene, per non parlare di Ambrogio Arsenio e Fernando del falsario Caruselli, falso toscano di Lucca (Sicula), la supplente banna dei tasci (come siamo caduti in basso!), i vuoti di ore ed ore etc. postulavano fischi a non finire. Meno male che c'erano i tammurinara - portentosi - e meno male che il mio amico il colossale Carrara portava avanti la sua simpatica banda; solo così ci siamo salvati per il rotto della cuffia. I richiami culturali di Sciascia hanno fatto dirottare tutti gli uomini in jeans e tutte le donne in jeans dal Centro Commerciale a casa nostra e bar e taberne e zenzeri e tavolinetti in piazza, sui marciapiedi, sulle carreggiate e dovunque insomma hanno fatto affari d'oro. Il giorno dopo hanno chiuso presto, non avevano più roba da imbandire. Certo è che l'anno venturo il sindaco sarò io e vedrai che festa. Intanto tu e il dottor Restivo sicul-padovano approntate le pratiche per la finanza creativa dei comuni e imbastite sapienti derivati (non come quelli di Grotte, però) e vedrai che festa ti cuonzu. A Padre Mattina diamo una lauta mancia e per il resto pensiamo noi, innovando e rinnovando, recuperando anche il cilio dei mugnai che tre ragazze mi attestano essere esistito in un bel foglietto a stampa di una decina di anni fa.
       

    Credo in Sciascia

    Leggo, rammento e concordo:
    "Prendiamo un sindaco .. che cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso, ..... si può considerare in una botte di ferro .... chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia .... Può darsi che ... qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso. Ma questo è un esempio ipotetico: Ma eccone uno vero attuale ed effettuale. Lo si trova nel Notiziario straordinario n. 17 (10 settembre 1986) del Consiglio superiore della magistratura. Vi si tratta dell'assegnazione del posto di procuratore della repubblica di Marsala al dottore Paolo Emanuele BORSELLINO e della motivazione con cui si fa proposta di assegnarglielo ..... "omissis" "... nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il 'superamento' da parte del più giovane aspirante".
    "Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come la 'diversa anzianità' che vuol dire la minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel 'superamento' (pudicamente messo fra virgolette) che vuol dire della bocciatura degli altri più anziani e, per graduatoria, più in diritto. [omissis] I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di 'magistrato gentiluomo' , c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare  che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?"

    Allora come ora, ed a Racalmuto - quanto al Sindaco - pare anche domani.

    Stralcio dal Corriere della sera del 10 gennaio 1987, con il titolo spurio I PROFESSIONISTI DELL'ANTIMAFIA (titolo spurio, sì; ma pertinentissimo) e riportato senza titolo in Leonardo Sciascia - A FUTURA  MEMORIA (se la memoria ha un futuro), edizione 1989.

    I racalmutesi pare che non lo leggono più, non lo ricordano, non lo comprendono. Non tutti però: io ad esempio lo leggo, lo ricordo e  concordo. Quindi non partecipo ai cortei dimentichi di quel che Sciascia scrisse e per ciò ebbe persecuzioni che finirono con l'essergli fatali. Tra Sciascia e Borsellino scelgo Sciascia. E non voterò né farò votare per alcun candidato sindaco che si proclami "antimafioso". Credo in Sciascia.

    Allo scultorello dell'alabastrino, tutto; a me - giustamente - manco una presentazione al Castello

     
    Trovare negli ARCHIVI SEGRETI VATICANI un foglio di tal fatta, leggerlo, capirlo, inquadrarlo e trarne i succhi gastrici della storia racalmutese non credo sia faccenda semplice, immeritevole. Io credo di esserci riuscito ed ecco cosa poi ho scritto nel mio (ignoto per il Comune di Racalmuto) testo RACALMUTO NEI MILLENNI (libro stampato a mie spese), pag. 84:
     
     
    Nel 1308 e nel 1310, Racalmuto è tanto grande da consentire a due religiosi di riscuotervi pingui rendite. Da Avignone,  per disposizione del papa - colà rifugiatosi nel 1300 - arrivano ordini per la tassazione di quei due redditieri per quelle due precorse annate. L'Archivio Segreto Vaticano ci conserva le registrazioni di quei prelievi fiscali. A leggerli, vien fuori qualche dato sulla Universitas di Racalmuto del primo decennio del XIV secolo. Nel registro Rationes Collectoriae Regni Neapolitani - 1308 - 1310 COLLECT. n. 161 f. 97v  abbiamo  :
     
    presbiter Angelus de Montecaveoso pro officio suo sacerdotali, quod impendit in Casali Rachalmuti, solvit pro utraque  tt. ix
     
    E qui stacco con la citazione. Chi vuol saperne di più consulti il mio RACALMUTO NEI MILLENNI (se lo trova). Il libro che pur ha incontrato il favorevole stupore del seduto commissario Galeani, presente Volpe, non solo non riceve un qualche contributo che sarebbe follia sperare dato che i disponibili fondi si dirottano per finanziare i festeggiamenti a pizzette taralli e spumante ed altro del noto scultorello dell'alabastrino in quel del Castello Chiaramontano, ma neppure costà un semplice incontro di presentazione, come invece succede per qualunque cosa  qualche amico e qualche amica dei soliti dirigenti e sedicenti direttori plurincaricati abbiano l'uzzolo di dare alle stampe.
    A me l'onta di sentirmi redarguire su Malgrado che avrei impapocchiato sui Del Carretto non sapendo neppure avvalermi dei grandi studi di un loro zio.
    Se poi perdo le staffe, ho diritto ad incazzarmi? 

    mercoledì 17 luglio 2013

    Tanto rumore per nulla Racalmuto? Fino a un certo punto; vi va accendendo cattiva cinica e perversa la campagna elettorale. Ne vedremo delle belle.

    • Sta dilagando a Racalmuto una atmosfera peelettorale dura, cinica, cattiva. Invero proprio ieri capisco che già antidemocraticamente si è raggiunta una intesa fra sedicenti galantuomini: niente liste con simboli di partito. Qualunquismo assoluto: due sole valide liste; una clerico-fascista che parte vincente (come a Grotte) e così il dottore Borsellino succederà a due commissariamenti davvero non pregevoli. L'altra di sconfitti in partenza che si accontentano di una magra minoranza a palazzo delle Clarisse, monopolizzatrice di tutti noi di sinistra con un candidato a sindaco burletta. Non ho capito molto perché una degnissima signora si lanci in un patetico peana del suo onorevole marito (che aspira dopo anni a sedersi lui come nostro sindaco). Ho inviato un commento di stile Bankitalia, ove si dice tutto e nulla, nell'illusione che chi ha orecchie da intendere intenda.
      (Calogero Taverna)

      mercoledì 17 luglio 2013

      Edy Leone scrive: "Sergio, chi te lo fa fare"
      La notizia che i commissari stanno per intraprendere delle iniziative legali nei confronti di mio marito ha suscitato in me stupore e rammarico, al punto tale da spingermi a scrivere per la prima volta nel blog, per salvaguardare l’onorabilità e la rispettabilità di un uomo che lotta ogni giorno per il proprio paese. Questo lo devo anche alle mie figlie, che con tanto entusiasmo condividono le idee di legalità, impegno civile e amore per la terra in cui sono nate, trasmesse dal loro padre.
      Sergio da quattro anni dedica buona parte del suo tempo libero per il blog e per il rinnovamento di Racalmuto, paese che noi tutti amiamo. Il suo attivismo ha dato speranza e voce ai suoi lettori diventati alcuni di loro autori. Con le sue battaglie di legalità e trasparenza, ha dato fiducia ai giovani. Tanti hanno scritto nel blog Regalpetra libera Racalmuto, anche chi era di idee diverse. Un fatto davvero singolare per la nostra comunità. Da docente della scuola media di Racalmuto, so quanto il blog è seguito dai ragazzi, dai genitori e dai colleghi. Gli alunni spesso chiedono la pubblicazione di articoli nel blog del prof. Sergio. Molti gli apprezzamenti e l’incoraggiamento a continuare.

      Non so quanto abbia influito l’impegno di Sergio nella svolta, dopo gli anni ’90 la gente era spaventata e rassegnata, per i colpi della mafia, oggi si sente più libera ed ottimista, perché l’informazione, la partecipazione e l’impegno ci permette di esserlo.

      L’arrivo della commissione è stato visto con entusiasmo dalle famiglie, che hanno creduto in una nuova fase, così come il Ministro Cancellieri ci aveva annunciato nel giorno di insediamento della commissione, nella sala convegni della Fondazione Sciascia, a cui io, con le mie due figlie ed un folto gruppo di studenti ho partecipato. Eravamo fiduciosi e carichi di entusiasmo, finalmente una ventata di aria fresca e pulita a Racalmuto.

      Il lavoro che dedica Sergio al paese è agli occhi di tutti.

      Il blog ha parlato delle tradizioni di Racalmuto, della scuola, delle iniziative culturali; tutte le feste religiose sono raccontate su youtube grazie a Sergio che è stato anche promotore di diverse iniziative sulla legalità. Ha anche denunciato democraticamente le problematiche quotidiane del paese, spesso segnalate dagli stessi cittadini che venivano a bussare a casa nostra per segnalare le tante ingiustizie, trovando in Sergio l’ascolto ai loro sfoghi e un’attiva collaborazione. Non ha mai chiuso la porta a nessuno, in particolare ai più bisognosi e deboli.

      Per non parlare dei tanti emigrati che hanno stretto con Sergio un legame fraterno, per aver riportato il loro paese lontano dentro le loro case. Durante la festa sono state davvero tante, nei suoi confronti, le manifestazione di stima e di affetto per il suo attivismo da blogger.

      Devo dire, con molta sincerità, che Sergio credeva più di tanti altri nei risultati che la commissione avrebbe raggiunto, scontrandosi con quanti erano titubanti. Da cittadina di Racalmuto dico che le speranze attese sono state disilluse. Quella disponibilità annunciata, ad oggi, è venuta meno.

      Probabilmente, nelle tante cose che Sergio ha scritto, potrebbe aver urtato involontariamente la sensibilità della commissione. Non penso assolutamente che Sergio abbia leso l’immagine di Racalmuto, vista la promozione che ha fatto nel web al suo paese.
      Mentre quattro anni fa nel web Racalmuto era conosciuta per la mafia, oggi, se cerchi Racalmuto sulla rete, trovi soprattutto l’altra Racalmuto, quella migliore. Buona parte di questo materiale si trova nel blog e nel canale youtube di Regalpetra libera.
      Non penso che Sergio meriti dallo Stato, di cui è servitore, una citazione in giudizio.

      Un’ingiustizia.

      Sergio non ha nessuna responsabilità per lo scioglimento di questo comune, solo in quella circostanza l’immagine di Racalmuto è stata danneggiata.

      Sergio, a suo modo, ha dato voce con il blog alle istanze legittime dei Racalmutesi.

      Giovani e meno giovani, ogni giorno vengono accolti nella nostra casa per parlare di Racalmuto, nei sui aspetti positivi e negativi. Tante le donne che hanno scritto e partecipato a questa RIVOLUZIONE CULTURALE, nata dal nulla che adesso è una bella realtà.

      Dico spesso a Sergio: “chi te lo fa fare”.

      Sergio ha un lavoro che gli dà soddisfazioni, una famiglia, una casa, questo suo impegno per il paese gli sta portando in questo momento tanti dispiaceri. Molte volte è stato minacciato in questi quattro anni. Non ci aspettavamo, proprio con la commissione, di trovarci in questa ingarbugliata situazione.

      In questi anni tante volte Sergio è stato calunniato e diffamato, ma non ha mai agito legalmente, il suo obiettivo non è stato quello di difendere la sua onorabilità o ottenere risarcimenti, ma difendere il paese.

      Non riusciamo a capire cosa guadagnerà il paese da questa iniziativa legale, non condivisa da molti Racalmutesi, apprezzata soltanto da qualcuno che vuole perdersi in polemiche sterili, vendicative ed improduttive per il paese.
      Mi auguro che la commissione riveda la propria decisione, affinché non si spenga la voce di “Regalpetra libera”, di Sergio e dei giovani di Racalmuto, che credono in futuro migliore.
      Edy Leone


      Calogero Taverna
      mercoledì, 17 luglio, 2013

      Io non capisco una cosa: dove sta scritto che i commissari hanno denunciato Sergio Scimé? Forse si vuol loro forzare la mano? cui prodest? Da ispettore in disuso ma sempre ispettore ho investigato, cercato, riscontrato. Il 21 maggio si dà incarico ad un legale di Palermo di appurare la procedibilità per il perseguimento giudiziario di eventuali spunti denigratori nei confronti del Comune. Non vi è impegno di spesa. Non vi è l'unanimità della triade (Galeani manca); non viene manco considerato un formale provvedimento. Come atto amministrativo è palesemente nullo a certi effetti, specie procedurali. Nel mio modo - erratico - ero stato molto più critico di Scimé e soprattutto Guagliano che diciamolo con franchezza non è una penna d'oro. Nessuno mi ha importunato. Allora? Chiaro, un ammonimento che ha avuto i suoi effetti. E gli alberi si giudicano dai frutti.
      Come mai allora qualcuno (ma ne sanno qualcosa quelli della triade?) ha uno scatto di memoria e a ridosso della festa del monte si mette a pubblicare nell'albo pretorio un atto nullo, senza conseguenze (l'avvocato di Palermo per muoversi avrebbe dovuto avere un anticipo spese di almeno 750 euro che credo il Comune di Racalmuto con tutte ste guerriglie tassaiole non ha sborsato e non credo che vi si sia avventurato). Dunque? Mi sorge il sospetto che qualcosa sia dovuto ad un sorcio fortunosamente fotografato e a una fontana che improvvidamente si chiedeva di demolire. No? Sergio che è bravo giornalista indaghi e ci illumini. Corre voce (sotterranea) che qualche alto dirigente in queste baruffe chiazzotte ci stia mettendo le penne per qualche improvvida autoliquidazione di rimborso spese o non so che altro. Sia chiaro: siano quello che siano ma quelli della triade sono prefetti, sbirri del Viminale insomma e se si incazzano sanno quello che fanno. Tutti sanno che non li amo. Ma alle volte so quello che dico.

    Ciliu, cilii e cilia di RACALMUTO

    Ciliu s.m. in dialetto racalmutese che non sempre coincide con il dialetto (lingua) ufficiale; cilii al plurale. Consulto il Traina per avere lumi e mi trovo questo bel detto: cilia nella frase PURTARI CILIU, essere eccellente nel suo genere. Forse da CILIU: cero, come si direbbe: portar la palma. Questo plurale neutro ci piace. Ma tutto qui; il cercare nel latino classico ci disorienta ancor più: dovremmo aggrapparci a ciglia et similia; decisamente improbabile. Il Traina ci ripaga dandoci una buona definizione del racalmutese ciliu: macchina trionfale sacra portatile .Eco troviamo in Sciascia che - come abbiamo già riferito - accenna al cilio senza nominarlo quale "macchina alta cinque metri".
    Cruccio, studio, ricerca e solenne pronunciamento invece nello storico locale Tinebra Martonara che ebbe plauso e affidabilità dallo stesso Sciascia.
    "Molte volte - premette il Tinebra - mi è stato domandato quale sia l'origine dei cilii, che sogliono portarsi in processione nel sabato della festa del Monte". Astutamente si ripara nel latino, lui che era bravino nella lingua di Cicerone per sancire che "originariamente si chiamò cero (cereus) un grosso cero, posto su piedistallo, e tenuto in posto da sostegni di legno più o meno artisticamente lavorati, il quale, acceso, soleva portarsi dietro l'immagine del Santo, nella ricorrenza della festa. [...]Nel nostro  ... vediamo ancora la traccia del cereo, che è stato soppiantato da un lungo  cilindro di legno, che sorge al di sopra".
    Ci pare un classico  post hoc propter hoc. Traligna il Tinebra quando con sussiego si mette a citare il Gregorio. Gregorio, questo grande paleografo della storia di Sicilia finito in antipatia - e non so perché - al nostro Sciascia nel Consiglio d'Egitto, parla sì di cereus datato1355 ma è ben chiaro che si trattava di quel gravoso onere tributario ecclesiastico che si corrispondeva già nel' tredicesimo secolo ad Agrigentum per la festa di S. Gerlando (vedere le "più antiche carte" del Collura).
    Lo storico locale, quanto fondatamente tendo a mettere in dubbio, è sicuro "essere il cereo sola prerogativa dei borgesi. Essi solo potevano costruirlo, adornarlo e portarlo in processione nel dì della festa".  Meno certo, soggiunge: "con ogni probabilità, fra noi quest'uso fu introdotto alla festa del Monte, ma in Sicilia era invalso sin dal principio del secolo XIV".  
    Non ne siamo per niente convinti, un modo disinvolto di far storia locale. Il Tinebra (il doppio cognome TINEBRA-MARTORANA,  fu accondiscendenza spagnoleggiante tardiva del Nostro che al suo aggiunse il cognome della madre), diviene per Sciascia, già nelle PARROCCHIE, "antico cronista". Indubitabile, nel 1956, piano piano scema di affidabilità storica nel grande scrittore racalmutese, ma non scemano la simpatia  e la preferibilità rispetto a grossi volumi storici su Racalmuto apparsi nel frattempo. Rifiutati da Sciascia.
    Se non storico di molta attendibilità, cronista del suo tempo, la fine del XIX secolo, lo fu. Ne rimarchiamo qui i punti salienti di quella sua cronaca sulla festa del Monte.
    "I giovani borghesi di Racalmuto, sin da molto tempo addietro, ne hanno costruito uno (di cilii), che è il più elegante, va intorno ricco di fregi, e oro, e banderuole multicolori; è assai grato a vedersi.
    "Ogni anno è fatto segno a calorose dispute e forma l'unica attrattiva di questa cerimonia. E' detto degli schietti, ossia dei giovani che sono andati a nozze. Il cilio si ferma in mezzo alla piazza, i giovani più arditi e più ricchi si contendono l'onore di impadronirsi di una fra quelle banderuole; spesso ne vien fuori una baruffa, e gran furia di calci, ed un precipitoso menar di pugna corona l'opera." 
    Questo attorno al 1897. Scoppia la guerra del '40; non c'è festa sino al 1945. Dopo la festa riprende ma non è più quella di prima. Sciascia ci lascia testimonianza di come si era evoluta (o involuta) la festa. Succulento episodio: "L'anno scorso la lotta per la bandiera, trascinandosi risentimenti elettorali, si annunciava cruenta; allora un borgese di rispetto, un anziano, intervenne ai primi colpi, era scapolo, dichiarò che la bandiera la voleva lui. Accadde una cosa mai vista, tutti in tripudiante accordo i giovani borgesi sollevarono l'uomo di rispetto, per età e corpulenza non ce la faceva, lo issarono sudando fino alla bandiera."
    Mentre trascriviamo un feroce sospetto ci assale: va a finire che gli intellettuali dell'antimafia racalmutesi -  a corto di argomenti - passarono questa notizia alla ministra, per ottenere il provvedimento di messa in commissariamento del comune per induzione all'attività malavitoso da parte di picciotti mafiosi locali.
     

    Ciliu, cilii e cilia a Racalmuto

    Ciliu s.m. in dialetto racalmutese che non sempre coincide con il dialetto (lingua) ufficiale; cilii al plurale. Consulto il Traina per avere lumi e mi trovo questo bel detto: cilia nella frase PURTARI CILIU, essere eccellente nel suo genere. Forse da CILIU: cero, come si direbbe: portar la palma. Questo plurale neutro ci piace. Ma tutto qui; il cercare nel latino classico ci disorienta ancor più: dovremmo aggrapparci a ciglia et similia; decisamente improbabile. Il Traina ci ripaga dandoci una buona definizione del racalmutese ciliu: macchina trionfale sacra portatile .Eco troviamo in Sciascia che - come abbiamo già riferito - accenna al cilio senza nominarlo quale "macchina alta cinque metri".
    Cruccio, studio, ricerca e solenne pronunciamento invece nello storico locale Tinebra Martonara che ebbe plauso e affidabilità dallo stesso Sciascia.
    "Molte volte - premette il Tinebra - mi è stato domandato quale sia l'origine dei cilii, che sogliono portarsi in processione nel sabato della festa del Monte". Astutamente si ripara nel latino, lui che era bravino nella lingua di Cicerone per sancire che "originariamente si chiamò cero (cereus) un grosso cero, posto su piedistallo, e tenuto in posto da sostegni di legno più o meno artisticamente lavorati, il quale, acceso, soleva portarsi dietro l'immagine del Santo, nella ricorrenza della festa. [...]Nel nostro  ... vediamo ancora la traccia del cereo, che è stato soppiantato da un lungo  cilindro di legno, che sorge al di sopra".
    Ci pare un classico  post hoc propter hoc. Traligna il Tinebra quando con sussiego si mette a citare il Gregorio. Gregorio, questo grande paleografo della storia di Sicilia finito in antipatia - e non so perché - al nostro Sciascia nel Consiglio d'Egitto, parla sì di cereus datato1355 ma è ben chiaro che si trattava di quel gravoso onere tributario ecclesiastico che si corrispondeva già nel' tredicesimo secolo ad Agrigentum per la festa di S. Gerlando (vedere le "più antiche carte" del Collura).
    Lo storico locale, quanto fondatamente tendo a mettere in dubbio, è sicuro "essere il cereo sola prerogativa dei borgesi. Essi solo potevano costruirlo, adornarlo e portarlo in processione nel dì della festa".  Meno certo, soggiunge: "con ogni probabilità, fra noi quest'uso fu introdotto alla festa del Monte, ma in Sicilia era invalso sin dal principio del secolo XIV".  
    Non ne siamo per niente convinti, un modo disinvolto di far storia locale. Il Tinebra (il doppio cognome TINEBRA-MARTORANA,  fu accondiscendenza spagnoleggiante tardiva del Nostro che al suo aggiunse il cognome della madre), diviene per Sciascia, già nelle PARROCCHIE, "antico cronista". Indubitabile, nel 1956, piano piano scema di affidabilità storica nel grande scrittore racalmutese, ma non scemano la simpatia  e la preferibilità rispetto a grossi volumi storici su Racalmuto apparsi nel frattempo. Rifiutati da Sciascia.
    Se non storico di molta attendibilità, cronista del suo tempo, la fine del XIX secolo, lo fu. Ne rimarchiamo qui i punti salienti di quella sua cronaca sulla festa del Monte.
    "I giovani borghesi di Racalmuto, sin da molto tempo addietro, ne hanno costruito uno (di cilii), che è il più elegante, va intorno ricco di fregi, e oro, e banderuole multicolori; è assai grato a vedersi.
    "Ogni anno è fatto segno a calorose dispute e forma l'unica attrattiva di questa cerimonia. E' detto degli schietti, ossia dei giovani che sono andati a nozze. Il cilio si ferma in mezzo alla piazza, i giovani più arditi e più ricchi si contendono l'onore di impadronirsi di una fra quelle banderuole; spesso ne vien fuori una baruffa, e gran furia di calci, ed un precipitoso menar di pugna corona l'opera." 
    Questo attorno al 1897. Scoppia la guerra del '40; non c'è festa sino al 1945. Dopo la festa riprende ma non è più quella di prima. Sciascia ci lascia testimonianza di come si era evoluta (o involuta) la festa. Succulento episodio: "L'anno scorso la lotta per la bandiera, trascinandosi risentimenti elettorali, si annunciava cruenta; allora un borgese di rispetto, un anziano, intervenne ai primi colpi, era scapolo, dichiarò che la bandiera la voleva lui. Accadde una cosa mai vista, tutti in tripudiante accordo i giovani borgesi sollevarono l'uomo di rispetto, per età e corpulenza non ce la faceva, lo issarono sudando fino alla bandiera."
    Mentre trascriviamo un feroce sospetto ci assale: va a finire che gli intellettuali dell'antimafia racalmutesi -  a corto di argomenti - passarono questa notizia alla ministra, per ottenere il provvedimento di messa in commissariamento del comune per induzione all'attività malavitoso da parte di picciotti mafiosi locali.
     

    Babbi e piccilidri diu l'aiuta

    Che io non sia mai stato profeta nella mia patria, né lo sono, né lo potrò essere è certezza evangelica, parola del Signore, di N.S.G.C. nato morto e resuscitato per la nostra umana redenzione. Pensavo che giunto a quasi quattro ventine di vita avessi diritto ad atteggiamenti rispettosi da ex giovani panciuti e baristi. Niente di niente. Un tripponcino barista mi zittisce pur stando fuori, pur stando a sorbire un suo espresso pagato da un mio lontano affine, perché la mia alta voce per motivi di senescente otite disturbava una sua telefonata. A Racalmuto s'inverte tutto: non è il cliente che ha sempre ragione ma il padrone dell'esercizio ad avere il sopravvento specie se ha torto.
    Imbufalito avrei voluto prendermi la rivincita, come dire vendicarmi, chiedendo magari a chi di dovere se erano regolarmente assolti e congruamente gli oneri per occupazione del suolo pubblico, nel caso persino di un marciapiede di passaggio pubblico. Ma tutti a dirmi stai buono, non prendertela con un imbecille, tantu chiddu è babbu, e canone infrangibile di Racalmuto è che babbi e picciliddri diu l'aiuta. E da vecchio devo stare attenta a prendermela con un siffatto onnisciente giudice, per un giudizio particolare subito, universale chissà quando. Fuori in Italia non ho mai ubbidito; al mio paese a Racalmuto ancora: credere ubbidire e combattere. E così ogni volta la prendo in quel posto, in nome della tradizione che dico e predico di voler far rivivere, integra, assurda. impietosa.
     
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