martedì 5 novembre 2013

Una pagina d storia fascista racalmutese


Ben diverso è il discorso per la fondazione dei fascismo. Un racalmutese, il notaio Giuseppe Pedalino di Rosa, sarebbe stato nientemeno che un “sansepolcrista”. Il personaggio, sul quale sono disponibili alcune fonti che però sono di segno divergente, rassomiglia a quello del Rubè di A.G. Borgese, anche se qui la storia può dirsi a lieto fine. Nato a Racalmuto il 3.11.1879, si laurea in giurisprudenza a Palermo nel 1901 e si trasferisce a Milano per esercitarvi la professione di avvocato fino al 1925, e, dopo, quella di notaio. Morì a Merate il 15\10\1957. Risulta iscritto al P.N.F. dal 23.3.1919. E.N. Messana così ce lo descrive: «Fra i socialisti divenuti interventisti si ricorda il notaro Giuseppe Pedalino di Rosa, finito poi al fascio e divenuto un sansepolcrista. Questi fu anche un poeta in vernacolo, un tipo bizzarro, che amò molto il paese. Scrisse «Lu cantastorie d’America» in cui cantò luoghi e persone di Racalmuto nell’aulico dialetto siciliano. Visse molti anni a Milano e vi morì». ([1]) Salvatore Restivo rivisita quella biografia nel giornaletto locale del maggio 1993 ([2]) « ... Fin dalla prima giovinezza appartenne al partito socialista; in Sicilia con Giuseppe Lauricella della vicina Ravanusa, a Milano con il gruppo di cui facevano parte tra gli altri Pietro Nenni ed Emilio Caldara.  [ ..] Il 23 marzo 1919 partecipò alla fondazione dei fasci di combattimento, dai quali si allontanò progressivamente fino ad essere “eliminato per diserzione”. [...] Nel 1934 organizzò a Racalmuto un raduno di poeti siciliani a cui parteciparono anche Luigi Natoli e Ignazio Buttitta [..]». Il Pedalino ebbe, invero, la sventura di una sorella che andò sposa ad un appartenente alla celebre famiglia di anarchici di Grotte: i Vella. Il casellario politico centrale registra alla busta 5342 gli anarchici: 1°) Vella Antonio (fasc. N.° 6504) nato a Grotte il 6.9.1886; 2°) Vella Giuseppe (fasc. N.° 3908) nato a Grotte il 10.11.1895; 3°) Vella Diego (fasc. N.° 22144) nato a Racalmuto il 15.2.1901, 5°) Vella Dante Nunziato (fasc. N.° 4621) nato a Racalmuto il 24.3.1908, ed alla busta n.° 5344, il più celebre di tutti, 5°) Vella Randolfo (fasc. 17912) nato a  Grotte il 20.4.1893. Non è questa la sede per accennare, anche brevemente, all’affascinante storia di questa famiglia di anarchici, socialisti, antifascisti, ma anche in rotta con gli esuli comunisti. Ai nostri fini, il richiamo al C.P.C. dell’Archivio Centrale dello Stato (busta n.° 5342) ci serve per inquadrare la figura del notaio Pedalino. Il 27 dicembre 1937, le questure d’Italia sono alle prese con uno dei suddetti schedati: Vella Dante Nunziato. Scoprono che è parente del notaio milanese. Chiedono informazioni. Ecco la risposta: «27 dicembre 1937 - anno XVI. Oggetto: Vella Dante fu Giuseppe e fu Concetta Pedalino, nato a Racalmuto il 24/3/1908 residente a Lugano ... Prefettura di Milano ... “comunico che l’avv. Pedalino Giuseppe fu Fedele e di Rosa Maria Vita, nato a Racalmuto il 3.11.1879 (e non 1895) risiede in questa città dal paese di origine, ed abita in via Pergolesi n.° 23 con studio in via Monforte n.° 14.

«Coniugato con Passoni Maria di Emilio e Speranza Rosa nata a Milano il 29.9.1897 ha una figlia a nome Vitamaria Alfonsina, nata a Milano il 2.10.1926. Il Pedalino è zio materno del Vella Dante. Il Pedalino risulta di regolare condotta in genere ed è iscritto al P.N.F. dal 23.3.1919. Il prefetto: (G. Mangano).» ( [3])

Fino al 1937, il Pedalino è dunque ancora un “regolare fascista” che può vantare la prestigiosa tessera dei primordi fascisti. Certo, fu tessera presa a Milano e Racalmuto c’entra solo per un fatto anagrafico. Non è da escludere che questi ebbe guai dopo quella richiesta d’informazioni della polizia politica del 1937. I due suoi nipoti, per parte della sorella, Dante Nunziato e Rodolfo Vella, proprio in quell’anno si erano arruolati nelle “milizie rosse” della guerra di Spagna.

Ma davvero il Pedalino partecipò a quella adunata tenuta la sera del 23 marzo 1919, fra le mura di un vecchio palazzo milanese in Piazza San Sepolcro, donde uscì il primo Fascio di combattimento?  Non va dimenticato che quella fu un’adunata che poi si tinse di un’aura veramente leggendaria. ([4]) Lo stesso Mussolini non ricordava più quanti fossero. Una volta parla di cinquantadue: furono solo loro a giurare “che la lotta che avevano intrapresa - quella sera del 23 marzo 1919 - non poteva finire se non con una trionfale vittoria”, ed altra volta rettifica in cinquantatre  (12 febbraio 1925) ([5]) Il Pedalino, in quello ristretto stuolo, forse non fu mai. Una qualche piccola astuzia (o menzogna), forse utilizzata al tempo del concorso a notaio. Era un avventuroso siciliano, dopo tutto! Quei nipoti, della III Internazionale, finiti nelle milizie rosse di Spagna ebbero forse a guastargli quella vantata primogenitura politica.

 

 

Attorno al 1922, a Racalmuto premeva in sommo grado la questione della crisi finanziaria del settore zolfifero. Nel settembre del 1922 una commissione degli esercenti le miniere di zolfo della Sicilia si era recata a Roma per premere al fine di ottenere un decreto-legge autorizzante l’emissione di obbligazioni per 120 milioni di lire garantite dallo stato. Vagava tra la camera ed il senato un disegno di legge in tal senso. A dire il vero la camera l’aveva approvato, ma il senato ancora no, per via della crisi ministeriale. Si cercava, con il decreto-legge, di ovviare al pericolo che la legge naufragasse in quel bailamme parlamentare. Pronubo il sottosegretario Lo Piano.

La crisi zolfifera era allo stremo. La concorrenza degli Stati Uniti era stata micidiale. Solo che con la guerra, si era estratto zolfo a prezzi politici. Si era costituito il «consorzio obbligatorio per l’industria zolfifera siciliana» al quale il produttore era obbligato di consegnare  il minerale estratto. Il consorzio, aveva accumulato uno stock di zolfo invenduto. Al 30 aprile del 1922 erano giacenti nei magazzini consortili 270.000 tonnellate di zolfo. Su tale quantitativo le banche avevano anticipato 85 milioni di lire e si rifiutavano di accordare altre anticipazioni sullo zolfo che frattanto si era continuato a produrre. Si profilava un blocco nella produzione dello zolfo. Gli industriali chiedavano di togliere - con l’emissione obbligazionaria - lo stock dalla circolazione e di rendere quindi possibile la immediata vendita della nuova produzione. ([6])

Einaudi era sferzante ed irriducibile: «Chi ha stock da vendere, - rintuzzava -   si arrangi. Può darsi che il modo migliore di arrangiarsi sia di accantonare lo stock, facendo un’operazione con istituti bancari, nella speranza di poterlo vendere in tempi migliori. E’ accaduto parecchie volte che l’operazione è riuscita bene. Riuscirà tanto meglio, quanto meno lo stato ci ficcherà dentro il naso. [...] Ma  - si obietta - il consorzio fu creato dallo stato; i prezzi li fissa il consorzio, col consenso del governo. Quindi il governo o mantenga le sue promesse o sciolga il consorzio. Parliamoci chiaro. A chi vuol dare ad intendere l’ing. Raverta questa solennissima bubbola che il governo osi sciogliere di sua iniziativa il consorzio solfifero? Il consorzio rimarrà finché lo vogliono deputati, rappresentanze, industriali solfatai siciliani. Essi lo hanno creato ed essi lo vogliono. Il resto d’Italia non ci ha messo bocca  e non osa metterci bocca, per timore di far cosa spiacevole ai siciliani. E’ uno di quei casi di leggi, in cui deputati e senatori delle altre regioni hanno ritegno di parlare, temendo, se parlano contro, di suscitare delicate recriminazioni regionali. Tutta la responsabilità del cosiddetto ‘governo’ è qui: nel non avere osato, se aveva un’opinione contraria al consorzio, di farla valere per timore di dire o di fare cosa spiacevole ai siciliani. Se ora questi si persuadono, e sarebbe tempo, che il consorzio è stato un errore, che la sua esistenza nuoce alla Sicilia, ed è una minaccia all’industria solfifera, lo dicano chiaro e netto; e lo dicano tutti. Troveranno governo e parlamento disposti a mandare a carte quarantotto un esperimento tollerato solo per reverenza al volere che sembrava unanime di quella grande e patriottica e nobile regione.»

Quel numero  del Corriere della Sera sarà arrivato a Racalmuto e letto dagli interessati. Einaudi era anche senatore. Sarà stato considerato alla stregua del nostro Bossi. Negli ambienti degli esercenti sarà corso un brivido; forse una fibrillazione. Intanto saliva al potere quel Mussolini di cui si era appena sentito dire. A lui si guardò certo con acuto interesse, più in speranzosa attesa che con timore politico. Il «liberismo» di Einaudi non era proprio un’appetibile scelta politica!

 

 

Non crediamo che fra le “masse rurali” era da includere il ceto contadino racalmutese. Nulla ce lo lascia intravedere. E’, però, certo che agrari locali, esercenti delle miniere di zolfo, gabellotti, contadini e braccianti ed il piccolo ceto dell’infima borghesia ebbero modo di disaffezionarsi dai loro referenti politici sia della Democrazia Sociale di Guarino Amella e Colonna di Cesarò, sia dallo stesso partito democratico-riformista di Enrico La Laggia, cui ultimamente aveva aderito una frangia degli ottimati racalmutesi. Mussolini parlava dell’ «Aventino» quale epicedio dello stato demo-liberale. Non c’era cultura greca a Racalmuto bastevole per apprezzare l’immagine erudita. Vi era molto buon senso (ed i pressanti interessi del quotidiano) per dissentire dai loro deputati eletti nel listone “nazionale” del 1924 che ora facevano l’«Aventino». In definitiva, neppure Gramsci mostra di apprezzare questi rappresentanti degli agrari siciliani con i quali, suo malgrado, si trovava in sodalizio.

«Ho visto in faccia la “piccola borghesia “ con tutti i suoi tipici caratteri di classe - scriveva Gramsci alla moglie il 22 giugno 1924 commentando i primi lavori dell’Aventino ([7]). - La parte più ributtante di essa era costituita dai popolari e dai riformisti (per non parlare dei massimalisti, povera gente di cascia andata a male; i più simpatici erano Amendola e il generale Bencivenga dell’opposizione costituzionale che si dichiaravano favorevoli in principio alla lotta armata e disposti anche (almeno a parole) a porsi agli ordini dei comunisti, se questi fossero in grado di organizzare un esercito contro il fascismo. Un deputato democratico-sociale (è questo un partito siciliano che unisce latifondisti e contadini) che è duca Colonna di Cesarò, ministro di Mussolini fino al mese di marzo, dichiarò di essere più rivoluzionario di me perché fa la propaganda del terrore individuale contro il fascismo. Tutti, naturalmente, contrari allo sciopero generale da me proposto e all’appello alle masse proletarie ... ».

 

Colonna di Cesarò - è certo - non riuscì a propagandare “il terrore individuale contro il fascismo”, a Racalmuto. I locali suoi aderenti dovettero disorientarsi non poco: già amavano molto poco i blandi socialisti racalmutesi agli ordini dell’avv. Vella; figuriamoci se potevano dare credito a chi osava associarsi con i bolscevichi del 1921.

 

A livello locale il problema centrale restava sempre quello dei finanziamenti per lo zolfo invenduto. La faccenda del 1922 veniva ricordata ancora.  I più avvertiti avevano presente l’odiato senatore Einaudi per quello che aveva scritto sulle colonne del Corriere della Sera. Il governo di Mussolini diede il decreto invocato sin dai tempi di Facta (D.L.n. 202 dell’11/1/1923). Nel nuovo corso fascista si potevano dunque riporre attese meridionalistiche e di intervento statale. Tra le varie provvidenze del decreto, lo stato garantiva lo smaltimento a prezzi remunerativi dello stock e si impegnava nel finanziamento del Consorzio, ma su obbligazioni dell’ente garantite sugli esercizi futuri. «Insomma - scrive Salvatore Lupo [8]- a pagare sarebbe stata la futura produzione». Vi era - è vero - chi come Carlo Sarauw, forse per opposto interesse, aveva di che ridire su quanto si riusciva a combinare in provincia di Agrigento e di Caltanissetta. «Io posso spiegarmi che un’accolta di maffiosi ignoranti delle province di Girgenti e di Caltanissetta abbia potuto premere a Palermo sull’amministrazione del Consorzio [...] ma non posso ammettere che essa potesse allungare i suoi tentacoli fino a Roma o piegasse il Governo alle direttive di quegli organi del Consorzio che subivano la sua azione». ([9]) In quel di Racalmuto, ove gli interessi zolfiferi passavano trasversalmente per tutti i ceti sociali, vi fu soddisfazione per il provvedimento mussoliniano del gennaio 1923 ed iniziava quel consenso che dopo il 1926 si consoliderà penetrantemente, in profondità, in maniera totalizzante. Le bizze dell’Aventino dei propri deputati dovettero apparire atteggiamenti incomprensibili, sospetti, fedifraghi, da non approvare, da rimuovere.
 

 

Il delitto Matteotti, invero, non lasciò indifferente l’intera comunità civica racalmutese. Se dobbiamo credere a E.N. Messana, il socialista Vella si diede da fare: «Fu lui - scrive il Messana ([10]) - che in seguito all’uccisione di Giacomo Matteotti si presentò con la guantiera a raccogliere il contributo per la corona. Entrò nel salone di Salvatore Rizzo, Paparanni,  e là Luigi Scimè, giovane figlio del Dr. Nicolò, gli diede L. 0,50, altri uguale cifra o meno. Contribuirono molti racalmutesi, oltre i summenzionati si ricordano il comm. Giuseppe Bartolotta consigliere provinciale in carica, il sindaco Scimè, Pio Messana, Salvatore Falcone, Calogero Mattina fu Gaetano, Carmelo Schillaci Ventura, Giuseppe Cutaia, i fratelli Luigi e Giuseppe Lo Bue. Questi furono segnati a dito e perseguitati dal fascismo. Luigi Scimè, ufficiale effettivo dell’esercito, non avanzò più di grado.»

L’emozione per l’efferato delitto dovette essere una momentanea reazione, non coinvolgente la stima verso Mussolini. Questo, almeno a Racalmuto. A più ampio raggio, ancor oggi non crediamo che sia stata stabilita la verità storica. Troppi risentimenti, molti condizionamenti ideologici.



[1]) ibidem, pag. 345.
[2]) Malgrado tutto - periodico cittadino di Racalmuto - maggio 1993 Anno XII n.°2, pag. 3.
[3]) Archivio Centrale dello Stato - Casellario Politico Centrale (C.P.C.) - Busta n.° 5342 - fasc. N.° 4621 intestato a Vella Dante fu Giuseppe e fu Concetta Pedalino, nato a Racalmuto il 24.3.1908.
[4]) Francesco Ercole - La Rivoluzione Fascista - Ciuni Editore Palermo 1936, pag. 82
[5]) ibidem pag. 83 e pag. 84.
[6]) Illuminante al riguardo la polemica dell’Einaudi  con il siciliano ing. Raverta sul Corriere della Sera in data 13 ottobre 1922 op. cit. pagg. 881-888, a seguito dell’articolo del 10 settembre (op. cit.  pag. 824 e segg.)
[7]) 2000 pagine di Gramsci, vol. II: Lettere edite e inedite 1912-1937, a cura di G. Ferrara e N. Gallo, Milano 1964, p. 45.
[8]) Salvatore Lupo, La crisi del monopolio naturale. Dal Consorzio obbligatorio all’Ente Zolfi, in Economia e società nell’area dello zolfo - secoli XIX-XX - Salvatore Sciascia editore, Caltanissetta-Roma, 1989, pag.  354.
[9]) Lettera ad A. Di Nola  in Archivio Carnazza, fasc. 28, III 37, busta “C” ; Industria zolfifera e legge mineraria. Cit. in Lupo, op. cit. pag. 354.
[10]) Eugenio Napoleone Messana - Racalmuto nella storia della Sicilia - Canicattì 1969 - p. 234.
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