martedì 23 maggio 2017

fringe benefit BI contro ASIS SENATORIALE

Eureka eureka eureka,
 
 fringe benefit BI contro ASIS SENATORIALE

grida ancora la Fisac CGIL cui do contributi sin al 1° febbraio 1960, qualunque sia stato il mutevole denominarsi. 

Dopo il grido di trionfo:  ABBIAMO VINTO, ABBIAMO UNA BANCA, furbescamente abbiamo soffiato la CSR a Leone ed ora è tutta nostra

(meglio l'abbiamo consegnata  noi comunisti  a PAPI uomo di idee  finiane),

 ecco ora un altro grido di vittoria., un altro "ritorniam vincitori. Abbiamo la nostra POLIZZA SANITARIA, ABBIAMO SOTTOSCRITTO PER VOI (nolenti o volenti) la polizza sanitaria che la BI  che la BI è stata costretta ad accettare, come a noi è perso. 

Oh cazzo! Io non posso più contestare la novella grettezza di Via Nazionale 91; faccio parte dei residuali 628 cgiellini BI,  un risibile 4,18%  della platea  dei dipendenti e pensionati (diretti e indiretti) di Bankit.

Il mio sindacato ha scelto per me. Cottini cacciandomi stalinisticamente da un 'gruppo chiuso' che si chiama come altri di segno opposto BANCHITALIA  ma pare sia un gruppo suo personale, tosco anche se non scellerato come qualcuno va malignando,  mi ha persino impedito di manifestare  il mio  preordinato dissenso.

Ho cercato di manifestare il mio dissenso circa quelle scellerate intese BI/Sindacati in tema di    c.d. Polizza Sanitaria.

Due gli scogli:

a)  noi ultraottuagenari  veniamo maciullati, finiamo,  per colpa della nostra longevità, privati di ogni assistenza integrativa proprio quando ne abbiamo più bisogno. Ho agitato la questione. Non perseguo interessi personali perché grazie a Dio io posso anche prescinderne. Ma questa pesante area di supersenescenti in BI è purtroppo molto consistente e non se ne può prescindere, ed è criminale  negligere.

b) il ricorso alle ASSICURAZIONI è parassitario, lesivo, assolutamente deleterio per noi stravecchi.

E allora: soluzione semplice. Ad imitazione dell'ASIS senatoriale, mettere sù una analoga ASIBI (Assistenza sanitaria integrativa Banca d'Italia).

Già, chi paga?

Non vogliamo essere parassitari come i senatori della Repubblica Italiana, anzi stigmatizziamo quegli indecenti e obnubilati gravami sui costui della politica.

Triplici i canali di finanziamento di casa nostra;

a) nostri contributi ma molto contenuti;

b) doverosa destinazione dei tanti utili di gestione (peraltro per regalie indecorose della BI) della nostra CSR nel rispetto della sua natura mutualistica;

c) copertura finanziaria integrativa della BI. Anche per riparazione di quei dissennati regali ai Partecipanti ( 340.000.000 di euro nel 2015 a remunerazione dei 300,000,000 di vecchie lire  ereditati, che ad onta del famigerato art. 19, comma 10, credo addirittura senza apporto di denaro fresco, di cui peraltro la BI non  necessitava, Visco già nel 2015 aveva gonfiato sino 507.000.000 di euro, nonché rastremando  quell'incredibile foraggiamento del Capo X delle entrate eventuali del Tesoro per 1.908.681.590 euro, in pratica sperperabile dal Tesoro senza vincoli di bilancio, magari per finanziare le sue  indecenti ASIS et similia.

Caro Visco non venirmi a parlare di costi/benefici per giustificare questa tua recente mania di azzerarci tutti i nostri centenari fringe benefit.

 Calogero Taverna

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Nella serata di ieri si è concluso con la sottoscrizione, il lungo negoziato riguardante il tema dell'assistenza sanitaria in favore di tutto il personale in Servizio e in Quiescenza.
 
Anche a seguito dell'accoglimento di buona parte delle richieste di questa sigla, nell'incontro odierno abbiamo ottenuto ulteriori avanzamenti. 
 
In particolare:
 
- riattivata la  possibilità di assicurare figli a carico senza limiti di età e senza oneri aggiuntivi;
 
- i figli non a carico di Dipendenti e Pensionati fino a 28 anni potranno essere assicurati pagando un premio inferiore del 30% rispetto al prezzo di aggiudicazione della gara;
 
- la quota del contributo a carico dei Dipendenti e dei Pensionati, diminuirà qualora dalla gara emergano risparmi sulla base d’asta; 
 
- la Banca si è impegnata, a ricondurre la Long Term Care in capo alla Fondazione figli inabili della Banca d'Italia.
 
La Fisac CGIL ha sottoscritto l’accordo in materia, anche alla luce dei miglioramenti apportati rispetto alla vigente assicurazione sanitaria.
 
Pur tra tante difficoltà, non ultimo il fatto che il negoziato ha avuto più tavoli sindacali, si ritiene comunque di aver raggiunto un accordo positivo, che tiene conto sia delle richieste dei Colleghi in servizio che in quiescenza, sgombrando il campo da qualsiasi inesistente conflitto inter generazionale. 
 
La questione "salute" ha da sempre rappresentato una priorità per questa O.S.; pertanto non consentiremo che essa venga strumentalizzata per fini di bieca propaganda sindacale.
 
Seguirà una informativa più dettagliata.
 
Saluti
 
La Segreteria Nazionale

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giovedì 23 aprile 2015


Mamma nun mi mannati a la pirrera


CIRCOLO UNIONE
Frammenti
1° gennaio 1974
zolfatai
1)  E vannu a la matina e li viditi
parinu di li muorti accumpagnati
vistiti di scuru ca li cumpunniti
‘mmiezzu lu scuru di li vaddunati
scinninu a la pirrera e ‘mmanu
portano la so lumera pi la via
ca no’ pi iddi pi l’erbi di lu chianu
luci lu suli biunnu a la campia.

[zolfatai]
6)  Mamma nun mi mannati a la pirrera
ca notti e jurnu mi pigliu turrura
scinnu na scala di cientu scaluna
cu scinni vuvu muortu s’innacchiana
********
P.S: Non condivido. Da Le parrocchie, pag. 130. " ... nessuno insomma ne vuol sapere, né giornalisti né partiti né sindacati. Se gli zolfatai  scioperano hanno assistenza, l'ECA si mette in movimento, gente viene da fuori a interrogare e fotografare, la prefettura tira fuori quattrini, e lancia telegrammi...." . Ma meglio molto meglio prima (pag. 23-24) . "Per le zolfare che ovunque fiorivano, l'aria di Regalpetra prendeva un che di acre, bruniva l'argento che veniva ad ornare le case dei nuovi ricchi, persino negli abiti l'acre odore dello zolfo bruciato stingeva. Le colline che a nord chiudono il paese, l'altopiano che ad ovest comincia come una mezzaluna, assumevano un fossile tono rossastro, nei campi vicino alle zolfare le spighe non granivano per il fiato dei calcheroni. L'ingegnere francese Gill, inventore di un nuovo tipo di forno per la combustione dello zolfo, batteva la zona; oggi gli zolfatari dicono - forno gill - non sanno che questo nome era per i loro nonni un uomo simpatico, con una bella barba, alla mano, ho conosciuto un vecchio che se ne ricordava, ricordava l'ingegnere Gill che si preparava il brodo con gli estratti, lo zolfataro ricordava questa magica operazione, con un cucchiaio di mastice - diceva - otteneva il brodo. Non capitava spesso agli zolfatai di conoscere uomini di comando così alla mano. 'Pròvati, e pròvati  .a scendere per i dirupi di quelle scale,'   - scrive un regalpetrese -'visita quegli immensi vuoti, quei dedalei andirivieni, fangosi, esuberanti di pestiferi esalazioni, illuminati tetramente dalle fuligginose fiamme delle candele ad olio: caldo afoso, opprimente, bestemmie, un rimbombare di colpi di  piccone, riprodotto dagli echi, dappertutto uomini nudi, stillanti sudore, uomini che respirano affannosamente,  che si trascinano a stento per le lubriche scale, giovinetti, quasi fanciulli, a cui si converrebbero giocattoli, e baci, e tenere materne carezze, che prestano l'esile organismo all'ingrato lavoro per accrescere poi il numero dei miseri deformi.' E quando dalla notte della zolfara i picconieri e i carusi ascendevano all'incredibile giorno della domenica,  le case nel sole o la pioggia che batteva sui tetti, non potevano che rifiutarlo, cercare nel vino un diverso modo di sprofondare nella notte, senza pensiero, senza sentimento del mondo."
E non mi venga ora a dire che stavamo meglio perché allora si era senza Draghi e senza la Merkel.
 

 

Ma c'è altro che mi affligge: quei rosticci, quei ginisara - per me cancerogeni - che quarant'anni di moderno governo comunale ha continuato a lasciar intatti come ignota contro mezzaluna di morte e di devastazione fisica. Interessi di famiglie eminenti, nequizia di decaduti ereditari, compiacenze di  organi di controllo sanitari lasciano abbandonati quei focolai mal sopiti del male del secolo.




Una legge forse firmata TREMONTI ma saggia doverosa ineccepibile. Quanto ho gridato in tal senso negli anni di piombo presso il sindacato CGIL della BI, quando davvero era sindacato dei lavoratori e non del Governatore. Che fine ha fatto questa legge? Chi mi illumina? Forse la Consulenza legale. Lo spero prima che faccia danno.
 
 
 
 
 


lunedì 22 maggio 2017

ricorso  alle Assicurazioni, di qualsiasi specie. Sono passaggi parassitari e dissipatori. b) soprattutto disastrosi per noi ultraottuagenari. c) La Banca d'Italia ha l'obbligo morale di istituire nel suo seno una sorta di cassa saniataria che assicuri  esausitiva assistenza  a tutti i suoi dipendenti nonché pensionati (anche quelli indiretti). d) senza sciommiotare l'indecente Assistenza Saniitaria integrativa del Senato, recepire almeno le scelte tecnico-finanziarie adeguandole alle nostre peculiarità. e) sorge certo il problema delle risorse finanziarie: queste andrebbero innanzitutto coperte con  onesti nostri contributi , ma soprattutto con sostegno mutualistico della CSR e con la residua copertura  della stessa Banca d'Talia. f) detto così sembrano miraggi senescenti ma se vi fossero seindacati seri, competenti e pretesi al bene comune  sarebbero vie non solo praticabili ma addirittura doverose, g) Ovvio nessuna mia fiducia agli attuali sindacati: Cottini mi caccia via perché non ossequiente agli inciuci del momento, la SIBC in polemica con i colleghi considera 'scandalosa una polizza' sol perché non piegata alle esigenze congressuali, la triplice ridotta ormai a manco un migliaio di aderenti, in gran parte collabenti pensionati come il sottoscritto. Spero in dio.

Banca d’Italia in mano a soci privati. ‘Conflitto d’interesse’. ‘No, è indipendente’

di | 20 giugno 2013
Banca d’Italia in mano a soci privati. ‘Conflitto d’interesse’. ‘No, è indipendente’
Economia & Lobby
Il presidente Adusbef Elio Lannutti e Franco Barani, docente della Bocconi, rispondono (con punti di vista molto diversi) sul tema della governance dell'istituto centrale. E affrontano il tema dell'eterno rinvio del decreto attuativo sull'assetto proprietario Di chi è la Banca d’Italia e quali interessi fa, dei cittadini o delle banche? Dell’Italia o dell’Eurozona? E importa davvero visto che il pallino del sistema lo tiene ormai la Bce? La questione torna alla ribalta ogni volta che i fondamentali dell’economia traballano o esplode uno scandalo che investe il mondo della finanza. Abbiamo posto queste domande a due interlocutori che dell’argomento si sono occupati  a lungo giungendo a conclusioni diametralmente opposte. Elio Lannutti è presidente Adusbef ed ex parlamentare Idv, autore dei saggi “La Repubblica delle banche”, “Bankster” e “Peggio di Al Capone, i vampiri di Wall Street”. L’altro è il prof. Franco Barani, docente all’Università Bocconi di teoria e politica monetaria internazionale, vice presidente dell’Ispi (Istituto di studi di politica internazionale), membro italiano dell’European Shadow Financial Regulatory Committee, comitato ombra per le politiche di regolamentazione finanziaria. Il primo attacca a muso duro, contestando gli effetti deteriori dello strapotere dei privati. Il secondo la vede all’opposto, additando il vero pericolo proprio in quella politica che sogna di notte di mettere le mani sopra i forzieri dell’istituto, con effetti pericolosissimi per la stabilità. Ecco le ragioni di due visioni difficilmente conciliabili ma fatalmente costrette a ragionare di lobby, potere e interesse nazionale. 
Le grandi banche e assicurazioni private posseggono la maggioranza delle azioni di Bankitalia. C’è un problema di conflitto di interessi?
LANNUTTI (ADUSBEF) – Quel 95% di partecipazioni private è un gigantesco conflitto di interesse che si è rafforzato con l’istituzione dell’Ivass, presieduto dal direttore generale di Bankitalia che assegna all’ex Isvap la vigilanza sul settore assicurativo. Il capitale di Bankitalia, che ammonta a 156.000 euro, è costituito da 300.000 quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna, la cui cessione – recita lo Statuto – avviene solo previo consenso del Consiglio Superiore e su proposta del Direttorio “nel rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza dell’Istituto e di una equilibrata distribuzione”. Consumatori, risparmiatori, clienti, azionisti, pmi non hanno avuto mai alcuna tutela da Bankitalia, che ha perseguito la stabilità (presunta) del sistema bancario a danno della concorrenza. Hanno subito abusi, vessazioni ed ordinari soprusi (dall’anatocismo ai mutui usurari, al risparmio tradito), con i costi dei conti correnti pari a 295,66 euro, assai più elevati della media Ue a 27 (pari a 114 euro), ed i tassi sui mutui più alti di 1,29 punti base, con l’effetto di 27.100 euro in più per un mutuo trentennale di 100.000 euro.
BRUNI (BOCCONI) – Io non vedo alcun conflitto d’interessi. Il governo della banca centrale per legge è del tutto indipendente dalla proprietà, che ha dei ruoli nel consiglio ma nessuna influenza sulla politica monetaria che è garantita anche dalla partecipazione della BI al sistema europeo. Ha ceduto i suoi poteri sostanziali alla banca centrale. Finora inoltre aveva una funzione quasi indiscussa di sorveglianza e di regolamentazione finanziaria, ora è stata interamente ceduta agli organi comunitari e la vigilanza sta per esserlo con l’unione bancaria che è stata già approvata da commissione, consiglio e parlamento. Quindi non c’è alcuna relazione tra la banca centrale e gli interessi in gioco.
Bankitalia risponde alle critiche sostenendo che la governance è comunque indipendente in quanto espressione del governo. E’ una risposta convincente?
LANNUTTI (ADUSBEF) – Dagli atti e dalle sentenze, che Adusbef ha ottenuto in tutte le sedi giudiziarie (Tribunali, Corte di Appello, Sezioni Unite di Cassazione, Corte Costituzionale), non esiste una sola prova dell’indipendenza della Banca d’Italia dalle banche azioniste: al contrario è evidente una contiguità con il sistema bancario suo azionista, con il malinteso obiettivo di perseguire la stabilità. Segnalo in proposito la famosa circolare dei tassi soglia, che escludeva dal calcolo usurario ai sensi della legge 108/96 il “pizzo” della commissione di massimo scoperto. E’ stato calcolato che tale presunta ‘stabilità’ del sistema costa ogni anno a correntisti e risparmiatori da 5 ai 7 miliardi di euro di maggiori oneri.
BRUNI (BOCCONI) – Non vedo conflitti neppure dal punto di vista della governance interna, perché tutte le cariche rilevanti come il direttorio sono di nomina non delle banche ma del Tesoro. Certo, abbiamo avuto l’episodio di Fazio in cui in qualche misura il Consiglio della Banca d’Italia ha rallentato la situazione per pressioni della politica. Inoltre chi siede ai vertici deve essere gradito alle autorità internazionali, lo si è visto con la nomina di Draghi sul quale non c’è stata discussione. Poi c’è stato Visco, scansando le pressioni esterne.
Da otto anni si attende il regolamento attuativo che ridefinisca l’assetto proprietario della Banca d’Italia con l’obiettivo di farla ritornare sotto il controllo pubblico. Doveva essere fatta entro tre anni, come stabilisce la legge del 2005. Perché secondo lei quella legge non è mai stata attuata? Quali novità dovrebbe contenere?
LANNUTTI (ADUSBEF) – Dopo le dimissioni dell’ex Governatore Antonio Fazio del dicembre 2005, caduto per le vaste complicità con i furbetti del quartierino, le scalate estive e l’amico Fiorani, il banchiere del bacio in fronte alla consorte del capo della Popolare di Lodi, che elargiva fior di regali alla signora Tarantola (ex capo della vigilanza ed oggi presidente Rai), e dopo la nomina di Mario Draghi, la legge ha ridefinto gli assetti proprietari della Banca d’Italia abrogando tra l’altro la carica a vita. Le Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari imponevano entro la fine del 2008 alle banche azioniste di Bankitalia di cedere le proprie partecipazioni, affinché il capitale dell’istituto di vigilanza tornasse in mano pubblica, così come previsto dall’articolo 19, comma 10, della l. 28 dicembre 2005, n. 262. Tra le 65 proposte di legge che ho presentato quand’ero parlamentare, ho depositato un disegno di legge recante “Norme sulla proprietà della Banca d’Italia e sui criteri di nomina del Consiglio superiore della Banca d’Italia” (Atto Senato n. 929), per riformare gli assetti dell’azionariato Bankitalia e avere un istituto centrale indipendente, sottratto alla longa manus dei banchieri e rispettoso dei diritti dei clienti e dei risparmiatori, mettendo in mora il Governo con numerosi atti di sindacato ispettivo per sanare una vera e propria «anomalia» istituzionale.
BRUNI (BOCCONI) – La legge imponeva il ritorno del controllo pubblico. Ma credo abbiano prevalso altre emergenze che ci vedono ancora orientati sulla politica economica più che sugli assetti. La mia interpretazione è che, nonostante la legge, ci sia una preferenza istituzionale e internazionale affinché la banca centrale sia posseduta in modo molto formalistico dalle banche come negli Usa e non dal governo. Perché l’indipendenza, questa la convinzione prevalente ormai in Europa, è violata più facilmente dai governi. Quindi è vero che c’è la legge ma è meglio che la Banca d’Italia abbia un azionariato bancario diffuso con un sistema di governance sostanzialmente neutralizzato piuttosto che un governo che allora dovrebbe garantire indipendenza per il Trattato di Maastricht e in modi molto speciali, come fa la Banca d’Inghilterra che è di proprietà del Tesoro ma ha un apposito consiglio per l’autonomia monetaria o come ha fatto la Francia tra il 1992 e il 1999, finché è entrata in funzione la Bce. Quindi tanto vale lasciar le cose come sono. Mi rendo conto di dire una cosa contra legem, e mi rendo conto che è forse possibile realizzarla senza violare il trattato: sono questioni di tecnica giuridico-istituzionale. Ma la sostanza non cambia.
Com’è stata esercitata negli ultimi anni la funzione di vigilanza e indirizzo da parte di Bankitalia? Si potevano prevenire i vari scandali?
LANNUTTI (ADUSBEF) – Una pessima vigilanza di banchieri a braccetto dei controllori ha determinato il fenomeno del risparmio tradito con i crack finanziari e industriali che hanno colpito un milione di famiglie, bruciando almeno 50 miliardi di euro di sudato risparmio, i casi Cirio, Parmalat, Tango Bond, Lehman Brothers, le cui obbligazioni venivano pubblicizzate come sicure sul sito dell’Abi Patti Chiari, assieme ad altri 50 titoli tossici. Abbiamo ricordato a Draghi e Visco, che per giustificarsi lamentavano la mancanza dei poteri, il caso Italease. Bankitalia il 24 luglio 2007, al fine di assicurare «la sana e prudente gestione» del gruppo, ha ordinato «il rinnovo degli organi e la convocazione delle assemblee» in sede ordinaria e straordinaria nonchè «la ricapitalizzazione» dell’istituto, il rinnovo del collegio sindacale, il divieto di effettuare operazioni in derivati con conseguente segnalazione alla Procura di Milano, che dopo qualche mese arrestò l’ex ad di Banca Italease Massimo Faenza, poi condannato per gravissimi reati. Lo scandalo Mps, che ha provocato un enorme buco di bilancio, costringendo il governo a emettere Monti bond per 4,1 miliardi di euro, l’esatto ammontare Imu prima casa, è avvenuto per l’assoluta mancanza di controlli di Consob, per quanto attiene ai bilanci, ma soprattutto per la mancata vigilanza di Bankitalia, che nonostante le ispezioni rilevassero gravissime anomalie di gestione, non ha voluto procedere all’azzeramento del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale, come aveva fatto in altri casi, per non disturbare l’avv. Giuseppe Mussari, l’Abi, il Mps e i partiti di riferimento e uno status quo che avrebbe frustrato, rallentato e forse ostacolato le avide ambizioni del Governatore Mario Draghi, proiettato verso la presidenza della Bce.
BRUNI (BOCCONI) – Non posso sapere se si possono prevedere degli scandali e non credo tocchi alla Banca d’Italia farlo. Certo, vedo che sulla questione dell’indipendenza della Banca d’Italia si stanno dando da fare due lobby contrapposte che apparentemente non c’entrano nulla tra loro e sollevano un problema a mio giudizio inutile o peggio dannoso. C’è chi vorrebbe mettere le mani sulla Banca a livello politico, addirittura pensando che prima o poi si sfascia l’euro e torna la lira e che mettendoci sopra le mani sia possibile accelerare la cosa… Poi ci sono i banchieri che vorrebbero rivalutare le azioni in bilancio, dicendo che sono importanti, che hanno in mano la Banca centrale, che c’è dentro l’oro. Non vogliono potere ma mettere una posta di bilancio positiva per aumentare il capitale e i coefficienti di Basilea senza metterci i soldi, che poi son quelli che contano. Il rischio, dal mio punto di vista, è che se la visione anti-euro si sposa alla prima lobby, la Banca rischia davvero di diventare strumento della politica anziché garanzia dei cittadini. Ora che salta la vigilanza e va in Europa non sarà più possibile fare pressione sulle banche perché comprino titoli di Stato. E dal mio punto di vista, questo è un bene per tutti.

Banca d’Italia in mano a soci privati. ‘Conflitto d’interesse’. ‘No, è indipendente’

di | 20 giugno 2013
Banca d’Italia in mano a soci privati. ‘Conflitto d’interesse’. ‘No, è indipendente’
Economia & Lobby
Il presidente Adusbef Elio Lannutti e Franco Barani, docente della Bocconi, rispondono (con punti di vista molto diversi) sul tema della governance dell'istituto centrale. E affrontano il tema dell'eterno rinvio del decreto attuativo sull'assetto proprietario Di chi è la Banca d’Italia e quali interessi fa, dei cittadini o delle banche? Dell’Italia o dell’Eurozona? E importa davvero visto che il pallino del sistema lo tiene ormai la Bce? La questione torna alla ribalta ogni volta che i fondamentali dell’economia traballano o esplode uno scandalo che investe il mondo della finanza. Abbiamo posto queste domande a due interlocutori che dell’argomento si sono occupati  a lungo giungendo a conclusioni diametralmente opposte. Elio Lannutti è presidente Adusbef ed ex parlamentare Idv, autore dei saggi “La Repubblica delle banche”, “Bankster” e “Peggio di Al Capone, i vampiri di Wall Street”. L’altro è il prof. Franco Barani, docente all’Università Bocconi di teoria e politica monetaria internazionale, vice presidente dell’Ispi (Istituto di studi di politica internazionale), membro italiano dell’European Shadow Financial Regulatory Committee, comitato ombra per le politiche di regolamentazione finanziaria. Il primo attacca a muso duro, contestando gli effetti deteriori dello strapotere dei privati. Il secondo la vede all’opposto, additando il vero pericolo proprio in quella politica che sogna di notte di mettere le mani sopra i forzieri dell’istituto, con effetti pericolosissimi per la stabilità. Ecco le ragioni di due visioni difficilmente conciliabili ma fatalmente costrette a ragionare di lobby, potere e interesse nazionale. 
Le grandi banche e assicurazioni private posseggono la maggioranza delle azioni di Bankitalia. C’è un problema di conflitto di interessi?
LANNUTTI (ADUSBEF) – Quel 95% di partecipazioni private è un gigantesco conflitto di interesse che si è rafforzato con l’istituzione dell’Ivass, presieduto dal direttore generale di Bankitalia che assegna all’ex Isvap la vigilanza sul settore assicurativo. Il capitale di Bankitalia, che ammonta a 156.000 euro, è costituito da 300.000 quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna, la cui cessione – recita lo Statuto – avviene solo previo consenso del Consiglio Superiore e su proposta del Direttorio “nel rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza dell’Istituto e di una equilibrata distribuzione”. Consumatori, risparmiatori, clienti, azionisti, pmi non hanno avuto mai alcuna tutela da Bankitalia, che ha perseguito la stabilità (presunta) del sistema bancario a danno della concorrenza. Hanno subito abusi, vessazioni ed ordinari soprusi (dall’anatocismo ai mutui usurari, al risparmio tradito), con i costi dei conti correnti pari a 295,66 euro, assai più elevati della media Ue a 27 (pari a 114 euro), ed i tassi sui mutui più alti di 1,29 punti base, con l’effetto di 27.100 euro in più per un mutuo trentennale di 100.000 euro.
BRUNI (BOCCONI) – Io non vedo alcun conflitto d’interessi. Il governo della banca centrale per legge è del tutto indipendente dalla proprietà, che ha dei ruoli nel consiglio ma nessuna influenza sulla politica monetaria che è garantita anche dalla partecipazione della BI al sistema europeo. Ha ceduto i suoi poteri sostanziali alla banca centrale. Finora inoltre aveva una funzione quasi indiscussa di sorveglianza e di regolamentazione finanziaria, ora è stata interamente ceduta agli organi comunitari e la vigilanza sta per esserlo con l’unione bancaria che è stata già approvata da commissione, consiglio e parlamento. Quindi non c’è alcuna relazione tra la banca centrale e gli interessi in gioco.
Bankitalia risponde alle critiche sostenendo che la governance è comunque indipendente in quanto espressione del governo. E’ una risposta convincente?
LANNUTTI (ADUSBEF) – Dagli atti e dalle sentenze, che Adusbef ha ottenuto in tutte le sedi giudiziarie (Tribunali, Corte di Appello, Sezioni Unite di Cassazione, Corte Costituzionale), non esiste una sola prova dell’indipendenza della Banca d’Italia dalle banche azioniste: al contrario è evidente una contiguità con il sistema bancario suo azionista, con il malinteso obiettivo di perseguire la stabilità. Segnalo in proposito la famosa circolare dei tassi soglia, che escludeva dal calcolo usurario ai sensi della legge 108/96 il “pizzo” della commissione di massimo scoperto. E’ stato calcolato che tale presunta ‘stabilità’ del sistema costa ogni anno a correntisti e risparmiatori da 5 ai 7 miliardi di euro di maggiori oneri.
BRUNI (BOCCONI) – Non vedo conflitti neppure dal punto di vista della governance interna, perché tutte le cariche rilevanti come il direttorio sono di nomina non delle banche ma del Tesoro. Certo, abbiamo avuto l’episodio di Fazio in cui in qualche misura il Consiglio della Banca d’Italia ha rallentato la situazione per pressioni della politica. Inoltre chi siede ai vertici deve essere gradito alle autorità internazionali, lo si è visto con la nomina di Draghi sul quale non c’è stata discussione. Poi c’è stato Visco, scansando le pressioni esterne.
Da otto anni si attende il regolamento attuativo che ridefinisca l’assetto proprietario della Banca d’Italia con l’obiettivo di farla ritornare sotto il controllo pubblico. Doveva essere fatta entro tre anni, come stabilisce la legge del 2005. Perché secondo lei quella legge non è mai stata attuata? Quali novità dovrebbe contenere?
LANNUTTI (ADUSBEF) – Dopo le dimissioni dell’ex Governatore Antonio Fazio del dicembre 2005, caduto per le vaste complicità con i furbetti del quartierino, le scalate estive e l’amico Fiorani, il banchiere del bacio in fronte alla consorte del capo della Popolare di Lodi, che elargiva fior di regali alla signora Tarantola (ex capo della vigilanza ed oggi presidente Rai), e dopo la nomina di Mario Draghi, la legge ha ridefinto gli assetti proprietari della Banca d’Italia abrogando tra l’altro la carica a vita. Le Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari imponevano entro la fine del 2008 alle banche azioniste di Bankitalia di cedere le proprie partecipazioni, affinché il capitale dell’istituto di vigilanza tornasse in mano pubblica, così come previsto dall’articolo 19, comma 10, della l. 28 dicembre 2005, n. 262. Tra le 65 proposte di legge che ho presentato quand’ero parlamentare, ho depositato un disegno di legge recante “Norme sulla proprietà della Banca d’Italia e sui criteri di nomina del Consiglio superiore della Banca d’Italia” (Atto Senato n. 929), per riformare gli assetti dell’azionariato Bankitalia e avere un istituto centrale indipendente, sottratto alla longa manus dei banchieri e rispettoso dei diritti dei clienti e dei risparmiatori, mettendo in mora il Governo con numerosi atti di sindacato ispettivo per sanare una vera e propria «anomalia» istituzionale.
BRUNI (BOCCONI) – La legge imponeva il ritorno del controllo pubblico. Ma credo abbiano prevalso altre emergenze che ci vedono ancora orientati sulla politica economica più che sugli assetti. La mia interpretazione è che, nonostante la legge, ci sia una preferenza istituzionale e internazionale affinché la banca centrale sia posseduta in modo molto formalistico dalle banche come negli Usa e non dal governo. Perché l’indipendenza, questa la convinzione prevalente ormai in Europa, è violata più facilmente dai governi. Quindi è vero che c’è la legge ma è meglio che la Banca d’Italia abbia un azionariato bancario diffuso con un sistema di governance sostanzialmente neutralizzato piuttosto che un governo che allora dovrebbe garantire indipendenza per il Trattato di Maastricht e in modi molto speciali, come fa la Banca d’Inghilterra che è di proprietà del Tesoro ma ha un apposito consiglio per l’autonomia monetaria o come ha fatto la Francia tra il 1992 e il 1999, finché è entrata in funzione la Bce. Quindi tanto vale lasciar le cose come sono. Mi rendo conto di dire una cosa contra legem, e mi rendo conto che è forse possibile realizzarla senza violare il trattato: sono questioni di tecnica giuridico-istituzionale. Ma la sostanza non cambia.
Com’è stata esercitata negli ultimi anni la funzione di vigilanza e indirizzo da parte di Bankitalia? Si potevano prevenire i vari scandali?
LANNUTTI (ADUSBEF) – Una pessima vigilanza di banchieri a braccetto dei controllori ha determinato il fenomeno del risparmio tradito con i crack finanziari e industriali che hanno colpito un milione di famiglie, bruciando almeno 50 miliardi di euro di sudato risparmio, i casi Cirio, Parmalat, Tango Bond, Lehman Brothers, le cui obbligazioni venivano pubblicizzate come sicure sul sito dell’Abi Patti Chiari, assieme ad altri 50 titoli tossici. Abbiamo ricordato a Draghi e Visco, che per giustificarsi lamentavano la mancanza dei poteri, il caso Italease. Bankitalia il 24 luglio 2007, al fine di assicurare «la sana e prudente gestione» del gruppo, ha ordinato «il rinnovo degli organi e la convocazione delle assemblee» in sede ordinaria e straordinaria nonchè «la ricapitalizzazione» dell’istituto, il rinnovo del collegio sindacale, il divieto di effettuare operazioni in derivati con conseguente segnalazione alla Procura di Milano, che dopo qualche mese arrestò l’ex ad di Banca Italease Massimo Faenza, poi condannato per gravissimi reati. Lo scandalo Mps, che ha provocato un enorme buco di bilancio, costringendo il governo a emettere Monti bond per 4,1 miliardi di euro, l’esatto ammontare Imu prima casa, è avvenuto per l’assoluta mancanza di controlli di Consob, per quanto attiene ai bilanci, ma soprattutto per la mancata vigilanza di Bankitalia, che nonostante le ispezioni rilevassero gravissime anomalie di gestione, non ha voluto procedere all’azzeramento del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale, come aveva fatto in altri casi, per non disturbare l’avv. Giuseppe Mussari, l’Abi, il Mps e i partiti di riferimento e uno status quo che avrebbe frustrato, rallentato e forse ostacolato le avide ambizioni del Governatore Mario Draghi, proiettato verso la presidenza della Bce.
BRUNI (BOCCONI) – Non posso sapere se si possono prevedere degli scandali e non credo tocchi alla Banca d’Italia farlo. Certo, vedo che sulla questione dell’indipendenza della Banca d’Italia si stanno dando da fare due lobby contrapposte che apparentemente non c’entrano nulla tra loro e sollevano un problema a mio giudizio inutile o peggio dannoso. C’è chi vorrebbe mettere le mani sulla Banca a livello politico, addirittura pensando che prima o poi si sfascia l’euro e torna la lira e che mettendoci sopra le mani sia possibile accelerare la cosa… Poi ci sono i banchieri che vorrebbero rivalutare le azioni in bilancio, dicendo che sono importanti, che hanno in mano la Banca centrale, che c’è dentro l’oro. Non vogliono potere ma mettere una posta di bilancio positiva per aumentare il capitale e i coefficienti di Basilea senza metterci i soldi, che poi son quelli che contano. Il rischio, dal mio punto di vista, è che se la visione anti-euro si sposa alla prima lobby, la Banca rischia davvero di diventare strumento della politica anziché garanzia dei cittadini. Ora che salta la vigilanza e va in Europa non sarà più possibile fare pressione sulle banche perché comprino titoli di Stato. E dal mio punto di vista, questo è un bene per tutti.

Banca d’Italia in mano a soci privati. ‘Conflitto d’interesse’. ‘No, è indipendente’

di | 20 giugno 2013
Banca d’Italia in mano a soci privati. ‘Conflitto d’interesse’. ‘No, è indipendente’
Economia & Lobby
Il presidente Adusbef Elio Lannutti e Franco Barani, docente della Bocconi, rispondono (con punti di vista molto diversi) sul tema della governance dell'istituto centrale. E affrontano il tema dell'eterno rinvio del decreto attuativo sull'assetto proprietario Di chi è la Banca d’Italia e quali interessi fa, dei cittadini o delle banche? Dell’Italia o dell’Eurozona? E importa davvero visto che il pallino del sistema lo tiene ormai la Bce? La questione torna alla ribalta ogni volta che i fondamentali dell’economia traballano o esplode uno scandalo che investe il mondo della finanza. Abbiamo posto queste domande a due interlocutori che dell’argomento si sono occupati  a lungo giungendo a conclusioni diametralmente opposte. Elio Lannutti è presidente Adusbef ed ex parlamentare Idv, autore dei saggi “La Repubblica delle banche”, “Bankster” e “Peggio di Al Capone, i vampiri di Wall Street”. L’altro è il prof. Franco Barani, docente all’Università Bocconi di teoria e politica monetaria internazionale, vice presidente dell’Ispi (Istituto di studi di politica internazionale), membro italiano dell’European Shadow Financial Regulatory Committee, comitato ombra per le politiche di regolamentazione finanziaria. Il primo attacca a muso duro, contestando gli effetti deteriori dello strapotere dei privati. Il secondo la vede all’opposto, additando il vero pericolo proprio in quella politica che sogna di notte di mettere le mani sopra i forzieri dell’istituto, con effetti pericolosissimi per la stabilità. Ecco le ragioni di due visioni difficilmente conciliabili ma fatalmente costrette a ragionare di lobby, potere e interesse nazionale. 
Le grandi banche e assicurazioni private posseggono la maggioranza delle azioni di Bankitalia. C’è un problema di conflitto di interessi?
LANNUTTI (ADUSBEF) – Quel 95% di partecipazioni private è un gigantesco conflitto di interesse che si è rafforzato con l’istituzione dell’Ivass, presieduto dal direttore generale di Bankitalia che assegna all’ex Isvap la vigilanza sul settore assicurativo. Il capitale di Bankitalia, che ammonta a 156.000 euro, è costituito da 300.000 quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna, la cui cessione – recita lo Statuto – avviene solo previo consenso del Consiglio Superiore e su proposta del Direttorio “nel rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza dell’Istituto e di una equilibrata distribuzione”. Consumatori, risparmiatori, clienti, azionisti, pmi non hanno avuto mai alcuna tutela da Bankitalia, che ha perseguito la stabilità (presunta) del sistema bancario a danno della concorrenza. Hanno subito abusi, vessazioni ed ordinari soprusi (dall’anatocismo ai mutui usurari, al risparmio tradito), con i costi dei conti correnti pari a 295,66 euro, assai più elevati della media Ue a 27 (pari a 114 euro), ed i tassi sui mutui più alti di 1,29 punti base, con l’effetto di 27.100 euro in più per un mutuo trentennale di 100.000 euro.
BRUNI (BOCCONI) – Io non vedo alcun conflitto d’interessi. Il governo della banca centrale per legge è del tutto indipendente dalla proprietà, che ha dei ruoli nel consiglio ma nessuna influenza sulla politica monetaria che è garantita anche dalla partecipazione della BI al sistema europeo. Ha ceduto i suoi poteri sostanziali alla banca centrale. Finora inoltre aveva una funzione quasi indiscussa di sorveglianza e di regolamentazione finanziaria, ora è stata interamente ceduta agli organi comunitari e la vigilanza sta per esserlo con l’unione bancaria che è stata già approvata da commissione, consiglio e parlamento. Quindi non c’è alcuna relazione tra la banca centrale e gli interessi in gioco.
Bankitalia risponde alle critiche sostenendo che la governance è comunque indipendente in quanto espressione del governo. E’ una risposta convincente?
LANNUTTI (ADUSBEF) – Dagli atti e dalle sentenze, che Adusbef ha ottenuto in tutte le sedi giudiziarie (Tribunali, Corte di Appello, Sezioni Unite di Cassazione, Corte Costituzionale), non esiste una sola prova dell’indipendenza della Banca d’Italia dalle banche azioniste: al contrario è evidente una contiguità con il sistema bancario suo azionista, con il malinteso obiettivo di perseguire la stabilità. Segnalo in proposito la famosa circolare dei tassi soglia, che escludeva dal calcolo usurario ai sensi della legge 108/96 il “pizzo” della commissione di massimo scoperto. E’ stato calcolato che tale presunta ‘stabilità’ del sistema costa ogni anno a correntisti e risparmiatori da 5 ai 7 miliardi di euro di maggiori oneri.
BRUNI (BOCCONI) – Non vedo conflitti neppure dal punto di vista della governance interna, perché tutte le cariche rilevanti come il direttorio sono di nomina non delle banche ma del Tesoro. Certo, abbiamo avuto l’episodio di Fazio in cui in qualche misura il Consiglio della Banca d’Italia ha rallentato la situazione per pressioni della politica. Inoltre chi siede ai vertici deve essere gradito alle autorità internazionali, lo si è visto con la nomina di Draghi sul quale non c’è stata discussione. Poi c’è stato Visco, scansando le pressioni esterne.
Da otto anni si attende il regolamento attuativo che ridefinisca l’assetto proprietario della Banca d’Italia con l’obiettivo di farla ritornare sotto il controllo pubblico. Doveva essere fatta entro tre anni, come stabilisce la legge del 2005. Perché secondo lei quella legge non è mai stata attuata? Quali novità dovrebbe contenere?
LANNUTTI (ADUSBEF) – Dopo le dimissioni dell’ex Governatore Antonio Fazio del dicembre 2005, caduto per le vaste complicità con i furbetti del quartierino, le scalate estive e l’amico Fiorani, il banchiere del bacio in fronte alla consorte del capo della Popolare di Lodi, che elargiva fior di regali alla signora Tarantola (ex capo della vigilanza ed oggi presidente Rai), e dopo la nomina di Mario Draghi, la legge ha ridefinto gli assetti proprietari della Banca d’Italia abrogando tra l’altro la carica a vita. Le Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari imponevano entro la fine del 2008 alle banche azioniste di Bankitalia di cedere le proprie partecipazioni, affinché il capitale dell’istituto di vigilanza tornasse in mano pubblica, così come previsto dall’articolo 19, comma 10, della l. 28 dicembre 2005, n. 262. Tra le 65 proposte di legge che ho presentato quand’ero parlamentare, ho depositato un disegno di legge recante “Norme sulla proprietà della Banca d’Italia e sui criteri di nomina del Consiglio superiore della Banca d’Italia” (Atto Senato n. 929), per riformare gli assetti dell’azionariato Bankitalia e avere un istituto centrale indipendente, sottratto alla longa manus dei banchieri e rispettoso dei diritti dei clienti e dei risparmiatori, mettendo in mora il Governo con numerosi atti di sindacato ispettivo per sanare una vera e propria «anomalia» istituzionale.
BRUNI (BOCCONI) – La legge imponeva il ritorno del controllo pubblico. Ma credo abbiano prevalso altre emergenze che ci vedono ancora orientati sulla politica economica più che sugli assetti. La mia interpretazione è che, nonostante la legge, ci sia una preferenza istituzionale e internazionale affinché la banca centrale sia posseduta in modo molto formalistico dalle banche come negli Usa e non dal governo. Perché l’indipendenza, questa la convinzione prevalente ormai in Europa, è violata più facilmente dai governi. Quindi è vero che c’è la legge ma è meglio che la Banca d’Italia abbia un azionariato bancario diffuso con un sistema di governance sostanzialmente neutralizzato piuttosto che un governo che allora dovrebbe garantire indipendenza per il Trattato di Maastricht e in modi molto speciali, come fa la Banca d’Inghilterra che è di proprietà del Tesoro ma ha un apposito consiglio per l’autonomia monetaria o come ha fatto la Francia tra il 1992 e il 1999, finché è entrata in funzione la Bce. Quindi tanto vale lasciar le cose come sono. Mi rendo conto di dire una cosa contra legem, e mi rendo conto che è forse possibile realizzarla senza violare il trattato: sono questioni di tecnica giuridico-istituzionale. Ma la sostanza non cambia.
Com’è stata esercitata negli ultimi anni la funzione di vigilanza e indirizzo da parte di Bankitalia? Si potevano prevenire i vari scandali?
LANNUTTI (ADUSBEF) – Una pessima vigilanza di banchieri a braccetto dei controllori ha determinato il fenomeno del risparmio tradito con i crack finanziari e industriali che hanno colpito un milione di famiglie, bruciando almeno 50 miliardi di euro di sudato risparmio, i casi Cirio, Parmalat, Tango Bond, Lehman Brothers, le cui obbligazioni venivano pubblicizzate come sicure sul sito dell’Abi Patti Chiari, assieme ad altri 50 titoli tossici. Abbiamo ricordato a Draghi e Visco, che per giustificarsi lamentavano la mancanza dei poteri, il caso Italease. Bankitalia il 24 luglio 2007, al fine di assicurare «la sana e prudente gestione» del gruppo, ha ordinato «il rinnovo degli organi e la convocazione delle assemblee» in sede ordinaria e straordinaria nonchè «la ricapitalizzazione» dell’istituto, il rinnovo del collegio sindacale, il divieto di effettuare operazioni in derivati con conseguente segnalazione alla Procura di Milano, che dopo qualche mese arrestò l’ex ad di Banca Italease Massimo Faenza, poi condannato per gravissimi reati. Lo scandalo Mps, che ha provocato un enorme buco di bilancio, costringendo il governo a emettere Monti bond per 4,1 miliardi di euro, l’esatto ammontare Imu prima casa, è avvenuto per l’assoluta mancanza di controlli di Consob, per quanto attiene ai bilanci, ma soprattutto per la mancata vigilanza di Bankitalia, che nonostante le ispezioni rilevassero gravissime anomalie di gestione, non ha voluto procedere all’azzeramento del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale, come aveva fatto in altri casi, per non disturbare l’avv. Giuseppe Mussari, l’Abi, il Mps e i partiti di riferimento e uno status quo che avrebbe frustrato, rallentato e forse ostacolato le avide ambizioni del Governatore Mario Draghi, proiettato verso la presidenza della Bce.
BRUNI (BOCCONI) – Non posso sapere se si possono prevedere degli scandali e non credo tocchi alla Banca d’Italia farlo. Certo, vedo che sulla questione dell’indipendenza della Banca d’Italia si stanno dando da fare due lobby contrapposte che apparentemente non c’entrano nulla tra loro e sollevano un problema a mio giudizio inutile o peggio dannoso. C’è chi vorrebbe mettere le mani sulla Banca a livello politico, addirittura pensando che prima o poi si sfascia l’euro e torna la lira e che mettendoci sopra le mani sia possibile accelerare la cosa… Poi ci sono i banchieri che vorrebbero rivalutare le azioni in bilancio, dicendo che sono importanti, che hanno in mano la Banca centrale, che c’è dentro l’oro. Non vogliono potere ma mettere una posta di bilancio positiva per aumentare il capitale e i coefficienti di Basilea senza metterci i soldi, che poi son quelli che contano. Il rischio, dal mio punto di vista, è che se la visione anti-euro si sposa alla prima lobby, la Banca rischia davvero di diventare strumento della politica anziché garanzia dei cittadini. Ora che salta la vigilanza e va in Europa non sarà più possibile fare pressione sulle banche perché comprino titoli di Stato. E dal mio punto di vista, questo è un bene per tutti.


LA CONTROVERSA BARONIA DEI DEL CARRETTO NEL XV SECOLO


 


 


 


 


Il secolo XV vede Racalmuto saldamente in mano a Giovanni del Carretto, figlio di Matteo, di quell’avventuriero, cioè che si era arrabattato  alla fine del secolo precedente. Henri Bresc vorrebbe questo Giovanni del Carretto come un disastrato, finito in mano degli Isfar di Siculiana. A noi risulta il contrario. Lo vediamo rapace esportatore di grano locale. Appare come creditore dei Martino, acquirente di quote di feudi in quel di Mussomeli, ma lo storico francese è perentorio: «La baisse du prix de la terre - que l’on suit sur la courbe des prix moyens des fief vendus par la noblesse  oblige   à un endettement toujours plus grave et à une gestion très rigoureuse du patrimoine résiduel. Et l’on s’achemine vers l’intervention de la monarchie et de la classe féodale dans l’administration des domaines fonciers et des seigneuries: Giovanni Del Carretto est ainsi dépouillé en 1422 de sa baronnie de Racalmuto, confiée en curatelle à son gendre Gispert d’Isfar, déjà maître de Siculiana.»


 


 


 


Di questa espoliazione della baronia di Racalmuto a favore di Gispert d’Isfar, non trovasi riscontro alcuno nell’altra pubblicistica di nostra conoscenza. Il Barone (o Baronio) che scrive nel 1630 ([16]) sembra escludere del tutto una sì infausta cessione. Ma quel non spregevole latinista, addentro di sicuro alle segrete cose dei del Carretto, è smaccatamente elogiativo per dargli eccessivo credito. Comunque, l’interruzione della baronia dal 1422 al 1453 non viene neppure sospettata. Così è anche in una lunga comparsa giudiziale della fine del seicento, presentata dall’ultimo Girolamo del Carretto.


 


 


Gibert Isfar avrebbe sposato una figlia di Giovanni I del Carretto nel 1418 ([17]); il personaggio è arrogante, intraprendente, si dà all’usura, sa farsi nominare mastro portolano. Il Bresc è prodigo di notizie sul suo conto. Tra l’altro, compra per 10.000 fiorini la castellanìa e la “secrezia” di Sciacca (Bresc, op. cit. pag. 857); opera a tassi usurari del 7% (ibidem pag. 859); è bene insediato a Siculiana (ibidem pag. 887). Soprattutto riesce a farsi nominare feudatario di tale centro dell’agrigentino nel 1430 per ripopolarlo (ibidem pag. 895; ASO Canc. 65, f. 42).


 


 


Attorno alla metà del secolo, subentra nella baronia di Racalmuto Federico del Carretto. Il 3 agosto 1452 ne viene ratificata l’investitura stando agli atti del  protonotaro del Regno in Palermo. Un grave episodio di intolleranza religiosa contro gli ebrei - in cui però preminente è l’aspetto di comune criminalità - si verifica nelle immediate adiacenze di Racalmuto nell’anno 1474.


 


 


Il Cinquecento si apre con la pia leggenda della venuta della Madonna del Monte. Dominava il barone (non certo conte) Ercole Del Carretto. Ebbe costui il suo bel da fare con Giovan Luca Barberi, che sembra essere venuto proprio a Racalmuto per meglio investigare sulle usurpazioni della potente famiglia baronale. Il Barberi arriva persino a dubitare sul concepimento nel legittimo letto di alcuni antenati del povero barone Ercole Del Carretto. Gli contesta molte irregolarità d’investitura ed il padrone di Racalmuto è costretto a ricorrere ai ripari formalizzando i suoi titoli nobiliari presso la corte vicereale di Palermo, a suon di once. La ricaduta - oggi si direbbe: traslazione d’imposta - sui disgraziati racalmutesi dovette essere espoliativa. In compenso - direbbe Sciascia - fu profuso il succo gastrico delle opere di religione. Non proprio una “venuta” miracolosa, ma una statua di marmo della Madonna fu certamente fatta venire da Palermo - genericamente si dice dalla scuola del Gagini - e posta in bella mostra su un altare, maestosa, della chiesa del Monte, che ad ogni buon conto preesisteva. Ai parrocchiani, questo non può di sicuro venire predicato. Se ne scandalizzerebbero oltre misura. Ma qui, in un orecchio, può venire sommessamente e riservatamente sussurrato. Chi ha orecchie da intendere, intenda.


 


 


PERCHE' UNA STORIA SUI DEL CARRETTO


 


 


 


 


Astrette in un paio di pagine sono godibili le riflessioni terminali (1984) di Leonardo Sciascia ([18]) su tutta la storia racalmutese. Desolato il quadro: per lo scrittore è flebile l'eco dell’antica 'dimora vitale', che si amplifica forse una sola volta quando Racalmuto «piccolo paese, 'lontano e solo', come sperduto nel Val di Mazara, diocesi di Girgenti , ... dall'oscurità di secoli emerge, nella prima metà del XVII, a una vita che Américo Castro direbbe 'narrabile' .... grazie alla simultanea presenza di un prete che vuole una chiesa 'bella' e vi profonde il suo denaro, di un pittore, di un medico, di un teologo; e di un eretico.» Di solito, invece, «per secoli, vita appena 'descrivibile', nell'avvicendarsi di feudatari che, come in ogni altra parte della Sicilia, venivano dal nord predace o dalla non meno predace 'avara povertà di Catalogna'; col carico di speranze deluse e delle rinnovate e a volte accresciute angherie che ogni nuova signoria apportava.»


 


 


Sull'altipiano solfifero ebbe quindi a trascorrere un’oscura, millenaria vicenda umana; ma era una 'vita pur sempre tenace e rigogliosa che si abbarbicava al dolore ed alla fame come erba alle rocce'.


 


 


Promana quasi un monito a non indugiare sulle araldiche traversie dei signori di Racalmuto. Eppure noi ci accingiamo ugualmente a scrivere sui Del Carretto ed altri feudatari locali. Abbiamo rovistato a lungo negli archivi (dalla locale matrice al lontano archivio segreto del Vaticano; da Agrigento ai ponderosi fondi di Palermo); abbiamo rinvenuto carte, documenti, diplomi, testamenti, codicilli che una qualche luce nuova la proiettano sul vivere feudale dei racalmutesi. Tanto ci pare sufficiente a superare remore e riserbi.


 


 


L'avvicendarsi dei feudatari è stato sinora narrato dagli eruditi locali con topiche ed errori, spesso con “visionarietà romantica”: correggerli alla luce dei documenti d'archivio un qualche valore dovrebbe pure rivestirlo. Incapperemo sicuramente anche noi in sviste ed abbagli: consentiremo, così, ad altri il gusto di rettificarci. Niente è più proficuo dell'errore, quando provoca ulteriori ricerche. Il silenzio equivale al nulla: è sintomo d'accidia, uno dei sette peccati capitali, almeno per i cattolici.


 


 


 


*   *   *


 


 


 


Sui Del Carretto di Racalmuto è reperibile una folta letteratura, specie fra storici ed eruditi del Seicento; ma solo Sciascia (vedansi Le parrocchie di Regalpetra e Morte dell'inquisitore), scavalcando il vacuo curiosare araldico, scandaglia gli amari gravami di quella signoria feudale. Peccato che il grande scrittore si sia voluto attenere, sino alla fine dei suoi giorni, ai dati cronachistici dell'acerbo Tinebra Martorana. Finisce, così, col dare fuorviante credibilità a vicende inventate o pasticciate. Sono da notare, ad esempio, queste topiche piuttosto gravi:


 


 


1.         Il 'Girolamo terzo Del Carretto' che «moriva per mano del boia: colpevole di una congiura che tendeva all'indipendenza del regno di Sicilia» ([19]) è inesistente. A salire sul patibolo allestito nel 'regio castello' di Palermo era stato lo scervellato Giovanni V del Carretto il 26 febbraio 1650. Quello che si indica come Girolamo quarto è invece il terzo. Dopo una parentesi in cui il feudo di Racalmuto risulta assegnato alla vedova del malcapitato Giovanni V, la contea viene restituita, nel 1654, al predetto Girolamo III. Costui, finché subì l'influenza della prima moglie Melchiorra Lanza Moncada figlia del conte di Sommatino, fu munifico verso conventi, ospedale e chiese. Ma quando fu prossimo ai cinquant'anni, forse perché oberato dai debiti, si scatenò contro il clero di Racalmuto, denegandogli le esenzioni terriere risalenti all'ultimo barone Giovanni III Del Carretto  ed intentando contro di lui, presso il Tribunale della Gran Corte, una causa che poteva costargli una scottante scomunica.


 


 


Alla fine dei Seicento, il 2 giugno 1687, Girolamo III del Carretto si spoglia della contea, sicuramente per sfuggire ai creditori, facendone donazione al figlio Giuseppe. Ma costui premuore al padre e pertanto il feudo ritorna sotto la titolarità di Girolamo III sino alla sua morte, con la quale si estingue la signoria dei Del Carretto su Racalmuto. Un Girolamo IV ([20]), dunque, non è mai esistito.


 


 


 


2. Giovanni V Del Carretto non "contrasse parentado con Beatrice Ventimiglia, figlia di Giovanni I, principe di Castelnuovo" come vorrebbe - sulla scia del Villabianca ([21]) - il Tinebra-Martorana, riecheggiato più volte da Sciascia. Costei, invero, ne era la madre ed era proprio quella Beatrice protagonista del pasticciaccio che  nel maggio del 1622  sarebbe stato perpetrato insieme "al priore degli agostiniani ed al servo di Vita" ([22]).


 


 


 


3. Che Girolamo II Del Carretto sia il massimo responsabile della «vessatoria pressione fiscale» del terraggio e del terraggiolo, «canoni e tasse enfiteutiche ... applicati con pesantezza ed arbitrio» ed «in modo particolarmente crudele e brigantesco» ([23]) dal conte in parola, è forzatura storica. Il terraggiolo fu tassa sui 'cittadini et habitaturi' della Terra di Racalmuto osteggiata sin dai tempi degli ultimi baroni del Cinquecento. Nel 1580 il neo-conte Girolamo I, dissanguato finanziariamente dalla sua mania per i titoli altisonanti - quello di conte riesce a conseguirlo, quello di marchese, no -, trova giurati compiacenti ed ordisce una 'transazione consensuale'. Nel 1609, quando Girolamo II è appena dodicenne, il suo tutore architetta con i maggiorenti di Racalmuto una furbata che verrà poi del tutto cassata nel 1613: si pensa di sostituire il terraggiolo con una donazione una tantum di 34.000 scudi da far gravare su tutti gli abitanti di Racalmuto. Gli effetti furono disastrosi, pensiamo più per il conte che per racalmutesi. I fondi della donazione risultarono irreperibili. Si optò per un reddito annuo del 7% (2.380 scudi) da far pagare a tutti i residenti, dovessero o non dovessero il terraggiolo (e cioè due salme di frumento per ogni salma di terra coltivata in feudi diversi da quello di Racalmuto). Furono 700 le famiglie che presero la fuga. Nel 1613, avendo maggior peso il sedicenne Girolamo Del Carretto, si ritornò all'antico regime sancito nel 1580. L'anno dopo, frate Evodio di Polizzi fondava il convento degli agostiniani 'riformati di S. Adriano' a San Giuliano. Rem promovente Hieronymo Comite, scrive il Pirro. Che ragione avesse poi, otto anni dopo, il frate a mutare la doverosa gratitudine in rancore omicida non può spiegarsi con la stravagante tradizione riportata dal Tinebra. A ben vedere, il frate ebbe a limitare la sua opera alla primissima fase. Passò quindi ad altri conventi ed a Racalmuto con tutta probabilità non mise più piede. Le carte della Matrice, così diuturnamente puntuali per quel periodo, giammai accennano al padre agostiniano (Evodio o Fuodio o Odio, comunque si chiamasse).   


 


 


Val dunque la pena di tentare una veridica storia dei Del Carretto? A noi pare di sì. In definitiva, anche se di  vita 'appena descrivibile', si tratta pur sempre della storia di Racalmuto.


 


 


 


*   *   *


 


 


 


Sul ramo di Sicilia della famiglia Del Carretto, nulla è reperibile in letteratura sino a tutto il secolo XV. Agli albori del XVI,  il rancoroso Giovan Luca Barberi si produce in una maligna stroncatura della legittimità del titolo baronale di Racalmuto in capo alla rampante famiglia d'origine ligure.


 


 


Solo in una circostanza ha ragione da vendere il Barberi  e cioè quando contesta l'ammissibilità della prima investitura baronale in favore di Matteo del Carretto dopo la cessione da parte del fratello maggiore Gerardo, primogenito, peraltro, di Antonio del Carretto. 


 


 


In Palermo, infine, non vi era nei primi anni del '500 - né vi è tuttora - alcun documento dell'investitura di Giovanni II del Carretto né del figlio Ercole, proprio quello della Madonna del Monte. Ne fa diligente annotazione lo stesso inquisitore Giovan Luca Barberi.


 


 


Ancor oggi non possiamo discostarci da quello che scrive, dopo il 1519, quel diligente burocrate sull'origine e sui primi sviluppi dell'impossessamento feudale di Racalmuto da parte dei Del Carretto. Ribadiamo che non pochi dubbi nutriamo sull'attendibilità delle antiche notizie di una terra feudale racalmutese in mano a Federico II  Chiaramonte, cui succede la figlia Costanza. Non è storicamente provato che da Costanza Chiaramonte, sposatasi in prime nozze con Antonio Del Carretto, il feudo sia passato al figlio di primo letto Antonino Del Carretto e da questi al primogenito Gerardo Del Carretto, che, per un concambio con 28 'lochi de communi' in quel di Genova, si sarebbe indotto a cederlo al fratello minore Matteo (l'altro fratello Giacomino era, frattanto, deceduto). Ma avremo tempo per indugiare sui nostri dubbi.


 


 


Prima che l'Inveges - un furbo religioso del Seicento, nativo di Sciacca - confezionasse nella sua notoria Cartagine siciliana (Palermo 1651), testamenti ed atti notarili, che nessuno mai ha poi avuto la ventura di reperire, per un'epopea spesso mistificatoria sui Chiaramonte (e di striscio sui Del Carretto), l'accorto Barberi ([24]) aveva così ricostruito, sulla base dei documenti della cancelleria di Palermo, l'avvento ed il consolidamento a Racalmuto della 'predace' famiglia ligure:


 


 


 La terra con il suo castello di Racalmuto è sita e posta nel Regno di Sicilia in Val Mazara ed era un tempo posseduta dal condam Antonio del Carretto.


 


 


 Morto costui, doveva succedere nella stessa terra Gerardo del Carretto, come figlio primogenito, che però vendette definitivamente tutti i diritti che aveva sopra l'anzidetta terra e su tutti gli altri beni del cennato suo padre e soprattutto quei diritti che aveva e poteva avere  per ragione di successione e di eredità da parte di Costanza di Chiaramonte sua nonna, nonché quegli altri diritti dell'eredità del detto condam Antonio del Carretto e donna Salvasia suoi genitori e del condam Giacomo  suo fratello, e particolarmente i diritti sopra Giuliana, Garrivuli ... al condam Matteo del Carretto, marchese di Savona, fratello secondogenito del predetto Gerardo.


 


 


 Il condam Matteo del Carretto, marchese di Savona, acquista i predetti beni e diritti dal  fratello Gerardo,  per il prezzo di 3250 fiorini. Ciò appare nel pubblico strumento celebrato e pubblicato per il giudice Giacomo de Randacio in data 11 marzo - VIII^ Indizione - 1399. Il contratto fu accettato e confermato dal signor Re Martino a vantaggio dello stesso Matteo del Carretto e dei suoi eredi e successori, in perpetuo, come risulta nel privilegio di tale conferma dato in Catania il 13 aprile del detto anno, annotato nel libro del predetto anno 1399, VIII^ indizione f. 38. Questo Matteo aveva avuto prima la conferma della detta terra dal detto signore Re Martino con la seguente clausola «gli cediamo e concediamo, in forza della presente grazia, tutti i singoli diritti che vantiamo su detto casale o che possiamo vantare per qualsiasi fatto o diritto, ecc. ..», come risulta nel libro dell'anno 1391 XV^ indizione f. 71. Sennonché il cennato Matteo del Carretto si ribellò contro il suo re signore. Furono così devoluti al regio fisco tutti i suoi beni. Ma tornato, alla fine, nell'obbedienza, ottenne dal detto signor Re Martino la remissione e l'indulgenza con la restituzione della detta terra e degli altri beni, con revoca e annullamento di tutti i decreti, sentenze ed atti contro di lui emanati o fatti, come risulta nel privilegio della detta remissione notato nel libro dell'anno 1396 V^ indizione, nelle carte 33.


 


 


 E morto Matteo, gli successe nella detta terra Giovanni del Carretto [I], suo figlio ed erede, che ebbe anche dal Re Martino la conferma della detta terra  in un diploma ove risultano inseriti i predetti privilegi ed il contratto di vendita fatta al predetto condam Matteo per Gerardo del Carretto, come risulta nel privilegio del detto re dato in Catania il 5 agosto VIIII^ indizione 1401 e nella Regia Cancelleria nel medesimo libro dell'anno 1399, notato nelle carte 177.


 


 


 E morto Giovanni, successe Federico del Carretto, suo figlio primogenito, legittimo e naturale, il quale Federico ottenne dal condam Simone arcivescovo palermitano l'investitura della detta terra per sé ed i suoi eredi sotto vincolo del consueto servizio militare e con riserva dei diritti della regia curia e delle costituzioni del signore Re Giacomo e degli altri predecessori regali edite sui beni demaniali, come risulta nel libro grande dell'anno 1453 nelle carte 565.


 


 


 E morto il cennato Federico, gli successe Giovanni del Carretto [II], suo figlio, il quale, come appare dall'ufficio della regia cancelleria, non prese giammai l'investitura della detta terra.


 


 


 Morto il detto Giovanni, gli successe Ercole del Carretto figlio legittimo e naturale e maggiore del detto Giovanni, del quale del pari non risulta investitura alcuna ed al presente si possiede quella terra per lo stesso Ercole del Carretto, con un reddito annuo superiore ad once 700.


 


 


 


 


 


 


 E morto il detto Ercole successe nella detta terra Giovanni del Carretto [III], suo figlio, primogenito, legittimo e naturale, che prese l'investitura della detta terra tanto per la morte del detto suo padre quanto per la morte del signore Re Ferdinando in data 31 gennaio VII^ Ind. 1519, notata nel libro dell'anno 1518 VII^ Indizione f. 462 e dichiara un reddito di 420 once; e ciò sebbene il  padre non avesse preso l'investitura e reso l'omaggio entro l'anno della morte del  proprio genitore. ([25])


 


 


 


Quanto alla ricostruzione del Barberi, dobbiamo annotare come questi si astiene dall'attribuire ogni titolo feudale su Racalmuto a Costanza Chiaramonte (del padre, Federico, non vi è neppure cenno). Costei, nonna dei fratelli Gerardo e Matteo Del Carretto, viene indicata come dante causa  per ragione di successione e di eredità di generici diritti che aveva e poteva avere. G.L. Barberi si attiene rigorosamente al testo dell'atto notarile, come abbiamo avuto modo anche noi di constatare. L'unico neo che ci pare di cogliere nella sua ricognizione è quel dar credito al notaio di Girgenti per avere una volta chiamato di straforo marchese di Savona Matteo Del Carretto, titolo che la cancelleria di Martino riserba a Gerardo Del Carretto. Ma vedremo che in ogni caso era una mera millanteria di questi liguri sbarcati in Sicilia, che dei veri marchesi di Savona e Finale erano, sì e no, lontani parenti.


 


 


I Capibrevia magna sono preziosi per la ricognizione critica dell'avvento a Racalmuto dei Del Carretto e del loro consolidarsi, lungo il secolo XV, nel possesso baronale di questa terra. In un punto, poi, l'inquisizione del Barberi è fondamentale: solo in base ad essa abbiamo la ragionevole certezza che nessuna cesura successoria vi fu tra Federico e Giovanni II. Al riguardo, altre testimonianze non vi sono; men che meno fonti coeve. La letteratura, anche quella storiografica contemporanea (citiamo per tutti il Bresc), mette talora in dubbio la regolarità della successione di padre in figlio della baronia di Racalmuto nel XV secolo. Francesco San Martino de Spucches, nella sua accreditata storia dei feudi dalle origini al 1925, aggancia, ad esempio, il subingresso nel feudo di Ercole Del Carretto, sempre quello della Madonna del Monte, anziché alla morte di Giovanni II, a quella di Federico (che era dopotutto il nonno), ritenendolo del tutto fallacemente «suo fratello, morto senza figli». Ed aggiunge: «Non risulta investitura (Vedi Vincenzo Di Giovanni, Palermo restaurato, libro 4°, f. 229).» ([26])


 


 


Il Di Giovanni aveva scritto quegli appunti prima del 1627. Era un discendente dei Del Carretto per via di Paolo, secondogenito di Giovanni II e fratello di Ercole, che era suo 'avo materno'. Aveva molto correttamente rappresentato il succedersi dei feudatari racalmutesi a cavallo fra XV e XVI secolo come può vedersi da questo stralcio: «a Federico successe Giovanni; a Giovanni, Ercole, e Paolo, secondogenito, mio avo materno; ad Ercole, Giovanni; a Giovanni, D. Geronimo; a D. Geronimo, D. Giovanni; a D. Giovanni, D. Geronimo, al presente conte di Ragalmuto.» ([27]) Il Di Giovanni, invero, uno svarione l'aveva commesso a proposito della successione di Matteo Del Carretto, quando gli aveva fatto immediatamente subentrare il nipote Federico. Tanto non doveva essere bastevole per indurre il San Martino De Spucches alla topica dianzi sottolineata. G. L. Barberi risulta, comunque, anche qui provvidenziale, consentendoci di non lasciarci disorientare da pur eccelsi araldisti.


 


 


In effetti, le fonti documentali sono carenti in ordine a questa prima serie di successioni. Presso il Protonotaro del Regno è consultabile il processo di investitura di Federico del 1453 che ci permette di seguire la successione baronale da Matteo a Giovanni I e da questi allo stesso Federico. Si passa poi al processo dell'investitura di Giovanni III del 1519 che suona, tra l'altro, come sanatoria dei passaggi ereditari da Giovanni II ad Ercole e da questi allo stesso Giovanni III. Tra Federico e Giovanni II il vuoto. Senza i Capibrevia del Barberi, brancoleremmo nel buio. Certo, qualche ipercritico potrà obiettare che il Barberi al riguardo parla solo per sentito dire e Dio sa quanto menzogneri  fossero quei nobili, specie se dovevano rendere conto a fastidiosi inquisitori come l'autore dei Capibrevia. Noi, fino a prova contraria, pensiamo, ad ogni buon conto, che sul punto al Barberi vada prestata totale fede.


 


 


 


Il Fazello, restando nell'ambito della storiografia feudale del Cinquecento, non mostra interesse alcuno verso quelli che dovettero apparirgli incolti e violenti nobilotti di campagna: i Del Carretto, appunto. Il colto storico è involontario protagonista (in negativo) nella ricostruzione della  storia di Racalmuto per avere ispirato due tradizioni che reggono imperterrite tuttora: la prima accredita Federico II Chiaramonte (+ 1313) padrone e barone del feudo, ove avrebbe fatto costruire l'attuale castello ("Lu Cannuni"), e ciò è congettura forse accettabile; la seconda tradizione è quella della signoria dei Barresi. Qui il Fazello, però,  è del tutto incolpevole. Si pensi che l'intera faccenda poggia - responsabili Vito Amico([28]) ed il Villabianca, quello della Sicilia Nobile([29])  -  su un'evidente distorsione di un passo dell'opera dello storico di Sciacca. ([30]) Questi, parlando dei Barresi, aveva scritto ([31]): Matteo Barresi succede ad Abbo, che aveva ricevuto da Re Ruggero l'investitura di Pietraperzia, Naso, Capo d'Orlando, Castania e molti altri "oppidula" (piccoli centri). Chissà perché tra quegli oppidula doveva includersi proprio Racalmuto. Così congetturarono i cennati eruditi del Settecento, non sappiamo su che basi, e così si racconta tuttora dagli storici locali che hanno in tal modo il destro per appioppare a Racalmuto le vicende di quella famiglia. Ma di ciò a suo tempo e luogo.


 


 


Allo spirare di quel secolo, il vescovo di Agrigento Giovanni Horozco Covarruvias y Leyva ha modo di scontrarsi con la potente famiglia dei Del Carretto. La reputa alla stregua di un groviglio di vipere, a capo di una conventicola di nobili, fra di loro apparentati, che vessa tutto l'agrigentino e quel che è peggio - per il vescovo - conculca i sacri diritti della Chiesa agrigentina. Ne scrive, persino, al Papa. «Beatissimo Padre - esordisce il prelato - l'Episcopo di Girgente del Regno di Sicilia dice a V.B. che l'è pervenuto notitia che alcune persone maligne [si sono messe a] calunniare la bona vita et amministration che l'ha fatto et fa esso supplicante. [Esse sono] don Petro et don Gastone del Porto, il Principe di Castelvetrano, la duchessa di Bivona, il Marchese di Giuliana, il Conte di Raxhalmuto, il conte di Vicari,  il Baron di Rafadal, il Baron di San Bartolomeo Don Bartolomeo Tagliavia, diocesani di esso exponente, la magior parte delli quali son parenti [.....]


 


 


 Il detto Conte di Raxhalmuto per respetto che s'ha voluto occupare la spoglia del arciprete morto di detta sua terra facendoci far certi testamenti et atti fittitij, falsi et litigiosi, per levar la detta spoglia toccante a detta Ecclesia, per la qual causa, trovandosi esso Conte debitore di detto condam Arciprete per diverse partite et parti delli vassalli di esso Conte, per occuparseli esso conte, come se l'have occupato, et per non pagare ne lassar quello che si deve per conto di detta spoglia, usao tal termino che per la gran Corte di detto Regno fece destinare un delegato seculare sotto nome di persone sue confidenti per far privare ad esso exponente della possessione di detta spoglia, come in effetto ni lo fece privare, con intento di far mettere in condentione la giurisditione ecclesiastica con lo regitor di detto Regno.


 


 


 


 


 


Et l'exponente processe con tanta pacientia che la medesme giustitia seculare conoscio haver fatto errore et comandao fosse restituta ad esso exponente la detta spoglia.


 


 


 


 


 


Ma con tutto questo, esso Conte non ha voluto pagare quello che si deve et si tene molti migliara di scudi et molti animali toccanti a detta spoglia, non ostanti l'excommuniche, censure et monitorij promulgati per esso exponente et che detta spoglia tocca al exponente appare per fede che fanno li giurati, per consuetudine provata, et per le misme lettere della giustitia secolare che ordinao fosse restituta al exponente.


 


 


 


 


 


 


Et più esso Conte ha voluto et vole conoscere et haver giurisditione sopra li clerici che habitano in detta sua terra di Raxhalmuto et vole che stiano a sua devotione privi della libertà ecclesiastica, con poterli carcerare et mal trattare come ha fatto a Cler: Jacopo Vella che l'ha tenuto con tanto vituperio et dispregio dell'Ecclesia in una oscura fossa in umbra mortis, con ceppi, ferri et muffuli per spatio di doi anni et fin hoggi non ha voluto ne vole remetterlo al foro ecclesiastico.


 


 


 


 


 


Anzi, perché il vicario generale d'esso exponente impedio a don Geronimo Russo, genniro d'esso Conte et gubernatore di detta sua terra, che non dasse, come volia dare, certi tratti di corda a detto clerico et essendo stato bisognoso per tal causa procedere a monitorij et excommunica, il detto Conte fece tanto strepito appresso lo regitore di detto Regno che fece congregare il Consiglio per farlo deliberare che chiamasse ad esso exponente et al detto Vicario Generale et lo reprendesse, che è stata la prima volta che in detto Regno si mettesse in difficultà la potestà delli prelati per la potentia di detto Conte.


 


 


 


 


 


Con lo quale di più esso exponente have liti civili per causa di detti beni ecclesiastici, per causa di detto archipretato.


 


 


 


 


 


 


Et di più don Cesare parente di detto Conte, per il suo favore, fece scappare dalle carceri a doi prosecuti dalla corte episcopale di Girgente, et perché ni fù prosecuto, diventano innimici delli prelati.» ([32])


 


 


 


Il secolo XVI, dunque, si apre e si chiude con acri rapporti contro i Del Carretto. Poi non succederà più: avremo solo libelli encomiastici o ricognizioni genealogiche o diplomi, documenti, atti giudiziari, testamenti, processi di investitura, inventari, note di cronaca e comunque rispettose testimonianze (Sciascia a parte, naturalmente).


 


 


La vera pubblicistica sui Del Carretto nasce e si sviluppa nel Seicento. Tutto sorge - a nostro avviso - da un Del Carretto che diviene, nel 1617, cavaliere gerosolimitano presso il Gran Priorato di Messina. E' il Fra Don Alfonso Del Carretto, figlio di don Baldassare e nipote di Federico il secondogenito dell'ultimo barone di Racalmuto, don Giovanni III Del Carretto. Deve fornire le sue credenziali nobiliari e queste sono, nel caso, davvero cospicue. Fra Don Alfonso fa ricerche, può consultare gli archivi di famiglia, è diligente. Ne vien fuori un lavoro ben fatto: «egregium opus, nihil in eo vel fictum, vel excogitatum», lo definisce il Baronio. Una ricerca documentata, senza falsità o invenzioni, dunque. E tutto fa pensare che quella ricerca sia stata  la base di un libro scritto poi, nel 1630, proprio dal Baronio. ([33])


 


 


Nel frattempo aveva buttato giù le sue note il Di Giovanni che rimasero a lungo manoscritte presso la Biblioteca Comunale di Palermo. Abbiamo già accennato al suo Palermo Restaurato. Come leggesi nel risvolto della copertina del volume pubblicato dalla Sellerio (v. nota 11), il gentiluomo Vincenzo Di Giovanni aveva abbozzato una «storia encomiastica della città e [una] descrizione del rinnovamento urbano che faceva di Palermo uno scrigno di nobiltà. L'opera, fino alla pubblicazione del 1872 nella Biblioteca Storica e Letteraria di Sicilia di Gioacchino Di Marzo, era un testo manoscritto del 1627.» Ebbe modo di consultarla il nostro Tinebra Martorana, che, qua e là, non manca di citarla (sia pure con la piccola storpiatura: Di Giovanni, Palermo ristorato).


 


 


Cenni ai Del Carretto si hanno nella Sicilia Sacra del Pirro: ma qui quella famiglia entra in gioco solo se le vicende hanno riferimento alla storia religiosa (come nel caso citato della iniziativa di Girolamo II Del Carretto nell'insediamento a Racalmuto degli agostianiani a S. Giuliano.) Quel testo, tuttavia, è stato recepito acriticamente per il rabberciamento (spesso cervellotico) della prima storia medievale di Racalmuto - tale è la storiella di un Malconvenant primo barone di Racalmuto, che nel 1108 avrebbe dotato un suo parente di terre feudali e villani purché edificasse la prima chiesa, quella di S.Margherita a tre lanci di pietra dal paese, in località che dopo si chiamerà di S. Maria; e tale è la dubbia sequenza successoria da Federico II Chiaramonte alla figlia Costanza che avrebbe sposato Antonio Del Carretto figlio del marchese di Finale, da cui avrebbe avuto nell'anno 1311 (sic) Arelamus de Carretto, personaggio del tutto inesistente nella nostra storia feudale. Si tenga presente che l'Aleramo Del Carretto che ricorre nelle cronache opera a cavallo dei secoli XVI e XVII e non fu mai conte o barone di Racalmuto, pur se figlio di Giovanni IV Del Carretto.


 


 


Il Mugnos nel suo Teatro Genealogico dedica le pagine 237-240 ([34]) alla famiglia "CARRETTO", ma per buona parte si diffonde nella inverosimile narrazione delle origini regali così come se le era inventate fra Giacomo Filippo da Bergamo. Fornisce, ad ogni modo, una preziosa testimonianza di come fosse nota l'antica nobiltà dei Del Carretto nella prima metà del Seicento in Palermo e nei circoli culturali dell'epoca. La ricostruzione genealogica ci pare, però, molto arruffata, contribuendo anche certe spigolosità dello stile narrativo che possono indurre in errore (sempreché di effettivi errori si tratti). Ci si riferisce in particolar modo al passo riguardante il successore di Girolamo I, don Giovanni Del Carretto: sembrerebbe, a prima lettura, che Giovanni, Aleramo e Giuseppe Del Carretto siano figli del secondo anziché del primo Girolamo Del Carretto. E questo sarebbe gravissimo abbaglio; vi sarebbe confusione tra nonno e nipote, confusione del resto abbastanza consueta tra gli storici del ramo siciliano dei  Del Carretto anche per quelle omonimie ricorrenti (cinque Giovanni e tre Girolamo in tre secoli). Altra grave topica attiene alla successione di Matteo cui in effetti succede Giovanni I e non Federico, come pretende il Mugnos: Federico subentra al padre, Giovanni I - sempreché non emergano documenti inediti che rettifichino questa incerta successione. Il padre di Ercole, quello della venuta della Madonna del Monte, è Giovanni II (e non Giovanni I, diversamente da quello che si arguisce dal passo del Mugnos). Una girandola di nomi come si vede che non agevola la precisione e la correttezza nel tracciare la vicenda «appena descrivibile del succedersi dei feudatari». E qui Sciascia ha ben ragione a mostrare tedio nei confronti della trama successoria dei padroni di Racalmuto. Il Mugnos si ferma al "vivente don Giovanni conte di Racalmuto", cioè a qualche anno prima del 1650, data della 'mesta fine' di quel personaggio, giustiziato a Palermo per delitto di lesa maestà.


 


 


Intervallati da più di un decennio escono a Palermo due lavori dell'erudito del Seicento, il sacerdote di Sciacca don Agostino Inveges: il primo, Palermo antico, è del 1649, anno in cui è all'apice la fortuna dei Del Carretto; il secondo, La Cartagine Siciliana, è datato 1661  ([35]) e può dirsi che dopo l'esecuzione di Giovanni V per quella famiglia fosse scattata l'inesorabilità del declino. Forse per questo, nel secondo lavoro non si trova molto sui Del Carretto. Quello storico si diffonde sui Chiaramonte ed i feudatari di Racalmuto di origine ligure vi entrano solo per i legami trecenteschi con Federico II e Costanza Chiaramonte. Gli studiosi moderni non sono propensi ad accreditare troppo l'Inveges. Illuminato Peri, ad esempio, mette in dubbio persino l'autenticità degli atti notarili trascritti dal sacerdote di Sciacca, e considera quel libro nient'altro che un testo di piaggeria araldica. ([36]) Si dà il caso che l'opera dell'Inveges venne, specie nel Settecento, considerata la indubitabile fonte del vero evolversi del feudo racalmutese, nel trapasso dai Chiaramonte ai Del Carretto. Citano in tal senso l'Inveges il padre Caruselli nel 1856 (pag. 18) e nel 1929 il San Martino-De Spucches (Vol. VI pag. 182). Se le vicende chiaramontane raccontate nella Cartagine Siciliana sono inficiate da falsificazioni di atti notarili, la storia racalmutese di quel tempo è da riconsiderare in passaggi molti salienti. Il testamento di Federico II Chiaramonte ([37]) è il fulcro della legittimità feudale in capo a Costanza Chiaramonte che sappiamo aliunde essere davvero la nonna di Gerardo e Matteo Del Carretto. Sul testamento di Costanza fornisce elementi il lavoro dell'Inveges ([38]), ma sono elementi vaghi, ambigui. L'atto sarebbe stato in mano dei Del Carretto, ma noi non l'abbiamo rinvenuto né tra i processi d'investitura né tra le carte del Fondo Palagonia. Se davvero l'avessero avuto, non avrebbero mancato, costoro, di farne varie copie e di esibirlo nelle diverse congiunture giudiziarie, quando sarebbe tornato molto utile.


 


 


 


Efferati delitti, vendette cruente, esecuzioni capitali segnano, tra il Cinquecento ed il Seicento, la storia dei Del Carretto. Vi è molta materia per accedere alla cronaca nera o in quella particolare cronaca del tempo quale viene annotata nel riserbo delle proprie case da strani diaristi. Tali Paruta e Palmerino, ad esempio, si occupano della famiglia Del Carretto nell'ultimo scorcio del Cinquecento. ([39]) Valerio Rosso accenna allo scampato pericolo del conte di Racalmuto nell’incendio a Castellamare del 19 agosto 1593, ove perì il poeta Antonio Veneziano. ([40])


 


 


Eclatante il mortale attentato in cui perse la vita Giovanni IV del Carretto la sera del lunedì del 5 maggio 1608. Ce lo descrive un anonimo diarista palermitano. ([41]) Quando, ai primi di gennaio del 1650 e precisamente in quel martedì dell'11 gennaio, fu arrestato D. Giovanni del Carretto conte di Racalmuto, l'impressione a Palermo dovette essere enorme. Il conte fu imputato del delitto di lesa maestà, come uno dei capi principali di una congiura andata del tutto fallita. Nel suo diario ne fece diligente annotazione il dottor Vincenzo Auria ([42]) che poi seguì passo passo lo sviluppo giudiziario fino alla esecuzione avvenuta per "affogamento" «privatamente dentro del castello» (v. op. cit. pag. 367) il 26 febbraio di quell'anno, giorno di sabato.