venerdì 23 febbraio 2018


Maria Pia Calapà Lillo Taverna
Me ne stavo bello tranquillo in quel di Racalmuto. Mi portarono un deputatino regionale grillino. Per due ore ho cercato di spiegargli gli abusi e le iniquità della monnezza paesana. Sbadigliò per due ore ma alla fine mi chiese dove era il bagno. Andò a pisciarvi e quindi mi salutò andandosi ad infilare nella sua nuova fiammante auto di grossa cilindrata.. Non fece nulla per Racalmuto. Mi mandarono quindi dalla pingue presidentessa grillina del gruppo senatoriale. Pagai fuori di quattrini di tasca mai per taxi nella Roma sopraffollata. Altre due ore . altra noia della pingue presidentessa. Frattanto si agitava il problema delle Banche popolari. Era palese che la pingue presidentessa non ci capiva un cazzo, come per la faccenda della patrimonializzazione della BI. Non fece nulla per la monnezza di Racalmuto, deleteria per le popolari, ancor di più per l'astruso problema dell'azionariato BI. In cinque anni, solo stupidità, ciarle, denigrazioni del prossimo, insipienza, ignoranza, nullità amministrativa. Non è rubare questo?
Pecore e capre non vennero conteggiate; e crediamo anche gli asini.
Asini e muli s’intensificarono nell’Ottocento con l’esplosione delle miniere di zolfo. Fu il tempo dei “vurdunara”. Scrive Francesco Renda, nel libro di storia che abbiamo citato (p. 118): «Il solo trasporto dello zolfo […] fino alla vigilia dell’unità richiese l’impiego di 3.000 uomini e di 10.000 muli, una vera e propria armata in permanente stato di mobilitazione.» Fino all’entrata degli americani, nel 1943, la teoria di asini con il loro carico di “balate” di zolfo era consueto per le trazzere che da Quattro Finaiti, Cozzo Tondo e dintorni si portavano alla stazione ferroviaria. Noi ne abbiamo ancora vivo il ricordo. E l’afrore delle urine che stagnavano nelle solite pozzanghere è rimasto memorabile: già, l’asino doveva soffermarsi sempre al solito posto per le sue evacuazioni uretrali. Piuttosto recente l’uso del carretto, appena le carrozzabili lo permisero. E dopo, utilizzando  i dissestati Moss degli americani, la meccanizzazione, il trasporto su camion.
La caccia, più che per nutrimento, è stata uno sport, una passione. Il barone Luigi Tulumello, a fine Ottocento, si fece costruire nel feudo lasciatogli dal prozio prete, delle torrette, da cui sparare tranquillamente ai conigli, che si premurava a immettere nelle sue terre a tempo debito. Una guardia campestre – tale Martorelli – amava però fare il bracconiere nei dintorni della tenuta baronale di Bellanova. Il nobile don Luigi Tulumello non tollerava il dispetto che si permetteva una volgare guardia campestre: la fece chiamare, e, in sua presenza la fece inquisire da un suo famiglio. Il Martorelli fu arrogante, anzi mise in dubbio “l’essere omo” di quel manutengolo. Dopo pochi giorni, il Martorelli ci rimise la pelle. In un fascicolo a stampa che trovavasi – chissà perché? – nella sacrestia della Matrice (ma mani pietose l’hanno trafugato) si poteva leggere il racconto del processo penale che ne seguì. Per le autorità inquirenti, due bravacci favaresi si erano acquattati in una macelleria di tal Borsellino, all’inizio di via Fontana. Quando, come al solito, il Martorelli, baldanzoso sulla sua giumenta, passò verso il meriggio per andare ad abbeverare la bestia giù alla fontana, fu da malintenzionati paesani additato dall’interno della macelleria. I bravacci seguirono allora il Martorelli fino alla fontana e là gli scaricarono addosso vari colpi di lupara. Per gli inquirenti, i mandante era stato il barone; l’organizzatore il famoso campiere Bartolotta. Si fecero, costoro, un paio di anni di carcere preventivo, ma poi vennero totalmente assolti. Per qualche coniglio selvatico, ci si rimetteva la pelle a Racalmuto sino al tardo Ottocento. Per gli avversari politici, il barone Tulumello – anche se poi sindaco ed consigliere provinciale  - rimase “un reduce dalle patrie galere”, come può leggersi in  missive anonime che si conservano nell’archivio centrale di stato. E così anche per Sciascia. Va letta in proposito questa pagina di Nero su nero: [i]
«La ragione lontana di questa mia avversione [per i titoli nobiliari, ndr] sta che al mio paese, dove l’ultimo barone era morto una diecina d’anni prima che io nascessi, l’ombra di costui dominava ricordi di soperchieria e violenza, di corruzione e di malversazione amministrativa. A casa mia, poi, ce n’era un ricordo più vicino e diretto, e più tremendo: il barone si diceva avesse fatto ammazzare un cugino di mio nonno, una giovane guardia campestre della cui moglie si era invaghito.
«Nonostante il rapporto di dipendenza (il barone era sindaco, o forse sindaco era suo fratello), la guardia lo aveva ammonito e forse minacciato: che girasse al largo della sua casa, della sua donna. E il barone gli aveva mandato il sicario, a tirargli alle spalle mentre quello abbeverava la giumenta. Dell’agguato, del colpo alle spalle, della terribile condizione della vedova che si era levata, ma inutilmente, ad accusare il barone, mi si faceva un racconto minuzioso:  ma in segreto, quasi col timore che il barone potesse ancora, dalle sue spie, venire a sapere quel che si diceva di lui. E ricordo una particolarità piuttosto orrenda: che il colpo che uccise la guardia era fatto, oltre di lupara, di schegge di canna; e volevano dire atroce irrisione (nel sentire popolare la canna, forse perché data all’ecce homo come scettro, è simbolo di scherno; e si ritengono maligne, cioè inevitabilmente destinate a suppurare, le ferite da canna).»
Parola d’onore: nelle carte processuali, neppure l’ombra del delitto passionale. Per movente, si adduceva la stizza per il bracconaggio dei conigli baronali e l’ira per la tracotante insolenza della guardia campestre. Erano, poi, tempo d’abigeato e la lettera anonima avverso i Tulumello – quando la guardia campestre Martorelli era già morta e sotterrata – ce ne ragguaglia con insinuazioni maligne. Certo, ora la nuova guardia comunale Leonardo Sciascia è tutta per il barone Tulumello: in data 25 maggio 1896 si scriveva anonimamente al Cadronghi:
 «Eccellenza. - Il sindaco Tulumello reduce dalle patrie galere, tutto può ciò che si vuole. Fattosi padrino di un bambino del marasciallo, se ci è fatto lama spezzata; con cui a mantenere le apparenze di un paese tranquillo e di ordine, si occultano reati col qui pro quo. Il vice pretore Alaimo informi. Così la mafia, vestita di carattere pubblico regna e governa. Pertanto, un Michele Scimé, braccio destro del Tulumello, poté essere assolto, sebbene colto in flagranza di abigeato di animali. Così i fratelli Bartolotta - della greppia - non vengono inquisiti di animali, mentre vennero nei loro armenti scovati animali rubati. Così Leonardo Sciascia disciplina l'elemento cattivo che, sotto le parvenze di circolo elettorale, (sic) dove un Tulumello è presidente, soffoca ogni libera manifestazione, come nell'ultima elezione. CosìAlfonso Conte, dopo la villeggiatura fattasi col Sindaco, dalle carceri di Girgenti, Catania e Palermo, gode oggi di una pensione assegnatagli dal Tulumello, sì da fare il maestro didattico della malavita. Et similia.»

L’abigeato fu piaga che si protrasse sino alla prima metà del XX secolo: se si lasciava la mula oppure l’asino in aperta campagna, spesso non si ritrovava più l’animale, come oggi per la macchina, a meno che non si pagava un riscatto. I manutengoli erano i soliti affiliati alle cosche protette dai soliti galantuomini. Nelle inviolabili tenute di costoro trovavano più o meno provvisoria ricettazione. Mi raccontano della tragedia occorsa al genitore del gesuita padre Scimé (Garibardi), cui fu sequestrata la scecca mentre zappava certe terre della Culma. La riebbe, pagando il riscatto, per l’intermediazione di un potente dell’epoca, un galantuomo di tutto rispetto.


Gentilissima signora Maria Grazia, sono alieno da ogni culto della personalità e non mi curo di parlar bene o male di alcun 'pupo' che di volta in volta si appropria da 'protagonista' del teatrino della politica. A una sua domanda ' provocatoria' apparsa nel mio diario: come si fa a parlare male del PD, io ho, pubblicamente ma soprattutto rivolto a coloro che qui mi degnano del loro ascolto, risposto 'funditus' : come si fa a parlare bene del PDr (r=Renzi). Certo avrà indignato il suo amico scienziato atomico per il mio inetto esprimermi. Ma la mia concezione politica, al di là del teatrino della politica, trascende dagli uomini e si sofferma sull'evoluzione di quel superno intellettuale collettivo che è lo Stato (ideale alla Hegel insomma). Ho scritto altre volte che è lo Stato che forgia coloro che di volta in volta assurgono a sue immedesimazioni organiche e non viceversa, come dire per esemplificare che è stata l'Italia post liberale a fare il Fascismo di Mussolini e non questi a fare l'Italia fascista. Aggiungendo che lo Stato ha una ragione che il comune ragionare non comprende ed ha una etica che la morale comune non approva. Alla cosa Pubblica comunque si deve provvedere, anche con il furto, il latrocinio, l'imbroglio, per un triennio persino con la incolta ciarlataneria di tal giovin sagrista tosco. Se poi vuol sapere io oggidì di chi son propenso a parlar bene, le dico di LeU nella speranza che sia un ago della bilancio forte dei suoi titani politici alla D'Alema nel prossimo quinquennale inciucio che il Rosatellum del deprecato PD ci ha insanamente propinato. E non mi dica che è stata colpa di D'Alema. .Calogero Taverna (ove occorra dottore in giurisprudenza, ispettore capo missione della BI e superispttore del Fisco di Reviglio).

giovedì 22 febbraio 2018



Lillo Taverna Ma come si può parlare bene di un PD che è ora una meschinella cosa a nome PDr. r= Renzi quello che ha rottamato (dice lui) D'Alema, ha bruciato Bersani, ha espulso giovani come Speranza etc. Renzi quello che un Visco si permette di non rispondergli neppure su Etruria,. Renzi quello che ha fracassato il sistema delle cattoliche Banche Popolari, che si è prestato a fare della BI una banalissima azionaria ora succube di Draghi e artefice di una Vigilanza Prudenziale ostativa della difesa del risparmio ex art. 47 della Costituzione. Renzi l'uomo dei Boschi, ha seminato vento ed ora raccoglie tempeste.


Silvana Berti Forse hai dimenticato qualcosa? Che siamo usciti da una crisi.


Lillo Taverna Forse la signora Silvana non sa che la vera crisi sarà appena Draghi sloggia. Il prossimo anno insomma. Io spero che Leu sia il classico ago della bilancia in una coalizione diciamo 'moderata', dal 'liberal massone' Berlusconi al saggio e ponderato Grasso, passando purtroppo per Renzi in versione Gentiloni. Un colosso politico come D'Alema potrebbe suggerire Visco all'Economia, il mio anzianotto Ciocca alla Banca d'Italia (rinnovata). Io sono per 'largo ai sapienti con molte decine annue di esperienza sulle spalle e abolizione della quota rosa (100% anche alle donne se all'altezza). Quello che non vuole entrare in testa al palcoscenico e alla platea del teatrino della politica è che la politica è soprattutto POLITICA ECONOMICA. A fine mese bisogna pagare sanità, scuola, ordine pubblico, pensioni etc.

rimembranze

Ne manca uno per fare trecento. Trecento riesumazioni, proverbi, strambotti, rime baciate e detti magari sconclusionati .
 
Nelle lunghe serate invernali al Circolo Unione uomini noti, professionisti e perdigiorno stavano a cercare di rammentarsi l'un l'altro la vecchia saggezza popolare di questa gran terra di Racalmuto.
Noi ricordiamo Peppi Buscarinu, Totu Garlisi, Cicciu Marchisi, Nnaziu Pitruottu, Liddru Savatteri, Totu Scimé, Jachinu Farrauto, Guglielmu Schillaci, Tanu Matina, Tanu Jacunu. Altri sono pure gli autori ma non c'erano nei rari momenti che potevo frequentare il Circolo Unione. Il Circolo Unione è gloriosa quasi bisecolare istituzione racalmutese. Galantuomini e Do che fossero, maniaci per inesistenti blasoni, quel che volete ma da lì passa l'ìntera cultura racalmutese. Richiamare sino alla noia Sciascia e il suo Circolo della Concordia è stucchevole.
Del resto Sciascia al Circolo lascia una traccia ma è quella ormai straconsunta della sua prima e goliardica giovinezza.
Ed è toccato a me e al Circolo Unione rammentare che validissime sono le Favole della Dittatura così obliate da tanti sedicenti santoni del culto sciasciano. Il mio rapporto con il Circolo Unione per ora è rancido. Ma io sto dentro: non mi faccio cacciar via per morosità, non mi sono mai dimesso per non pagare il "mensile", non ho mai cercato di approfittarne per qualche scranno comunale o per qualche siparietto culturale. Chi invece in qualcuna di queste mende è cascato, per cortesia si astenga dal criticare, irridere, stigmatizzare. Non frequenti ora il circolo abusivamente. Noi soci fedelissimi ci incazziamo-
CIRCOLO UNIONE
Frammenti
1° gennaio 1974
zolfatai
1)  E vannu a la matina e li viditi
parinu di li muorti accumpagnati
vistiti di scuru ca li cumpunniti
‘mmiezzu lu scuru di li vaddunati
scinninu a la pirrera e ‘mmanu
portano la so lumera pi la via
ca no’ pi iddi pi l’erbi di lu chianu
luci lu suli biunnu a la campia.
2)  Lu munnu è tradituri e ‘nganna genti
prumitti cuntintizzi e duna chianti
3)  Buttana di tò mà, ngalera sugnu
senza fari na macula di dannu
4)  Sì comu lu cannuolu di la chiazza
cu arriva, arriva, la quartara appuzza.
5)  Cu dici ca lu carzuru è galera
 a mia mi pari na villeggiatura
[zolfatai]
6)  Mamma nun mi mannati a la pirrera
ca notti e jurnu mi pigliu turrura
scinnu na scala di cientu scaluna
cu scinni vuvu muortu s’innacchiana
7)  Mamma nun mi mannati a l’acqua sula
lu vientu mi fa vulari la tuvagliola
e c’è un picciuttieddu ca mi vuliva
 e mi vinni appriessu a li cannola
8)  Puttani quantu trappuli sa’ fari
mancu nna forgia fa tanti faiddi
9)  Sutta lu to palazzu c’è un jardinu
ci su chiantati arangi e pumadoru
e ni lu miezzu c’è cunzatu un nidu
ancidduzzi ci sunnu a primu vuolu.
Cala Rusidda e s’inni piglia unu
 e si lu minti ‘nni la caggia d’oru.
La caggia siti vu timpa d’amuru
lu cardiddu sugnu iu ca canta e vuolu.
10)  Dicci a to mamma ca nun si piglia pena
la robba ci ristà ‘nni li casciuna.
11)  La donna c’avi lu maritu viecchiu
lu guarda e lu talia di maluocchiu
12)  Di quinnici anni vi puozzu assicurari
un’ura di cuietu nun puozzu aviri
e m’haiu misu tuttu bieddu a cantari
darrieri la porta di l’amanti mia;
di ‘nna picciotta mi sientu chiamari:
trasi ca t’arrifriddi armuzza mia.
Iu ci lu dissi: nun vi stati a ‘ncumudari
lassatimi addivertiri cu l’amici mia.
13)  Cartanissetta è’ncapu na rocca
chiunu di buttani e scarsu d’acqua.
14)  E comu t’aiu a vidiri arridutta
a lu burdellu di Cartanissetta.
 
15)  Primu tamava e ti tiniva stritta
Eratu lorda e mi parivatu netta
Ora ti vitti né ‘ncapu né sutta
 e sì na buttana netta netta
16)  Quann’era picciliddu nicu, nicu,
l’amuri cu li donni iu faciva
tutti li schetti mi pigliavanu ‘mbrazza
e ‘nni li vradduzza so m’addummisciva
Ci nni fu una ca mi piglià mbrazza
e mi dissi: vo’ minna amrmuzza mia?
P’essiri ‘nnamuratu di li donni
ristavu curtu e mancu spuntu fici.
17)  M’addisiddassi scursuni di chiusa
quantu m’inni issi ‘nni la tò casa
a to maritu lu mannassimu a fusa
 e n’antri du guardassimu la casa
 e ni mintissimu cu la porta chiusa
e a lu scuru cu si vasa, vasa.
Quannu vinissi lu crastu di fusa
la truvassi carricata la cirasa.
18)  Arsira mi arricuglivu notti, notti;
mi misi a cuntrastari cu du schetti;
una mi li ittava li strammotti
l’antra m’arriscidiva li sacchetti.
Quannu mi vitti li sacchetti asciutti:
Vattinni picciuttieddu ca è notti!
Iu mi misi a gridari a vuci forti:
cu havi dinari è amatu di tutti!
19)  L’omu ca è ‘ngalera è miezzu muotu
l’omu ca nun havi dinari è muortu tuttu.
20)  L’amuri s’arridducu a malatia,
veni e finisci comu uogliu santu;
iu curuzzu pi amari a vui
sugnu ‘mmiezzu quattru miedici malatu;
unu di li quattru m’arrispusi:
vo’ stari bbuonu? Nun l’amari cchiuni!
Iu di lu liettu ci arrispusi:
l’amari di cori, o muoru o campu.
21)  L’amuri è cu lu lassa e piglia
comu lu fierru ‘mpisu a la tinaglia.
 
22)  M’addividdassi gaddu di innaru
 quantu cantassi la notti a lu scuru
 e mi mintissi supra un campanaru,
 e mi mintissi a ricitari sulu:
 Domanna la me amanti di luntanu:
 Chi hai gadduzzu ca reciti sulu?
  Iu cci arrispunnivu di luntanu:
 persi la puddastra e sugnu sulu!

23)  Passu e spassu di la tò vanedda
 ‘nni la cammara tò luci ‘nna stidda
 quantu po’ essiri currivusa e bedda
 ca lu ma cori si fici pi idda

 Oh Diu chi fussi cun na vannachedda
 ca m’appinnissi a lu cudduzzu d’idda
 quantu nni patu iu p’amari na bedda
 idda mori pi mia ed iu pi idda.

24)  Amuri, amuri pampina di canna
 quantu sparaci fa la sparacogna

25)  Arsira passavu di na banna
 e vitti  la ma amanti ca durmiva
 era curcata ‘ntru un liettu di Parma
 pi capizzieddu la mani ci aviva
 nun l’addivigliati ca si spagna
 ca l’addivigliu cu li muodi mia;
 ti fazzu li carizzi di tò mamma:
 ddivigliati, ddivigliati, armuzza mia.
 

26)  Cori di canna, cori di cannitu
 truiazza ca lu cori canniatu
 lu facisti ammazzari a to maritu
 pi dari agustu a lu tò nnamuratu;
 ora nun hai né garzu né maritu
 sì comu un casalinu allavancatu;
 lu va a truvari a tò marito
 darrieri di San Giorgiu truvicatu.

27)  Stritta la cigna e larga la cudera
 l’omu ca è minchiuni pari allura.


28)  Ti lu facisti lu ippuni russu
 nun lu vidi ca to patri scarsu
 ti lu facisti lu jppuni a la moda
 ti lu facisti a la garibaldina

29)  Cummari sugnu muortu di la pena
 c’aiu un mulinieddu e nun macina
 mprustatimi lu vuostru pe na simana
 vi lu martieddu e vi lu mintu ‘n farina
 Aiu lu mulinieddu a la rumana
 lu tiegnu ni li canzi di la tila
 aiu un mulinieddu a la rumana
 pi sta picciotta ca si chiama Nina.

30)  O Mariuzza chiàmati sti cani
 nun li teniri cchiù mmiezzu la via
 ca mi strazzaru un paru di stivali
 lu miegliu vistitieddu ca tiniva
 e lu purtavu a lu mastru a cunzari
 e lu pagavu di sacchetta mia;
 mariuzza si mi vo’ pagari
 spogliati e curcati cu mia.

31)  Si Diu voli la mula camina
 ci ammu arrivari a la missa a Ragona.
32)  Carzaru a Vicaria quantu si duci
 ca cu ti fabbricà beddu ti fici.
 
33)  Amaru ca m’avera a maritari
 presti lu siminavu lu lavuri
 quannu fu ura di zappuliari
 l’erba mi cummiglia lu zappidduni
 poi vinni lu metiri e lu pisari
 e mancu potti pagari lu patruni;
 ora curuzzu si mi vo aspittari
 d’auannu nun si po’, l’antra stagiuni.
34)  Primu t’amava e ti tiniva stritta
eratu lorda e mi parivatu netta._
Ora nun ti vitti né ncapu né sutta
e si na liccatura netta netta
‘m Palermu ti sunaru la trummetta
cu si piglia a tia gran chiantu scutta.
Un jurnu t’aiu a vidiri arridutta
 né maritata, né zita, né schetta
un jornu t’aiu a vidiri arridutta
 a lu burdellu di Cartanissetta
35)  Travagliu e nun travagliu, nun aiu casa
megliu ca quannu stancu m’arripuosu.
36)  Lu sa chi dissi lu dutturi Vespa
cu havi lu chiuritu si lu raspa.
37)  Lu puddicinu dissi ni la nassa
quannu maggiuri c’è minuri cessa.
38)  Lu maritu ci dissi a la muglieri
la vesta cu la fa, l’av’a pagari.
39)  La muglieri ci dissi a lu maritu
ad Agustu pari cu va carzaratu.
40)  Lu suli si nni va dumani veni
si mi nni vaiu iu nun torna cchiuni.
41)  Chiddu chi voli Diu la notti a gregni
lu jurnu a racinidda ni li vigni
42)  Chiddu chi voli Diu dissi Guaglianu
 la notti chiovi e lu juornu fa bbuonu
43)   Vitti lu mari, vitti la marina
vitti l’amanti mia ca navicava
44)  Comu aiu a fari cu sta ma vicina
c’avi lu meli mpiettu e nun mi nni duna.
45)  M’aiu a maritari nun passa ouannu
 pi campari muglieri nun mi cumpunnu
46)  M’avera a maritari senza doti
 chi sugnu foddi ca fazzu sta cosa
47)  Dicci a tò mamma ca nun si piglia pena
 la robba ci ristà ni li casciuna.
48)  Si piccilidda e vatinni a la scola
 ca quannu ti crisci m’è pigliari a tia.
49)  Si piccilidda e ha lu cori ngratu,
 mi vidi muortu e nun mi duni aiutu
 quannu vidi affacciari lu tabbutu
 tannu mi cierchi di darimi aiutu.
50)  Si piccilidda e fa cosi di granni
 pensa quannu ti criscinu sti minni
51)  Quantavi chi studiu sta canzuna,
 pi mpararimilla sta simana
52)  L’aiu avutu na donna taliana
 ca la so facci era na vera luna
 nni lu piettu porta na cullana
 si vuogliu lu so cori mi lu duna.
53)  Vieni  stasira ca mi truovi sula
 l’ura è arrivata di la tò fortuna.
54)  La carta di la leva a mia vinni
 m’accumanciaru a viniri li malanni.
55)   Partu e nun partu, comu vurria fari,
 bedda sugnu custrittu di partiri
 sugnu custrittu di lassari a tia
 e quannu pienzu ca t’aiu a lassari
 la vucca di feli s’amaria.
 Lu vaiu diciennu nun ni puottimu amari
 si nun muoru cca muoru addavia.
56)   Mamma priparatimi un maritu
 ca sutta lu fallarieddu c’aiu lu fuocu
 Sutta lu fallarieddu c’aiu lu fuocu
 dintra lu russu e fora è sbampatu
 sutta lu fallarieddu ci hai lu meli
 sugnu picciottu e lu vuogliu tastari
 Sugnu picciottu e mi nni vaiu priannu
 schiettu mi l’haiu a godiri lu munnu.

57)  Vidi chi fannu fari li dinari
 fannu spartiri a du filici cori
 Ti pigliasti ad una ca nun sapi parlari
 tutta pirciata e china di valori;
 mancu a la chiazza cchiù la po’ purtari
 vidi li beddi e lu cori ti mori.

 Affaccia amuri e sientimi cantari
 ca t’è fari pruvari comu si mori.
58)  quannu ti viu lu me cori abballa
  comu lu fuoco ni la furnacella,
 quannu ti viu lu me cori abballa
 comu lu vinu russu nni la  buttiglia 
59)  Lu sabbutu si chiama allegra cori
 mmiatu cu avi bedda la muglieri
 cu l’avi ladia ci mori lu cori
 e prega ca lu sabbatu nun veni.
60)  Comu ci finì a lu gaddu di Sciacca
 pizzuliatuddu di la sciocca.

 [Pasqua 74]


61)  Veru ca la mintissi la scummissa
 cu si marita lu fuocu ci passa
62)  L’omu ca si marita è ammunitu
 la muglieri ci fa da diligatu
63)  Hann’a passari sti vintinov’anni
 unnici misi e vintinovi jorni
64)   E li minneddi tò sciauru fannu
 sunnu viglianti e mi cala lu suonnu
65)  Chiddu chi voli Diu dissi Marotta
 quannu si vitti lu fuocu di sutta
66)  Chiddu chi voli Diu dissi Guaglianu
 la notti chiovi e lu jornu fa bbuonu
67)   M’arridducivu di tali manera
 ca comu un picciliddu chiacchiaria
 Persi lu sali e persi la salera
 e persi l’amicizia cu tia.
68)  L’omu chiettu nun nni chiudi vucca
 si si marita diventa na rocca
69)  L’omu schiettu nun aviennu muglieri
 mmiezzu li maritati avi addubbari
70)  Comu na varca a mari mi currieggiu
 ni lu liettu nun puozzu stari saggiu
71)  M’agghiri a maritari a Rivinusa
 ca mi muglieri m’è pigliari na rosa
72)  Sugnu arriddutu di tagliarimilla
 tantu pi tantu pierdita mi duna
73)  Ci vuonnu quattru mastri cu la serra
 e quattru fimmineddi cu la falla
 quattru fimmineddi cu la falla
 pi lu sanguzzu nun arrivari ‘n terra
74)  Bedda p’amari a tia persi lu sceccu
 persi la tabbacchera e lu tabaccu
75)  Bedda p’amari a tia persi lu sceccu
 ora dicimi tu a cu minchia accravaccu
76)  Curnutu ca ha’li corca in tri maneri
 luonghi e pizzuti cumu li zabbari
77)  Li corca ti li fici tò muglieri
 cu un picciuttu ca sapi cantari.
78)  La tarantula annaca e nun sapi a cui
 stenni l’aritu e nun lu cogli mai
 passa la musca e ni l’aritu ‘ngaglia
 e ci patisci nni ddi eterni guai
 la tarantula ngrata siti vui
 la musca sugnu iu ca c’ingagliavu
 quantu aiu piersu pi amari a vui
 sugnu a lu ‘mpiernu e nun nni niesciu mai.
79)  L’amuri è cu lu lassa e piglia
 comu lu fierru ‘mpizzu a la tinaglia
80)  Cu dici ca pi donni nun si pila
 a tutti l’impiccassi pi la gula.
81)  Quan’eratu malata dunci amuri
 pi uocchiu di la genti nun ci viniva
 quannu vidia passari lu Signuri
 pigliavu lu mantu e ci viniva
 e m’assittava ‘ncapu li scaluna
 tu stavatu muriennu e iu chianciva
 ora ca stasti bbona dunci amuri
 finieru l’uocchi mia di lacrimari.

82)  Ora ancidduzzi calati, calati
 a la cima di l’arburi e ci viditi
 quannu nni la caggia intrati
 comu di la pena nun muriti;
 amicuzzi vi priegu ‘n caritati
 amicizia cu li donni nun aviti;
 iu persi la mia libirtati
 na donna m’ingaglià cu li so ariti.
83)  Di quinnici anni vi puozzu assicurari
 n’ura di cuietu nun aiu pututu aviri
 ca m’aiu misu tuttu a cantari
 ‘ndarrieri la porta di l’amanti mia
 di na picciuttedda m’intisi chiamari
 trasi ca t’arrifriddi armuzza mia
 iu cci lu dissi: nun vi stati a ‘ncumudari
 lassatimi addivertiri cu l’amici mia.

84)  Lu gaddu cci dissi a li gaddini
 ca lu tiempu si piglia comu veni
85)  Chi ti giova sta maritatina
 ottu jorna malata e un jornu bona
86)  ladia, pupa nivura, untata d’uogliu
 tu va diciennu ma muoru pi tia
 cci sunnu tanti bieddi ca mi vuonnu
 comu mi vuogliu tingiri nni tia
 vattinni a mari a glittariti a scuogliu
 oppuri a mmuoddu mmiezzu a la liscia..
87)  Mina lu vientu e lu massaru spaglia
 c’è lu currieri ca cunta li miglia
 lu cacciaturi assicuta  la quaglia
 e l’assicuta finu ca la piglia;
 l’arburu s’ha sirratu cu la serra,
 e lu stufatieddu s’agusta cu l’aglia
 Ora ca la vincivu la battaglia
 si mi curcu cu tua nun è meraviglia.
88)   La turturidda quannu si scumpagna
 si parti e si nni va a so virdi luogu
 vidi l’acqua e lu pizzu si vagna
 e di la pena si nni vivi un puocu
 e poi si minti ncapu na muntagna
  jetta suspira e lacrimi di fuocu:
 amaru cu perdi la prima cumpagna,
 perdi li piacira, lu spassu e lu juocu.
89)  All’armi, all’armi: la campana sona
 li turchi sunnu junti a la marina.
90)  Ah! Quantu è mpami l’arti di lu surfararu
 ca notti e jornu travaglia a lu scuru
 piglia la lumera e fa un puocu di lustru
 quannu scinni jusu cu lu so capumastru

91)  La schetta si nni prega di li minni
 la maritata di li figli ranni
92)  Niesciu la sira comu lu nigliu
 Viersu la matina m’arricogliu.
93)  Si ni pigliamu colari muriemmu
 e vincitoria a li mpamuna dammu.
94)  Cci vò viniri dda banna Riesi
 unni ci su pagliara comu casi;
 cci sunnu tri picciotti comu rosi
 una di chiddi tri mi dissi trasi;
 trasi ca t’aiu a dari li beddi cosi:
 puma, pumidda, maremi e cirasi.
 Iu ci lu dissi: nun vuogliu sti cosi,
 vuogliu la zita, la robba e li casi.
95)  Biedda, li tò biddizzi iu li pritiegnu
 siddu li duni a l’antri, iu m’allagnu.
96)  Ora ca ti criscieru sti lattuchi,
 tutta ti gnucculii, tutta t’annachi.
97)  Ci pienzi bedda quannu iammu a Naru
 ca la muntata ti paria pinninu?
98)  Bedda, ci vò viniri a San Bilasi,
  n’addivirtiemmu ca siemmu carusi?
99)  Aiu cantatu pi sbariarimi la menti

 oppuramenti la malincunia.
100)  Comu vo fari fa, si la patruna
 basta ca truovu la pignata china.
101)  Buttana ca cu mia tu fa la santa,
 cu li cani e li gatti tieni munta.
 A mezzannotti cu scippa e cu chianta,
 la tò matruzza li cuorpi ti cunta.
 Quantu grana vusca sta figliuzza santa,
 ci voli lu nutaro ca li cunta.
102)  la fimmina ca è sutta va cantannu
 l’omu ca sta supra sta suffriennu
103)  Cu avi dinari assà, sempri cunta
 cu avi muglieri bedda sempri canta.
104)  So matri mi lu dissi: va, travaglia,
 nun mi la fari patiri a ma figlia.
105)  Cu dici ca li favi sunnu nenti,
 sunnu cumpuortu di panza vacanti.
106)  L’omu c’ha piersu la ragiuni
 la giustizia si fa cu li so mani
107)  Pi tantu tiempu la furtuna aiuta,
 arriva un tiempu ca cangia la rota.
108)  Tu t’inni prieghi ca ti resta chiusa,
 iu mi nni priegu ca mi resta tisa.
109)  Si ogni cani c’abbaia, na pitrata,
 nun restanu né vrazza e macu vita.
110)  San Pietru ci dissi a S. Giuvanni
 di li singaliati, guardatinni.
111)  Santa lagnusia, nun m’abbannunari,
 ca mancu spieru abbannunari a tia.
112)  Quantu su bieddi li carmelitani,
 ca vannu a la missa cu la mantillina.
113)  A tia piaci la miennula dunci,
 prima ti la manci e ora chianci.
114)  Cu sta spranza e la pignata minti,
 ma va pìarriminari e nun trova nenti.
115)  Cu scecchi caccia e a fimmini cridi
 faccia di paradisu nun nni vidi.
116)  Pensa la cosa prima ca la fani
 ca la cosa pinzata è bedda assani.
117)  Sparaci, babbaluci e fungi
 spienni dinari assà e nenti mangi.
118)  Unni viditi niespuli, chianciti:
 sunnu l’urtimi frutti di l’estati.
119)  Comu amma a fari, la muglieri?
 dumani agghiurnammu senza pani.
120)  Quannu la sorti nun ti dici,
 jettati nterra e cuogli babbaluci.
121)  Cu fa amicizia cu li sbirri,
 c’appizza lu vinu e li sicarri.
122)  Di ‘nviernu nun ni vuogliu ca fa friddu,
 mancu la stagiuni ca fa callu.
123)  Cummari vi lu dicu allieggiu, allieggiu,
 vostru maritu si iucà lu ‘llorgiu.
124)  La padedda cci dissi a la gradiglia:
 iu pisci frittu mangiu e no fradaglia.
125)  Lu surci cci dissi a lu scravagliu:
 quannu tu fa beni scordatillu.
126)  Lu saziu nun cridi a lu diunu,
 comu lu riccu nun cridi a lu mischinu.
127)  Cci finì comu li nuci di Cianciana,
 cientu vacanti ed una china.

128)  Chi facisti o mastru Giuvanni,
 scippasti la vigna e cci chiantasti li canni.
129)  Abrili fa li sciuri e li biddizzi,
 n’avi lu lasu lu misi di maiu.
130)  Lu picuraru grida: all’erba, all’erba;
 ca si la po’ sarbari si la sarba.
131)  Sugnu comu na tavula di liettu,
 dicu ca nun viu nenti e viu tuttu.
132)  Ficiru paci li cani e li lupi,
 poviri piecuri e svinturati crapi.
133)  Di li cappiedda e di lu malu passu
 dinni beni e stanni arrassu.
134)  L’afflittulidda ca si curca sula
 si vonta e svonta mmiezzu a li linzola.
135)  Mi vivu lu vinu miu, armenu sacciu cca è vinu guastatu.
136)  A quannu a quannu lu pupu j a ligna
 cu ddu cippidda cci fici nna sarma;
 nni la muntata si lassà la cigna,
 va iti nni lu pupu ca si danna.
137)  L’arti di lu muraturi, è arti gintili,
 ‘nn’accidenti a cu nni parla mali.
138)  A vvu commari chiamativi la gatta,
 sannò vi veni cu l’ancuzza torta.
139)  P’amari li donni cci voli la sorti,
 ma ancu ‘ngegnu , giudiziu e arti.
140)  Lu zuccu nun po’ teniri du viti
 e mancu la fimmina du ‘nnamurati.
141)  L’acqua di lu Raffu e mmiezzu vinu,
 curriti schetti di San Giulianu.
142)  L’acqua di li malati è vinu sanu,
 curriti schetti di San Giuliano.
143)  Pi nun pagari du grana di varbieri,
 si fa li capiddi scali, scali.
144)  Quannu mina lu vientu narisi,
 guardativi la peddi, guaddarusi.
145)  Sugnu comu lu cunigliu ni la tana,
 firriatu di sbirri e di ‘mpamuna.
146)  Si m’arrinesci mi chiamu don Cola,
 si nun m’arrinesci Cola comu prima.
147)  Lu jardinaru ca chianta cipuddi
 cci vannu appriessu li picciotti bieddi.
148)  Nun cci vaiu cchiù a Santa Chiara
 ca la Batissa mi voli ‘ngalera,
 mi dissi ca ci ruppi la campana
 e lu battagliu miu ristà com’era.

149)  Chissa è la vera pena ca si senti,
 sugnu luntano e nun viu l’amanti.
150)  Amuri amuri, quantu sì luntanu,
 cu mi lu cuonza lu liettu stasira,
 cu mi lu cuonza, mi lu cuonza malu,
 e malatieddu agghiuornu a lu matinu.
151)  Vinni a cantari ca n’aiu ragiuni,
 pi mmia nun ci fu camuliari,
 tutti mangiaru carni e maccarruna
 e iu, l’amaru, mancu aviri pani.
152)  Chi avi stu sceccu ca raglia?
 avi la corda longa e s’impiduglia.

153)  Lu munnu lu truvasti a lu riviersu
 ca puntasti a re vinni arsu.
154)  La morti lha d’incuoddu e nun ti ‘nnadduni
 l’ha scritta nni li chianti di li mani.
155)  Lu carciri di Sciacca è muntuatu;
 pi fierri lu vinci Santu Vitu.
156)  Cu va a lu carciri di Santu Vitu,
 trasi cu la parola e nesci mutu.
157)  Ma matri mi vuliva fari parrinu,
 e pi l’amuri tò, sugnu viddanu.
158)  Da stivaletti si junta a tappina,
 sicca la vucca mia si nun sì buttana.
159)   La schetta si canusci a lu caminu,
 la maritata supra lu turrenu.
160)  Vuogliu muriri cu l’uocchi apierti
 pi nun dari vincitoria a la morti.
161)  L’acqua si nni va a lu pinninu,
 l’amuri ranni senti lu richiamu.
162)  Cu va a sparaci mangia ligna,
 cu va a babbaluci  mangia corna.
163)  Nun sugnu muortu, no, sù vivu ancora,
 uogliu ci nn’è a la lampa, mentri dura.
164)  Lu tò vinu nun lu mintu nni lu me jascu
 li tò guai cu li mia nun l’ammiscu.
165)  Ora curuzzu  vò essri amatu
 a fari di geniu lu curnutu.
166)  Vitti lu mari, vitti la marina,
 vitti l’amanti tò ca navigava.
 

167)  Bedda tu la pirdisti la russura
 mi isti a ‘ccusari a li carrabbunera
168)  Ti maritasti cu viertuli musci
 lu capumastru di balata liscia
 nun ti putisti abbuttari di minestra.
169)  Larga la cigna e stritta la cudera
 l’omu ca è minchiuni pari allura.
170)  Ti maritasti facci di vilenu
 ti lu scurdasti cu t’amava prima.
171)   Lu scieccu zuoppu si godi la via
 la miegliu giuvintù sta a la Vicaria.
172)  Quannu nascisti tu bidduzzi, pronti
 lu suli arrialzà l’antri du tanti
 ti vattiaru ni du chiari fonti
 mmiezzu d’argintaria, musica e canti.
173)  Funtana di biddizzi e pasta d’angili
 cu trasi a  la tò casa li fa ‘mpinciri
 e li pittura si misuru a chiangiri,
 ca bedda comu tia nun puottiru dipingiri.
 Acchiana ‘ncielu e và, parla cu l’angili
 li muorti sutta terra li fa spingiri.
174)  Cu la casa d’antru pratica
 la so è povera e minnica.
175)  Sinn’j, sinn’j, sapiddu unni
 e a tia lassà mmiezzu a st’affanni
 Senza di tia sugnu cunzumatu
 la vita mia cu tia si ‘nn’ajjutu
176)  La tò facciuzza è comu na rosa
 bianca e russa comu na cirasa
177)  Amaru cu di li donni s’incatina
 scinni a lu ‘mpiernu e acchiana tri scaluna.
178)  Ora ca li facisti quinnici anni
 piglia la truscitedda e jamuninni.
179)  Lu suonnu di la notti m’arrubasti
 ti lu portasti a dormiri cu tia.
180)  Lu cuccu ci dissi a li cuccuotti
 a lu chiarchiaru ci vidiemmu tutti.
181)  Lu carzuru pi mia è l’urtima notti
 stasira ci scuru dumani si parti.
182)  Eratu intra e ti ‘nni isti fora
 di tunnu la pirdisti la russura.
183)  Comu cci finì a lu liamaru
 nun potti fari un jppuni a la suoru.
184)  Comu cci finì a lu gaddu di Sciacca
 si fici accravaccari di la jocca.
185)  Ti priegu bedda di farimi un cintu
 ca veni maiu e canzuni cantu
 mi l’hai a fari galanti e distintu
 lu tò nomu c’ha a mintiri ogni tantu
 cu m’addumanna cu fici stu cintu
 lu fici Dichinedda a lu cummentu.
186)  Tò matri mi lu dissi: mangia e bbivi
 nun ti curari si ma figlia mori
 si mori idda ti mariti arrieri,
 cchiù grana e cchiu arriccizzi po’ accanzari.
187)  Dicci a tò mà ca nun si piglia pena
 la robba c’arristà ni li casciuna;
 comu t’abbidiri arridutta
 né maritata, né zita né schetta.
 Comu t’abbidiri arridutta
 a lu burdellu di Cartanissetta
 Cartanissetta ‘ncapu nna rocca
 ricca di buttani e scarsa d’acqua.
188)  Vaiu diciennu: cu avi caniglia?
 ca m’ha finutu l’uoriu e la paglia.
189)  Ti cridi ca era mulu di la rota
 pi pigliarimi a tia disonorata?
190)  Quantu amici avia quannu era fora
 ora l’amici mia su quattru mura.
191)  vampa di lana e nuozzulu di nuci
 nun dunanu né cinniri né luci.
192)  La mantillina cangiasti pi lu sciallu
 ora a chistu tò maritu cangiatillu.
193)  Buttana quantu trappuli sa fari
 mancu na forgia fa tanti faiddi.
194)  Assira m’arricuglivu notti, notti
 mi misi a cuntrastari cu du schetti
 una mi li jttava li strammuotti
 l’antra m’arriscidiva li sacchetti,
 quannu mi vittiru li sacchetti asciutti:
 vatinni picciuttieddu ca è notti.
195)  comu aiu a fari, sugnu cunzumatu
 na vecchia nun mi vonzi pi maritu.
196)  Di vintinovi siemmu junti a trenta
 comu veni la pena si cunta.
197)  Quant’aiu persu d’amari a tia
 li miegli jorna di la vita mia.
198)  Cu lu canusci l’amicu Burrasca
 simina tumminia e arricogli ciusca.
199)  A chi mi servi amariti tantu
 ca zappa a l’acqua e simina a lu vientu.
200)  Quannu si minti lu picciulu cu lu granni
 li viertuli a mala banna appenni.
201)  Cummari ca l’aviti e nun mi lu dati
 chi nna t’ha fari vui quannu muriti.
202)  Curnuti va’, firriati la vigna
 unni mancanu zucca, chianta corna.
203)  Cu li tò corna po’ fari un ponti
 di la Matrici arrivari a lu Munti.
204)  La sciccaredda cci dissi a lu mulu
 siemmu fatti pi dari lu culu.
205)  Cu di lu mulu voli fari un cavaddu
 li primi pidati sili piglia iddu.
206)  Carritteri lu vuogliu e no viddanu
 ca di sita mi lu fa lu fallarinu.
207)  Comu è fari cu sta licatisa
 ca idda voli a mia, iu vuogliu a Rosa!
208)  Iu ti salutu e mi nni vaiu nni Rosa
 Dumani nni ‘ncuntrammu chiusa chiusa.
209)  Annutula ca t’allisci e fa’ cannola,
 stu santu è di marmaru e nun suda.
210)  Ti maritasti e fu la tò ruvina
 sei jorna malata e un jornu bona.
211)  Buttana di tò mà quantu carduna
 cu cci li simina mmiezzu sta via?
212)  Vidi ca fa friddu e nun lu capisci,
 è la forza di l’amuri quannu nasci.
213)  Comu aiu fari cu sta ma vicina
 c’avi lu meli ‘mpiettu e nun lu duna?
214)  L’amici ti purtaru a la ruvina
 tò matri ca ti ama si nn’adduna.
215)  Aviva un gaddu e lu fici a capuni
 lu sbrigu cci livavu a li gaddini.
216)  Quannu era sana la tò pignatedda
 lu primu fuvu iu ca cucinavu,
 ora ca ti la ruppi la scutedda:
 mangiati amici mia ca mi sazziavu.
217)  Bedda p’amari a tia persi lu suonnu
 ca è la cosa cchiù bedda di lu munnu.
218)  Bedda p’amari a tia di notti viegnu
 e nun mi curu si chiovi e mi vagnu.
219)  Ludia brutta facciazza di mulu
 tu va diciennu ca t’ha’ mmaritari,
 nun n’ha né robba nemmenu dinari,
  cu è ddu sceccu c’havi a pigliari?
220)  Bedda ca di li beddi la bedda siti
 ca di li beddi bannera purtati.
221)  Bedda ca sì rappa di racina
 lu cori ti mangiassi a muzzicuna.
222)  Quannu nascisti tu nascì na rosa
 lu suli si firmà a la tò casa.
223)  Bedda ca di sì m’aviatu dittu
 nun c’arrivasti a cunzari lu liettu.
224)  Si sì vera fimmina di nasu
 m’ha’ a diri unni sta lu vientu appisu.
225)  Matri ivu a perdiri la testa
 pi nna truiuzza, ‘mpami e tosta.
226)  Di nnomu ti cangiasti traditura
 di zappa ti chiamasti matacona.
227)  La cosa è già bedda e caputa,
 lu sceccu nin si pungi a la muntata.
228)  Lu sienti ca sona la campana
 la pesti è junta a li mulina.
229)  Aviti la facciuzza comu un piriddu
 e la vuccuzza n’anidduzzu
 siti ‘mpastata di zuccheru e meli
 mmiatu l’omu ca spusa a vui.
230)  Quannu arrivu dda bbanna, scrivu cara
 ricordati di mia na vota l’ura.
 
231)   Quantu è intrinsicu st’amuri
 cu nun lu cridi lu pozza pruvari.
232)  Nun lu fazzu cchiù lu lassa e piglia
 p’amari na picciotta si travaglia.
233)  Comu è fari cu sta ma vicina
 ca notti e jornu colari mi duna?
234)  Curuzzu nun aviri no lagnanza
 si vò accuminciari a chiangiri accumenza
 curuzzu nun aviri cchiù lagnanza
 ca cu t’amava cchiù mancu ti penza,
 curuzzu mi vò diri chi ti fici
 ca quannu vidi a mmia ti fa’ la cruci.
235)  Ti mannavu nna littra cu du essi
 risposta nun n’appi cchiù, chi fici morsi?
236)  Chista è la vera pena ca si senti,
 iri surdatu e lassari l’amanti.
237)  Nun aiu pena ca vaiu surdatu
 la pena aiu ca lassu a tia.
238)  Sì comu nna fussetta di Natali
 cu prima arriva si mitti a iucari.
239)  Li donni sunnu comu li mulina
 ca fannu li vutati di la luna.
240)  Li donni sunnu comu li mulina
 tuorti come la vruca e li gadduna.
241)  Amaru cu di li donni si ’nnamura
 ca squaglia comu l’uogliu a la cannila.
242)  Lu vuò sapiri pirchi nun ti vuogliu?
 eratu schetta e accattasti un figliu!
243)  Aiu piersu la canna di la pipa
 forsi l’asciasti tu bedda pupa.
244)  Li cuorna ti parinu ornamientu,
 t’annachi tutti e ti nni fa’ un vantu.
245)  Curcutu, sta’ attentu t’impidugli
 cu li piedi li tò corna ‘ngagli.
246)  La robba si nni va comu lu vientu
 ma di nna bedda ti nni prieghi tantu.
247)  A don Cicciddu lu vitti lu vitti
 ntra un punticieddu ca sucava latti.
248)  Quantu è cani, cani stu patruni
 ca iddu mangia pani e nantri fami,
 vinti quattr’uri di stari a buccuni,
 li rini si li mangianu li cani,
 lu vinu si lu vivi a l’ammucciuni
 e nantri passa l’acqua di gadduni
 unni mitti a muoddu li liami.
249)  Cori di canna, cori di cannitu
 truiazza ca ha’ lu cori canniatu,
 lu facisti ammazzari a tò maritu
  pi dari gustu a lu tò ‘nnamuratu.
250)  Curnuti nun cci vannu n’ paradisu
 San Pietro l’assicuta pi lu nasu.
251)  Lu suli è russu e vui lucenti siti,
 lustru faciti quannu v’affacciati.
252)  Quannu la mamma fa lu figliu fissa
 sempri ci avi a cummattiri cu passa.
253)  Sapiti chi successi all’acqua nova
 un punci assicutà na lavannera.
254)  A vu cummari, ca siti sutta stu ficu
 o mi chiamati o viegnu dduocu.
255)  O Pippinedda cuocciu di granatu,
 unni lu truvasti stu bieddu maritu?
256)  Sapiti chi rimediu c’è pi unu ca mori?
 Ca mori e si nni va a lu cimiteriu.
257)  Lu suonnu di la notti m’arrubasti
 ti lu portasti a dormiri cu tia.
258)  Affacciami bedda e pisciami tra un occhiu
 quantu ti viu lu parrapapacchiu.
259)  Comu aiu a fari cu la ma vicina,
 avi la figlia schetta e nun mi la duna.
260)  La donna c’avi lu maritu viecchiu,
 lu guarda e lu talia di mal’uocchiu.
261)  Curnutu ca ha’ li corna ‘n tri maneri,
 luonghi e pizzuti comu li zabbari.
262)  Curnutu ti prisienti arridi, arridi.
 li corna t’arrivanu a li piedi.

263)  Lu carzaratu la notti si sonna:
 penza la libirtà, mori e si danna.
264)  Cu dici ca lu carzaru è galera,
 a mia mi pari ‘na villeggiatura.
265)  Lu carciari pi mia è paradisu,
 unni truvavu l’abbientu e lu ripuosu.
266)  Carzari Vicaria quantu si duci,
 cu ti fabbricà, bieddu ti fici.
267)  Amuri di luntanu nun è filici;
 amuri di vicinu, carizzi e baci.
268)  Ha’ la vuccuzza comu lu curaddu
 piensu ca ancora nun ha vasatu a nuddu.
269)  Ha’ li capiddi nivuri ‘na pici,
 ti li taliu e nun truovu paci.
270)  Pienzi ca stu munnu è chianu, chianu,
 nun vidi la muntata e lu pinninu?
271)  Tu matri t’addivà cu pani e latti,
 ora dariti a mia ci pari forti.
272)  Ni sta vanedda ci abita ‘na quaglia,
 tutti la vuonnu e nuddu si la piglia.
273)  Ni stu quartieri ci sta ‘na picciuttedda,
 idda mori pi mia e iu pi idda.
274)  Bedda, ci pienzi quannu jammu fori,
 ca ti purtavu sutta li ficari,
 ti detti du pumidda e du zalori,
 di tannu t’affirravu a ‘nguliari.
275)  Mi nn’aiu a gghiri di stu paisazzu
 cu li ‘mpami e li sbirri nun ci la puozzu.
276)  Mi ‘nnaiu a gghiri a Cartanissetta,
 unni ca fannu giustizia torta.
277)  Cu avi grana la libirtà s’aspetta,
 cu grana nun avi lu zainu porta.
278)  Pedi di zorba e pedi di zurbara
 cu è ca ti chiantà mmiezzu la via,
 e li zorbi ca fa su tanti amari
 amari e allappusi comu a tia.
279)  Stidda lucenti, lucenti
 chi c’aiu fattu a la me cara amanti?
 Quannu passu di ccà nun mi dici nenti,
 si cridi ca truvavu ‘n’ antra amanti.
280)  Siddu sapissi di la tò vinuta,
 d’oru e d’argentu faria la me intrata.
281)  Vaiu a lu liettu e ripuosu nun aiu,
 priegu ca l’arba fa, quantu ti viu.
282)  Affaccia bedda di sta finestredda,
 lu sientilu tò amuri quantu arraggia?
 Vasari ti vurria, quantu sì bedda,
 mmientri chi tieni l’uocchi a pampinedda.
283)  Quannu nascisti tu fici un gran sfuorzu,
 parsi ca ti purtà un carcarazzu.
284)  Buttana di tò mà, lorda buttana;
 nun è amicu tò si nun ti la duna.
 Dda amicu ti la riì la suttana
 e tu lu mangi a muzzicuna.
 Tò mà è ‘na pezza di buttana,
 ca sapi tutti cosi e nun dici nenti.
285)  Chi mi nn’importa ca sugnu curnutu,
 basta ca mangiu e bivu e vaiu vistutu.
286)   A idda vuogliu, a idda m’ata addari,
 idda mi trasì ‘nni lu ma cori.
287)  Di schetta nun t’appi
 e di maritata t’appi;
 abbasta ca t’appi
 e comu t’appi, t’appi.

 ***********

 Strambotti di microstoria racalmutese.

 Donna Aldonza del Carretto
288)  Cu li biddizzi ma senza pitazzu
 sanu cci arristà lu pirripipazzu.

 Girolamo e Giovanni del Carretto
289)  Quannu arriva lu conti Giluormu
 cu gran prescia lèvati di tuornu;
 ma s’arriva lu baruni Giuvanni
 allura sì ca sunnu guai ranni.
 I Magnifici
290)  Cu Tudiscu e Piamuntisi
 si piersiru sina li maisi.
 Beatrice Del Carretto Ventimiglia.
291)  Cci arrubbaru a donna Biatrici,
 e nantri tutti siemmu beddi e filici.

 Arciprete Vincenzo del Carretto.
292)  Cu l’arcipresti di lu Carrettu
 cci appizzammu sinu a lu liettu.
 L’aggressione licatese sotto Matteo del Carretto.
293)  Di la Licata vinniru li lanzichinecchi
 a ccà nastri ristammu propriu becchi.

 Il conte Girolamo del Carretto
294)  A Paliermu don Giluormu lu ranni,
 cu tanti onzi conti divinni;
 ma a marchisi nun arrivà
 e a nantri viddani nni cunzumà.

 Maestranze locali

295)  Lu mastru Picuni, lu farmacista Pistuni,
 lu miedicu Alajmu, la famiglia Pirainu:
 C’era Zagarricu, c’era Mastrarrigu;
 nun siemmu tutti ricchi, nun siemmu tutti bieddi,
 ma siemmu tutti di ccà e chistu a nantri nn’abbastà.
 ************
 Epiloghi.

296)  Onestà cumanna a donna
 cchiù cci nn’è, cchiù nn’abbisogna.
297)  Arangi, arangi
 cu avi li guai si li chiangi.
298)  Addalalò addalaliddu;
 so mà sì tu, so pà sopiddu.
299)  Calati Giona a mari,
 ca passa la timpesta.
Il Falconcini, dopo, in piena irritazione per l’umiliante defenestramento, sui misfatti di Racalmuto torna ed ora con accenti più caustici e più offensivi. Scrive (cfr. il capitolo di pag. 55 intitolato: “Vandalici fatti consumati in Racalmuto”): «Da Canicattì  si appiccò l’incendio ad un tempo a sette paesi della provincia; nei quali  sotto colore di provare scontento contro il governo vincitore ad Aspromonte, si dette sfogo a quelle covate ire di famiglie alle quali sogliono le passioni politiche servire di comodo manto in Sicilia: a Racalmuto fu il disordine molto più grave che altrove. Due casate da lungo tempo in Racalmuto rivaleggiavano per il dominio nella propria terra e per il possesso delle cariche municipali, le quali in provincia, eccettuato le primarie città, si ritengono mirabile mezzo per quello a proprio piacere esercitare nel comune. I Matrona ed i Farrauto rinnovellando in fondo alla Sicilia le lotte cittadine che nel medio evo mandarono fino a noi la memoria dei Donati e dei Bondelmonti, fanno odiernamente rivivere nello sventurato loro paese la inciviltà dei secoli di mezzo, senza trarne neppure il vanto di storica celebrità. Le campagne di quel comune erano piene di renitenti alla leva, frutto questi della retrograda amministrazione tenuta dagli adepti dei Farrauto: la quale gestione delle cose municipali non era valso a togliere ad essi lo scioglimento del consiglio comunale, di recente avvenuto per decreto del re a savia proposta del mio predecessore; l’autorità municipale essendosi ricostituita quale si trovava prima di essere stata disfatta da quel regio decreto, perché il fatto stava nella [pag. 57] formazione delle liste elettorali e queste non possono per legge da un regio commissario venire rivedute. Già da qualche giorno si mormorava che il partito dei Farrauto, il qual sembra che vesta in calzon corto ed in coda per differire da quel dei Matrona che ama indossare la camicia rossa, pensasse a profittare dell’abbattimento che dal fatto d’Aspromonte veniva alla parte sua rivale, per correre alle case dei Matrona ed appiccare con questi una volta di più accanita zuffa, e si diceva che a tal rei fine tenesse quel partito continui e segreti accordi con la banda dei renitenti: si mandavano consigli e minacce dalla prefettura per ritardare, se possibile, tali avvenimenti tanto che la truppa giungesse da Palermo; non avendo senza questa modo di far altra cosa, fuor di consigliare e minacciare. Ma vedendosi a Racalmuto che il disordine di Canicattì non si puniva e deducendosene, secondo la logica dei Siciliani, che il governo non avesse forza per punire, si ridussero ad atto i meditati piani e il di 6 settembre 1862 si facevano entrare in paese i renitenti, si bruciavano gli archivi comunali, mandamentali, [pag. 58]  e si saccheggiava la caserma dei carabinieri, si devastava il casino di conversazione, si svaligiava il corriere e si ardevano le corrispondenze, si poneva l’assedio alle case dei Matrona che validamente si difendevano. Le notizie di queste vandaliche azioni giungevano a me da più parti ...la mattina del 7 settembre fra le undici e le dodici. [...]

«[pag. 60] Mezz’ora dopo mezzogiorno del di 7 settembre l’ordine era dato da me alla poca truppa di marciare tutta con veloce passo verso Racalmuto ... [pag. 64] La truppa partì all’imbrunire, e sul fare del giorno era a Racalmuto. [ ...] Quasi insieme alla truppa partirono per Racalmuto il procuratore del re ed il giudice istruttore, ed io affidai pienamente ad essi l’investigazione dei fatti avvenuti e le misure da prendersi [...], limitandomi a sospendere la guardia nazionale racalmutese che evidentemente aveva mancato al proprio mandato. Ma avendo poi saputo per un espresso, speditomi dall’autorità locale, che per ordine del comandante la colonna militare, i Matrona erano stati posti in carcere, e parendomi che non potessero essere rei poiché erano stati assaliti fino nelle loro case dai ricoltosi, spedii un delegato di Sicurezza da Girgenti ad informarsi della verità di quel rapporto ed a sollecitare in mio nome presso il giudice istruttore l’esame dei Matrona: io non poteva né doveva far di più, e questo bastò allo scopo; perché esaminati subito [pag. 65] i Matrona, furono dal giudice stimati degni di libertà e scarcerati. Essi, infatti, a mia insaputa, lealmente dichiararono tutto questo in un giornale, quando altri fogli si dilettavano di svisare ciò che io disposi in questa circostanza; ma così non fu impedito ad altri onesti diarii ed all’onestissimo Diritto di asserire, quando piacque al partito al quale tali periodici appartengono da Falaride, che io avevo lasciato premeditatamente avvenire i disordini vandalici di Racalmuto, per dare a me stesso il sollazzo d’esercitare severità contro i liberali, precisamente ordinando l’arresto inopportuno dei Matrona.

«[...] [pag. 64] L’ordine fu immediatamente ristabilito a Racalmuto, in grazia della presenza della truppa, la quale arrivata in quei giorni andò a ripristinarlo ovunque era stato manomess; gli arresti fatti nel primo momento dai comandi militari e dai delegati locali furono corretti dall’autorità giudiciaria, e regolare processo fu iniziato onde scoprire e punire i rei di tali odiosi misfatti.»

Il Falconcini aveva premesso tutto un racconto sui prodromi degli eventi racalmutesi. La scintilla scoccò a Canicattì: grande fu lo sgomento per i fatti d’Aspromonte e nel vicino centro canicattinese il “ceto civile il 30 agosto si vestì pubblicamente a lutto con l’animo di fare una dimostrazione puramente garibaldina.” [1] Il sindaco di Canicattì Giuseppe Caramazza, si premurava di telegrafare al prefetto queste note datate primo settembre 1862: «ieri sera una dimostrazione pacifica popolo tutto, alle grida via Garibaldi, viva Vittorio Emanuele, abbasso Rattazzi, abbasso il ministero. Appresso fornirò dettagli.»

Ma gli eventi presero subito una brutta piega:  “un atroce ferimento di carabinieri fu avvenuto ad una delle barriere della città”; “in conseguenza di un rapporto del regio procuratore - annota nel suo libro, a pag. 54, il Falconcini - io riattivai la guardia nazionale e lasciai riaprire il casino”: il prefetto aveva fatto chiudere il casino di società di Canicattì perché lì  si era organizzata la rivolta; ne scrisse la Gazzetta di Torino del 28 ottobre 1862.

Da Canicattì l’insurrezione si propagò subito a Racalmuto, a quel tempo già ben collegato dalla strada statale che poi raggiungeva Grotte e quindi Aragona; dal bivio di Aragona si poteva andare comodamente ad Agrigento oppure - dall’altro versante - a Comitini, Casteltermini, S. Giovanni, Castronovo fino a Palermo. La tesi del Ganci a dir poco non si attaglia a Racalmuto: secondo questo storico [2]

“per le cattive di viabilità e la mancanza di strade, scarsi erano i rapporti culturali e commerciali tra i vari comuni.” Ma allo studioso bisogna credere quando analizza la crisi del ’62: «una crisi anche morale - chiosa a pag. 120 - determinata da diffidenza reciproca, dei “continentali”  verso la Sicilia e della popolazione siciliana verso la politica fino allora seguita dal governo luogotenenziale, emanazione di quello di Torino, non senza uno strascico di recriminazioni che non potevano non acuire maggiormente il contrasto tra il Nord e il Sud. Questo provano anche le misure di sicurezza adottate (nomina di un commissario straordinario con poteri civili e militari, stato d’assedio, disarmo generale, fucilazioni eseguite ad Alcamo, a Racalmuto, a Siculiana, a Grotte, a Casteltermini, a Bagheria  ...) misure che non mirarono soltanto a colpire i “ribelli” che si ostinavano a non volere deporre le armi, ma anche e soprattutto ad arrestare, come si era fatto dopo il plebiscito, il movimento rivoluzionario popolare, che per la presenza di Garibaldi, s’era rinnovato con lo stesso ardore che nel ’60. “In presenza di Garibaldi - scriveva a L’Indipendente di Napoli il corrispondente di Sicilia subito dopo i fatti di Aspromonte - egli è che i malumori che covavano da tempo si sono scatenati alla prima occasione; ma lo stendardo di tutti è uno, la guerra civile, la guerra del povero contro il ricco”. Ciò non sfuggiva ai moderati e a tutta la classe dell’alta borghesia terriera, la quale si schierò ancora una volta, come nel ’60, da parte del governo di Torino e tollerò anche di buon grado, pur di vedere rimesso in “ordine” il paese, lo stato eccezionale in cui venne posta la Sicilia, essendole stato applicato anche il blocco di cui fu data comunicazione a tutti i governi delle Potenze estere. Allorché anzi si cominciò a parlare di togliere lo stato d’assedio, da parte dei benestanti si levarono reclami perché fosse ancora conservato, come rimedio fondamentale per “purgare” l’isola di tutti i “tristi” che la infestavano.»

A noi quelle fucilazioni di racalmutesi danno raccapriccio; ed è fuor di dubbio che ci fosse lo zampino di Falconcini. Non riusciamo quindi a capacitarci come Sciascia, preso dalla “amara esperienza” di quel prefetto, lo accrediti di una patita “ingiustizia”. Il prefetto fu, come si disse, un continentale, un burocrate come tanti altri funzionari mandati in Sicilia ad occuparvi gli uffici di maggiore responsabilità; uno come gli altri: «duri e pieni di boria - secondo il profilo tracciato dal Ganci, op. cit. pag. 118 - coscienti di rappresentare una civiltà più progredita», burocrati che «arrivando in Sicilia non sapevano neppure rinunziare a tutte quelle formalità e cerimonie che si solevano praticare, specie dall’alta burocrazia piemontese, nei riguardi di un’alta autorità, nel momento di entrare in carica.» Per noi, vada un’infamia perenne a siffatto Falconcini. Evviva S. Spaventa che l’11 gennaio 1863 gli  inviava una lettera che gli giunse la sera del 16 gennaio ove a “nome del ministro dell’interno gli annunziava avere il re fino dal dì 11 dello stesso mese firmato il decreto che lo dispensava dall’ufficio di prefetto di Girgenti”.

L’argomento Falconcini tenne banco nelle dispute serotine del circolo di compagnia. Ma bisognava stare attenti: non si potevano urtare le suscettibilità delle due contrapposte fazioni, quella dei Matrona e quella dei Farrauto, entrambe massicciamente presente tra le file dei soci. In un punto si era unanimemente concordi: gratitudine al polso di ferro del prefetto, capace di sgominare con arresti e qualche scarica di fucili la masnada sanculotta che aveva osato profanare il rispettabilissimo circolo dei galantuomini racalmutesi.

Il Falconcini è proprio un fanatico del Nord, venuto a Racalmuto ‘a miracol mostrare’ della prepotenza piemontese: attorno all’autunno del 1862 sua altezza prefettizia non  può tollerare che nel piccolo paese dell’Est agrigentino due famiglie continuino a fare sceneggiate da Capuleti e Montecchi. Contatta il sindaco di Agrigento, Giuseppe Mirabile; lo sa amico dei Matrona e dei Farrauto; gli fa sapere che se costoro non mettono la testa a posto, lui all’isola li manda; ne i poteri; ne ha la voglia - forse più verso i Farrauto che verso gli ora prediletti Matrona. Il Nostro grafomane lo dovette essere: prende carta e penna e così indirizza una missiva al  disorientato sinfaco agrigentino: « Al signor avvocato Mirabile sindaco della città di Girgenti ... Il paese di Racalmuto ...   è diviso in due partiti ... l’uno capitanato dai signori Matrona, ed assume l’apparenza di liberali; l’altro è qui dato [da chi? Dall’avv. Picone?, n.d.r] dai signori Ferrauto e Mantione e fa sembianza di rimpiangere il dominio dei borbonici. [...] Io son risoluto far cessare il più presto e per sempre le gare delle famiglie Matrona e Ferrauto. [...] Ella signor sindaco tiene rapporti di amicizia con i membri delle due famiglie Matrona e Ferrauto. [Dato che è bene] non mantengano esagerate passioni politiche, [è bene si sappia che] potranno facilmente essere forzati a vivere lontani dal paese.

«In pari tempo provo il bisogno di notiziare V.S. Ill.ma che l’arresto avvenuto del sacerdote Mantione, e ciò che ad esso terrà dietro, fu cagionato solo da speciali motivi d’ordine pubblico e di superiore gravità, e non derivò per nulla dalla sua inimicizia personale coi Matrona [...] Girgenti 3 ottobre 1862. Il prefetto Falconcini.»

La nota ci svela il connubio tra i Farrauto ed i Mantione: i Mantione erano pur sempre gli eredi di quel bizzarro - ed impropriamente osannato - canonico Mantione. Ancora nell’Ottocento erano potenti e (se crediamo al Falconcini) prepotenti. Certo non era cosa da poco carcerare un sacerdote solo per la prevenzione di un prefetto nordista, all’improvviso convertitosi alla causa dei Matrona. Excusatio non petita, ci pare quella giustificazione della carcerazione del sac. Mantione solo “per speciali motivi d’ordine pubblico e di superiore gravità”; noi siamo certi che alla base c’era solo la vendetta dei Matrona, il loro odio verso chi ritenevano reo di insolente “inimicizia personale”. Alla faccia delperseguitato Falconcini, qui fanatico estimatore dei Matrona così come il suo postumo - oltre un secolo dopo - Sciascia.

Il sac. Mantione, così anonimamente infangato dal nordico prefetto, resta d’incerta individuazione - salvi gli apporti di ulteriori ricerche d’archivio - essendo due i sacerdori con quel cognome operanti in quel tempo a Racalmuto: Annibale e Giuseppe. Nei nostri archivi informatici ritroviamo:

DIACONI E CHIERICI
1
1851
ANNIBALE
MANTIONE
13
1851
GIUSEPPE
MANTIONE
A.26 PALERMO CAPP. OSPEDALE
ANNO 1873
17
1873
GIUSEPPE
MANTIONE
A.49
19
1873
ANNIBALE
MANTIONE
A.45
ANNO 1878
3
1878
GIUSEPPE
MANTIONE


 Nel “liber in quo adnotantur ... nomina sacerdotum “ della Matrice sono così contrassegnati:

n.° 420: D. Annibale Mantione, Mansionario, obiit 27 Maji 1882;

n.° 429: D. Giuseppe Mantione, obiit 4 Aug. 1888.

Si è certi che entrambi i preti Mantione si godevano ora i frutti della parsimonia del loro zio canonico. Contro costui noi non siamo nuovi nello scriverne contro corrente. Citiamo questo passo.

Il can Mantione, però, una imperdonabile colpa ce l’ha: per mera grettezza economica ha lasciato che una gloriosissima testimonianza religiosa di Racalmuto andasse irrimediabilmente perduta. Santa Rosalia di Racalmuto non sarà stata la «prima chiesa in honor di lei nel mezo della terra, che hoggi è servita dai Confrati del Santissimo Sacramento (cfr. Cascini  op. cit. pag. 15)», ma aveva un rilievo ed una sacralità  superiori allo stesso interesse locale e se veramente il Mantione era uomo di cultura non doveva permettere quello scempio. Era  da quattro anni arciprete di Racalmuto, con prebende, quindi, cospicue. I mezzi occorrenti per sistemare un tetto o rafforzare un muro erano accessibilissimi. Ai miei occhi, il comportamento di quell’Arciprete appare incomprensibile. Un  pozzo di scienza, viene ritenuto. Ma la dimostrata insensibilità culturale (se non religiosa) verso la chiesetta di S. Rosalia o Rosaliella gli riverbera una  poco esaltante ombra.

A voler sintetizzare, abbiamo dunque un’antichissima chiesetta che risale, a seconda delle varie versioni delle fonti,  al 1200 (Vetrano, Acquisto) o al 1208 (Salerno) o al 1320-30 (Cascini, Asparacio, Morreale) o al 1400 (Pirri). Forse realisticamente quella chiesa non esisteva prima del 1540 (epoca delle visite pastorali agrigentine).

Nel 1628, ad opera della Confraternita delle Anime del Purgatorio viene riadatta, o edificata (o riedificata) la novella chiesa di S. Rosalia che resiste sino al  3 giugno 1793 quando viene ceduta al sac. Salvadore Grillo essendo stata barattata dal can. Mantione per un altare con statua alla Matrice.

Ma già nel 1758 quella chiesetta era in cattivo stato. Il vero culto della Santa si era trasferito alla Matrice come attesta l’arc. Algozzini  nella visita pastorale del 1732. Vi si riferisce il § IX ove è inclusa nell’elenco “delle processioni” quella di “S. ROSALIA”.

*   *   *

Ma ritorniamo a quell’insolito quadrilatero: il prefetto Falconcini, il sindaco di Girgenti Mirabile, i Matrona ed i Farrauto. Data: ottobre 1862.

Il sindaco Mirabile entra in fibrillazione: convoca i nostri Matrona e Farrauto: non si poteva scherzare; quello - il pefetto - aveva davvero brutte intenzioni. Prosternazioni, costernazioni, intenti ultrapacifici, promesse, retorica. Il 5 ottobre il sindaco scrive al «signor Prefetto, ... la pacificazione dei signori Matrona e Ferrauto è riuscita nel modo il più soddisfacente ..... concorse moltissimo l’ottimo giudice di Racalmuto sig. Vaccaro .... » Firmato: il sindaco Giuseppe Mirabile.

E non basta, viene redatto addirittura un “processo verbale della pace fatta fra i Matrona e Ferrauto”. Confidiamolo: i galantuomini di Racalmuto hanno fama - almeno tra il popolino al quale apparteniamo - di essere “falsi e burgiardi”, sommamente ipocriti. A leggere quel verbale se ne ha una prova lampante. «L’anno 1862 il giorno 5 ottobre nel Municipio di Girgenti. Innanzi noi Giuseppe Mirabile sindaco della città di Girgenti,

«Vista la riverita officiale del sig. prefetto di questa provincia del tre andante ... dietro invito ... si sono a me presentati i sigg. D. D. Giuseppe e D. Gasperino Matrona, non che il sig.  D. Alfonso Ferrauto, e D. Baldassare Grillo.

«I suddetti .... scancellarono ogni malinteso, suscitato da tristi e malvolenti ... e profondamente inteneriti scambievolmente abbracciandosi protestarono di non aver mai nutrito odio o rancore ... Vennero a santificarle con solenne giuramento pronunziato sul proprio onore.

« Firmato: Giuseppe Matrona; Alfonso Farrauto; Gaspare Matrona; Baldassare Grillo - Giuseppe Mirabile, sindaco.»

Giuseppe Matrona era figlio di Pietro Matrona ed era nato il 15 settembre 1828; gli era fratello Gaspare, nato l’11 settembre 1835; Alfonso Farrauto fu Francesci era nato il 9 agosto 1829.

Il Falconcini ci regala anche alcune note di cronaca che vogliamo qui risportare. «Mandamento di Grotte - v. pag. 94 - Fu sequestrato il giovane Isidoro Selvaggio da Grotte e condotto in una grotta nel territorio di Racalmuto e vi rimase per oltre una settimana in mani di 4 malviventi [per la datazione: prima del 20 agosto 1862, n.d.r.] »

«Tutto il territorio fu seriamente minacciato nel 6 settembre dopo i fatti seguiti in Racalmuto, e quegli abitanti stettero due giorni e due notti in sull’avviso temendo da un momento all’altro un assalto dalla banda che si era costituita in numero di circa 200 e a suon di corno sfidava la truppa convenuta in Racalmuto.

« Mandamento di Racalmuto - v. pag. 104 - Appena partito da questo luogo un distaccamento di truppa verso metà di agosto sorsero voci di ribellione ed attacco contro i carabinieri di quella stazione. Nel 18 agosto prestandosi dalla guardia nazionale ricostituita il giuramento fu fatta una dimostrazione colle grida abbasso V.E., abbasso la leva. Dopo rimase gravemente ferito il sacerdote Felice Carmeci, che aveva fatto un discorso alla guardia nazionale riunita in senso liberale. Nel territorio avvenivano ai primi di settembre molti delitti di sangue e di rapina.»

Vi furono oltre 50 arresti. Quel sacerdote ferito non era racalmutese; era di Cammarata e così viene segnato nel “Liber”: n.° 432 D. Felice Carmeci da Cammarata: obiit 21 Martii 1873. Nel libro del Falconci fa capolino anche il noto sacerdote garibaldino don Calogero Chiarenza. Incontriamo a pag. 76 la “nota dei volontari di Garibaldi, dai quali fu domandata notizia al prefetto di reggio con telegramma appena ricevuta la nuova del fatto d’Aspromonte”; al n.° 3 è segnato «Sacerdote Calogero Chiarenza». Mons. Domenico De Gregorio, il pacato storico contemporaneo, dedica al sacerdote racalmutese queste note: «benché svolgesse la sua attività in Palermo, il sacerdote Calogero Chiarenza da Racalmuto, dove era nato nel 1823, fu in “relazione con tutti i liberali specialmente dell’aristocrazia  ed era un intermediario preziosissimo tra la capitale della Sicilia e i cospiratori agrigentini Domenico Bartoli, Pietro Gullo, Vincenzo e Rocco Ricci-Gramitto, anime buone ed entusiaste - Rocco in particolar modo che arrischiando la vita, recavasi spesso in Palermo per conferire coi capi del movimento, principalmente con Salvatore Cappello ... Il Chiarenza, cappellano dell’ospedale civico, grazie alla sua veste poteva molti segreti conoscere, cospirare, scrivere, senza attirarsi, come altri i sospetti del governo” [Pipitone-Federico G. - Francesco Crispi e la spedizione dei Mille, Palermo 1910, pag. 67]» [3]


*   *   *

Il Falconcini fu irrequieto fino alla fine dei suoi giorni di permanenza a capo della prefettura agrigentina. Aveva un conto in sospeso con Racalmuto; pensò di saldarlo nel gennaio del 1863. Limitiamoci al suo racconto. «I tre arresti veramente politici - ammette a pag. 90 - furono fatti nell’ultima settimana della mia autorità di prefetto; furono tre cospicui cittadini di Racalmuto, accusati di volere per amore de’ Borboni disturbare la tranquillità di tutta la provincia, facendo rinnovare in quel paese i vandalici fatti del di 6 settembre.   Io pensai lungamente prima di procedere a tale severa misura, ma ripetendosi e moltiplicandosi gli avvisi di prossimi moti borbonici in Racalmuto, e la voce pubblica chiedendo come indispensabile una misura preventiva, per salvarmi da enorme responsabilità mi dovei risolvere ad ordinare l’arresto di coloro che erano evidentemente supposti fautori di tali possibili disordini: arrestandoli però provvidi al loro convenevole custodimento, e la volontà di passarli al potere giudiciario annunziai subito al procuratore del re, il quale trovò subito la misura del loro arresto saviamente presa..»

Il Falconcini si premura anche di ragguagliare il ministro dell’interno: «Sin dal giorno 9 corrente [9 gennaio 1863] - vedasi documento riportato a pag. 128 della seconda parte del libro del Falconcini - circolavano strane voci di combinate trame in Racalmuto che dicevansi di colore borbonico. [...] [si aveva] la conoscenza di mantenersi quel paese ... sotto il dominio di un partito retrivo ed ostile ad ogni disposizione governativa. Una prova certissima poteva ritrarsi dal non essersi presentati di Racalmuto nessuno alla leva, perché quei giovani erano indotti a scegliere piuttosto l’emigrazione per Malta che presentarsi alle richieste del governo del re. Frattanto nel sabato 10 corrente accrescevasi molta consistenza a quelle voci di possibili disordini in Racalmuto. [In particolare] l’essere il giorno 12 anniversario della rivoluzione della rivoluzione in Sicilia. Riferivasi di nascoste bandiere borboniche e si designavano siccome principali autori del tutto alcuni cittadini i nomi dei quali erano già condannati dalla pubblica opinione, vorrei dire dell’intera provincia. Egli è per questo che lo scrivente credé doversi d’accordo col comando militare perché fosse tosto accresciuta d’altra compagnia la truppa colà stanziata e diede appositi ordini all’autorità locali per eseguire alcune perquisizioni tenute indispensabili ad assicurarsi del fatto e procedere a qualche arresto delle persone credute maggiormente influenti e dannose, colla sola idea di mostrare a Racalmuto che il governo non solo sorveglia e previene ma ha la forza di agire, ciò che vale assai più pei molti che stimavansi liberi di ogni vincolo e quasi padroni di operare a posta loro dopo cessato lo stato d’assedio.

 «Un singolare esempio della reale esistenza delle trame di quel partito si ha in questo, che per quanto fosse ordinato l’arresto all’impensata ed eseguito di notte, tre altri individui, dei quali appunto andavasi in traccia, fuggirono non appena ebbero il sospetto della loro ricerca, segno manifesto del non trovarsi essi scevri di cole. D’altra parte il processo ... porterà lume alla cosa.

«Frattanto può assicurarsi d’essersi disposto in modo che i tre arrestati avessero stanza il più possibilmente propria e fossero trattati con ispecial riguardo, non dovendo confondersi, con rei di delitti comuni chi può essere spinto anche a degli eccessi per fanatismo politico.

«Girgenti, 15 gennaio 1863. Il prefetto: Falconcini.»

Curiosa coda di perbenismo borghese: vadano pure in carcere i galantuomini, ma con i dovuti riguardi. Per il resto, altro che politica del sospetto! E Sciascia poteva davvero avere simpatia con un simile campione del sopruso di stato? Un sopraffattore vittima dell’ingiustizia di Silvio Spaventa [4] - ci dispiace dirlo - è una bubbola sciasciana. E i commenti al circolo? Ora blandi, ora astiosi a seconda di chi si trattava. Anche allora - come ancora nei nostri giorni - il “casino” vezzi massonici ed anticlericali ha costantemente avuto. Blandi si doveva essere verso influenti soci, anche borbonici; spietati, dissacranti, velenosissimi contro preti vecchi e nuovi, più o meno coinvolti nelle bufere politiche del momento.

In siffatti frangenti - e non nell’improbbile 1860 - dovette essere consumata quella agghiacciante fucilazione narrata da Sciascia: «Passarono i garibaldini da Regalpetra, misero un uomo contro il muro di una chiesa e lo fucilarono, un povero ladro di campagna fucilato contro il muro della chiesa di San Francesco; se ne ricordava il nonno di un mio amico, aveva otto anni quando i garibaldini passarono, i cavalli li avevano lasciati nella piazza del castello, il tempo di fucilare quell’uomo e via, l’ufficiale era biondo come un tedesco.» [5]

Falconcini non svela ora i nome di quei tre - tutto sommato - perseguitati politici. Sfogliando carte d’archivio successive, emergono echi di schedati eccellenti racalmutesi. Significativa la schedatura della pubblica sicurezza di Girgenti di don Vincenzo Grillo e don Giuseppe Matrona:

Grillo d. Vincenzo,

figlio del fu Girolamo, nato il .... 1823 nel Comune di Racalmuto, proprietario.-

Statura 1.60; corporatura giusta; capelli castani; fronte media; ciglia castani; occhi cilestri; naso regolare; bocca giusta; mento ovale; barba castana; faccia ovale; carnagione naturale.-

Luogo di abitazione: Racalmuto.-

Partito politico: Borbonico - clericale.-

Candanne: - ==

Cenni biografici: Capo partito borbonico-clericale. Nel 1863 in Girgenti ebbe sequestrata una corrispondenza in sensi borbonici proveniente da Malta.

Nelle evenienze è capace ed ha influenza bastante per sommuovere masse, ma non lo si crede atto a capitanarle

Matrona Giuseppe

del fu Pietro nato ... 1827 [rectius 1828] in Racalmuto, proprietario; m. 1,65, snello, nero ovale, abitante a Racalmuto.

Partito Borbonico - Non condannato.

Figura liberale e lo affetta onde farsi maggior credito, ma in fondo è stato sempre di principi borbonici, Uomo ambizioso e vendicativo: influente coi tristi e capacissimo nelle evenienze di sommuovere le masse e commettere disordini. Vuolsi che nel 1862, egli abbia spinte le turbe dei renitenti alla leva latitanti i quali, armata mano, turbavano l’ordine pubblico, bruciando l’Archivio Comunale e quello della Pretura.

[In altra scheda: Abbenché in apparenza conserva regolare condotta e mena vita ritirata, pur tuttavia dirige /Racalmuto 17 settembre 1869/ tutti gli intrighi che si ordiscono in Paese.]


Mons. De Gregorio rintraccia nell’Arcivio di Stato di Agrigento [ASA - Gabinetto Prefettura; non cita la busta che dovrebbe essere prossima al n.° 26] il sacerdote Calogero Lo Giudice di Giacomo, schedato tra i “preti borbonici”. [6] Nel “liber” il sacerdote risulta al «n.° 426: D. Calogero Giudice, mansionario fidecommisso della chiesa Monte, organista; obiit 19 Junii 1886.» Nato attorno al 1824, non sembra di nobili natali. Nel censimento del 1822, il padre del sacerdore è ancora ‘schetto’ e fa parte del nucleo paterno come dalla seguente scheda:

1894
LO GIUDICE
NICOLO'
1895
LO GIUDICE
GIUSEPPA
MOGLIE
1896
LO GIUDICE
GIACOMO
F.O
anni: 24
1897
LO GIUDICE
GIUSEPPE
F.O
17
1898
LO GIUDICE
CALOGERO
F.O
9
1899
LO GIUDICE
CARMELO
F.O
7
1900
LO GIUDICE
GIOVANNA
F.A
5



*   *   *


Quanto ai Farauto, pare che nel gennaio del 1863 qualcuno di loro sia finito in gattabuia. Richiamiamo quello che abbiamo sopra riportato:

[...] il Comandante della truppa, che venne spedito in Racalmuto, per quella circostanza, fece eseguire l'arresto dei fratelli Matrona, come ritenuti complici nei fatti del Settembre 1862.- Ma chiarita presto la loro innocenza, vennero quasi subito lasciati liberi. In proseguo poi vennero arrestati taluni della famiglia Farrauto, e qualche aderente di quella, per lo stesso titolo pel quale furono arrestati i Matrona [...].

Allo stato delle nostre ricerche non sappiamo aggiungere altro: ma i ricchi archivi agrigentini - e forse quelli appena riesumati di Racalmuto - chissà quali sorprese si riserveranno. Siamo certi che quello che va dicendo - pag. 248-256 - Eugenio Napoleone Messana su questa congiuntura storica avrà una drastica rettifica: per onestà bisogna però ammettere che qui lo storico locale scrive pagine di notevole pregio documentario.

*   *   *

Il Falconcini ci ragguaglia fra l’altro sulla consistenza delle opere pie racalmutesi:

1.   Monte frumentario di Pantalone: opere di pietà - rendita lire 264 e 82 cent.;

2.   Eredità Spinola - spese generali di culto e maritaggio - rendita L. 562,32;

3.   Fidecomm. Busuito - L. 391,57;

4.   Cong. S. Anna - L. 1329,21;

5.   Comp. Agonizzanti - L. 650,76;

6.   Congreg. Purgatorio - L. 223,46;

7.   Congreg. S. Maria di Gesù - L. 669,78;

8.   Congreg. Monte - L. 599,52;

9.   Legato del canonico Franco - L. 727,64;

10.  Legato degli Orfani del Crocifisso - L. 127,50;

11. Eredità Signorino - L. 1.396,87;

12. Legato del Rev. Carini - messe - L. 127,50. 

*   *   *

L’agricoltura andava in quegli anni a fasi alterne: l’anno 1856, l’anno 1858, l’anno 1862 erano stati catastrofici stando alle statistiche desumibili dalla contabilità del Convento dei Minori Osservanti sotto titolo di Maria di Gesù di Racalmuto

Vino prodotto dalle vigne del Convento di Santa Maria
Misure in "botti" e "langelle"
anno
produz.
1824
5,00
1825
3,05
1826
4,07
1827
3,00
1828
3,01
1829
3,02
1830
3,03
1831
5,54
1832
3,28
1833
3,40
1834
4,00
1835
3,00
1836
4,00
1837
4,18
1838
3,08
1839
3,07
1840
5,00
1841
3,24
1842
4,14
1843
2,30
1844
2,08
1845
3,56
1846
5,30
1847
4,32
1848
6,00
1849
5,00
1850
3,56
1851
5,10
1852
4,32
1853
1,32
1854
3,24
1855
0,00
1856
2,32
1857
3,00
1858
3,00
1859
1,08
1860
3,00
1861
3
1862
1,08
1863
3
1864
2,40
1865
4,24
1866
2,00




Possiamo essere sicuri che da settembre a novembre l’argomento delle rese vinarie erano d’obbligo tra i galantuomini del circolo unione: discussioni animate, irate, con contumelie sino alle rotture personale, qualcosa di simili con quello che ora avviene con i contributi dell’AIMA.

Ma era la scena politica che si andava arroventando e gli echi giungevano alle sale del circolo con sempre maggiore animosità. Del resto le cose erano davvero diventate roventi.

Approdiamo a momenti storici racalmutesi con trasporto, trepidamente, con intenti alieni da ogni vezzo sindacatorio. Mi appassiona l'uomo racalmutese - che reputo una specie a sé; la cronaca recente e passata di questo luogo in cui sono nato, con le sue bizzarrie, la sua antierocità, il suo atteggiarsi sempre ironico e dissacrante. Le impurità presenti in ogni figura di racalmutese, anche in quella dei sommi, forniscono un quadro di affascinante umanità. 'Guai a quel popolo che ha bisogno di eroi', si ama dire: Racalmuto di eroi sembra non averne mai avuto bisogno, o non li ha voluti e, in ogni caso, sempre li ha derisi. Magari con rime anonime in vernacolo, come di moda negli anni presenti. O con lettere anonime. Ne ho trovate, infatti, persino negli Archivi Segreti del Vaticano. Con fallace firma di 'LUIGI TULUMELLO  fu Ignazio,’ [7] il 18 gennaio del 1875 un racalmutese, che mi sa essere insufflato dall'arciprete dell'epoca, importunava la Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, per contrapporsi alle pretese espoliatrici della Famiglia MATRONA, quella appunto osannata da SCIASCIA. Negli ARCHIVI di STATO di Agrigento e Roma si rinvengono lettere infuocate del gesuita P. NALBONE contro gli stessi MATRONA, con dati di fatto che hanno sospinto una frangia della Commissione d'inchiesta parlamentare a venire a Racalmuto per sottoporre i vari Matrona, il cav. Lupo, Giuseppe Grillo Cavallaro, nonché l'avversario dottor Diego SCIBETTI-TROISE ad imbarazzanti interrogatori, aleggiando il sospetto di collisione con mafiosi di Bagheria. Buon per i Matrona che all'epoca il manto protettivo della massoneria valesse molto. Chissà perché, Sciascia ha voluto stendervi un velo, storicamente ingannevole, definendo persino 'anonimo' il libello del Nalbone, quando questi lo aveva  apertamente sottoscritto e rivendicato. Sarebbero false, invece, le firme di Antonio Licata, Pietro Farrauto, Antonino Falletta e Fantauzzo Calogero, che certamente non erano in grado di concepire e scrivere le velenosissime accuse contro il tesoriere comunale Giuseppe Nalbone, Diego Bartolotta, il fratello del consigliere Provinciale dott. Romano, la guardia Martorelli, un certo Carmelo Alba zio dell'assessore Busuito, l'inviso doganiere Francesco Orcel, un certo Tinebra Nicolò ...'mantenuto agli studi ' dal Comune ( e credo trattarsi appunto dello storico prediletto da Sciascia), Lumia Eugenio 'figlio naturale dell'assessore Salvatore Alfano cui si danno delle continue sovvenzioni senza far nulla', Paolo Baeri .  etc. Ma il libello, che viene recapitato il 25 maggio del 1896  a Sua E. CADRONGHI Commissario Civile in Palermo, ha di mira i TULUMELLO , e ciò la dice lunga sulla provenienza . Sono oggetto di accuse pesanti i 'consiglieri TULUMELLO LUIGI ed ARCANGELO'.  In una reiterata lettera anonima del 27 agosto 1896, il Ministro Commissario Civile per la Sicilia veniva informato che «l'epoca del terrore ha piantato le sue tende in Racalmuto! La pubblica amministrazione sorretta da un capo onorario del carcere di S. Vito, è in mano di una accozzaglia di malviventi! Così data a partito la giustizia, ha preso le forme piazzaiole, affidata ai Scimé, ai Sciascia, ai Conti e compagnia bella, avanzo di galera!» E purtroppo debbo continuare citando quest'altro ributtante passo: «Eccellenza. - Il sindaco Tulumello reduce dalle patrie galere, tutto può ciò che si vuole. Fattosi padrino di un bambino del marasciallo, se ci è fatto lama spezzata; con cui a mantenere le apparenze di un paese tranquillo e di ordine, si occultano reati col qui pro quo. Il vice pretore Alaimo informi. Così la mafia, vestita di carattere pubblico regna e governa. Pertanto, un Michele Scimé, braccio destro del Tulumello, poté essere assolto, sebbene colto in flagranza di abigeato di animali. Così i fratelli Bartolotta - della greppia - non vengono inquisiti di animali, mentre vennero nei loro armenti scovati animali rubati. Così Leonardo Sciascia disciplina l'elemento cattiva che, sotto le parvenze di circolo elettorale, (sic) dove un Tulumello è presidente, soffoca ogni libera manifestazione, come nell'ultima elezione. Così Alfonso Conte, dopo la villeggiatura fattasi col Sindaco, dalle carceri di Girgenti, Catania e Palermo, gode oggi di una pensione assegnatagli dal Tulumello, sì da fare il maestro didattico della malavita. Et similia.» Non la fa franca la potente famiglia dei BUSUITO e francamente mi sembra dello stesso stile delle denunce di MALGRADOTUTTO  la successiva filippica: «Eccellenza.- Racalmuto presenta lo squallore di un sistema indefinibile che solo ha riscontro nei paesi africani. Un'amministrazione dilapidata da pochi furfanti che mangiano a due canasci. Da sette anni che il paese è piombato in mano di gente volgare, inetti ed insipienti; non si è fatta un'opera pubblica, necessaria, richiesta dalla civiltà del paese. E più di tutto l'acqua potabile, mentre il paese è dissetato da acqua inquinata, siccome risulta da esame fatto eseguire dal Capitano della truppa qui, per ora, stanziato.» E giù botte contro il dott. Romano ispiratore di 'una spesa barocca'   per distruggere la 'buona ... acqua detta del Raffo'. E giù botte contro gli approfittatori del lascito Martini, il «pio testatore che lasciò mezzo milione per costituire un'ospedale. Intanto quelle rendite si diedero ad un piazzaiolo per amministrarle - anima del Sindaco - e tra cotto e fritto quelle somme sfumarono con una sola casa costruita, da potere servire per caserma dei carabinieri. Vi può essere più desolante situazione?»

Riconosco di avere sempre sospettato che Sciascia, in possesso di tale documento - per essere il noto ricercatore che tutti sappiamo, difficilmente poteva sfuggirgli -,  abbia voluto censurarlo. In ogni caso mi riesce incomprensibile il passo della sua  introduzione al testo del Tinebra là dove Sciascia annota: «mio nonno, ... fedelissimo elettore [di don Gasparino Matrona], volle anche lui, da capomastro di zolfara, avere un pezzetto di terra nella stessa contrada, edificandovi una casetta: ora è un secolo. »  Nicolò Petrotto - se porrà occhio a questo mio scritto - sicuramente saprà ancora una volta rintuzzarmi, facendo piena luce sull'intoccabile mito.

Certo, povero lui!, molto ancora dovrà stizzirsi. Sono sufficientemente documentato sulle topiche di Sciascia in materia di storia locale. Fa nascere fra Diego La Matina nel 1622, quando una vaga infarinatura di datazioni indizionarie gli avrebbe fatto leggere meglio il documento della Matrice di Racalmuto ove l'inequivocabile data del 15 marzo 1621 veniva confermata dalla dizione «4 Ind.» e cioè la quarta indizione che in quel quindicennio comportava il periodo dal primo settembre 1620 al 31 agosto 1621 (indizione anticipata, in  uso negli atti ecclesiastici dell'agrigentino).  Se «il padre Girolamo Matranga, relatore dell'atto di fede di cui Diego La Matina fu vittima, ... non seppe trarre brillanti considerazioni ... sui segni astrologici che avevano presieduto alla nascita   ... del  mostro» V. pag. 182 della Morte dell'Inquisitore) era perché il dotto cronista sapeva esattamente che la Matina era nato nel 1621 e che appunto nel 1658 era «dell'età di 37 anni».

Fra Diego La Matina, poi, non potè essere battezzato «nella Chiesa dell'Annunziata di Racalmuto» (v. op. cit. p. 180): questa chiesa era divenuta subalterna a S. Giuliano per tersche episcopali in favore di don Giuseppe del Carretto dal 27 gennaio 1608 (VI IND.) al 20 giugno 1621 (IV IND.)  Sciascia non riuscì a leggere, per sua stessa ammissione, il nome del padrino di Diego la Matina, ma «iac» sta per «Iacupo» il nostro Giacomo che era il nome dello Sferrazza, il racalmutese che  tenne a battesimo il futuro frate agostiniano. 

Noi gli imputiamo anche l'avere ignorato che la madre di Diego la Matina era una  RANDAZZO, racalmutese puro sangue nata il 24 gennaio 1600 e sposatasi con  Vincenzo la Matina il 7 ottobre 1618., che invece per parte del nonno proveniva da Pietraperzia. Vincenza Randazzo in La Matina , prima di Diego , ebbe GIUSEPPE che il 29 settembre 1651 andò a sposarsi a Canicattì con certa Anna SURRUSCA ed era di condizione sociale non spregevole venendoci tramandato con il titolo di 'mastro'. La madre di Diego fu religiosissima. Dopo la morte del figlio , quando era già vedova, si fece ‘terziaria francescana’. Muore a 65 anni  e il primo febbraio del 1666 viene sepolta in S. Maria di Giesu, dopo avere ricevuto quale 'soror tirtiaria S. Frincisci' i conforti religiosi da P. Bonaventura da  'Cannigatti'.

Nell'anno 1620 - precedente a quello di nascita di Fra Diego - era invece nato Don  Federico La Matina figlio di  Francesco di Giacomo e di Caterina La Matina, un ceppo autenticamente racalmutese, contraddistinto con il nomignolo di “Calello” e divenuto offi un nucleo di ottimati che frequentano assiduamente le sale del circolo, anche se talora con intolleranza filosciasciana. Don Federico La Matina  fu un 'confessore 'adprobatus' molto attivo e molto stimato in Racalmuto e la sua figura - alquanto bistrattata da Sciascia a pag. 197 op. cit. - va  riabilitata.